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La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

L’energia (solare) di Nairobi

Sono arrivata a Nairobi, chiamata la citta’ verde nel sole, capitale del Kenya, Africa dell’Est, da quasi un mese ormai. La temperatura è di circa 25-28 gradi durante la giornata, fresco alla sera e ci stiamo preparando al’inverno (18 -20 gradi). Respiro aria fresca, a 143 km dall’Equatore, molto verde intorno a me e persone gentili e affabili, che parlano inglese e Swahili.

Mi trovo qui per questioni lavorative: sono con Unesco nella pubblica informazione, e più nello specifico mi occupo di promuovere le attività dei cinque settori dell’Organizzazione delle Nazioni Unitie che sono l’educazione, le scienze naturali, quelle umane e sociali, la comunicazione e l’informazione ed infine la cultura.

“Habari Za Asubuhi” significa “Buongiorno”; “Asante Sana” invece “Grazie”. Queste sono le prime parole che ho imparato in Swahili, utili per connettermi ai Kenioti che guidano gli Uber per la città, molto trafficata a tutte le ore del giorno.

C’è molta vegetazione, alberi, piante, scimmiette, foreste e parchi nazionali, il sole ci riscalda e le persone parlano di elezioni presidenziali (agosto di quest’anno). I Kenioti qui si animano molto per la politica e amano uscire alla sera per parlare e guardare le partite del football inglese (tracce della presenza britannica in Kenya fino al 1963, anno della sua indipendenza).

I miei primi amici sono di origine pakistana e indiana. Ad oggi, dei 3,138 milioni di abitanti di Nairobi, 46,000 sono kenioti di origine asiatica, e tra gli asiatici la maggioranza proviene dalle regioni indiane del Gujarat, Odisha e Punjab.

La città offre molta musica (la scorsa settimana, per esempio, è stata la settimana del Jazz, organizzata e proposta da Safaricom, la compagnia telefonica maggiore in Kenya). Safaricom è un’azienda privata molto presente sul territorio, pioniera di M-Pesa (M per mobile, pesa significa denaro in Swahili), un servizio di telefonia che permette il trasferimento, deposito, ritiro e trasferimento di denaro, nonché pagamento di beni e servizi, tutto attraverso il proprio cellulare. Si tratta di una rivoluzione del finanziamento e della micro finanza, lanciato nel 2007 da Vodafone per Safaricom e Vodacom, i più grandi operatori di telefonia mobile dell’epoca in Kenya e Tanzania. Da allora il servizio M-Pesa si è espanso in Afghanistan, Sud Africa, India e nel 2014 in Romania, nel 2015 in Albania. Questo ha richiesto un’educazione finanziaria, permettendo un empowerment economico della popolazione, in grado di utilizzare i servizi finanziari e gestire le proprie finanze. Una rivoluzione tecnologica finanziaria senza precedenti.

Nel frattempo passeggio per le foreste, ascolto i suoni della natura, degli alberi e moltissimi uccellini cantare, e ci aggiorniamo presto con le nuove avventure dell’Africa dell’Est, dal Kenya, passando per il Madagascar, Zanzibar, Tanzania e Seychelles!

 

Karibu! Benvenuti!

 

 

Intervista a Beatrice Guarrera, Italians a Gerusalemme

Beatrice Guarrera ha 24 anni (25 a dicembre), un grande sogno nel cassetto ed una valigia piena di ricordi, esperienze, affetti e storie di vita che si è portata dietro fino a Gerusalemme. Il suo viaggio inizia da Roma, la capitale del mondo che è stata la sua casa fino a qualche mese fa.  Oggi Beatrice è collaboratrice per il sito web della Custodia di Terra Santa, una provincia religiosa dell’ordine dei frati minori che custodisce, studia e rende accoglienti i luoghi dell’origine della fede cristiana. Una vera comunità, insomma, capace di aprirti gli occhi verso nuove prospettive di vita. Il suo è sicuramente un percorso particolare per un’aspirante giornalista, ma l’esperienza di Beatrice è unica proprio per questo. E allora, non ci resta che immergerci nella lettura e scoprirne la storia.

 

Ciao Beatrice, grazie per il tempo che ci stai dedicando! Sappiamo che stai affrontando la tua prima esperienza da “Italians” a Gerusalemme. Ma partiamo dall’inizio: qual è la tua storia? Avresti mai immaginato che un giorno saresti andata a lavorare proprio lì?

Non lo avrei mai potuto immaginare in tutta la mia vita: trasferirmi non era nei miei piani. Sono nata a Roma e ho sempre vissuto qui: ho studiato in due università diverse (ma sempre in città), ho fatto degli stage in due radio, ho fatto parte di redazioni di giornali online e anche di un ufficio stampa. Dopo la laurea ho capito che per lavorare avrei dovuto imparare l’inglese e che mi sarebbe dunque servita un’esperienza all’estero.

Il mio sogno è sempre stato quello di fare la giornalista e di vivere di scrittura, di scoprire nuove realtà, di riuscire a raccontare il mondo che mi sta intorno e di capire quello che succede dentro le persone. Un racconto a 360°, insomma. In Terra Santa faccio quello che mi piace, anche se le notizie non riguardano sempre quegli argomenti sui quali avevo sognato di lavorare. Mi piace molto il giornalismo d’inchiesta, e adesso posso farlo relazionandomi però ad altri temi – in questo caso religiosi.

Come sei arrivata fino a Israele? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello del giornalismo?

È stata una sorpresa, non sono stata io a cercare questa esperienza ma è lei che ha trovato me! Dopo la laura mi sono messa alla ricerca di un lavoro e mi è capitata quest’occasione: un mia amica giornalista mi ha fatto sapere che alla Custodia di Terra Santa cercavano giornalisti italiani. Ho inviato la mia candidatura, ho fatto i colloqui via Skype e sono arrivata qui. Ho capito che sarebbe stata un’esperienza per cambiare mentalità, per crescere professionalmente e umanamente lasciando tutto dietro, la mia famiglia, la mia casa. Sono partita nel giro di pochissimo tempo, senza pensarci troppo, buttandomi. È stato uno shok, ma uno shok bellissimo perché è come quando arriva qualcosa di inaspettato che ti travolge in senso positivo, cambiandoti radicalmente.

Ora sto collaborando con la Custodia di Terra Santa, che è la denominazione della missione dei francescani che rappresentano la chiesa cattolica latina a Gerusalemme, e che gestiscono i luoghi santi che hanno a che fare con la vita di Gesù.

Raccontaci del tuo lavoro in Terra Santa: cosa vedi ogni giorno? Cosa sei chiamata a fare?

Ogni giorno racconto le attività in cui è coinvolto il Custode di Terra Santa, che è il capo dei francescani di Terra Santa: lui è spesso impegnato in messe solenni, feste particolari, commemorazioni, animazione dei luoghi santi. A volte c’è da andare a Betlemme alla Basilica della Natività oppure a Nazareth dove c’è quella dell’Annunciazione: bisogna raccontare queste attività per far capire quale sia il ruolo dei francescani in questi posti. Ma la loro presenza è anche altro: hanno dei conventi sparsi in tutto Israele e nel mondo. Svolgono attività di formazione, con scuole per bambini dove sono presenti sia musulmani che cristiani. Fanno attività di aiuto alla popolazione locale o più semplicemente si occupano di gestire le comunità di cristiani che si trovano in Terra Santa, un compito per nulla facile. Accanto a questo c’è anche l’aspetto culturale: c’è l’università dei francescani, lo Studium Biblicum Franciscanum, le biblioteche della Custodia di Terra Santa.

Io racconto tutto questo, insieme anche alle attività legate alle missioni e alle piccole comunità locali. Ci sono tante situazioni difficili che meritano di essere conosciute, come ad esempio quella di fra Ibrahim che vive in Sira, ad Aleppo. Gli ho fatto un’intervista in cui mi ha spiegato come riesce ancora a vedere Gesù fra le macerie, di come la sua fede non sia stata intaccata dalla guerra. Un altro esempio è quello di un santuario situato in un villaggio a maggioranza musulmano, dove fino a poco tempo fa c’era un solo frate, dato il rischio di essere presi a sassate per strada. Adesso la situazione sta cambiando piano piano e la presenza dei francescani serve proprio a questo: a dare speranza.

Da italiana che vive a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

Quello che posso vedere quotidianamente è che c’è una situazione di tensione: questo territorio non è in pace e lo si vede in tanti piccoli fatti, dai check point con militari armati alle persone che girano in strada armate. Può succedere di trovarti tra gruppi di ebrei che stanno cantando in ebraico davanti ad una moschea, oppure di capitare in altre situazioni di tensione in cui vedere un ebreo che cammina nel quartiere arabo può creare nervosismo. Sono pericoli di cui noi europei alcune volte non ci rendiamo nemmeno conto.  Io non ho mai avuto paura di andare in giro per la città, forse perché vivendo a Roma sono abituata a situazioni caotiche. Il vero problema a Gerusalemme è legato a chi sei tu – se palestinese o israeliano o musulmano, ebreo, cattolico – e in base a dove vai la situazione può diventare pericolosa. Ci sono quartieri dove non è facile o non è permesso entrare ai non residenti. Io stessa sono capitata in un quartiere dove alcuni bambini arabi mi hanno detto: “Dove vuoi andare? Qui non si passa”. Ma noi italiani, in generale, non siamo in pericolo. C’è un problema di barriere fisiche: c’è un muro che separa Israele e Palestina e ogni giorno ci sono uomini, donne e bambini che per andare al lavoro, a scuola o all’università, devono attraversarlo, farsi perquisire, passare i controlli. Quando si parla della soluzione di creare due stati, non si tiene conto poi del fatto che ci sono colonie ebree nei territori considerati sotto l’Autorità Palestinese. Eppure gli ebrei vivono lì magari da decenni: chi dei due popoli deve andar via?

C’è poi un problema poi di barriere mentali perché si è educati, in un certo senso, a odiarsi.

Però penso che il problema tra Israele e la Palestina sia fondamentalmente una questione d’identità, di appartenenza: a quale cultura si appartiene? A quale religione? A quale popolo? A quale stato? Ci sono arabi cristiani e arabi musulmani, ci sono arabi che si sentono israeliani e altri che sono palestinesi.

Ci sono cristiani israeliani che non si riconoscono sotto la bandiera con la stella di David, un richiamo alla storia ebraica. Anche tra gli ebrei la questione si pone, perché molti sono giunti da varie parti nel mondo: alcuni sono russi, altri ancora italiani. Alcune volte non è possibile mantenere le proprie diversità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il luogo. Per capire come si vive diversamente c’è un detto che dice: “A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte, ad Haifa si lavora”. La situazione non è solo relativa allo stile di vita, ma fa capire anche dove sono i posti di maggior criticità. A Gerusalemme capita di camminare in una via popolata di ebrei ortodossi e sentire il suono di una campana mischiato al canto di un muezzin. È questa convivenza così prossima che può creare tensione. Al nord o al sud dello stato di Israele, invece, è ancora diverso. Per non parlare poi dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tra gli stessi palestinesi non ci si capisce, non ci si conosce, a volte. C’è chi non è mai stato a Gerusalemme perché i palestinesi di alcune zone non hanno il passaporto e non possono spostarsi. Di problemi ce ne sono parecchi e le soluzioni in questo momento sono poche.

Qual è il valore di questa città e cosa può insegnarti nella crescita personale di tutti i giorni? La tua vita in Italia ti sembra ora più lontana, ne hai nostalgia?

Questa città mi insegna ad allontanarmi da tutte quelle che erano state le mie idee precedenti, da tutto quello che avevo anche solo potuto pensare riguardo alla questione israelo-palestinese. È una città che mi sta insegnando a non categorizzare, a non partire con idee precise ma semplicemente a guardare la realtà e a stare dalla parte della verità. La mia vita a Roma mi sembra lontana, ma sono sempre collegata a quella che era la mia vita di prima attraverso il telefono (ovviamente) e i social network. Anche questo è utile per far capire agli altri quanto sia necessario aprire gli occhi e la mente. È inutile partire con idee pregresse, si impara vedendo quello che succede e si impara anche grazie a persone straordinarie che ti cambiano la vita.

Cambiando argomento: perché, a tuo parere, oggi sempre più giovani preferiscono portare fuori Italia le proprie competenze già durante le superiori e in maggior parte durante l’università?

Molti ragazzi preferiscono andare fuori Italia e viaggiare perché è il mondo ad essere cambiato. Ci sono possibilità che prima non c’erano, anche dal punto di vista economico. Spesso si dice che il mondo è diventato “più piccolo”, è diventato più normale spostarsi e per questo lo si fa. In Italia ci sono cose che mancano in questo momento, certo. Per esempio nel lavoro finché non hai 28 anni o più, nessuno ti prende sul serio. Pensano che possono sfruttarti e pagarti poco. Molti ragazzi vogliono semplicemente avere una posizione lavorativa, trovare il proprio posto nel mondo, ma è difficile farlo in Italia. E si comincia ad andare all’estero è proprio perché in molti altri posti c’è più attenzione verso noi giovani.

Quali credi che possano essere delle possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La risposta è banale, ma non altrettanto banale da realizzare: dare loro un lavoro. Credo che tra tutti quelli che si spostano, molti avrebbero preferito rimanere in Italia, se avessero avuta scelta. L’obiettivo credo che debba essere sbloccare il mercato del lavoro e fare in  modo che ci sia un ricambio generazionale in tutti i settori.

Per un percorso più funzionale sarebbe utile intervenire anche sull’università, facendo in modo che quando si finiscono gli studi si abbia veramente in mano un titolo valido da spendere e non ci sia bisogno di fare master ulteriori o scuole di specializzazione. In questo momento, parlando di giornalismo, non c’è un’università che ti abiliti alla professione come pubblicista o professionista. Questo perché bisogna fare delle scuole specifiche, che però costano un occhio della testa e quindi rappresentano un modo per pagarsi una posizione nel mondo del lavoro. Non credo sia la cosa migliore da fare. Anche nel mondo dell’insegnamento c’è un problema analogo, dal momento che adesso non ci sono lauree abilitanti: se uno si laurea in lettere classiche non può fare l’insegnante, deve prima fare il TFA. Anche questo è sbagliato.

Ci sono diverse cose che andrebbero cambiate dal punto di vista universitario e dal punto di vista delle istituzioni per coinvolgere e valorizzare i giovani.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? È una “vocazione” personale?

Lasciare l’Italia, per me, è stato andare verso un’occasione di vita che ripartisse da zero. Un’occasione capace di aiutarmi ad affrontare sfide inaspettate e solite paure. Adesso sono alla ricerca di una posizione lavorativa che mi permetta di fare quello che mi piace, e non per forza con uno stipendio altissimo. Qui riesco a scrivere e fare la giornalista, che è il mio sogno di sempre. Mi spinge la voglia di non perdermi niente, di prendere tutto quello che c’è, di assimilare il più possibile imparando nuove lingue e vivendo con persone molto diverse da me.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Mi piacerebbe tornare in Italia, non per forza stare a Roma, ma tornare. Potrebbe anche non succedere, perché non so cosa succederà, ma ho imparato che tante cose belle arrivano in maniera totalmente inaspettata. Ho capito che programmare a lungo termine a volte significa quasi illudersi di poter sapere cosa succederà. Credo che, se trovassi lavoro in Italia, tornerei volentieri perché amo il mio paese e perché non ho necessità di rimanere all’estero. Non sono una di quelle persone che getta fango sull’Italia solo perché non ho trovato occasioni che mi permettono di restare a casa. Tutti quelli che hanno trovato un lavoro fuori e che parlano male del nostro paese dovrebbero invece tornare per aiutarci a trovare una soluzione dall’interno. Chi è che ha voglia di migliorare un paese che sta male? In pochi, forse nessuno. E invece bisognerebbe farlo, tutti, insieme.

Ars Libri la gioia delle letture non-fiction

“Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima”
(Marco Tullio Cicerone)

Io amo leggere. Da quando mia madre mi ha messo in mano uno di quei libricini per imparare a leggere all’età di cinque anni credo di non aver mai passato neanche un giorno senza leggere qualcosa.

Libri, giornali, blogs, ricette: qualunque cosa sia scritta bene – o male, perché in qualche modo si deve imparare a distinguere – io la leggo.

Prima di iniziare l’università ho attraversato, come molte altre teenagers come me, le più svariate fasi di amore per determinati generi letterari. Sono stata catapultata dall’ossessione per Harry Potter – non prendiamoci in giro: la fase Maghetto Inglese con gli Occhiali non passerà. Ma tipo mai. Ma neanche sotto maledizione crucio – a quella per Twilight. Sí, anche quella, perché abbiamo tutti avuto quattordici anni e anziché farmi le canne leggevo di gente che sbrilluccicava al sole.

Flash forward al primo anno della mia vita da universitaria e mi trovo ad affrontare categorizzazioni letterarie di cui non avevo mai sentito parlare: fiction e non-fiction.

Il termine non-fiction indica quei libri atti all’informare e sono basati su fatti, non immaginazione. Considerando la mia precedente esperienza, limitata alla lettura di Norberto Bobbio e Hannah Arendt durante le ore di filosofia, mi aspettavo tre anni di noia mortale.

Ho scoperto invece un grande amore.

Il primo anno di Giornalismo ho seguito cinque corsi, uno dei quali intitolato “Contextual Journalism”: ogni settimana dovevo presentarmi ad una lezione di un’ora in cui i professori ci spiegavano, passo per passo, la storia e l’evoluzione del giornalismo britannico ed internazionale.

Dopo la lezione era obbligatorio partecipare ad un “seminar”, ovvero un’altra ora di discussione monitorata da un professore in cui otto aspiranti giornalisti ascoltavano i risultati di ricerche approfondite fatte da altri due studenti sulla lezione della settimana precedente.

La cosa che più mi divertiva di queste lezioni – passato il primo periodo di panico vista la mia ignoranza sul normale svolgimento di simili sessioni – era la libertà che avevamo per approfondire l’argomento: c’erano delle liste di libri suggeriti, ma erano solo quelli. Suggeriti.

Potevo passare ore in biblioteca, scavando nei meandri più bui del web per scoprire delle particolarità sui grandi uomini e le grandi donne che hanno influenzato il giornalismo moderno. Fatti che nei libri prettamente scolastici vengono spesso omessi perché non pertinenti, o semplicemente inutili.

Per esempio: la prima giornalista Americana certificata, Ann Royall, ottenne un’intervista esclusiva con il Presidente John Quincy Adams perché era a conoscenza della sua passione per le nuotate mattutine nel fiume Potomac. La Royall si presentò un giorno sulla riva del fiume, prese gli abiti del presidente, e ci si sedette sopra finché non le concesse un’intervista.

Saperlo servirà mai a concludere una trattativa di pace? A sistemare l’economia? Probabilmente no, ma rimane una grande lezione di perseveranza e testardaggine da cui si può imparare a non mollare.

La maggior parte dei libri usati per le mie ricerche erano appunto lavori di non-fiction: fatti reali, tangibili, di cui si possono capire le ragioni e le conseguenze. E da buona giornalista – o forse da incurabile curiosa – io voglio sapere tutto, su tutto quello che mi circonda e su tutti quelli che fanno la storia.

Le facoltà britanniche, soprattutto quelle classificate come “humanities” – vedi: Arte, Antropologia, Giornalismo, Politica, etc. – si basano fondamentalmente sullo studio individuale e sulla ricerca autonoma. L’idea di base è questa: anziché costringere lo studente a seguire 32 milioni di ore in aula a seguire corsi o leggere pile di dispense per gli esami, in Inghilterra è lo studente a decidere come e cosa approfondire di una lezione.

Ovviamente, durante i corsi tradizionali, i professori toccano i punti piú importanti di un argomento e.g. Karl Marx e la dittatura del proletariato, ma ogni partecipante al seminar della settimana seguente porterà elementi diversi, arrichendo la conversazione e lasciando agli altri partecipanti nuovi punti di vista.

Questa libertà di scelta nell’istruzione, anziché essere caotica come ci si aspetterebbe, dà origine a dibattiti che possono cambiare la percezione di molti, o perlomeno spronare un individuo a pensare in modo alternativo al proprio. Cosí facendo si facilita la comprensione del prossimo e si inizia a capire, piano piano, i meccanismi che si nascondono dietro tutti i sistemi – politici, economici, sociali, etc. – che ci circondano.

Ed è per questo motivo che, nonostante io continui a riempire le mie povere librerie con libri di tutti i generi, i miei preferiti siano diventati quelli di non-fiction. Per continuare il dibattito che ho iniziato quando sono entrata all’università, e per completare la mia istruzione sugli altri e sul mondo.

Termino questo post con un ulteriore fatto storico interessante in cui sono inciampata preparando una lezione sull’evoluzione del ruolo dei corrispondenti di guerra.

Il conflitto piú lungo che sia mai esistito è durato ben 335 anni, ed è stato “combattuto” tra l’Olanda e le Isole Scilli senza neanche mai sparare un colpo: viene definita guerra nonostante la mancanza di battaglie, e la pace tra il paese europeo e l’arcipelago della Cornovaglia è stata dichiarata solo nel 1986.

Intervista a Ilaria Maselli, Senior Economist per The Conference Board (Bruxelles)

L’intervista di questo mese ve la presentiamo in una forma tutta diversa, lasciamo per un momento a casa le domande e ci abbandoniamo alle chiacchiere, ma quelle buone, divertenti e pure costruttive.

Questo mese, tra il panico per il rispetto della deadline – che alle volte, diciamocelo, è davvero difficile da rispettare – e lo scossone Brexit che ha fatto tremare Bruxelles come nemmeno un settimo grado della scala Mercalli, ho deciso di buttarmi, provare. Così ho deciso di contattare Ilaria Maselli proprio dopo aver visto la sua diretta Facebook dedicata alla Brexit. Un video pieno di competenza e professionalità – altro che tweet come “oh mio Dio e adesso come faccio con Asos?”. E vado forse un po’ fuori tema, ma siccome un po’ di sana informazione non fa mai male, soprattutto in questo caso (Londra è la città europea – almeno geograficamente, mi sforzo a dirlo – con il più alto numero di giovani italiani), eccovi il video di The Conference Board, dove Ilaria, insieme ad altri speaker del board, ci parla proprio di Brexit.
Decido quindi di scriverle e proporle un’intervista, lei che mi era stata presentata come “è una grande, un mito, la devi assolutamente conoscere” e diciamolo, avevo un po’ di quell’ansietta di quando si contatta qualcuno da cui ci si aspetta anche un no, ma Ilaria – che davvero è “una grande” come mi era stato detto – ha accettato ed eccoci qui, dopo poche ore dalla mia scapestrara richiesta, a chiacchierare di studi, lavoro, scelte di vita e di quell’Italia dalla quale è andata via per seguire il Sogno Europeo che proprio ieri ha rischiato di trasformarsi in incubo.

Ma procediamo con ordine: Ilaria si trasferisce la prima volta a Bruxelles a soli 22 anni, per un progetto Erasmus e per inseguire il suo sogno, verso Bruxelles e l’Europa. Durante l’anno Erasmus Ilaria capisce che no, proprio non vuole andare via da una Bruxelles così piena di vita e di opportunità e decide quindi di buttarsi nel mondo del lavoro, o meglio, degli stage.  Non ho potuto fare a meno di chiederle se l’università in Belgio fosse già così professionalizzata e career oriented come a quel tempo erano già le università anglosassoni e con grande stupore scopro che no, anche se parliamo di pochi anni fa e non di un lustro, in quegli anni cercare uno sbocco professionale era ancora nelle mani degli studenti. Che, senza grandi preparazioni alle spalle, dovevano fare proprio come ha fatto lei: curriculum e curriculum e altri curriculum inviati tra una lezione e l’altra o nelle ore libere trascorse nel dormitorio dell’ULB (Universitè Libre de Bruxelles). Passa poco tempo e Ilaria trova il suo primo stage, scampato terrore disoccupazione post laurea!

Comincia così l’avventura di Ilaria al CEPS – Centre for European Policy Study – rinomatissimo think tank con sede nella capitale europea (e posto che molti, moltissimi degli studenti e degli “young professional” di tutta Europa sognano di annoverare nel loro cv).

Fortuna – e sua competenza – vollero poi che lo stage di Ilaria si trasformasse in una vera e propria offerta di lavoro. Di nuovo, scampato pericolo post-laurea.

Coì Ilaria resta per quasi 9 anni al CEPS, professionalizzando competenze e vivendo nella città della quale si era già da tempo innamorata; perché Ilaria non ha lasciato l’Italia per mancanza di prospettive, frustrazione o sfinimento, anzi lei ama la sua Italia e resta per lei necessario contribuire alla cosa pubblica italiana, anche da qui, il piovoso Belgio.

Come spiega lei, infatti, in un’era in cui la tecnologia ci rende così facile la mobilità e la tecnologia ci permette d’essere ovunque e in qualsiasi momento, Ilaria riesce a contribuire alla cosa pubblica italiana anche da lontano, o come dice lei “non potrei fare altrimenti”, e che bello sentirlo! Ilaria è infatti contributor de Il Fatto Quotidiano, dove scrive di economia, e fa parte della segreteria della sede del PD Bruxelles e, anche se qui non facciamo politica, ci piace sempre ascoltare e sapere che ci sono ragazzi italiani che anche da lontano continuano non solo ad appassionarsi, ma che s’impegnano in prima persona per il proprio Paese di origine mettendo in campo le loro passioni, competenze ed expertise. “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, suona familiare?

Ad ogni modo, per tornare a noi e alla chiacchierata con Ilaria, le chiedo qualcosa in più sulla sua vita professionale e di come sia arrivata a The Conference Board e beh, ho scoperto che anche questa volta ha vinto la competenza e no, non c’è di mezzo nessuna storia di favoritismi, ma solo competenza, perché sì, la competenza paga (ancora).

Ilaria oggi è Senior Economist e, devo ammetterlo, le domande che vorrei porle sono davvero tantissime, soprattutto per i temi a noi cari, ma diciamolo chiaramente: potremmo iniziare a parlare per ore, farei domande da studentessa novella e noi non siamo qui per annoiarvi, ma qualche considerazione l’abbiamo fatta e devo necessariamente parlarvene.

Quando le chiedo cosa pensa del sistema italiano, della presunta mancata connessione tra università italiane e mondo del lavoro, e di come il nostro Paese potrebbe invertire la tendenza ed attrarre cervelli, anziché spingerli all’estero, Ilaria riesce a rispondere in maniera più chiara che mai, e non solo perché preparata sul tema (se spulciate tra le sue varie pubblicazioni, ha scritto anche di questi temi).

Secondo Ilaria, infatti, il vero problema non è il tanto chiacchierato brain drain, ma la mancata capacità di attrarre talenti, perché il problema non è solo la migrazione dei giovani, della forza lavoro, o più in generale della popolazione, sappiamo tutti infatti che la situazione è ben più complicata di così.

Ma “attrarre talenti” cosa vuol dire davvero? La questione si complica.

Non bisogna solo attrarre talenti, ma anche permettere a chi resta di sfruttare al massimo le proprie potenzialità e, di conseguenza, la propria produttività. La soluzione non è farci restare a prescindere, restare e non esprimere a sufficienza il proprio potenziale a voi suona come riforma risolutiva? A noi no.

Quel che occorre – e qui siamo pienamente d’accordo con Ilaria e il suo pensiero – è diventare meta ambita. Come farlo? La situazione si complica ancora, ma le sfide sono fatte per essere vinte.

Il nostro bel Paese dovrebbe infatti puntare sull’eccellenza nostrana, su persone e ricercatori per creare, ad esempio, centri d’eccellenza, nuovi distretti dedicati alla ricerca, poli universitari che possano diventare meta ambita da team di esperti e ricercatori non solo italiani, ma anche esteri. E qui arriviamo al passo successivo: l’internazionalizzazione.

Questo potrebbe già bastare a creare un effetto moltiplicatore utile a sufficienza per crescere e consentire ai talenti nostrani di fare lo stesso, e di poter annoverare mete italiane tra le proprie opzioni quando, ad esempio, si trovano di fronte alla scelta “dove vado a sbattere la testa per il mio PhD?”.

Le politiche di contro-esodo, ci dice Ilaria, non bastano. Promettere cose come “meno tasse per chi resta”, sono inutili e sul lungo periodo non pagano.

Le chiedo allora – con un po’ di sano timore reverenziale, sono pur sempre di fronte ad un’economista! – cosa si potrebbe materialmente fare, secondo lei.

La risposta è semplice: lavorare sul miglioramento della qualità della vita in Italia, aiutare i giovani professionisti negli aspetti della loro vita e per assicurare che possano meglio conciliare vita e lavoro (basti pensare al servizio di assistenza sociale Belga, dove le mamme non lavorano il mercoledì e dove i nido sono ben più presenti che in Italia, e dove hanno una capacità di accoglienza pari a circa il 20% dei bambini presenti sul territorio), e tutto questo bisognerebbe farlo davvero, e non solo puntare sulla “comunicazione”. Un’altra mossa vincente, ci spiega Ilaria, sarebbe quella dell’istituire partnership con il settore privato al fine di attrarre e creare quei famosi poli di ricerca (ma anche industriali e tecnologici) capaci di attrarre eccellenze, con la possibilità (e il dovere) anche per le università stesse di diventare veri e propri poli di eccellenza.

Ma le università italiane sono oggi veri centri di eccellenza? I dati dell’ERC (European Research Council) sembrerebbero dimostrare il contrario: sono moltissimi i ricercatori vincitori delle borse istituite dall’ERC, ma pochissimi quelli che decidono d’implementare la propria ricerca in Italia, e allora chiedo ad Ilaria cosa proporrebbe lei per invertire la tendenza.

Mi risponde chiara, sicura. C’è bisogno di modernizzazione, c’è bisogno di remunerare i ricercatori come si deve e c’è pure bisogno di strutture di team di livello e lo si può fare percorrendo due strade: puntando sulle eccellenze nostrane e sulla loro forza di attrazione (che causerà altra attrazione, talenti e quella necessaria internazionalizzazione già menzionata), e puntando sui temi del futuro con attenta e coerente lungimiranza. E davvero, c’è bisogno – tanto bisogno – di fare tutto questo il più presto possibile.

Come si fa a non darle ragione?

 

Ah, e tanto per chiarire, non v’ho parlato del suo amore per Bruxelles, una città che di grigio ha solo il cielo, ma non l’ho fatto solo perché poi, forse, avrei iniziato a scrivere di quanto anche io la ami. Di una cosa però sono certa e ne è anche Ilaria: ci piace vivere all’estero, fortunatamente non siamo fuggite e non ci piace chi non è grato delle opportunità che – in un Paese magari lontano o lontanissimo – è riuscito a conquistarsi, o chi non fa nulla per ricordarsi che i problemi del proprio Paese siamo proprio noi a doverli risolvere.

 

Grazie Ilaria, a presto!

Il Ramadan a Dakar

E la prima volta che mi capita di assistere e di vivere il Ramadan. É una sensazione molto strana, c’é più silenzio e più tranquillità nelle strade. Sicuramente più preghiera.

Questo mese é molto importante per i musulmani perché si tratta del mese in cui il libro sacro islamico, il Corano, fu rivelato al profeta Maometto. Come risultato, é il mese in cui si recita il Corano con più zelo e spiritualità, e con uno spirito nuovo. Ai musulmani viene richiesto di recitare il Corano in forma completa perlomeno una volta durante il mese. Di 600 pagine, questa impresa catartica può essere adempiuta attraverso la recitazione di 4 pagine prima delle quotidiane 5 preghiere durante l’intero mese.

Il calendario islamico é lunare per cui quest’anno le autorità ufficiali islamiche hanno decretato l’avvistamento della luna crescente lunedi 6 giugno, che segna l’inizio del nono mese del calendario islamico lunare. Dura 29 o 30 giorni – la data ufficiale sarà rivelata attraverso un altro avvistamento lunare nell’ultima settimana del mese e sarà festeggiata con la festività chiamata Eid Al Fitr – i musulmani devono astenersi dal cibo e liquidi (tra cui anche i chewing gum, fumare sigarette e simili) dall’alba al tramonto.

Qui a Dakar il Ramadan é iniziato martedi 7 giugno e un comunicato di uno dei giornali locali, Le Soleil, invita i credenti ad iniziare ufficialmente questo mese di sacrificio, perdono, uno dei quattro pilastri dell’Islam (il primo giorno tutti si scambiano le parole di perdono in wolof- la lingua locale: Balma Akh, perdonami, e la risposta Balnala, io ti perdono, seguito da Yalla Nagnou yalla boulé bale, io ti ho perdonato, e che Dio ci perdoni tutti) sono di grande conforto e di incoraggiamento a tutti per iniziare un buon mese.

A questo proposito, il Servizio Nazionale di Educazione e di Informazione alla Sanità in Senegal (SNEIPS), servizio collegato al Ministero della Sanità e dell’Azione sociale fornisce le 10 regole d’oro da rispettare durante il mese benedetto. Tra le regole vi sono quelle di rispettare la regolarità dei tre pasti (prima dell’alba – pasto chiamato Suhoor -, alla rottura del digiuno – pasto chiamato Iftar – si puo’ iniziare nuovamente a mangiare al tramonto – e, infine, tre ore dopo la rottura del digiuno). Mangiare molti cereali, frutta e zuccheri lenti prima dell’alba, idratarsi bene di acqua dopo la rottura del digiuno, evitando di abusare di bevande gassate, evitare i pasti troppo copiosi, troppo grassi, troppo salati alla rottura del digiuno, ma anche i dolci e alimenti troppo zuccherati. LO SNEIPS consiglia quindi di privilegiare frutta appena rotto il digiuno, ma anche muoversi dopo il pasto della sera, ridurre gli sforzi fisici intensi e rispettare i momenti di riposo. Grande lavoro per lo stomaco e per il corpo ad abituarsi ad una nuova metodologia di assunzione, tempi e digestione di alimenti. E soprattutto, il servizio nazionale senegalese invita la comunità islamica a recarsi dal medico per un check-up completo sul proprio stato di salute prima dell’inizio del Ramadan.

Per noi Italians il mese si prospetta molto spirituale, particolare, in concomitanza con il sole e la luna come elementi di riferimento per lo scorrere delle giornate lavorative, dove l’orologio non conta (penso di aver smesso di portarlo quando mi si é rotto negli Stati Uniti 6 anni fa), il ritmo di lavoro rallenta ma si intensificano le relazioni sociali e i luoghi di ritrovo post tramonto sono sempre più gremiti di giovani internazionali che seguono le partite della Coppa Europa (anche i Senegalesi hanno una passione per l’Italia), si ritrovano per guardare film insieme e dove si parla di più, non avendo a disposizione televisioni ma riunendosi con gli altri in luoghi pubblici.

La convivialità serale é più spiccata perché qui a Dakar molte persone mangiano in strada e ti invitano a sedere alla loro tavola a cielo aperto. C’é più stanchezza perché il caldo aumenta e non si può  né mangiare né bere durante la giornata. Dal lato positivo però, questo, a mio avviso, é un grande segno e atto di forza e coraggio dei nostri amici e vicini musulmani, che, con pazienza e misericordia, vivono questo mese come una palestra di vita, in cui si sviluppa un senso di autocontrollo in aree che includono la dieta, il riposo e l’uso del tempo, e in cui si impara ad evitare l’uso di male parole, le arrabbiature, la perdita di temparamento e comportamenti cattivi e dannosi agli altri. Il punto qui é di mostrare sottomissione a Dio e tenere la mente focalizzata sul piano spirituale.

E nel frattempo ascoltiamo la musica insieme e guardiamo dei film per aiutare i nostri amici a non sentire i morsi della fame fino al tramonto, tifiamo l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo, e celebriamo insieme il loro coraggio. Per un Dio buono che ci aiuta sempre, ma sempre e solo dopo che anche noi ci aiutamo da soli. Proprio come la nostra bella espressione italiana, che mia madre e mia nonna mi hanno sempre insegnato e ripetuto “Aiutati che il cielo ti aiuta”, e che qui in wolof, suona più o meno cosi, Yalla Yalla, bay sa tool, che significa letteralmente “Invoca Dio ma coltiva il tuo campo”.

Aiutiamoci ragazzi, e poi tutto avverrà. Sia che siate credenti o no. E il lavoro di squadra ci forgia e ci permette di essere persone più vere, più unite e ci permette di sentirci di più su questa grande piroga della vita. Con un grande sorriso, sempre.

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.” (Leo Buscaglia)

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.”
(Leo Buscaglia)

Palazzo Nuovo si erge in tutta la sua discutibile bellezza a pochi passi dalla Mole Antonelliana, ed è dove per quasi tutta la mia adolescenza pensavo di finire per completare la mia carriera scolastica: sede delle facoltà umanistiche dell’Università del loro trasferimento nel nuovo campus ipertecnologico sulla Dora, era anche sede dei corsi di Giurisprudenza.

Dopo discussioni varie sui costi, la distanza e le possibilità di lavoro, anziché farmi dieci minuti di camminata per andare all’università, ho deciso di andarmene ad esattamente 1221.49 km di distanza dal palazzone grigio farcito di amianto che ancora adesso il comune sta facendo bonificare.

Destino ha voluto che anche la mia nuova università avesse sede in un blocco di cemento costruito negli anni ’70, oltretutto in una delle zone di traffico più caotico di Londra: Elephant&Castle è soprattutto rinomata per il pittorescamente decrepito centro commerciale – reso ancor più caratteristico da vari accoltellamenti al suo interno e da un fantastico ristorante cinese al piano terra – e per i vari incidenti d’auto che sono avvenuti presso l’enorme rotonda che domina il suo epicentro.

Il London College of Communication (LCC) si trova a sud-ovest della rotonda, ed è facilmente individuabile grazie alla torre di quattordici piani che ne ospita le aule. Un edificio sproporzionato rispetto ai numeri degli studenti: parte della più grande University of the Arts, LCC conta 6.500 dei 17.775 iscritti in corsi triennali o master.

Sproporzionato soprattutto per il corso di Giornalismo anno 2012-2013, il mio primo anno.

Dopo una settimana di presentazione dell’università – inclusi tour dell’edificio di cui, dopo tre anni, penso di non averne esplorato neanche 1/3 – mi sono ritrovata seduta in un’aula magna da 150 posti con altre 90 persone. 90 persone che mano a mano son diminuite a 65 quando ci siamo laureati.

Non avevo mai seguito una lezione universitaria in Italia, ma avevo ascoltato con terrore – non amo particolarmente le folle, soprattutto di gente della mia età – i racconti di mia sorella, veterana all’università di Torino, sulle condizioni degli studenti costretti a presentarsi con largo anticipo alle lezioni, o a doversi addirittura portarsi le sedie da casa.

Ecco, sedermi in quell’aula magna il primo giorno di corsi è stato come sedersi in treno senza nessuno che ti si metta accanto: pura gioia!

Gioia alla quale si è poi aggiunta la sorpresa di essere ulteriormente suddivisi in mini gruppi per i settimanali seminari di discussione sulla storia del giornalismo internazionale. Nel mio caso, il rapporto studente-insegnante era dieci a uno, il che permetteva di essere molto ben seguiti da un unico professore per tutto l’anno scolastico: questa particolare attenzione aiuta specialmente gli studenti internazionali che, come me all’inizio, si aspettano un trattamento del tutto diverso.

Il primo anno il professore di riferimento era molto attaccato al suo studiolo e ci sfidava, di settimana in settimana, a sfruttare le abilità acquisite da grandi partite a Tetris durante le ore buche del liceo per trovare alle sedie posizioni che garantissero il libero passaggio e la comodità di almeno cinque di noi.

L’anno successivo i gruppi vennero cambiati, così come i supervisori, per garantire una varietà nella discussione degli argomenti: dopo sette mesi passati sempre con le stesse persone avevamo iniziato a capire come pensavamo mentre invece, da bravi giornalisti, dovevamo già abituarci ad avere a che fare con persone diverse, con concetti ed ideologie sempre in movimento. Un inaspettato esercizio che però si è rivelato presto utile quando ho iniziato a lavorare.

Sei mesi dopo l’inizio della mia avventura in Inghilterra sono ritornata a casa per le vacanze di Pasqua ed ho avuto la possibilità di seguire una lezione a Torino. Nonostante ci sia nata e cresciuta, ho sempre avuto un problema nel calcolare le tempistiche per arrivare da qualche parte, quindi sono arrivata a Palazzo Nuovo mezz’ora prima dell’inizio della lezione – ancor prima di mia sorella che doveva effettivamente seguirla.

A differenza dei corsi in Inghilterra, il professore domina la scena sul suo piedistallo di legno all’inizio dell’aula. Le lezioni sono meno interattive, vuoi per l’elevato numero di partecipanti, vuoi per l’intrinseco terrore degli insegnanti che rimane tangibile dal primo anno.

Si sentiva però l’interesse dei presenti, la voglia di imparare enfatizzata dal crepitio delle penne su quaderni ed il tic-tac sui tasti dei computer. Anche quelli costretti a sedersi sulle scale seguivano affascinati la lezione sull’influenza del ‘Teatro delle Crudeltà” di Antonin Artaud sul lavoro scenico del Living Theatre, Peter Brook e le forme del teatro povero.’

Non esattamente il mio tipo di lezione, ma è stata comunque in grado di farmi capire che non importa dove si studia, basta che si studi quello che piace.

Intervista a Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista a Londra

Welcome back alla nostra rubrica dedicata alle eccellenze italiane nel mondo, questo mese versione al femminile: oggi conosciamo infatti Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista ventinovenne di origine sarda con una forte passione per il giornalismo ma anche per le marionette e i burattini, che costruisce a mano per ideare spettacoli. La storia di Giulia inizia nella città natale di Oristano, ma da qui ha poi preso strade diverse: l’università di lettere moderne l’ha portata a Cagliari; l’erasmus a Bergen (Norvegia); il master di giornalismo internazionale a Cardiff (UK), dove ha anche lavorato ad un progetto di ricerca commissionato dalla BBC Trust; nel 2012 è approdata a Londra (UK) per uno stage per l’organizzazione internazionale Media Diversity Institute dove tutt’ora lavora come project manager e editorial and content officier del sito internet; infine, da quasi un anno vive a Brighton. Il suo ultimo progetto, che verrà pubblicato proprio questa settimana, è un rapporto per l’ENAR (European Network Against Racism) sulla dimensione di genere dell’islamofobia in Italia.

Ciao Giulia, iniziamo subito con le domande: da dove inizia la tua storia da Italians in giro per il mondo? Ma soprattutto, cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia per vivere in Gran Bretagna?

Credo che sia iniziata in Norvegia, con l’Erasmus, spinta dalla voglia di conoscere un paese nuovo e mettermi alla prova, ed è poi continuata con gli studi in Galles, spinta da migliori prospettive lavorative dopo la laurea. Sono arrivata in Gran Bretagna nel 2011 per studiare giornalismo. Dopo avere finito la laurea triennale in Lettere Moderne a Cagliari, volevo avviarmi verso il giornalismo ma le collaborazioni saltuarie che stavo facendo sembravano non portare a niente di concreto, né erano stimolanti. La scelta era tra rimanere in Italia fino a settembre e tentare il test d’ingresso per le scuole di giornalismo (col rischio di non passare e ripiegare per una laurea specialistica in Sardegna che di specialistico aveva ben poco), o studiare un master in Gran Bretagna. Quando ho ricevuto la lettera di accettazione dalla Cardiff University non ho avuto esitazioni. Pensavo che, studiando in inglese, avrei avuto opportunità lavorative non solo in Italia, ma anche all’estero. In realtà, poi, vivere per un po’ di tempo all’estero era già nei miei piani a prescindere dagli studi e dal lavoro. Non sono partita con l’intenzione di vivere in Gran Bretagna a lungo se non per il master e di certo non avrei immaginato che dopo 5 anni sarei stata ancora qui.


Quando sei partita per il Regno Unito quali erano i tuoi obiettivi? Sappiamo che non è stata la tua prima esperienza all’estero, cos’è quindi che ti ha convinto a rimanere qui e a non tornare in Italia?

Nei cinque anni che sono in Gran Bretagna ho vissuto un anno e mezzo a Cardiff, due e mezzo a Londra e uno a Brighton, dove tuttora vivo. Mi sono laureata con l’obiettivo di lavorare come giornalista, ma ci sono riuscita solo in parte e ora non sono nemmeno più sicura di volerlo fare come lavoro a tempo pieno, se non a certe condizioni. Ci ho provato, ma sono sempre stata molto selettiva. Non volevo lavorare per una pubblicazione Business2Business, né per una rivista di moda o per un quotidiano locale, né ero disposta a lavorare in comunicazione. Volevo lavorare per una pubblicazione intelligente, in linea con i miei principi e con i miei interessi. A Londra la competizione è tanta. Trovi sempre chi ha un curriculum migliore del tuo, e nel settore del giornalismo, lo dicono anche i locals che è molto difficile entrare. Servono contatti, persistenza, e competenze ovviamente. Se mi guardo alle spalle, in tre anni sono cresciuta tanto professionalmente e personalmente. Ho iniziato come stagista non pagata e ora sono project manager. Come responsabile progetti, dall’anno scorso sono a capo di un progetto a contrasto dell’antisemitismo online in Europa. In cinque paesi europei e con altre cinque organizzazioni, monitoriamo i media e rispondiamo ai discorsi antisemiti con vignette satiriche, video, programmi radio e articoli, sfatando falsi miti ed educando al rispetto.


Raccontaci della tua vita inglese e del tuo lavoro: ne sei soddisfatta? Oppure anche in Gran Bretagna ci sarebbero cose da sistemare e migliorare?

Certamente ci sono cose da migliorare in Gran Bretagna. Dopo la laurea non pensavo di faticare così tanto per trovare un lavoro buono in linea con i miei studi e interessi. Quando mi sono trasferita a Londra, andavo tre giorni a settimana in ufficio per uno stage part time (non retribuito) e passavo gli altri giorni della settimana a cercare lavoro e mandare candidature. Non è stato semplice. A Londra senza un lavoro non si può vivere. Affitti e trasporti sono carissimi. Pensa che l’abbonamento mensile del treno da Brighton a Londra, un’ora di viaggio, costa oltre 500 euro. Una camera in affitto, in una casa condivisa, a Londra costa 900 euro al mese. La qualità della vita è in parte migliore e in parte peggiore. Dal mio punto di vista, a Londra si lavora troppo e si passa troppo tempo nei mezzi di trasporto. Le distanze sono troppo grandi e la vita può essere molto stressante. Per me questo rende difficile incontrare gli amici, coltivare i rapporti. Dopo una giornata passata in ufficio fino alle sei e mezza, non vai volentieri dall’altra parte di Londra per una birra, sapendo che poi devi riattraversare la città per tornare a casa. Tutti sono molto impegnati.
Certamente questo è lo stile di vita di Londra. A Brighton è già completamente diverso. Ancora di più in Devon e in Cornovaglia, dove vado spesso. Se non avessi l’opportunità di staccare andando al mare o in campagna, impazzirei. Anche se molti in Italia non ci credono, ci sono posti bellissimi in Gran Bretagna.

Vivendo all’estero sicuramente avrai incontrato e fatto amicizia con tantissimi altri giovani expat come te. Il motivo che vi spinge ognuno lontano dalla propria casa è uguale per tutti, oppure cambia di persona in persona? Pensate mai di tornare in Italia affrontando tutte le difficoltà del caso?

Gli italiani a Londra sono tanti, a Brighton pure. Il motivo che ci spinge credo che sia simile per tutti: la molla è trovare un lavoro che ti permetta di vivere bene e di crescere professionalmente. Le persone che sono qui scelgono di starci perché non sono disposte ad accettare un lungo periodo di disoccupazione, a vivere a casa dei genitori, a ripiegare per fare un lavoro sottopagato in cui non sei nemmeno apprezzato. Il resto, la consapevolezza che si vive meglio sotto tanti aspetti, non solo sotto quello lavorativo, arriva dopo, e finisce per essere altrettanto importante. Tra i miei amici, la maggior parte giornalisti, nessuno pensa di tornare in Italia. Come fai, senza iscrizione all’albo e con pochi contatti, a cercare di inserirti in un settore già saturo? E sei davvero disposto a tornare e accettare, ammesso che trovi lavoro, di essere sottopagato? Io, sinceramente, non saprei nemmeno da dove iniziare per cercare lavoro. Gli annunci che vedo sono per collaborazioni per giornali online in cui non mettono né il loro nome né il compenso. Nei siti, anche di ONG, nessuno pubblicizza opportunità di lavoro. Probabilmente tutto funziona tramite contatti.


In merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di fuggire via?

Credo che gli italiani preferiscano spendere le proprie competenze e professionalità altrove perché ci sono maggiori opportunità e si è maggiormente valorizzati. Personalmente, però, non credo che siano qua solo ed esclusivamente per il lavoro. Non tutti almeno. Si vive meglio in una società in cui si hanno più diritti civili, in cui c’è meno maschilismo, meno razzismo, meno omofobia. In Italia questi sentimenti sono talvolta così radicati, che spesso nemmeno ci si accorge. La lingua italiana al momento non ha un vocabolario adatto per parlare di diversità e di discriminazione. Non voglio vivere in un paese in cui i lavoratori stranieri fanno quasi esclusivamente lavori poco qualificati, in cui la tv mostra showgirl senza competenze, in cui abortire è un percorso ad ostacoli e in cui non si rispettano le regole del vivere comune. Questa situazione sta lentamente cambiando e sicuramente non è un problema solo italiano, ma ha un impatto nella vita di tutti i giorni.


Come giornalista, possiamo leggere gli articoli di Giulia sia in italiano che in inglese nelle pagine del Corriere della Sera, dell’Huffington Post e su openDemocracy – tanto per citarne alcuni. In virtù della tua esperienza personale, quali pensi che siano le maggiori differenze che lo stesso mestiere presenta in paesi diversi? Hai qualche preferenza?

Parto dal presupposto che mi è sempre piaciuto scrivere. A prescindere dal genere. Ora mi sto cimentando in nuove forme di scrittura. Tantissime email di lavoro, per esempio! Scherzi a parte, da poco ho scritto la sceneggiatura di due brevissimi spettacoli di burattini che ho realizzato da sola. Scrivere in italiano e in inglese non è lo stesso. Anche se spesso ho la parola giusta in inglese e non riesco a trovare l’equivalente in italiano, quando scrivo in inglese non sono mai sicura al 100% che la frase sia corretta e che suoni bene. Questo è un limite, soprattutto se vuoi lavorare come giornalista, o editorial assistant. Sapere scrivere bene in lingua inglese è essenziale.


Andando sul personale – hai mai qualche rimpianto dell’aver lasciato l’Italia? Essere inseriti in un ambiente dinamico e internazionale, con possibilità di mettersi alla prova e di conoscere persone e culture diverse: tutto questo può bastare per farcela? Cos’è che ti manca di più?

Non ho rimpianti. Anche se è vero che in Italia avrei difficoltà a trovare lavoro, non credo di essere all’estero solo per necessità. Sono qua perché, per il momento, voglio essere qua. Conoscere persone di culture diverse, di pensiero diverso, ti fa crescere, ti fa avere una prospettiva diversa della vita. Dell’Italia mi mancano gli affetti: la mia famiglia e i miei amici più stretti, anche se molti di loro vivono in parti diverse d’Italia (e del mondo, in realtà) quindi, anche se fossi in Italia, mi mancherebbero comunque. Mi dispiace non poter stare vicino alle persone a cui voglio bene. Al di là della sfera affettiva, forse mi manca quella sensazione di non sentirmi straniera e di non essere vista come tale. Mi manca molto anche la frutta fresca. E l’accento sardo.


Concludendo: quali sono i tuoi prossimi progetti? Ritornare in Italia in un futuro prossimo sarà possibile, oppure ormai la tua vita è altrove?

Non so ancora dove sia la mia vita. Credo che sia sempre più qua, in Gran Bretagna, ma non riesco ad avere piani a lungo termine. Ho progetti per il futuro imminente, invece: staccare un po’ dalla routine di questo ultimo anno e andare in un altro paese per un breve periodo, conoscere nuovi posti, nuove persone. In Italia mi piacerebbe ritornare, per qualche mese, per rimettermi al passo con quello che è successo in questi anni e sentirmi a casa. Tornerei definitivamente, però, solo se avessi un progetto ben preciso in mente o un lavoro.

Grazie Giulia!