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Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

Alle volte ritornano

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.” (Pino Cacucci)

Parigi è sempre bella, anche se devo ammettere di esserci sempre stata d’inverno. Non ho mai visto gli alberi sugli Champs-Élysées verdi, né mi sono mai potuta godere il sole sulla Senna: no, anziché l’approccio romantico alla capitale francese – quello che si vede nei film – io me la sono sempre goduta imbardata da capo a piedi per evitare la laringite.

Che poi a Parigi fa anche più freddo che ad Edimburgo.

Come potete vedere dal mio ultimo post, lo scorso dicembre ho passato una settimana a Strasburgo durante la sessione parlamentare mensile.

Dopo essere finalmente riuscita a trovare una sistemazione che non richiedesse la vendita né del mio primogenito né di un rene, e dopo aver avuto una lunga conversazione telefonica con la povera Sabine dell’agenzia viaggi – in un francese che ha probabilmente fatto rigirare Rousseau nella tomba – sono finalmente partita alla volta di Francia.

Per poter arrivare nella sede francese del Parlamento Europeo sono dovuta passare per Parigi, dove ho imparato che avere amici in Erasmus fa sempre comodo anche se vivono in minuscoli appartamenti raggiungibili solo con un ascensore pericolosamente stretto.

Lunedì mattina, nascosta dietro due sciarpe, mi sono avviata verso Gare de l’Est per prendere il TGV direzione Strasburgo.

Arrivata in stazione dopo due ore e mezza è iniziata la corsa ad ostacoli: la capitale della regione Grand Est – precedentemente conosciuta con il più rinomato nome di Alsazia-Lorena – ospita uno dei più grandi mercatini natalizi d’Europa. Durante il mese di dicembre le strade della città si illuminano di banchetti ricchi di cibarie tipiche ed idee regalo per i meno creativi.

Per far si che i turisti possano godersi pienamente l’atmosfera natalizia, tutte le vie centrali vengono chiuse al traffico e i bus vengono deviati, inclusa la navetta che porta al Parlamento. Ovviamente, forse in omaggio ad uno degli stati fondatori dell’Unione, l’ufficio centrale ha comunicato il cambiamento di percorso una settimana dopo la sessione mensile, quando ormai ero già ritornata in Scozia.

Trovato un tram che portasse al palazzo Louise Weiss, sede ufficiale del Parlamento Europeo, sono finalmente riuscita ad arrivare a destinazione e mi sono potuta godere per qualche minuto la visione di decine e decine di persone inghiottite in questo gigantesco cilindro di metallo e vetro come fossero formiche richiamate dalla loro regina. Il dolore alla spalla causata dallo zaino che mi portavo appresso da circa otto ore mi ha poi ricordato che dovevo ancora ottenere il badge identificativo per poi andare alla mia scrivania.

Badge in mano – oltretutto venuto talmente male che anche io stentavo a riconoscermi – è iniziata la seconda sfida: trovare il palazzo con l’ufficio dedicato agli impiegati dei vari uffici informazione sparsi sul territorio europeo. Credo di aver attraversato tre ponti, sei fiumi, due pareti infuocate e cinque piscine riempite di piraña prima di riuscire a trovare anche solo un cartello con un accenno di indicazione… diciamo che una cartina sarebbe stata utile, ecco.

Dopo gli ostacoli al viaggio iniziale – accompagnati nei giorni successi da picchi acuti di labirintite – mi sono potuta godere a pieno l’esperienza al Parlamento.

Quasi tutti i dibattiti sono aperti al pubblico, anche perché ci sono molte scolaresche che vengono appositamente portate a Strasburgo per vedere come funziona realmente il parlamento, ed è sempre interessante vedere dal vivo i politici che così spesso sembrano distantissimi dalle persone comuni. Si possono osservare gestualità e comportamenti che spesso si perdono al di fuori dei live-streaming, regalando quindi l’opportunità di capire anche minimamente meglio queste persone.

Durante l’ultima sessione dell’anno ho anche avuto occasione di partecipare alla premiazione del premio Sakharov, che annualmente riconosce individui o gruppi che hanno contribuito alla cause dei diritti umani. A Edimburgo avevo partecipato ad una serie di dibattiti organizzati da studenti universitari per discutere chi, secondo loro, fosse più meritevole di ricevere questo riconoscimento, ed è stata una vera e propria emozione essere presente alla premiazione del 2016.

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar sono due giovani donne (21 e 19 anni rispettivamente) irachene della comunità Yazidi rapite, e sottoposte ad abusi e violenze da parte dell’ISIL. Riuscite a scappare dalla loro prigionia ed a raggiungere l’Europa, sono diventate il volto e la voce della loro comunità, condividendo la loro esperienza con il mondo per cercare di accrescere la consapevolezza delle sofferenze patite dalla loro gente.

Vederle parlare davanti alle telecamere ed agli europarlamentari – molti dei quali si sono spesso espressi negativamente contro i rifugiati scampati agli orrori della guerra e dall’ISIL – è stato un vero e proprio onore che ricorderò sempre. Queste due donne sono sopravvissute ad orrori inimmaginabili e che hanno coraggiosamente deciso di parlarne apertamente per evitare che ciò possa continuare a succedere, fregandosene altamente dei critici per continuare a concentrarsi sul loro attivismo ed il loro messaggio.

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Il tempo fuori dall’emiciclo parlamentare l’ho quasi interamente passato insieme ai due stagisti di Londra ed alla nostra addetta stampa, che ci ha mostrato i servizi messi a disposizione dei giornalisti dal Parlamento Europeo: oltre all’equipaggiamento tecnico, i reporter possono usufruire di un servizio di ricerca che permette loro di mettersi in contatto con l’europarlamentare più adatto per ogni tipo di articolo/intervista, due studi video e quattro studi radiofonici. Ci ha anche poi rivelato che ogni mese viene tutto spostato da Bruxelles appositamente per la sessione mensile, in modo tale che tutti i video seguano le linee guida filmiche decise dal dipartimento generale di comunicazione.

Dopo quattro giorni passati tra conferenze stampa, ore in biblioteca a completare ricerche, un quasi frontale con Federica Mogherini ed alcuni istanti di rabbia isterica – cortesemente offerti da Nigel Farage – sono dovuta risalire sulla navetta alla volta della stazione per poter tornare nel minuscolo appartamento a Belleville per un’ultima notte in Francia.