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Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Intervista a Andrea Garnero, economista all’OCSE e tra i consiglieri del governo francese. Tra resposabilità, economia, giovani e una punta di sano ottimismo.

Trentun’anni passati tra Cuneo, Bologna, Parigi, Bruxelles e Roma. Dopo aver lavorato in Commissione europea e a Palazzo Chigi, dal 2014 Andrea Garnero è economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE a Parigi. Dallo scorso agosto è stato anche nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Ruoli non privi di responsabilità.

Con lui abbiamo parlato a tutto tondo dei problemi italiani: non soltanto quelli dei giovani, ma anche quelli economici. Situazioni che procedono a braccetto, perché “la conseguenza diretta di un paese che non cresce – ci ha spiegato Andrea – sono sicuramente minori opportunità di lavoro e di minore qualità”.

Buona lettura con l’intervista al nostro Italian del mese.

 

Ciao Andrea! Non vorremmo iniziare con i numeri, ma con un economista direi che è quasi impossibile. Scherzi a parte, credo siano pochi i ragazzi che a 31 anni possano vantare una posizione lavorativa come la tua, niente di meno che al dipartimento Lavoro e affari sociali dell’Ocse. Quali credi siano le chiavi di questo successo?

Esageruma nen, diremmo in Piemonte. Per altro in Austria un mio coetaneo ha appena vinto le elezioni quindi a 31 anni ci sono persone che sono andate ben più lontano. Le chiavi del successo, se di successo vogliamo parlare (ma sono diversi gli italiani all’OCSE o in altre organizzazioni internazionali), sono innanzitutto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha educato alla curiosità e al pensiero libero e che ha sempre messo l’investimento in capitale umano al primo posto. Poi ovviamente gli studi, il lavoro, la disponibilità a spostarsi.

 

Parlando del tuo lavoro: potresti spiegarci meglio di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? E poi, andando a ritroso e soddisfando una curiosità personale: come sei arrivato a questa posizione? Raccontaci qualcosa di te.

Sono economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE. Mi occupo in particolare di salari minimi e contrattazione collettiva. Studio come queste istituzioni del mercato del lavoro funzionano nei vari paesi OCSE, cerco di capire qual è il loro impatto sull’occupazione, i salari, la disuguaglianza o la produttività e a seconda dei risultati elaboro delle raccomandazioni ai paesi su potenziali riforme da considerare. È un’area di lavoro molto stimolante che mi mette a contatto con i governi nazionali, ma anche sindacati e associazioni di imprenditori. Molti paesi negli scorsi anni hanno fatto riforme del sistema di contrattazione collettiva, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e ultima pochi mesi fa la Francia. Ma è anche un tema molto complicato e delicato perché profondamente radicato nelle culture sindacali e di relazioni industriali nazionali che spesso contano di più delle regole formali. Inoltre da agosto scorso sono stato nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Consigliare un governo su una scelta che avrà un impatto diretto al 1° gennaio di ogni anno su milioni di famiglie non mi fa per forza dormire completamente tranquillo. Eppure o il nostro lavoro di analisi serve a informare le politiche e il dibattito pubblico con i rischi che ne conseguono oppure non serviamo a nulla.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere dove immagino la competizione sarà alle stelle, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo dire che lavorare all’OCSE ha vari vantaggi tra cui un ambiente lavorativo molto stimolante e non troppo competitivo. O al massimo competitivo in maniera sana, avendo tanti colleghi bravi e motivati. Sono diversi gli italiani all’Ocse, come ovunque al mondo, anche in posizioni di grandi responsabilità. Non mi sembra di aver riscontrato particolari difficoltà o pregiudizi rispetto alla mia nazionalità. Dopotutto siamo tutti immigrati all’OCSE.

 

Secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto? Oppure quella di partire è più una spinta personale?

Per alcuni della nostra generazione il concetto di estero non è per forza legato alle frontiere nazionali. Io ho sempre avuto un interesse per le questioni europee e internazionali, spostarmi in Francia o in Belgio non mi è sembrato un passaggio epocale, anzi era una conseguenza naturale dei miei interessi e studi. Ho messo un po’ di cose in valigia, preso un treno e sono partito. All’inizio non è stato tutto facile a Parigi, ma non perché ero all’estero, ma perché da Cuneo e Bologna ero finito in una metropoli con i suoi ritmi e le sue distanze geografiche. In generale, non credo si debba mitizzare l’estero. Semplicemente se si considera uno spazio più ampio naturalmente le opportunità sono più numerose. Se uno cerca lavoro solo nel proprio quartiere avrà sicuramente meno opportunità che se allarga lo sguardo alla città, la regione, il paese intero o il mondo. Però non possiamo nascondere che non sempre e non a tutti il nostro paese offra le opportunità che vorremmo. Non stupisce visto che sono quasi vent’anni che non cresciamo e la produttività stagna. La conseguenza diretta di un paese che non cresce sono minori opportunità di lavoro e di minore qualità.

 

Sempre sul tema formazione e meritocrazia: potresti aiutarci a fare un confronto tra l’Italia e la Francia, dove te hai studiato a Parigi alla facoltà di economia? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

A Parigi ho prima fatto l’erasmus all’università (una delle cosiddette “fac“, facultés in Francia), e poi la specialistica in due scuole di “eccellenza” (cosiddette Grandes Écoles), l’Ecole Normale Superieure e la Paris School of Economics in cui gli studenti sono selezionati, le classi piccole, i professori tra i principali riferimenti nei propri settori. Per chi riesce ad entrare in quelle scuole (per i francesi dopo due o tre anni di preparazione sfiancante) tutte le porte si aprono. Chi va alle fac invece si trova spesso in condizioni peggiori che in diverse università italiane tra aule strapiene, organizzazione rivedibile e ambiente di studio non per forza stimolante. Un investimento (pubblico) vero nell’eccellenza è la differenza principale con l’Italia. Però università generali di buona qualità, non per forza per formare ricercatori di frontiera, sono anche molto importanti e su questo anche la Francia può e deve ancora fare meglio.

 

Partendo dalle tue esperienza economica e tenendo fisso lo sguardo al futuro dell’Italia: quali credi che siano i maggiori problemi da risolvere in ambito lavorativo?

Vaste programme. Ci vorrebbe un libro almeno, non un’intervista, per rispondere in maniera seria. Per rimanere nel mio ambito di studio e di lavoro penso che una discussione sul funzionamento delle relazioni industriali e negoziazione collettiva non sia più rinviabile. E poi investimenti. Sono state tra le voci di bilancio più martoriate in questi anni di crisi. Dove troviamo i soldi? Con uno slogan, perdonatemi la semplificazione, direi meno bonus e più investimenti. Industria 4.0 ha invertito il trend e i risultati si stanno vedendo. Però serve tornare a investire anche in capitale umano. Da lì, e solo da li, poi discenderanno lavori ben pagati, ad alto valore aggiunto.

 

Ma cosa significa Industria 4.0 nello specifico? Credi basterà a far crescere la produttività?

Industria 4.0 rappresenta un tardivo ma importantissimo cambio di rotta nei metodi e nei contenuti della nostra politica industriale. Nel metodo perché dà incentivi per gli investimenti in tecnologia in maniera automatica e non ad hoc, tagliando costi di transazione e nepotismi vari. Nei contenuti perché non sceglie i settori ma le tecnologie e ha fatto ripartire gli investimenti in capitale fisico (macchinari di vario genere per intenderci). Tuttavia Industria 4.0 ha un secondo pilastro fondamentale che finora non è partito, che è quello dell’investimento in formazione. Se compriamo macchinari ma non li sappiamo utilizzare o progettare non andremo molto lontano. Tuttavia la scelta dei competence center legati a Industria 4.0 continua a tardare e le risorse per la formazione nella legge di Stabilità non fanno bene sperare.

 

E per i giovani, invece, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ultimamente mi è capitato di parlare con una mia coetanea di ritorno da un’esperienza lavorativa in Olanda. Mi ha detto: “Io vorrei lavorare lavorare in Italia, ma qui nessuno mi paga. Finita l’università, la formazione sul campo non è retribuita. Come si aspettano che noi giovani, senza stipendio e con la sola laurea in mano, riusciamo ad inserirci nel mondo lavorativo?”. Ecco, vorrei rigirare a te la questione.

Capisco la frustrazione della tua amica. Sulla situazione generale dei giovani italiani vorrei però dire due cose: la prima è che la formazione sul campo andrebbe fatto prima della fine della laurea. L’alternanza scuola-lavoro che tante polemiche genera è un ottimo passo in avanti. Perfettibile ma irrinunciabile. Gli stage vituperati andrebbero fatti di più e durante il percorso di studi. Siamo il paese Ocse in cui meno si lavora durante gli studi. E così poi in qualche modo è ovvio che la prima esperienza lavorativa post laurea sia uno stage mal (o non) pagato. Non è colpa dei singoli, ma se vogliamo cambiare il sistema attuale cominciamo a non boicottare l’alternanza scuola lavoro anche se ci sono ancora cose da migliorare. La seconda è che il problema italiano non è tanto che i nostri giovani vogliano andare via. Questo avviene anche altrove. Il problema è che non riusciamo ad attirarne altri, o almeno non a sufficienza. La ricchezza di un paese si fonda anche sulla diversità della propria forza lavoro. Se tutti i nostri giovani stessero qui non saremmo per forza più ricchi. Però dobbiamo attirare giovani formati da altri paesi europei e non europei. Per riuscirci serve un mix di politiche migratorie intelligenti e investimenti.

 

Nel tuo curriculum leggo che hai lavorato come assistente per gli affari economici alla presidenza del Consiglio dei ministri. Insieme ai soliti “come” e “cosa” che nascono spontanei, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Innanzitutto che non è una professione! E che in generale che la politica non deve essere vista come una carriera. Ma solo come occasione di servizio temporaneo al paese. Ho avuto la fortuna per una serie di casualità legate alle mie esperienze a Parigi e Bruxelles e al mio impegno politico durante il liceo e i primi anni dell’università di essere chiamato a fare una mano al Presidente del Consiglio Enrico Letta. Seguivo il G20 e gli affari economici in generale. È stata un’esperienza incredibile, dal punto di vista umano e professionale. Ma che mi ha anche confermato quanto sia importante farsi una professionalità autonoma per non dipendere dagli umori della politica.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo tu, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Innanzitutto facendo il proprio dovere in Italia e all’estero. E poi portando a casa idee, esperienze, buone pratiche. Essendo in ritardo abbiamo la “fortuna” di migliorare semplicemente copiando gli altri. Anche dall’estero rimaniamo in contatto con gli amici e i colleghi che sono rimasti in Italia, facciamo rete, scambiamo idee, proposte.

La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

L’energia (solare) di Nairobi

Sono arrivata a Nairobi, chiamata la citta’ verde nel sole, capitale del Kenya, Africa dell’Est, da quasi un mese ormai. La temperatura è di circa 25-28 gradi durante la giornata, fresco alla sera e ci stiamo preparando al’inverno (18 -20 gradi). Respiro aria fresca, a 143 km dall’Equatore, molto verde intorno a me e persone gentili e affabili, che parlano inglese e Swahili.

Mi trovo qui per questioni lavorative: sono con Unesco nella pubblica informazione, e più nello specifico mi occupo di promuovere le attività dei cinque settori dell’Organizzazione delle Nazioni Unitie che sono l’educazione, le scienze naturali, quelle umane e sociali, la comunicazione e l’informazione ed infine la cultura.

“Habari Za Asubuhi” significa “Buongiorno”; “Asante Sana” invece “Grazie”. Queste sono le prime parole che ho imparato in Swahili, utili per connettermi ai Kenioti che guidano gli Uber per la città, molto trafficata a tutte le ore del giorno.

C’è molta vegetazione, alberi, piante, scimmiette, foreste e parchi nazionali, il sole ci riscalda e le persone parlano di elezioni presidenziali (agosto di quest’anno). I Kenioti qui si animano molto per la politica e amano uscire alla sera per parlare e guardare le partite del football inglese (tracce della presenza britannica in Kenya fino al 1963, anno della sua indipendenza).

I miei primi amici sono di origine pakistana e indiana. Ad oggi, dei 3,138 milioni di abitanti di Nairobi, 46,000 sono kenioti di origine asiatica, e tra gli asiatici la maggioranza proviene dalle regioni indiane del Gujarat, Odisha e Punjab.

La città offre molta musica (la scorsa settimana, per esempio, è stata la settimana del Jazz, organizzata e proposta da Safaricom, la compagnia telefonica maggiore in Kenya). Safaricom è un’azienda privata molto presente sul territorio, pioniera di M-Pesa (M per mobile, pesa significa denaro in Swahili), un servizio di telefonia che permette il trasferimento, deposito, ritiro e trasferimento di denaro, nonché pagamento di beni e servizi, tutto attraverso il proprio cellulare. Si tratta di una rivoluzione del finanziamento e della micro finanza, lanciato nel 2007 da Vodafone per Safaricom e Vodacom, i più grandi operatori di telefonia mobile dell’epoca in Kenya e Tanzania. Da allora il servizio M-Pesa si è espanso in Afghanistan, Sud Africa, India e nel 2014 in Romania, nel 2015 in Albania. Questo ha richiesto un’educazione finanziaria, permettendo un empowerment economico della popolazione, in grado di utilizzare i servizi finanziari e gestire le proprie finanze. Una rivoluzione tecnologica finanziaria senza precedenti.

Nel frattempo passeggio per le foreste, ascolto i suoni della natura, degli alberi e moltissimi uccellini cantare, e ci aggiorniamo presto con le nuove avventure dell’Africa dell’Est, dal Kenya, passando per il Madagascar, Zanzibar, Tanzania e Seychelles!

 

Karibu! Benvenuti!

 

 

Intervista a Beatrice Guarrera, Italians a Gerusalemme

Beatrice Guarrera ha 24 anni (25 a dicembre), un grande sogno nel cassetto ed una valigia piena di ricordi, esperienze, affetti e storie di vita che si è portata dietro fino a Gerusalemme. Il suo viaggio inizia da Roma, la capitale del mondo che è stata la sua casa fino a qualche mese fa.  Oggi Beatrice è collaboratrice per il sito web della Custodia di Terra Santa, una provincia religiosa dell’ordine dei frati minori che custodisce, studia e rende accoglienti i luoghi dell’origine della fede cristiana. Una vera comunità, insomma, capace di aprirti gli occhi verso nuove prospettive di vita. Il suo è sicuramente un percorso particolare per un’aspirante giornalista, ma l’esperienza di Beatrice è unica proprio per questo. E allora, non ci resta che immergerci nella lettura e scoprirne la storia.

 

Ciao Beatrice, grazie per il tempo che ci stai dedicando! Sappiamo che stai affrontando la tua prima esperienza da “Italians” a Gerusalemme. Ma partiamo dall’inizio: qual è la tua storia? Avresti mai immaginato che un giorno saresti andata a lavorare proprio lì?

Non lo avrei mai potuto immaginare in tutta la mia vita: trasferirmi non era nei miei piani. Sono nata a Roma e ho sempre vissuto qui: ho studiato in due università diverse (ma sempre in città), ho fatto degli stage in due radio, ho fatto parte di redazioni di giornali online e anche di un ufficio stampa. Dopo la laurea ho capito che per lavorare avrei dovuto imparare l’inglese e che mi sarebbe dunque servita un’esperienza all’estero.

Il mio sogno è sempre stato quello di fare la giornalista e di vivere di scrittura, di scoprire nuove realtà, di riuscire a raccontare il mondo che mi sta intorno e di capire quello che succede dentro le persone. Un racconto a 360°, insomma. In Terra Santa faccio quello che mi piace, anche se le notizie non riguardano sempre quegli argomenti sui quali avevo sognato di lavorare. Mi piace molto il giornalismo d’inchiesta, e adesso posso farlo relazionandomi però ad altri temi – in questo caso religiosi.

Come sei arrivata fino a Israele? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello del giornalismo?

È stata una sorpresa, non sono stata io a cercare questa esperienza ma è lei che ha trovato me! Dopo la laura mi sono messa alla ricerca di un lavoro e mi è capitata quest’occasione: un mia amica giornalista mi ha fatto sapere che alla Custodia di Terra Santa cercavano giornalisti italiani. Ho inviato la mia candidatura, ho fatto i colloqui via Skype e sono arrivata qui. Ho capito che sarebbe stata un’esperienza per cambiare mentalità, per crescere professionalmente e umanamente lasciando tutto dietro, la mia famiglia, la mia casa. Sono partita nel giro di pochissimo tempo, senza pensarci troppo, buttandomi. È stato uno shok, ma uno shok bellissimo perché è come quando arriva qualcosa di inaspettato che ti travolge in senso positivo, cambiandoti radicalmente.

Ora sto collaborando con la Custodia di Terra Santa, che è la denominazione della missione dei francescani che rappresentano la chiesa cattolica latina a Gerusalemme, e che gestiscono i luoghi santi che hanno a che fare con la vita di Gesù.

Raccontaci del tuo lavoro in Terra Santa: cosa vedi ogni giorno? Cosa sei chiamata a fare?

Ogni giorno racconto le attività in cui è coinvolto il Custode di Terra Santa, che è il capo dei francescani di Terra Santa: lui è spesso impegnato in messe solenni, feste particolari, commemorazioni, animazione dei luoghi santi. A volte c’è da andare a Betlemme alla Basilica della Natività oppure a Nazareth dove c’è quella dell’Annunciazione: bisogna raccontare queste attività per far capire quale sia il ruolo dei francescani in questi posti. Ma la loro presenza è anche altro: hanno dei conventi sparsi in tutto Israele e nel mondo. Svolgono attività di formazione, con scuole per bambini dove sono presenti sia musulmani che cristiani. Fanno attività di aiuto alla popolazione locale o più semplicemente si occupano di gestire le comunità di cristiani che si trovano in Terra Santa, un compito per nulla facile. Accanto a questo c’è anche l’aspetto culturale: c’è l’università dei francescani, lo Studium Biblicum Franciscanum, le biblioteche della Custodia di Terra Santa.

Io racconto tutto questo, insieme anche alle attività legate alle missioni e alle piccole comunità locali. Ci sono tante situazioni difficili che meritano di essere conosciute, come ad esempio quella di fra Ibrahim che vive in Sira, ad Aleppo. Gli ho fatto un’intervista in cui mi ha spiegato come riesce ancora a vedere Gesù fra le macerie, di come la sua fede non sia stata intaccata dalla guerra. Un altro esempio è quello di un santuario situato in un villaggio a maggioranza musulmano, dove fino a poco tempo fa c’era un solo frate, dato il rischio di essere presi a sassate per strada. Adesso la situazione sta cambiando piano piano e la presenza dei francescani serve proprio a questo: a dare speranza.

Da italiana che vive a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

Quello che posso vedere quotidianamente è che c’è una situazione di tensione: questo territorio non è in pace e lo si vede in tanti piccoli fatti, dai check point con militari armati alle persone che girano in strada armate. Può succedere di trovarti tra gruppi di ebrei che stanno cantando in ebraico davanti ad una moschea, oppure di capitare in altre situazioni di tensione in cui vedere un ebreo che cammina nel quartiere arabo può creare nervosismo. Sono pericoli di cui noi europei alcune volte non ci rendiamo nemmeno conto.  Io non ho mai avuto paura di andare in giro per la città, forse perché vivendo a Roma sono abituata a situazioni caotiche. Il vero problema a Gerusalemme è legato a chi sei tu – se palestinese o israeliano o musulmano, ebreo, cattolico – e in base a dove vai la situazione può diventare pericolosa. Ci sono quartieri dove non è facile o non è permesso entrare ai non residenti. Io stessa sono capitata in un quartiere dove alcuni bambini arabi mi hanno detto: “Dove vuoi andare? Qui non si passa”. Ma noi italiani, in generale, non siamo in pericolo. C’è un problema di barriere fisiche: c’è un muro che separa Israele e Palestina e ogni giorno ci sono uomini, donne e bambini che per andare al lavoro, a scuola o all’università, devono attraversarlo, farsi perquisire, passare i controlli. Quando si parla della soluzione di creare due stati, non si tiene conto poi del fatto che ci sono colonie ebree nei territori considerati sotto l’Autorità Palestinese. Eppure gli ebrei vivono lì magari da decenni: chi dei due popoli deve andar via?

C’è poi un problema poi di barriere mentali perché si è educati, in un certo senso, a odiarsi.

Però penso che il problema tra Israele e la Palestina sia fondamentalmente una questione d’identità, di appartenenza: a quale cultura si appartiene? A quale religione? A quale popolo? A quale stato? Ci sono arabi cristiani e arabi musulmani, ci sono arabi che si sentono israeliani e altri che sono palestinesi.

Ci sono cristiani israeliani che non si riconoscono sotto la bandiera con la stella di David, un richiamo alla storia ebraica. Anche tra gli ebrei la questione si pone, perché molti sono giunti da varie parti nel mondo: alcuni sono russi, altri ancora italiani. Alcune volte non è possibile mantenere le proprie diversità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il luogo. Per capire come si vive diversamente c’è un detto che dice: “A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte, ad Haifa si lavora”. La situazione non è solo relativa allo stile di vita, ma fa capire anche dove sono i posti di maggior criticità. A Gerusalemme capita di camminare in una via popolata di ebrei ortodossi e sentire il suono di una campana mischiato al canto di un muezzin. È questa convivenza così prossima che può creare tensione. Al nord o al sud dello stato di Israele, invece, è ancora diverso. Per non parlare poi dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tra gli stessi palestinesi non ci si capisce, non ci si conosce, a volte. C’è chi non è mai stato a Gerusalemme perché i palestinesi di alcune zone non hanno il passaporto e non possono spostarsi. Di problemi ce ne sono parecchi e le soluzioni in questo momento sono poche.

Qual è il valore di questa città e cosa può insegnarti nella crescita personale di tutti i giorni? La tua vita in Italia ti sembra ora più lontana, ne hai nostalgia?

Questa città mi insegna ad allontanarmi da tutte quelle che erano state le mie idee precedenti, da tutto quello che avevo anche solo potuto pensare riguardo alla questione israelo-palestinese. È una città che mi sta insegnando a non categorizzare, a non partire con idee precise ma semplicemente a guardare la realtà e a stare dalla parte della verità. La mia vita a Roma mi sembra lontana, ma sono sempre collegata a quella che era la mia vita di prima attraverso il telefono (ovviamente) e i social network. Anche questo è utile per far capire agli altri quanto sia necessario aprire gli occhi e la mente. È inutile partire con idee pregresse, si impara vedendo quello che succede e si impara anche grazie a persone straordinarie che ti cambiano la vita.

Cambiando argomento: perché, a tuo parere, oggi sempre più giovani preferiscono portare fuori Italia le proprie competenze già durante le superiori e in maggior parte durante l’università?

Molti ragazzi preferiscono andare fuori Italia e viaggiare perché è il mondo ad essere cambiato. Ci sono possibilità che prima non c’erano, anche dal punto di vista economico. Spesso si dice che il mondo è diventato “più piccolo”, è diventato più normale spostarsi e per questo lo si fa. In Italia ci sono cose che mancano in questo momento, certo. Per esempio nel lavoro finché non hai 28 anni o più, nessuno ti prende sul serio. Pensano che possono sfruttarti e pagarti poco. Molti ragazzi vogliono semplicemente avere una posizione lavorativa, trovare il proprio posto nel mondo, ma è difficile farlo in Italia. E si comincia ad andare all’estero è proprio perché in molti altri posti c’è più attenzione verso noi giovani.

Quali credi che possano essere delle possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La risposta è banale, ma non altrettanto banale da realizzare: dare loro un lavoro. Credo che tra tutti quelli che si spostano, molti avrebbero preferito rimanere in Italia, se avessero avuta scelta. L’obiettivo credo che debba essere sbloccare il mercato del lavoro e fare in  modo che ci sia un ricambio generazionale in tutti i settori.

Per un percorso più funzionale sarebbe utile intervenire anche sull’università, facendo in modo che quando si finiscono gli studi si abbia veramente in mano un titolo valido da spendere e non ci sia bisogno di fare master ulteriori o scuole di specializzazione. In questo momento, parlando di giornalismo, non c’è un’università che ti abiliti alla professione come pubblicista o professionista. Questo perché bisogna fare delle scuole specifiche, che però costano un occhio della testa e quindi rappresentano un modo per pagarsi una posizione nel mondo del lavoro. Non credo sia la cosa migliore da fare. Anche nel mondo dell’insegnamento c’è un problema analogo, dal momento che adesso non ci sono lauree abilitanti: se uno si laurea in lettere classiche non può fare l’insegnante, deve prima fare il TFA. Anche questo è sbagliato.

Ci sono diverse cose che andrebbero cambiate dal punto di vista universitario e dal punto di vista delle istituzioni per coinvolgere e valorizzare i giovani.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? È una “vocazione” personale?

Lasciare l’Italia, per me, è stato andare verso un’occasione di vita che ripartisse da zero. Un’occasione capace di aiutarmi ad affrontare sfide inaspettate e solite paure. Adesso sono alla ricerca di una posizione lavorativa che mi permetta di fare quello che mi piace, e non per forza con uno stipendio altissimo. Qui riesco a scrivere e fare la giornalista, che è il mio sogno di sempre. Mi spinge la voglia di non perdermi niente, di prendere tutto quello che c’è, di assimilare il più possibile imparando nuove lingue e vivendo con persone molto diverse da me.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Mi piacerebbe tornare in Italia, non per forza stare a Roma, ma tornare. Potrebbe anche non succedere, perché non so cosa succederà, ma ho imparato che tante cose belle arrivano in maniera totalmente inaspettata. Ho capito che programmare a lungo termine a volte significa quasi illudersi di poter sapere cosa succederà. Credo che, se trovassi lavoro in Italia, tornerei volentieri perché amo il mio paese e perché non ho necessità di rimanere all’estero. Non sono una di quelle persone che getta fango sull’Italia solo perché non ho trovato occasioni che mi permettono di restare a casa. Tutti quelli che hanno trovato un lavoro fuori e che parlano male del nostro paese dovrebbero invece tornare per aiutarci a trovare una soluzione dall’interno. Chi è che ha voglia di migliorare un paese che sta male? In pochi, forse nessuno. E invece bisognerebbe farlo, tutti, insieme.

Ars Libri la gioia delle letture non-fiction

“Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima”
(Marco Tullio Cicerone)

Io amo leggere. Da quando mia madre mi ha messo in mano uno di quei libricini per imparare a leggere all’età di cinque anni credo di non aver mai passato neanche un giorno senza leggere qualcosa.

Libri, giornali, blogs, ricette: qualunque cosa sia scritta bene – o male, perché in qualche modo si deve imparare a distinguere – io la leggo.

Prima di iniziare l’università ho attraversato, come molte altre teenagers come me, le più svariate fasi di amore per determinati generi letterari. Sono stata catapultata dall’ossessione per Harry Potter – non prendiamoci in giro: la fase Maghetto Inglese con gli Occhiali non passerà. Ma tipo mai. Ma neanche sotto maledizione crucio – a quella per Twilight. Sí, anche quella, perché abbiamo tutti avuto quattordici anni e anziché farmi le canne leggevo di gente che sbrilluccicava al sole.

Flash forward al primo anno della mia vita da universitaria e mi trovo ad affrontare categorizzazioni letterarie di cui non avevo mai sentito parlare: fiction e non-fiction.

Il termine non-fiction indica quei libri atti all’informare e sono basati su fatti, non immaginazione. Considerando la mia precedente esperienza, limitata alla lettura di Norberto Bobbio e Hannah Arendt durante le ore di filosofia, mi aspettavo tre anni di noia mortale.

Ho scoperto invece un grande amore.

Il primo anno di Giornalismo ho seguito cinque corsi, uno dei quali intitolato “Contextual Journalism”: ogni settimana dovevo presentarmi ad una lezione di un’ora in cui i professori ci spiegavano, passo per passo, la storia e l’evoluzione del giornalismo britannico ed internazionale.

Dopo la lezione era obbligatorio partecipare ad un “seminar”, ovvero un’altra ora di discussione monitorata da un professore in cui otto aspiranti giornalisti ascoltavano i risultati di ricerche approfondite fatte da altri due studenti sulla lezione della settimana precedente.

La cosa che più mi divertiva di queste lezioni – passato il primo periodo di panico vista la mia ignoranza sul normale svolgimento di simili sessioni – era la libertà che avevamo per approfondire l’argomento: c’erano delle liste di libri suggeriti, ma erano solo quelli. Suggeriti.

Potevo passare ore in biblioteca, scavando nei meandri più bui del web per scoprire delle particolarità sui grandi uomini e le grandi donne che hanno influenzato il giornalismo moderno. Fatti che nei libri prettamente scolastici vengono spesso omessi perché non pertinenti, o semplicemente inutili.

Per esempio: la prima giornalista Americana certificata, Ann Royall, ottenne un’intervista esclusiva con il Presidente John Quincy Adams perché era a conoscenza della sua passione per le nuotate mattutine nel fiume Potomac. La Royall si presentò un giorno sulla riva del fiume, prese gli abiti del presidente, e ci si sedette sopra finché non le concesse un’intervista.

Saperlo servirà mai a concludere una trattativa di pace? A sistemare l’economia? Probabilmente no, ma rimane una grande lezione di perseveranza e testardaggine da cui si può imparare a non mollare.

La maggior parte dei libri usati per le mie ricerche erano appunto lavori di non-fiction: fatti reali, tangibili, di cui si possono capire le ragioni e le conseguenze. E da buona giornalista – o forse da incurabile curiosa – io voglio sapere tutto, su tutto quello che mi circonda e su tutti quelli che fanno la storia.

Le facoltà britanniche, soprattutto quelle classificate come “humanities” – vedi: Arte, Antropologia, Giornalismo, Politica, etc. – si basano fondamentalmente sullo studio individuale e sulla ricerca autonoma. L’idea di base è questa: anziché costringere lo studente a seguire 32 milioni di ore in aula a seguire corsi o leggere pile di dispense per gli esami, in Inghilterra è lo studente a decidere come e cosa approfondire di una lezione.

Ovviamente, durante i corsi tradizionali, i professori toccano i punti piú importanti di un argomento e.g. Karl Marx e la dittatura del proletariato, ma ogni partecipante al seminar della settimana seguente porterà elementi diversi, arrichendo la conversazione e lasciando agli altri partecipanti nuovi punti di vista.

Questa libertà di scelta nell’istruzione, anziché essere caotica come ci si aspetterebbe, dà origine a dibattiti che possono cambiare la percezione di molti, o perlomeno spronare un individuo a pensare in modo alternativo al proprio. Cosí facendo si facilita la comprensione del prossimo e si inizia a capire, piano piano, i meccanismi che si nascondono dietro tutti i sistemi – politici, economici, sociali, etc. – che ci circondano.

Ed è per questo motivo che, nonostante io continui a riempire le mie povere librerie con libri di tutti i generi, i miei preferiti siano diventati quelli di non-fiction. Per continuare il dibattito che ho iniziato quando sono entrata all’università, e per completare la mia istruzione sugli altri e sul mondo.

Termino questo post con un ulteriore fatto storico interessante in cui sono inciampata preparando una lezione sull’evoluzione del ruolo dei corrispondenti di guerra.

Il conflitto piú lungo che sia mai esistito è durato ben 335 anni, ed è stato “combattuto” tra l’Olanda e le Isole Scilli senza neanche mai sparare un colpo: viene definita guerra nonostante la mancanza di battaglie, e la pace tra il paese europeo e l’arcipelago della Cornovaglia è stata dichiarata solo nel 1986.

Intervista a Ilaria Maselli, Senior Economist per The Conference Board (Bruxelles)

L’intervista di questo mese ve la presentiamo in una forma tutta diversa, lasciamo per un momento a casa le domande e ci abbandoniamo alle chiacchiere, ma quelle buone, divertenti e pure costruttive.

Questo mese, tra il panico per il rispetto della deadline – che alle volte, diciamocelo, è davvero difficile da rispettare – e lo scossone Brexit che ha fatto tremare Bruxelles come nemmeno un settimo grado della scala Mercalli, ho deciso di buttarmi, provare. Così ho deciso di contattare Ilaria Maselli proprio dopo aver visto la sua diretta Facebook dedicata alla Brexit. Un video pieno di competenza e professionalità – altro che tweet come “oh mio Dio e adesso come faccio con Asos?”. E vado forse un po’ fuori tema, ma siccome un po’ di sana informazione non fa mai male, soprattutto in questo caso (Londra è la città europea – almeno geograficamente, mi sforzo a dirlo – con il più alto numero di giovani italiani), eccovi il video di The Conference Board, dove Ilaria, insieme ad altri speaker del board, ci parla proprio di Brexit.
Decido quindi di scriverle e proporle un’intervista, lei che mi era stata presentata come “è una grande, un mito, la devi assolutamente conoscere” e diciamolo, avevo un po’ di quell’ansietta di quando si contatta qualcuno da cui ci si aspetta anche un no, ma Ilaria – che davvero è “una grande” come mi era stato detto – ha accettato ed eccoci qui, dopo poche ore dalla mia scapestrara richiesta, a chiacchierare di studi, lavoro, scelte di vita e di quell’Italia dalla quale è andata via per seguire il Sogno Europeo che proprio ieri ha rischiato di trasformarsi in incubo.

Ma procediamo con ordine: Ilaria si trasferisce la prima volta a Bruxelles a soli 22 anni, per un progetto Erasmus e per inseguire il suo sogno, verso Bruxelles e l’Europa. Durante l’anno Erasmus Ilaria capisce che no, proprio non vuole andare via da una Bruxelles così piena di vita e di opportunità e decide quindi di buttarsi nel mondo del lavoro, o meglio, degli stage.  Non ho potuto fare a meno di chiederle se l’università in Belgio fosse già così professionalizzata e career oriented come a quel tempo erano già le università anglosassoni e con grande stupore scopro che no, anche se parliamo di pochi anni fa e non di un lustro, in quegli anni cercare uno sbocco professionale era ancora nelle mani degli studenti. Che, senza grandi preparazioni alle spalle, dovevano fare proprio come ha fatto lei: curriculum e curriculum e altri curriculum inviati tra una lezione e l’altra o nelle ore libere trascorse nel dormitorio dell’ULB (Universitè Libre de Bruxelles). Passa poco tempo e Ilaria trova il suo primo stage, scampato terrore disoccupazione post laurea!

Comincia così l’avventura di Ilaria al CEPS – Centre for European Policy Study – rinomatissimo think tank con sede nella capitale europea (e posto che molti, moltissimi degli studenti e degli “young professional” di tutta Europa sognano di annoverare nel loro cv).

Fortuna – e sua competenza – vollero poi che lo stage di Ilaria si trasformasse in una vera e propria offerta di lavoro. Di nuovo, scampato pericolo post-laurea.

Coì Ilaria resta per quasi 9 anni al CEPS, professionalizzando competenze e vivendo nella città della quale si era già da tempo innamorata; perché Ilaria non ha lasciato l’Italia per mancanza di prospettive, frustrazione o sfinimento, anzi lei ama la sua Italia e resta per lei necessario contribuire alla cosa pubblica italiana, anche da qui, il piovoso Belgio.

Come spiega lei, infatti, in un’era in cui la tecnologia ci rende così facile la mobilità e la tecnologia ci permette d’essere ovunque e in qualsiasi momento, Ilaria riesce a contribuire alla cosa pubblica italiana anche da lontano, o come dice lei “non potrei fare altrimenti”, e che bello sentirlo! Ilaria è infatti contributor de Il Fatto Quotidiano, dove scrive di economia, e fa parte della segreteria della sede del PD Bruxelles e, anche se qui non facciamo politica, ci piace sempre ascoltare e sapere che ci sono ragazzi italiani che anche da lontano continuano non solo ad appassionarsi, ma che s’impegnano in prima persona per il proprio Paese di origine mettendo in campo le loro passioni, competenze ed expertise. “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, suona familiare?

Ad ogni modo, per tornare a noi e alla chiacchierata con Ilaria, le chiedo qualcosa in più sulla sua vita professionale e di come sia arrivata a The Conference Board e beh, ho scoperto che anche questa volta ha vinto la competenza e no, non c’è di mezzo nessuna storia di favoritismi, ma solo competenza, perché sì, la competenza paga (ancora).

Ilaria oggi è Senior Economist e, devo ammetterlo, le domande che vorrei porle sono davvero tantissime, soprattutto per i temi a noi cari, ma diciamolo chiaramente: potremmo iniziare a parlare per ore, farei domande da studentessa novella e noi non siamo qui per annoiarvi, ma qualche considerazione l’abbiamo fatta e devo necessariamente parlarvene.

Quando le chiedo cosa pensa del sistema italiano, della presunta mancata connessione tra università italiane e mondo del lavoro, e di come il nostro Paese potrebbe invertire la tendenza ed attrarre cervelli, anziché spingerli all’estero, Ilaria riesce a rispondere in maniera più chiara che mai, e non solo perché preparata sul tema (se spulciate tra le sue varie pubblicazioni, ha scritto anche di questi temi).

Secondo Ilaria, infatti, il vero problema non è il tanto chiacchierato brain drain, ma la mancata capacità di attrarre talenti, perché il problema non è solo la migrazione dei giovani, della forza lavoro, o più in generale della popolazione, sappiamo tutti infatti che la situazione è ben più complicata di così.

Ma “attrarre talenti” cosa vuol dire davvero? La questione si complica.

Non bisogna solo attrarre talenti, ma anche permettere a chi resta di sfruttare al massimo le proprie potenzialità e, di conseguenza, la propria produttività. La soluzione non è farci restare a prescindere, restare e non esprimere a sufficienza il proprio potenziale a voi suona come riforma risolutiva? A noi no.

Quel che occorre – e qui siamo pienamente d’accordo con Ilaria e il suo pensiero – è diventare meta ambita. Come farlo? La situazione si complica ancora, ma le sfide sono fatte per essere vinte.

Il nostro bel Paese dovrebbe infatti puntare sull’eccellenza nostrana, su persone e ricercatori per creare, ad esempio, centri d’eccellenza, nuovi distretti dedicati alla ricerca, poli universitari che possano diventare meta ambita da team di esperti e ricercatori non solo italiani, ma anche esteri. E qui arriviamo al passo successivo: l’internazionalizzazione.

Questo potrebbe già bastare a creare un effetto moltiplicatore utile a sufficienza per crescere e consentire ai talenti nostrani di fare lo stesso, e di poter annoverare mete italiane tra le proprie opzioni quando, ad esempio, si trovano di fronte alla scelta “dove vado a sbattere la testa per il mio PhD?”.

Le politiche di contro-esodo, ci dice Ilaria, non bastano. Promettere cose come “meno tasse per chi resta”, sono inutili e sul lungo periodo non pagano.

Le chiedo allora – con un po’ di sano timore reverenziale, sono pur sempre di fronte ad un’economista! – cosa si potrebbe materialmente fare, secondo lei.

La risposta è semplice: lavorare sul miglioramento della qualità della vita in Italia, aiutare i giovani professionisti negli aspetti della loro vita e per assicurare che possano meglio conciliare vita e lavoro (basti pensare al servizio di assistenza sociale Belga, dove le mamme non lavorano il mercoledì e dove i nido sono ben più presenti che in Italia, e dove hanno una capacità di accoglienza pari a circa il 20% dei bambini presenti sul territorio), e tutto questo bisognerebbe farlo davvero, e non solo puntare sulla “comunicazione”. Un’altra mossa vincente, ci spiega Ilaria, sarebbe quella dell’istituire partnership con il settore privato al fine di attrarre e creare quei famosi poli di ricerca (ma anche industriali e tecnologici) capaci di attrarre eccellenze, con la possibilità (e il dovere) anche per le università stesse di diventare veri e propri poli di eccellenza.

Ma le università italiane sono oggi veri centri di eccellenza? I dati dell’ERC (European Research Council) sembrerebbero dimostrare il contrario: sono moltissimi i ricercatori vincitori delle borse istituite dall’ERC, ma pochissimi quelli che decidono d’implementare la propria ricerca in Italia, e allora chiedo ad Ilaria cosa proporrebbe lei per invertire la tendenza.

Mi risponde chiara, sicura. C’è bisogno di modernizzazione, c’è bisogno di remunerare i ricercatori come si deve e c’è pure bisogno di strutture di team di livello e lo si può fare percorrendo due strade: puntando sulle eccellenze nostrane e sulla loro forza di attrazione (che causerà altra attrazione, talenti e quella necessaria internazionalizzazione già menzionata), e puntando sui temi del futuro con attenta e coerente lungimiranza. E davvero, c’è bisogno – tanto bisogno – di fare tutto questo il più presto possibile.

Come si fa a non darle ragione?

 

Ah, e tanto per chiarire, non v’ho parlato del suo amore per Bruxelles, una città che di grigio ha solo il cielo, ma non l’ho fatto solo perché poi, forse, avrei iniziato a scrivere di quanto anche io la ami. Di una cosa però sono certa e ne è anche Ilaria: ci piace vivere all’estero, fortunatamente non siamo fuggite e non ci piace chi non è grato delle opportunità che – in un Paese magari lontano o lontanissimo – è riuscito a conquistarsi, o chi non fa nulla per ricordarsi che i problemi del proprio Paese siamo proprio noi a doverli risolvere.

 

Grazie Ilaria, a presto!

Il Ramadan a Dakar

E la prima volta che mi capita di assistere e di vivere il Ramadan. É una sensazione molto strana, c’é più silenzio e più tranquillità nelle strade. Sicuramente più preghiera.

Questo mese é molto importante per i musulmani perché si tratta del mese in cui il libro sacro islamico, il Corano, fu rivelato al profeta Maometto. Come risultato, é il mese in cui si recita il Corano con più zelo e spiritualità, e con uno spirito nuovo. Ai musulmani viene richiesto di recitare il Corano in forma completa perlomeno una volta durante il mese. Di 600 pagine, questa impresa catartica può essere adempiuta attraverso la recitazione di 4 pagine prima delle quotidiane 5 preghiere durante l’intero mese.

Il calendario islamico é lunare per cui quest’anno le autorità ufficiali islamiche hanno decretato l’avvistamento della luna crescente lunedi 6 giugno, che segna l’inizio del nono mese del calendario islamico lunare. Dura 29 o 30 giorni – la data ufficiale sarà rivelata attraverso un altro avvistamento lunare nell’ultima settimana del mese e sarà festeggiata con la festività chiamata Eid Al Fitr – i musulmani devono astenersi dal cibo e liquidi (tra cui anche i chewing gum, fumare sigarette e simili) dall’alba al tramonto.

Qui a Dakar il Ramadan é iniziato martedi 7 giugno e un comunicato di uno dei giornali locali, Le Soleil, invita i credenti ad iniziare ufficialmente questo mese di sacrificio, perdono, uno dei quattro pilastri dell’Islam (il primo giorno tutti si scambiano le parole di perdono in wolof- la lingua locale: Balma Akh, perdonami, e la risposta Balnala, io ti perdono, seguito da Yalla Nagnou yalla boulé bale, io ti ho perdonato, e che Dio ci perdoni tutti) sono di grande conforto e di incoraggiamento a tutti per iniziare un buon mese.

A questo proposito, il Servizio Nazionale di Educazione e di Informazione alla Sanità in Senegal (SNEIPS), servizio collegato al Ministero della Sanità e dell’Azione sociale fornisce le 10 regole d’oro da rispettare durante il mese benedetto. Tra le regole vi sono quelle di rispettare la regolarità dei tre pasti (prima dell’alba – pasto chiamato Suhoor -, alla rottura del digiuno – pasto chiamato Iftar – si puo’ iniziare nuovamente a mangiare al tramonto – e, infine, tre ore dopo la rottura del digiuno). Mangiare molti cereali, frutta e zuccheri lenti prima dell’alba, idratarsi bene di acqua dopo la rottura del digiuno, evitando di abusare di bevande gassate, evitare i pasti troppo copiosi, troppo grassi, troppo salati alla rottura del digiuno, ma anche i dolci e alimenti troppo zuccherati. LO SNEIPS consiglia quindi di privilegiare frutta appena rotto il digiuno, ma anche muoversi dopo il pasto della sera, ridurre gli sforzi fisici intensi e rispettare i momenti di riposo. Grande lavoro per lo stomaco e per il corpo ad abituarsi ad una nuova metodologia di assunzione, tempi e digestione di alimenti. E soprattutto, il servizio nazionale senegalese invita la comunità islamica a recarsi dal medico per un check-up completo sul proprio stato di salute prima dell’inizio del Ramadan.

Per noi Italians il mese si prospetta molto spirituale, particolare, in concomitanza con il sole e la luna come elementi di riferimento per lo scorrere delle giornate lavorative, dove l’orologio non conta (penso di aver smesso di portarlo quando mi si é rotto negli Stati Uniti 6 anni fa), il ritmo di lavoro rallenta ma si intensificano le relazioni sociali e i luoghi di ritrovo post tramonto sono sempre più gremiti di giovani internazionali che seguono le partite della Coppa Europa (anche i Senegalesi hanno una passione per l’Italia), si ritrovano per guardare film insieme e dove si parla di più, non avendo a disposizione televisioni ma riunendosi con gli altri in luoghi pubblici.

La convivialità serale é più spiccata perché qui a Dakar molte persone mangiano in strada e ti invitano a sedere alla loro tavola a cielo aperto. C’é più stanchezza perché il caldo aumenta e non si può  né mangiare né bere durante la giornata. Dal lato positivo però, questo, a mio avviso, é un grande segno e atto di forza e coraggio dei nostri amici e vicini musulmani, che, con pazienza e misericordia, vivono questo mese come una palestra di vita, in cui si sviluppa un senso di autocontrollo in aree che includono la dieta, il riposo e l’uso del tempo, e in cui si impara ad evitare l’uso di male parole, le arrabbiature, la perdita di temparamento e comportamenti cattivi e dannosi agli altri. Il punto qui é di mostrare sottomissione a Dio e tenere la mente focalizzata sul piano spirituale.

E nel frattempo ascoltiamo la musica insieme e guardiamo dei film per aiutare i nostri amici a non sentire i morsi della fame fino al tramonto, tifiamo l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo, e celebriamo insieme il loro coraggio. Per un Dio buono che ci aiuta sempre, ma sempre e solo dopo che anche noi ci aiutamo da soli. Proprio come la nostra bella espressione italiana, che mia madre e mia nonna mi hanno sempre insegnato e ripetuto “Aiutati che il cielo ti aiuta”, e che qui in wolof, suona più o meno cosi, Yalla Yalla, bay sa tool, che significa letteralmente “Invoca Dio ma coltiva il tuo campo”.

Aiutiamoci ragazzi, e poi tutto avverrà. Sia che siate credenti o no. E il lavoro di squadra ci forgia e ci permette di essere persone più vere, più unite e ci permette di sentirci di più su questa grande piroga della vita. Con un grande sorriso, sempre.