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Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Intervista a Andrea Garnero, economista all’OCSE e tra i consiglieri del governo francese. Tra resposabilità, economia, giovani e una punta di sano ottimismo.

Trentun’anni passati tra Cuneo, Bologna, Parigi, Bruxelles e Roma. Dopo aver lavorato in Commissione europea e a Palazzo Chigi, dal 2014 Andrea Garnero è economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE a Parigi. Dallo scorso agosto è stato anche nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Ruoli non privi di responsabilità.

Con lui abbiamo parlato a tutto tondo dei problemi italiani: non soltanto quelli dei giovani, ma anche quelli economici. Situazioni che procedono a braccetto, perché “la conseguenza diretta di un paese che non cresce – ci ha spiegato Andrea – sono sicuramente minori opportunità di lavoro e di minore qualità”.

Buona lettura con l’intervista al nostro Italian del mese.

 

Ciao Andrea! Non vorremmo iniziare con i numeri, ma con un economista direi che è quasi impossibile. Scherzi a parte, credo siano pochi i ragazzi che a 31 anni possano vantare una posizione lavorativa come la tua, niente di meno che al dipartimento Lavoro e affari sociali dell’Ocse. Quali credi siano le chiavi di questo successo?

Esageruma nen, diremmo in Piemonte. Per altro in Austria un mio coetaneo ha appena vinto le elezioni quindi a 31 anni ci sono persone che sono andate ben più lontano. Le chiavi del successo, se di successo vogliamo parlare (ma sono diversi gli italiani all’OCSE o in altre organizzazioni internazionali), sono innanzitutto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha educato alla curiosità e al pensiero libero e che ha sempre messo l’investimento in capitale umano al primo posto. Poi ovviamente gli studi, il lavoro, la disponibilità a spostarsi.

 

Parlando del tuo lavoro: potresti spiegarci meglio di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? E poi, andando a ritroso e soddisfando una curiosità personale: come sei arrivato a questa posizione? Raccontaci qualcosa di te.

Sono economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE. Mi occupo in particolare di salari minimi e contrattazione collettiva. Studio come queste istituzioni del mercato del lavoro funzionano nei vari paesi OCSE, cerco di capire qual è il loro impatto sull’occupazione, i salari, la disuguaglianza o la produttività e a seconda dei risultati elaboro delle raccomandazioni ai paesi su potenziali riforme da considerare. È un’area di lavoro molto stimolante che mi mette a contatto con i governi nazionali, ma anche sindacati e associazioni di imprenditori. Molti paesi negli scorsi anni hanno fatto riforme del sistema di contrattazione collettiva, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e ultima pochi mesi fa la Francia. Ma è anche un tema molto complicato e delicato perché profondamente radicato nelle culture sindacali e di relazioni industriali nazionali che spesso contano di più delle regole formali. Inoltre da agosto scorso sono stato nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Consigliare un governo su una scelta che avrà un impatto diretto al 1° gennaio di ogni anno su milioni di famiglie non mi fa per forza dormire completamente tranquillo. Eppure o il nostro lavoro di analisi serve a informare le politiche e il dibattito pubblico con i rischi che ne conseguono oppure non serviamo a nulla.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere dove immagino la competizione sarà alle stelle, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo dire che lavorare all’OCSE ha vari vantaggi tra cui un ambiente lavorativo molto stimolante e non troppo competitivo. O al massimo competitivo in maniera sana, avendo tanti colleghi bravi e motivati. Sono diversi gli italiani all’Ocse, come ovunque al mondo, anche in posizioni di grandi responsabilità. Non mi sembra di aver riscontrato particolari difficoltà o pregiudizi rispetto alla mia nazionalità. Dopotutto siamo tutti immigrati all’OCSE.

 

Secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto? Oppure quella di partire è più una spinta personale?

Per alcuni della nostra generazione il concetto di estero non è per forza legato alle frontiere nazionali. Io ho sempre avuto un interesse per le questioni europee e internazionali, spostarmi in Francia o in Belgio non mi è sembrato un passaggio epocale, anzi era una conseguenza naturale dei miei interessi e studi. Ho messo un po’ di cose in valigia, preso un treno e sono partito. All’inizio non è stato tutto facile a Parigi, ma non perché ero all’estero, ma perché da Cuneo e Bologna ero finito in una metropoli con i suoi ritmi e le sue distanze geografiche. In generale, non credo si debba mitizzare l’estero. Semplicemente se si considera uno spazio più ampio naturalmente le opportunità sono più numerose. Se uno cerca lavoro solo nel proprio quartiere avrà sicuramente meno opportunità che se allarga lo sguardo alla città, la regione, il paese intero o il mondo. Però non possiamo nascondere che non sempre e non a tutti il nostro paese offra le opportunità che vorremmo. Non stupisce visto che sono quasi vent’anni che non cresciamo e la produttività stagna. La conseguenza diretta di un paese che non cresce sono minori opportunità di lavoro e di minore qualità.

 

Sempre sul tema formazione e meritocrazia: potresti aiutarci a fare un confronto tra l’Italia e la Francia, dove te hai studiato a Parigi alla facoltà di economia? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

A Parigi ho prima fatto l’erasmus all’università (una delle cosiddette “fac“, facultés in Francia), e poi la specialistica in due scuole di “eccellenza” (cosiddette Grandes Écoles), l’Ecole Normale Superieure e la Paris School of Economics in cui gli studenti sono selezionati, le classi piccole, i professori tra i principali riferimenti nei propri settori. Per chi riesce ad entrare in quelle scuole (per i francesi dopo due o tre anni di preparazione sfiancante) tutte le porte si aprono. Chi va alle fac invece si trova spesso in condizioni peggiori che in diverse università italiane tra aule strapiene, organizzazione rivedibile e ambiente di studio non per forza stimolante. Un investimento (pubblico) vero nell’eccellenza è la differenza principale con l’Italia. Però università generali di buona qualità, non per forza per formare ricercatori di frontiera, sono anche molto importanti e su questo anche la Francia può e deve ancora fare meglio.

 

Partendo dalle tue esperienza economica e tenendo fisso lo sguardo al futuro dell’Italia: quali credi che siano i maggiori problemi da risolvere in ambito lavorativo?

Vaste programme. Ci vorrebbe un libro almeno, non un’intervista, per rispondere in maniera seria. Per rimanere nel mio ambito di studio e di lavoro penso che una discussione sul funzionamento delle relazioni industriali e negoziazione collettiva non sia più rinviabile. E poi investimenti. Sono state tra le voci di bilancio più martoriate in questi anni di crisi. Dove troviamo i soldi? Con uno slogan, perdonatemi la semplificazione, direi meno bonus e più investimenti. Industria 4.0 ha invertito il trend e i risultati si stanno vedendo. Però serve tornare a investire anche in capitale umano. Da lì, e solo da li, poi discenderanno lavori ben pagati, ad alto valore aggiunto.

 

Ma cosa significa Industria 4.0 nello specifico? Credi basterà a far crescere la produttività?

Industria 4.0 rappresenta un tardivo ma importantissimo cambio di rotta nei metodi e nei contenuti della nostra politica industriale. Nel metodo perché dà incentivi per gli investimenti in tecnologia in maniera automatica e non ad hoc, tagliando costi di transazione e nepotismi vari. Nei contenuti perché non sceglie i settori ma le tecnologie e ha fatto ripartire gli investimenti in capitale fisico (macchinari di vario genere per intenderci). Tuttavia Industria 4.0 ha un secondo pilastro fondamentale che finora non è partito, che è quello dell’investimento in formazione. Se compriamo macchinari ma non li sappiamo utilizzare o progettare non andremo molto lontano. Tuttavia la scelta dei competence center legati a Industria 4.0 continua a tardare e le risorse per la formazione nella legge di Stabilità non fanno bene sperare.

 

E per i giovani, invece, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ultimamente mi è capitato di parlare con una mia coetanea di ritorno da un’esperienza lavorativa in Olanda. Mi ha detto: “Io vorrei lavorare lavorare in Italia, ma qui nessuno mi paga. Finita l’università, la formazione sul campo non è retribuita. Come si aspettano che noi giovani, senza stipendio e con la sola laurea in mano, riusciamo ad inserirci nel mondo lavorativo?”. Ecco, vorrei rigirare a te la questione.

Capisco la frustrazione della tua amica. Sulla situazione generale dei giovani italiani vorrei però dire due cose: la prima è che la formazione sul campo andrebbe fatto prima della fine della laurea. L’alternanza scuola-lavoro che tante polemiche genera è un ottimo passo in avanti. Perfettibile ma irrinunciabile. Gli stage vituperati andrebbero fatti di più e durante il percorso di studi. Siamo il paese Ocse in cui meno si lavora durante gli studi. E così poi in qualche modo è ovvio che la prima esperienza lavorativa post laurea sia uno stage mal (o non) pagato. Non è colpa dei singoli, ma se vogliamo cambiare il sistema attuale cominciamo a non boicottare l’alternanza scuola lavoro anche se ci sono ancora cose da migliorare. La seconda è che il problema italiano non è tanto che i nostri giovani vogliano andare via. Questo avviene anche altrove. Il problema è che non riusciamo ad attirarne altri, o almeno non a sufficienza. La ricchezza di un paese si fonda anche sulla diversità della propria forza lavoro. Se tutti i nostri giovani stessero qui non saremmo per forza più ricchi. Però dobbiamo attirare giovani formati da altri paesi europei e non europei. Per riuscirci serve un mix di politiche migratorie intelligenti e investimenti.

 

Nel tuo curriculum leggo che hai lavorato come assistente per gli affari economici alla presidenza del Consiglio dei ministri. Insieme ai soliti “come” e “cosa” che nascono spontanei, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Innanzitutto che non è una professione! E che in generale che la politica non deve essere vista come una carriera. Ma solo come occasione di servizio temporaneo al paese. Ho avuto la fortuna per una serie di casualità legate alle mie esperienze a Parigi e Bruxelles e al mio impegno politico durante il liceo e i primi anni dell’università di essere chiamato a fare una mano al Presidente del Consiglio Enrico Letta. Seguivo il G20 e gli affari economici in generale. È stata un’esperienza incredibile, dal punto di vista umano e professionale. Ma che mi ha anche confermato quanto sia importante farsi una professionalità autonoma per non dipendere dagli umori della politica.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo tu, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Innanzitutto facendo il proprio dovere in Italia e all’estero. E poi portando a casa idee, esperienze, buone pratiche. Essendo in ritardo abbiamo la “fortuna” di migliorare semplicemente copiando gli altri. Anche dall’estero rimaniamo in contatto con gli amici e i colleghi che sono rimasti in Italia, facciamo rete, scambiamo idee, proposte.

Intervista al fondatore di Elliot for Water, Andrea Demichelis, l’Italian che trasforma le ricerche online in gocce d’acqua

Imprenditore digitale ecologico. Andrea Demichelis, classe 1993 originario di Laigueglia (Liguria), è uno di quei giovani che ha deciso di fare del proprio lavoro un progetto di ricerca innovativo, unico nel suo genere. Qualcuno li chiama “lavoratori 2.0”; per noi, è l’Italian del mese.
La storia di Andrea inizia a 19 anni quando, finita la scuola superiore e fatte le valige, decide di andare a studiare a Parigi alla Eslsca Business School. Durante l’ultimo anno di università l’illuminazione e quindi, dopo una parentesi di un anno e mezzo in Piemonte dedicata allo studio dello sviluppo del motore di ricerca, la nascita di Elliot For Water, un “Google” ecologico che crea acqua ogni volta che si cerca su internet. Con sede a Londra.

Il suo progetto? Portare acqua potabile a 1 milione di persone entro il 2025.

 

Ciao Andrea! Partiamo subito dal tuo motore di ricerca che dona acqua potabile: com’è nata l’idea di questo progetto? In pratica, di cosa si tratta?

Elliot For Water è l’innovativo motore di ricerca che trasforma la ricerca sul web in un aiuto globale umanitario, usando il 60% del profitto per realizzare progetti legati all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Si può dire che ogni click sia una goccia d’acqua. Per realizzare i progetti sul campo ci appoggiamo a ONG locali come Well Found, un’associazione non profit di Londra con esperienza decennale, che opera nel territorio della Guinea-Bissau e del Burkina Faso. In poche parole Elliot For Water è come Google, la differenza è che ogni volta che cerchi qualcosa stai donando acqua potabile, senza però spendere un solo euro. L’idea è nata dal fatto che sentivo di dover fare qualcosa che avrebbe potuto aiutare molte persone, avere un impatto positivo nel mondo, e non solo qualcosa che mi avrebbe reso ricco.

 

Quali sono gli obiettivi e quanto, per adesso, è stato raggiunto? Lavorare sul digitale – come stai facendo te – e sfruttare le infinite potenze della rete: credi sia questo il futuro che attende i giovani?

Il mio obiettivo è quello di portare acqua ad 1 milione di persone entro il 2025. In questo momento stiamo lavorando sul primo progetto di acqua potabile, che ha luogo in Guinea-Bissau, e sarà un grande passo riuscire a realizzarlo.

Io penso che si stia andando verso quella direzione, si. Con questo, però, non voglio dire che tutti devono lasciare lavoro e studi per buttarsi a fare gli imprenditori online, ma solo che ci sarà bisogno di avere una conoscenza di tutto quello che sta succedendo in rete, e delle nuove tecnologie, perché sicuramente questo permetterà di avere enormi vantaggi competitivi, in ogni settore lavorativo.

 

Ma quanto è competitiva l’Italia, rispetto agli altri paesi, sul digitale e sulle nuove tecnologie? Si potrebbe fare di più? E cosa, semmai.

Dal punto di vista digitale ho l’impressione che l’Italia si trovi spesso a rincorrere, che aspetti che la tecnologia o l’innovazione di turno diventi “di moda” in altri paesi, per poi seguirne il trend. Basta vedere le criptovalute, quante persone in Italia le conoscono, al di fuori di chi lavora nel settore? Credo che per fare di più basti poco: aprire le nostre vedute e accettare il cambiamento accompagnandolo e crescendo insieme.

Quello che mi sembra di vedere, e parlo esclusivamente per il mio settore di lavoro, è che il nostro sia un paese abbastanza vecchio, e pesante, in cui difficilmente si fanno passi in avanti verso l’innovazione, e se si fanno sono molto lenti e tra mille difficoltà. Prendiamo solo il caso delle start-up: sia a Londra che a Parigi, per esempio, si trovano letteralmente accelleratori e Hub ogni 50 metri, tra un po’ ci saranno più programmi di aiuto per giovani imprenditori che idee da sviluppare. In Italia, invece, i programmi di questo tipo sono molto meno sviluppati e conosciuti, e quindi è normale che chi si voglia affacciare a questo settore sia più portato a trasferirsi all’estero.

 

Come “Italian” oggi con Elliot for Water sei a Londra, ma sappiamo che prima lavoravi dall’Italia. Come mai questo cambiamento? Quali sono le opportunità che all’estero ti hanno aiutato ad emergere (e che non hai trovato in Italia)?

In realtà in Italia ho fatto solo il periodo di sviluppo perché ero li quando ho avuto l’idea, ed è li che ho incontrato il ragazzo che ha sviluppato il motore di ricerca. Prima di iniziare a lavorare su Elliot vivevo a Parigi, quindi ero già fuori dall’Italia, e dal mio punto di vista la scelta di dove far nascere il mio progetto sarebbe ricaduta semplicemente sul paese che avrebbe potuto darmi più vantaggi, e questo è stato Londra. Ho provato ad aprire la società in Italia, onestamente, ma i costi, sia iniziali che di gestione, erano insostenibili per un ragazzo appena uscito dall’università. Un altro fattore che ha giocato a favore del Regno Unito è stato il fatto che da noi non esistono città con un ambiente così internazionale e così aperto alle start-up come Londra.

 

Quali sono le maggiori differenze che hai potuto notare tra il nostro mondo del lavoro e quello in altri Paesi? Punti di forza e aspetti negativi, ovviamente!

Londra è decisamente più aperta al mondo delle Start-Up, la burocrazia è più snella e i vari procedimenti molto più veloci. Io personalmente non penso si possano mettere a confronto, sono due animali completamente diversi, o almeno per quello che riguarda il mio settore. Se un ragazzo fosse interessato a lavorare nella moda, per esempio, sicuramente la situazione sarebbe molto diversa.

 

Credi che la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della cosiddetta “fuga di cervelli”?

Probabilmente si, ma immagino sia così in tutti i paesi, e sinceramente non lo vedo come un problema. Io penso che ogni persona si trasferisca nel paese che può dargli più possibilità in base a cosa vuole fare nella vita. Io che sono un imprenditore che lavora nel digitale mi sono spostato a Londra, ma un americano che vuole concentrarsi nel settore dei vini, per esempio, avrebbe molte più possibilità in Italia che nel Minnesota, e penso sia giusto che abbia il diritto di farlo.

 

Parliamo ora della tua formazione: avendo studiato sia in Italia che in Francia, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

In Italia ho studiato fino al liceo, appena finita la quinta mi sono trasferito a Parigi e mi sono iscritto in una Business School, quindi non ho i mezzi per confrontare i due sistemi educativi. Però posso dire una cosa, nel sistema in cui ho studiato ogni studente sceglie il proprio Major, del quale è obbligato a seguire tutti i corsi, mentre tutto il resto delle classi è scelto dal ragazzo in base a cosa vuole fare nel futuro, e questo lo trovo molto più intelligente e utile che livellarci tutti ugualmente. Io e te, per esempio, possiamo entrambi studiare Finanza, però se io voglio concentrarmi sulle energie rinnovabili mentre tu su Macroeconomia, mi sembra giusto che entrambi possiamo avere la possibilità di focalizzarci di più su materie che servono al nostro percorso personale.

 

Perché secondo te oggi sempre più giovani decidono di partire? Quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Su questo argomento c’è da fare una distinzione. A mio parere ci sono due tipi di persone che lasciano il proprio paese: i cittadini del mondo, come me, e chi lo fa per necessità.

Ora, nel mio caso io sono Italiano di nascita, amo il mio paese più di chiunque altro, e guai a chi me lo tocca, però non sento la necessità di avere confini. A me piace viaggiare, stare in ambienti internazionali, vivere in un paese dove non si parla la mia lingua, e conoscere altre culture.

Per questi motivi io non sto scappando, sto solo vivendo la mia vita come se il mondo fosse la mia nazione. Nel secondo caso, invece, bisognerebbe vedere settore per settore, capire perché chi davvero vuole rimanere in Italia sia costretto ad andarsene, e cercare di migliorare la situazione in modo che questo non accada più.

 

Che consiglio daresti a tutti quei giovani che hanno un’idea e non sanno come metterla in pratica? Credi sia davvero necessario fare bagagli e andare altrove?

Molto dipende dal settore in cui si vuole lavorare, però non penso sia necessario partire, abbiamo molte Start-Up anche in Italia. L’unico consiglio che mi sento di dare è semplicemente di fare quello che ci si sente, senza doversi ritenere in debito con nessuno. Se si ha voglia di partire, che si parta, se si ha voglia di restare, che si resti. A mio parere il problema sussiste solo nel momento in cui chi vuole rimanere non ha la possibilità di farlo.

 

Cosa potrebbe fare l’Italia per attrarre di più i giovani (sia italiani che di altri paesi), sia in ambito lavorativo, universitario e umanitario? Quali sono i gap da colmare assolutamente?

Immagino questa sia la domanda da un milione di euro! Onestamente non ho una risposta, ma penso che aprirsi all’innovazione, lavorare sulla burocrazia, anche con l’aiuto del digitale, e prendere spunto da tutti quei settori in cui siamo i migliori al mondo, sia un buon punto di partenza.

 

Per seguire Andrea e il suo progetto dell’acqua a portata di click, potete seguirlo su  www.elliotsway.com o su twitter @Andrea_e4w.

La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

L’ennesimo articolo del bianco occidentale che va in Africa

Sono ormai passate due settimane da quando, col mio gruppo formato da volontari dalla University of Warwick, sono atterrato ad Accra, capitale del Ghana, per insegnare inglese alla University Staff Village school. Vi assicuro tuttavia che sembrano passati almeno un paio di mesi. Ogni giorno è così denso di novità e ricco di eventi fuori da quella che consideravo la “mia normalità”, che le ore si dilatano e quindici giorni sembrano quindici mesi. E proprio l’aver vissuto intensamente questo tempo, mi ha permesso di fare esperienze impensabili e creare ricordi che porterò sempre con me. Ma riflettendo sul come raccontare la mia storia e sul come renderle giustizia nell’articolo di un blog, sono arrivato ad una conclusione: per una volta mi dovrei spostare dalla luce del riflettore, per quanto mi piaccia crogiolarmici dentro, per lasciare spazio ad una riflessione più complessa, ad un messaggio di cui io posso solo essere il tramite.

Quindi mi scuserete se non vi racconto di come abbia imparato a suonare i tamburi della scuola in cui insegno o di come i miei studenti mi abbiano mostrato delle mosse di ballo tradizionali o di come sia entrato in contatto col rap ghanese (dalle sonorità e dai ritmi interessanti), perché forse avrete già sentito tutte queste storie da chi ha fatto un’esperienza simile alla mia. Ma sentirlo da loro non vi ha lasciato nessun segno e non vi ha provocato nessuna reazione a parte ammirazione nei loro confronti che (poveretti!) hanno speso parte della loro estate a “salvare” i bimbi del “terzo mondo”.  Chiamatelo sfogo di un ventenne dedito alla critica, chiamatela protesta, ma per stavolta Nicola non parlerà di quello che sta vivendo in Ghana e lascerà spazio ad una questione un po’ più grande di lui.

“Ma Nicola!” potreste pensare, “Perché mai dovrebbe essere un problema il mettere per iscritto quello che stai facendo là in Ghana?”.

Cari i miei venticinque lettori, proprio qui risiede il problema, e quello di cui sto parlando, più che un problema, è un rischio: il rischio di scrivere l’ennesimo articolo del “bianco occidentale” che va in Africa e torna felice e contento nel suo paese d’origine, come se fosse stato solo un brutto sogno. Del “bianco” che pecca di hubris e si sente in dovere di “salvare” i “poveri bimbi africani” (come se tutta l’Africa fosse identica in ogni sua nazione…). Del “bianco occidentale” che perpetra la diffusione di un’immagine di un continente che ha “apparentemente” bisogno di un aiuto che cali dall’alto da chi il mondo “lo conosce”.

Il rischio è che tutta l’attenzione vada tutta sul “santo” Nicola che li è andati ad aiutare “a casa loro”. Che anima pia!

Perché è questo che colpisce la gente: quando il “bianco occidentale” scende dal suo Olimpo e concede parte del suo prezioso tempo per fare del bene. Che ragazzo d’oro!

E se invece il fuoco dell’attenzione cambiasse? Se io vi stessi semplicemente indicando la luna e voi vi foste fermati a guardare il mio dito? Io sono un mezzo; sono solo un tramite attraverso il quale si fa un po’ di luce su di una scomoda realtà, ovvero che forse dovremmo mettere in dubbio le nostre priorità se il più grande problema, al momento, è evitare gli spoiler della nuova stagione di Game of Thrones.

No, non mi credo né un messia né un profeta. No, non sono impazzito a causa del troppo sole. Però il tono paternalistico credo vada mantenuto in quanto mi reputo profondamente consapevole di quello di cui sto parlando; e se non parla chi le cose le sa, chi dovrebbe farlo?

Quello che vorrei invitarvi a fare è semplice: riflettere. Fermarvi e riflettere; perché come ho scritto nel mio ultimo articolo, ad oggi, tutto va così veloce che anche il solo fermarsi e pensare viene visto come uno spreco di tempo.

Vorrei soltanto dirvi, in modo che lo sentiate da una voce amica, che forse la vita che facciamo in Italia o in Inghilterra, dopotutto, non è poi così male; forse, e lo dico anche se so di scadere nello scontato, i veri problemi sono altri; forse in una società assuefatta dalla “presenza” ci siamo dimenticati di cosa sia la vera “assenza”, ed è questo ad averci fatto perdere di vista le cose veramente importanti.

Vi posso dire che qui l’ “assenza” io l’ho trovata realmente e l’ho toccata con mano. Potrei elencarvi scene di miseria, degrado e abbandono che mi hanno aperto gli occhi; potrei anche parlarvi di come i miei studenti siano per l’85% provenienti da famiglie sotto la soglia di povertà. Ma voi tutte queste cose le avete già sentite, alla tv, in quegli spot che provocano troppo dolore semplicemente se li guardi per qualche secondo, o in alcuni post di Facebook che facilmente facciamo scorrere via, fuori dalla nostra vista. E così, la società caratterizzata da “presenza” e “abbondanza” non viene mai a contatto con il suo opposto: la fredda e tagliente “assenza” o “mancanza”. Perciò, scordandoci cosa siano la fame, la povertà e la lotta per la vita, ci rotoliamo felicemente nella nostra realtà dove tutti i nostri bisogni vengono soddisfatti, ciechi a ciò che sta fuori dalle nostre stalle e sordi ai veri gridi d’aiuto, ci preoccupiamo solo di comprare il prossimo paio di Yeezy prima che finiscano.

Non posso incolpare nessuno perché, purtroppo, per noi questa è la “normalità” in cui siamo cresciuti e con la quale misuriamo il nostro standard di vita: ecco perché parlo di “assuefazione alla presenza”. Solo qualche evento traumatico può rompere lo stato di “beata ignoranza” e svegliarci dal sonno della ragione: io sono venuto in Ghana, e voi? Ho conosciuto la “mancanza” ed ho così capito l’importanza della “presenza” e la sua fragilità, e voi? Mi sono fermato, ho riflettuto su quello che mi sta succedendo e ho apprezzato la centralità del “non avere” per dare il giusto peso ai problemi della nostra vita, e voi? Ho imparato e messo in dubbio delle certezze, e voi?

Beh, voi avete letto quest’articolo, no?

Ora, per concludere e per farmi felice, prendetevi il vostro tempo e fate un semplice esercizio d’immaginazione: se doveste vivere con circa 10 euro o meno al giorno, cosa mangereste? E se un giorno vi sentiste male e fosse necessario andare con urgenza da uno specialista, con quali soldi paghereste? Se di punto in bianco perdeste la casa, dove andreste a dormire?

Sapere cosa sia l’assenza e avere consapevolezza di cosa significhi, permette di definire la presenza nella nostra vita, e darle perciò il giusto peso.

 

Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

La felicità dei bambini

Vivere in Africa è un’esperienza che ti cambia la vita. Essere a contatto con i kenioti, o con i senegalesi, o con i nigeriani, è un contatto umano che ti toglie il fiato. Pensiamo di essere diversi, Europei e Statunitensi, Brasiliani o Nigeriani, ma siamo fatti tutti della stessa pasta, dello stesso sangue del genero umano, e abbiamo tutti bisogno di protezione, accoglienza, affetto.

E con questo, dobbiamo essere in grado di sviluppare un’empatia e un’intelligenza emotiva cosi forte che ci possa permettere di affrontare qualunque situazione, faccia a faccia con la dura realtà e le condizioni di vita di bambini lasciati a loro stessi, con genitori deceduti per HIV, in un circolo interminabile di povertà.

La povertà è derivata dall’assenza di protezione sociale. A livelli politici e comunali, è necessaria la chiamata e l’azione dei governi di ciascuno stato per garantire il benestare della popolazione. A livello sociale, sono i leader e rappresentanti eletti in carico e responsabili per la presenza di infrastruttura sanitarie, di scuole e di mense per crescere una popolazione più forte e pronta a fronteggiare le nuove sfide globali. È importante conoscere la geografia, la storia, la matematica, l’economia, e le relazioni tra gli stati.

Una popolazione con accesso all’educazione è il futuro di una nazione. Le difficoltà emotive, strutturali di una famiglia e logistiche di un ambiente ( trasporti, supermercati, accesso agli ospedali) non devono e non possono impedire lo sviluppo e la fioritura di una popolazione. Lo stato deve intervenire, e le organizzazioni non governative possono fare molto, entrando direttamente a contatto con le persone. Gli organismi internazionali devono garantire e monitorare il lavoro tecnico e finanziario dei governi, affinché questi ultimi mettano in pratica le politiche necessarie a migliorare i servizi e il benestare della popolazione.

Leggendo il recente rapporto annuale della felicità 2017, non mi stupisco che non vi siano nelle posizioni top paesi africani. Il livello di felicità è basato su indicatori quali l’empatia, la compassione, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, l‘aspettativa di vita, il reddito, la good governance e l’avere qualcuno su cui contare in momenti di difficoltà. Qui c’è bisogno di good governance, di maggiore responsabilità e coscienza del futuro. Il Futuro è l’Africa. Ma l’Africa ha bisogno di una popolazione forte, sana, che sia in grado di studiare e che possa contribuire con l’intelligenza e la resilienza ad affrontare la vita vera, quella che richiede sforzi sovra umani per servire gli altri. Non a livello della sola comunità, ma aprendo gli occhi ad una solidarietà globale e all’accoglienza di popolazioni che sfuggono alla mancanza di speranza e alla perdita di vite.

Nello scenario dei nazionalismi, della Brexit e dei populismi europei, dobbiamo aprire gli occhi e guardare lontano, davanti a noi, molto più lontano, per poter alleggerire i pesi di milioni di persone che combattono, ogni giorno, a piedi nudi, attraversando chilometri di terra, per raggiungere i luoghi protetti e felici delle scuole, che hanno bisogno di essere migliorate, con migliori servizi igienici per i bambini, migliori mense e cibo genuino e gratuito per tutti, l’avvento e l’apprendimento di internet, degli smartphones e dei 4 G, di come gli strumenti della tecnologia e dell’informazione possano accelerare il progresso, lo sviluppo economico di un paese, di una regione intera, di un continente, da cui siamo tutti partiti, ma non ci ricordiamo più.

Resilienza e affrontare ogni giorno la vita, questa la sfida, e il guardare lontano, il sapere aspettare, agire al momento giusto e lanciarsi appassionatamente nel vortice della vita, che ci prende e ci aiuta, sempre. È necessario appoggiarsi gli uni con gli altri, chiedere, essere pazienti, dormire e mangiare per ricaricare le energie, ed essere pronti ad eventi e sorprese inaspettate. Con energia, determinazione, forza e coraggio, la felicità dei bambini è l’obiettivo più alto a cui dobbiamo ambire tutti. Dobbiamo essere felici, e dobbiamo trasmettere amore, speranza e aprire la mano all’immaginazione, per sognare mondi migliori, in cui il tenersi per mano da molti più frutti a lungo-termine, che il semplicemente correre verso un isolamento che ci porterà alla depressione sociale e economica, un tunnel buio da cui potrebbe essere molto difficoltoso uscire.

Per alleggerire gli animi, questa è la canzone a cui ho pensato scrivendo il pezzo,

Che Rumore fa la felicità: https://www.youtube.com/watch?v=Za0MWILUQcM

e qui alcune foto della visita del nostro ufficio nella slum di Kibera, in Kenya, la maggiore in Africa, per estensione e popolazione. I sorrisi ci sono ancora,la volontà di imparare c’è, serve solo energia e good governance. Siamo qui a lavorare per questo.

A presto,

Gaia

L’energia (solare) di Nairobi

Sono arrivata a Nairobi, chiamata la citta’ verde nel sole, capitale del Kenya, Africa dell’Est, da quasi un mese ormai. La temperatura è di circa 25-28 gradi durante la giornata, fresco alla sera e ci stiamo preparando al’inverno (18 -20 gradi). Respiro aria fresca, a 143 km dall’Equatore, molto verde intorno a me e persone gentili e affabili, che parlano inglese e Swahili.

Mi trovo qui per questioni lavorative: sono con Unesco nella pubblica informazione, e più nello specifico mi occupo di promuovere le attività dei cinque settori dell’Organizzazione delle Nazioni Unitie che sono l’educazione, le scienze naturali, quelle umane e sociali, la comunicazione e l’informazione ed infine la cultura.

“Habari Za Asubuhi” significa “Buongiorno”; “Asante Sana” invece “Grazie”. Queste sono le prime parole che ho imparato in Swahili, utili per connettermi ai Kenioti che guidano gli Uber per la città, molto trafficata a tutte le ore del giorno.

C’è molta vegetazione, alberi, piante, scimmiette, foreste e parchi nazionali, il sole ci riscalda e le persone parlano di elezioni presidenziali (agosto di quest’anno). I Kenioti qui si animano molto per la politica e amano uscire alla sera per parlare e guardare le partite del football inglese (tracce della presenza britannica in Kenya fino al 1963, anno della sua indipendenza).

I miei primi amici sono di origine pakistana e indiana. Ad oggi, dei 3,138 milioni di abitanti di Nairobi, 46,000 sono kenioti di origine asiatica, e tra gli asiatici la maggioranza proviene dalle regioni indiane del Gujarat, Odisha e Punjab.

La città offre molta musica (la scorsa settimana, per esempio, è stata la settimana del Jazz, organizzata e proposta da Safaricom, la compagnia telefonica maggiore in Kenya). Safaricom è un’azienda privata molto presente sul territorio, pioniera di M-Pesa (M per mobile, pesa significa denaro in Swahili), un servizio di telefonia che permette il trasferimento, deposito, ritiro e trasferimento di denaro, nonché pagamento di beni e servizi, tutto attraverso il proprio cellulare. Si tratta di una rivoluzione del finanziamento e della micro finanza, lanciato nel 2007 da Vodafone per Safaricom e Vodacom, i più grandi operatori di telefonia mobile dell’epoca in Kenya e Tanzania. Da allora il servizio M-Pesa si è espanso in Afghanistan, Sud Africa, India e nel 2014 in Romania, nel 2015 in Albania. Questo ha richiesto un’educazione finanziaria, permettendo un empowerment economico della popolazione, in grado di utilizzare i servizi finanziari e gestire le proprie finanze. Una rivoluzione tecnologica finanziaria senza precedenti.

Nel frattempo passeggio per le foreste, ascolto i suoni della natura, degli alberi e moltissimi uccellini cantare, e ci aggiorniamo presto con le nuove avventure dell’Africa dell’Est, dal Kenya, passando per il Madagascar, Zanzibar, Tanzania e Seychelles!

 

Karibu! Benvenuti!

 

 

E poi un giorno parti e vai.

“Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere ma non importa, la strada è vita.” (Jack Kerouac)

Lunedí vado a Strasburgo. E voi penserete: bravissima, ma adesso cosa c’entra col tema del blog?

Fondamentalmente niente, ma in senso lato tutto. Perché io lunedí parto per il mio primo viaggio di lavoro, e per poter partire ho dovuto seguire l’iter burocratico stabilito dal dipartimento delle risorse umane, seguito da una catena di email con la Sig. Sabine dell’agenzia viaggi e culminando poi in una meravigliosa telefonata Edimburgo-Bruxelles nella quale ho tirato fuori tutta la mia conoscenza della lingua francese.

Fatto sta che dopo quasi due settimane di limbo – ma quindi parto? E i biglietti? Quale linea di budget ho? – adesso parto ed improvvisamente ho realizzato che la scuola è veramente finita. Non ci sono piú le giustificazioni di assenza, o i genitori che vanno a parlare coi prof.

Non proveró piú la sensazione mista tra euforia e terrore del tagliare il giorno delle interrogazioni di fisica, o le nottate sui libri di diritto dei media.

Ho iniziato a lavorare come stagista per il Parlamento Europeo ad Ottobre: come quando sono partita per l’università nel 2012, il mio trasferimento in Scozia è giunto un po’ inatteso, ma forse la sorpresa è stata dovuta al fatto che mi ero dimenticata di aver fatto domanda.

Definiamola la piacevole conseguenza di una crisi di panico causata dalla costante domanda: “Ah, ma quindi poi cosa fai dopo che ti laurei?” alla quale ho sempre voluto rispondere con un “Ah, ma quindi quando la smetti di fare domande del cavolo?”

Comunque… durante uno degli attacchi di panico causati dalla suddetta domanda mi sono ritrovata a fare quello che tutti i neo-laureati e laureandi si ritrovano a fare almeno una volta nella vita, ovvero la mega-ricercona su Google.

Ora, Google puó esserti amico come esserti nemico. La cosa importante è avere una specie di scaletta con le parole chiave piú ovvie legate ad una determinata area di specializzazione: nel mio caso, vista la mia istruzione e gli interessi personali, la scelta ovvia è ricaduta su “giornalismo”, “politica” e “internship”.

Ore dopo l’inizio della mia binge-session – che sarebbe probabilmente durata minuti se non mi fossi fatta distrarre da Youtube, ma lí sono scema io – mi sono ritrovata sul sito del Parlamento Europeo. Design semplice, molto user-friendly e soprattutto improntato sul coinvolgimento degli utenti grazie al trucchetto del colore blu, ma questa parte è probabilmente involontaria.

Trovata la sezione stage, mi sono trovata a contemplare le varie opzioni offerte, suddivise in:

● Graduate traineeship, anche dette Robert Schuman traineeships, offerte a candidati laureati con interessati ad un percorso generale, per giornalisti o dedicato ad un approfondimento sul lavoro del Parlamento in materia di diritti umani (stage Sakharov). Si possono svolgere nelle tre sedi principali degli uffici (Strasburgo, Bruxelles o Lussemburgo) oppure negli uffici informazione del Parlamento (EPIOs) che si trovano nei paesi membri;

● Training placements per studenti con diploma di scuola superiore o studenti universitari i cui corsi includono uno stage obbligatorio;

Per essere accettati in questi programmi bisogna sapere almeno una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea – Inglese, Francese o Tedesco. Se però decideste di fare richiesta per uno stage in uno degli EPIOs dovete dimostrare di parlare la lingua del paese selezionato.

Scelto il percorso giornalistico ho compilato il form – ovviamente creato per creare ulteriori crisi di nervi grazie ad un delizioso limite di quindici minuti di tempo per la compilazione – e premuto invio. Circa tre mesi dopo (la scadenza per il periodo Ottobre-Febbraio è a Maggio) ho ricevuto una mail che non definirei proprio di conferma vista la mia confusione per circa due mesi prima dell’inizio dello stage. È stata la riprova che la terminologia burocratica è confusionale indipendentemente dai limiti nazionali.

Il 1 settembre mi è arrivata l’approvazione ufficiale del mio stage ad Edimburgo. E sí, mi sono sentita un po’ Harry Potter.

La squadra è piccola, e anche l’ufficio è minuscolo rispetto all’edificio Pierre Pflimlin che ospita gli EPIOs durante la sessione di Strasburgo, ma la ridotta dimensione aiuta a sentirsi subito parte del team. Ho un mio ufficio, e dei colleghi disponibili che mi aiutano a districarmi nella complessa realtà delle politiche Europee e Scozzesi.

A Strasburgo – una delle “missioni” previste durante il periodo di stage – sarò invece circondata da altri stagisti con i quali affronterò i labirintici edifici delle istituzioni europee durante la sessione del Parlamento, cercando di sopravvivere alle masse di eurocrati che ogni mese invadono la capitale dell’Alsazia e visitando uno dei piú rinomati mercatini di Natale d’Europa.