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Intervista a Laura Palazzetti, studentessa a Londra in Immigration Law: “Il problema italiano non è il movimento di cervelli, ma il fatto che non riusciamo ad attrarne degli altri”

Londra, terra di giovani expat per eccellenza. Questo mese noi di The Italians siamo tornati – telefonicamente parlando – nell’amata Inghilterra, dove abbiamo conosciuto e scambiato opinioni con Laura Palazzetti, perugina classe 1991 attualmente iscritta al corso post laurea in Diritto dell’immigrazione alla Queen Mary University.

Dopo una laurea in giurisprudenza e un anno e mezzo di pratica in uno studio legale della sua città, Laura ha trovato la sua strada:

“Sono sempre stata attratta dai diritti umani – ci racconta – da qui la decisione di un master così specifico. Ma sono iniziate subito le difficoltà: in Italia ci sono veramente pochi corsi dedicati al diritto dell’immigrazione, il che è paradossale visto il momento storico che stiamo vivendo…”

E quindi, cos’è successo?
Ho iniziato a fare una ricerca in internet, mi segnavo tutte le università che prevedessero un LLM in Immigration law. In Olanda, in Belgio e in Inghilterra ovviamente. Ho scelto quest’ultima, sono arrivata a Londra lo scorso maggio perché il master sarebbe iniziato a fine settembre e prima bisognava affrontare la fase di selezione e ammissione. Per fortuna è andato tutto bene, sono molto soddisfatta della mia scelta. Ci tengo a sottolineare che non sono scappata dalla mia città o dal mio paese, semplicemente in quel momento non c’era quello che cercavo.

Raccontaci qualcosa del mondo universitario inglese: com’è strutturato il master? Che clima si respira?
Premetto che nel mio corso sono l’unica italiana, ci sono studenti che veramente vengono da tutte le parti del mondo. Sono principalmente francesi, canadesi, cinesi e anche indiani. L’università ti permette di scegliere le materia da seguire, che sono comunque sei per tutto l’anno. Anche le ore di lezione sono pochissime, massimo otto a settimana perché il resto del tempo è dedicato ad eventi attinenti le materie scelte ed organizzate dall’università stessa. Il resto del tempo lo impieghiamo in micro-progetti, come presentazioni e ricerche. È un sistema molto dinamico, partecipativo ed inclusivo, soprattutto.

Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?
Il modello inglese è completamente diverso da quello italiano. È una differenza fondamentale, di livello concettuale: in Italia si va a lezione per imparare un argomento, qui è l’esatto opposto. Una settimana prima delle lezioni i docenti ci mandando per mail il materiale da studiare, e a lezione loro si limitano a riassumere i punti salienti della materia che abbiamo già studiato autonomamente a casa, e poi c’è il dibattito tra studenti. Siamo chiamati ad interagire costantemente, cosa che non mi era mai successa finora. A Londra ho avuto fin da subito l’impressione che la mia opinione contasse.

Quali sono le difficoltà più grandi che uno studente italiano si trova ad affrontare in un’università di un altro paese, nel tuo caso l’Inghilterra?
Oltre ad una lingua nuova da imparare, ci sono tutta una serie di difficoltà che in Italia non siamo stati abituati nemmeno a considerare. Nel mio caso – così come nella maggior parte delle università umanistiche – bisogna considerare la questione “esami”: qui sono quasi tutti scritti, sono lavori di ricerca e di approfondimento anche “sperimentale”, mentre in Italia sono quasi tutti orali e per lo più nozionistici. Sto facendo molta fatica perché in cinque anni di università italiana non ci hanno mai fatto scrivere mezza parola, e farlo adesso per la prima volta e per di più in inglese è abbastanza difficile. Ma da una parte credo sia meglio, perché si tratta di una valutazione molto più oggettiva.

Questa è la tua prima esperienza da studente all’estero, ma non la prima da lavoratrice. E nemmeno la prima a Londra!
Esatto, già nel luglio del 2016 mi ero trasferita qua per fare dei corsi di lingua e lavorare contemporaneamente. Questo perché, subito dopo la laurea, mi ero accorta di non saper parlare adeguatamente l’inglese, una carenza che riscontro in tanti altri coetanei italiani. Così ho deciso di approfittare del momento di “crisi” post laurea e di trasferirmi a Londra: ci sono rimasta fino al febbraio dell’anno successivo, tra un lavoro e l’altro. Il primissimo colloquio l’ho fatto otto giorni dopo essere atterrata, come commessa e cassiera in un negozio di souvenir. È stata una bella esperienza, utile soprattutto: ho scoperto che l’inglese che studiamo a scuola non è quello che parlano in Inghilterra, e per me è stato abbastanza uno shock.

A proposito di lavoro, è vero quindi che a Londra ci sono tante più occasioni che in Italia? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa situazione?
Assolutamente si, a Londra si trova lavoro immediatamente e con molta facilità. Questo perché c’è dietro tutto un mondo che funziona bene: ci sono tantissime app per il cellulare dedicate al lavoro e qui i centri per l’impiego funzionano davvero. Idem con le società di recruitment, basta iscriversi e sono loro poi a gestire la tua ricerca lavorativa. Ovviamente è un bene per chi, come è stato nel mio caso, cerca un lavoro “qualunque”; non so come sia la situazione per delle professioni specifiche.
Però ti posso dire una cosa: adesso che sono nel mondo universitario, vedo che anche in questo ambiente c’è grande attenzione alla ricerca del lavoro alla fine del corso. L’università stessa seleziona gli incontri, ti aiuta a creare contatti e a scrivere la cover letter, che qui è molto più importante del curriculum vitae. Ed è un lavoro che fanno di gruppo ma anche individualmente, studente per studente. Per esempio adesso, grazie all’università, sto facendo un internship con Edal (European Database of Asylum Law): mi occupo di database in merito alle sentenze del diritto di asilo. Sinceramente, mi aspetto tante altre esperienze del genere da qui fino alla fine del master.

Una domanda che ti riguarda in più ambiti. Senza scadere troppo nel dibattito politico, cosa ne pensi della situazione attuale dei migranti in Italia?
Dirò solo che mi ritengo fortunata a leggere le notizie dell’Italia da lontano. Sono molto passionale e appassionata al tema, quindi una certa lontananza geografica mi aiuta.
Quello che noto, leggendo i quotidiani italiani e monitorando i social network, è che vengono riportate notizie senza dati, che è la cosa più grave che si possa fare per capire quello di cui si sta veramente parlando. Penso che non sia un problema solo italiano quello di accumunare il tema della migrazione a quello della criminalità, tanto che in Inghilterra esiste addirittura il termine che unisce le due parole, “crimmigration”. Ma da noi la questione è ingigantita a livello preoccupante.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più importanti di questi giorni è il Brexit. Cosa cambia per voi italians?
Ah la Brexit, se ne parla davvero moltissimo qua, tutte le prime pagine dei quotidiani sono su questo, è all’ordine del giorno. Ovviamente ognuno da la propria opinione personale e la propria interpretazione, ma alla fine dei conti se ne sa poco. Siamo in attesa anche noi di notizie, ma in generale nella vita di tutti i giorni non si percepisce questo cambiamento imminente. Quello che è veramente interessante è la quantità di incontri e convegni che vengono organizzati sul tema: si tratta comunque di un cambiamento epocale, e se si considera la questione da un lato puramente intellettuale diventa una vicenda molto stimolante. C’è questo fermento culturale, un grande movimento di studiosi, ricercatori, attivisti e professionisti di ogni genere che si vedono per parlarne e studiarne cause e conseguenze. A prescindere da questo, personalmente la vedo un po’ come una sconfitta, sia se sarà una soft Brexit che un hard Brexit. Significa che tanto la Gran Bretagna quanto l’Europa non hanno avuto la forza negli anni passati di gestire questa situazione, e ora si cerca di rimediare in qualche modo.

Concludendo: in merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Partiamo dal termine “cervelli in fuga”: innanzitutto non mi considero in fuga, perché non sto scappando da niente e andarmene è stata una mia libera scelta. Semmai sono un “cervello in ricerca”, sono un’emigrata fortuna che cerca di crearsi un background di conoscenza in materia di immigrazione. A Londra ho trovato quello che stavo cercando e a Londra mi sono fermata. Proprio non capisco il significato di questa espressione, la gente si sposta da sempre. Il problema italiano non è il movimento di cervelli, quanto piuttosto il fatto che lasciamo andare via tutti ma non siamo in grado di attrarre nessuno. Ben venga che le persone si spostino, ma bisognerebbe compensare in qualche modo. L’Italia dovrebbe essere in grado di offrire quello che offrono gli altri paesi: più tipi di formazione e specializzazione, un nuovo regolamento per il mondo lavorativo, più opportunità e più competitività anche a livello economico, perché per lo stesso lavoro veniamo pagati di meno in Italia rispetto che a Londra, tanto per dire. Dobbiamo puntare ad essere un paese meritocratico, dove le persone competenti fanno il proprio lavoro e dove ci sono possibilità di crescita sia personale che professionale. Una volta raggiunto questo obiettivo non abbiamo più nulla da invidiare agli altri, anzi!

The Italians meets Kosmonauts – Intervista a Marco e Andrea Nasuto, autori del docufilm Kosmonauts – What does it mean to be Italian?

Forse Andrea e Marco li conoscete già, dei due fratelli Nasuto e del loro primo documentario – Made of Limestone – ne hanno parlato Quartz, l’Università di Cambridge, CUNY University, Wired, il Corriere della Sera, il Sole24Ore, La Repubblica, The Huffington Post, Il Post, Linkiesta, e il Fatto Quotidiano.

Bella lista, eh?

Il loro primo documentario ha ricevuto pure l’endorsement di Roberto Saviano, che non ha esitato a definirli “due talenti geniali della documentaristica”, e  a questo giro non non possiamo che essere d’accordo!

Ma chi sono Marco e Andrea Nasuto? Il primo è un ingegnere aerospaziale con master in Aerospace alla University of Manchester, con una tesi sui voli suborbitali realizzata con un vero e proprio astronauta, mentre il secondo ha una laurea in Finance alla Bocconi, ha studiato alla University of Toronto, Waterloo, e infine Data Science a General Assembly (New York). Insomma, due Italians coi fiocchi.

Non poteva non essere amore a prima vista!

Ma cosa succede quando i fratelli Nasuto – un bagaglio enorme di esperienza e una domanda in valigia su cosa significhi essere italiani oggi – incontrano quelli di The Italians? Beh lo scoprirete presto… Con questa intervista inauguriamo la partnership per la realizzazione del documentario “Kosmonauts – what does it mean to be italian? A data-driven docufilm about identity: to build a life in this world without fearing it”, convinti che sarà un bellissimo viaggio… possibilmente fino allo spazio, destinazione Italia.

E per intraprendere al meglio questo viaggio, abbiamo deciso di far conoscere anche a voi Andrea e Marco come si deve, con un’intervista-chiacchierata grazie alla quale possiamo davvero presentarvi questi due prodigi della documentaristica fai-da-te-e-fallo-per-bene.

 Dopo la solita operazione d’indagine (non chiamatelo stalking!) per conoscere meglio i nostri partner e amici, e dopo le presentazioni “ufficiali”, abbiamo subito capito che per questi due la vita dell’expat non era solo un modo di dire, o un tormentone legato alla “fuga dei cervelli” che tanto piace alla stampa nostrana. Tutt’altro: sappiamo infatti che di esperienze all’estero i due ne hanno fatte parecchie e con grande successo. Non abbiamo potuto non chiedergli da dove e quando è nata l’idea di intraprendere questo viaggio lontano dall’Italia, ma sempre alla scoperta del loro (e del nostro) Paese.

Insomma, ci siamo chiesti e gli abbiamo chiesto: com’è nata l’idea dei cosmonauti?

Marco: Crediamo che il seme all’origine di Kosmonauts sia il confronto con la diversità. Le cucine, gli incontri, le incomprensioni, gli amori, le difficoltà linguistiche, diverse architetture, diversi modi di stare al mondo. Costruire una nuova casa altrove necessita apertura, compromessi, perdite ed acquisizioni. Più in generale, mettersi in discussione. La gioia nel sentirsi più aperti, in pieno divenire, porta anche un senso di smarrimento. I rientri in Italia per le vacanze segnavano un distacco silenzioso. Nessuno mi aveva avvertito del cosiddetto “reverse cultural shock”. L’appartenere a casa ma anche il non appartenervi più. Chi sono?

Ricordo di aver cambiato molto la mia alimentazione. Ero a Manchester e non mangiavo pasta da mesi. Non mi mancava. Da grandissimo amatore della pasta, la cosa era uno shock. Mi sono chiesto “ma non è che non sono più italiano?”. Questo aneddoto insignificante è stato, per me, la punta dell’iceberg, il formale incipit del viaggio. Esplorare l’identità italiana era un’idea animata da un voler trovare qualcosa di solido, inconsciamente trovare una definizione alla quale ancorarmi.

Due fratelli, mille interessi diversi ma un unico destino comune: film-makers e data-scientists. Storytelling e data analysis, ma come fate a coniugare le due cose? Scienza missilistica, architettura, design dell’interazione, econometria, urbanistica, astronauti… manca altro all’appello?

(Risate) No, per ora no. Come disse Carla Harris (Morgan Stanley) in un’intervista su Bloomberg “I Millenials avranno 4-5 carriere durante la loro vita”. Noi ci stiamo preparando in anticipo…

Storytelling e data analysis…Direi non solo data analysis ma data science. Ci sono diversi aspetti, diverse sfide che abbiamo dovuto affrontare per fare Kosmonauts:

  1. L’argomento: l’identità. E’ un macro tema enorme che non potrà mai avere una definizione strettamente scientifica, assoluta, inequivocabile. Questa la primissima sfida. Come muoversi tra le linee di una rappresentazione del mondo soggettiva e la volontà di lasciare più spazio possibile alla visione delle cose di chi guarda il film? Ancora, come legare diversi argomenti, descriverli in maniera analitica avendo sempre in mente quell’impossibilità di arrivare ad “una verità”? Ecco la seconda parte del problema.
  2. Costruire un impianto analitico, un framework. Per tutti i sotto argomenti abbiamo iniziato a leggere un quantitativo enorme di letture, per acquisire il cosiddetto domain knowledge. Nel frattempo analizzavamo dati. Dal report del ministero degli interni sulla criminalità in Italia, ad un lavoro ad hoc, da zero, utilizzando strumenti dell’intelligenza artificiale per analizzare la povertà e gentrificazione a New York, in particolare lì dove è nato il più grande fenomeno culturale giovanile degli ultimi 30 anni: l’hip hop e la street art.
  3. Armonizzare l’impianto con le storie reali e con la nostra storia: il lato emotivo del documentario.

In generale, sentiamo che i margini sono ancora ampi, non si smette mai di imparare.

Bene, la domanda sul rapporto tra data e storytelling ce la siamo giocata, ma siamo sempre più curiosi e allora scopriamo qualcosa in più sul docufilm Kosmonauts. Entriamo nella questione “identità”: chi sono i cosmonauti che voi descrivete? Che messaggio volete lanciare a questa nuova generazione di viaggiatori? Verrebbe da chiedersi… possiamo tutti noi essere cosmonauti (felici), oggi?

Il cosmonauta è l’esploratore per eccellenza, lo spazio, la barriera da superare. Questo il primo motivo dietro il titolo, il potere simbolico del cosmonauta. L’altro motivo è che lo spazio è un luogo pericoloso, che richiama l’infinito, la diversità, le distanze. Ci vuole moltissimo coraggio per esplorare, per essere cosmonauti. Kosmonauts è un viaggio interiore, perché “cosa vuol dire essere italiani?” è chiedersi “chi sono?”. Ed i viaggi interiori, quelli nel profondo, sono i più ardui e spaventosi da fare. Di nuovo, il potere simbolico del cosmonauta.

Come ogni viaggio richiede, serve una bussola. “Bisogna perdersi per poi ritrovarsi”, ma all’atto pratico serve una bussola. Come ti costruisci una bussola? Da una parte c’è un lato analitico, di comprendere e misurare determinati eventi, la portata di alcune dinamiche, assimilare dei macro concetti logici. Dall’altra parte, c’è la bussola emotiva. Costruire una nuova casa cosa richiede? Sapere che è l’era della fluidità (dal lavoro alla mobilità) cosa richiede? Noi crediamo che si possa fare un training per diventare cosmonauti della vita. Non fornendo risposte ma ragionare assieme sulle domande, su un taglio ampio, inclusivo nel vedere le cose.

“Basta un pomodoro per descrivere il tutto”.

Parliamo della vostra sfida: l’Italia non è (ovviamente) solo il pomodoro, simbolo per eccellenza del ‘Made in Italy’. Eppure in pochi si chiedono veramente cosa ci sia dietro quel popolo che mangia (solo) pizza, pasta, lasagna e spaghetti… Dal Gargano al mondo, da Made of Limestones a Kosmonauts, quali passi avanti avete fatto? Siete riusciti a capire cosa significhi davvero essere Italians nel mondo, oggi?

Sentivo moltissimi italiani dire “che schifo la pizza inglese!”, “eh ma questa è la vera pasta italiana!” e così via. Ci sono milioni di esempi possibili che seguono questo schema. Moltissimi italiani fuori (e non solo) si nutrono di queste “àncore identitarie”. Dopo Kosmonauts dico che tutte queste espressioni non hanno alcun senso. Cioè, la pizza “inglese” può farti schifo, va benissimo. Ma non c’è nulla che può essere messo in una scatola. C’è un discorso sulla cornice temporale con la quale inquadri le cose, che è fondamentale. Questo protezionismo mentale è lontanissimo dal perché abbiamo la pizza oggi, dal perché vero e profondo della bellezza italiana. Credo essa risieda proprio nella diversità. Geneticamente lo siamo. Siamo il popolo più variegato d’Europa. Linguisticamente, è impressionante il numero di “lingue locali” (i dialetti). Per non parlare della cucina, dei paesaggi, della teatralità di vita che riempie l’Italia.

Tutte queste cose nascono dal fatto che siamo estremamente diversi, variegati.

Immagina la cucina, ad esempio la pizza margherita. Visualizzatela quando era una novità. Il pomodoro, importato dal Perù, era considerato velenoso, di scarso valore, cibo per i più poveri. La pizza stessa è di probabile derivazione di questi pani di forma piatta provenienti dal bacino del mediterraneo. In termini estremamente rozzi, oggi diremmo gergalmente “una roba araba”. E’ un piatto meticcio, frutto di sperimentazioni, di persone che hanno rotto le regole, innovato. Questo schema dell’iterare, dello sperimentare contiene sempre apertura. Invece sento spesso, in tanti amici italiani, in tanti ambienti politici, l’abuso della parola tradizione. “Non tradire la tradizione”, “proteggere la tradizione”, “riportare in vita la tradizione”. Peccato che la parola tradizione viene dal latino tradere che significa “consegnare” e “trasmettere”, ma che è anche all’origine del verbo italiano “tradire”. Citando l’antropologo napoletano Marino Niola “La cucina è tradizione nel senso che è motore di ricerca e di contaminazione.”.

Una piccola curiosità: che effetto fa essere citati, tra gli altri, da Saviano in un editoriale di Repubblica che parlava della vostra terra e del vostro primo documentario? Vi aspettavate tutta questa visibilità?

L’intervista che rilasciò su Repubblica, parlando anche di Kosmonauts, ci fece l’effetto che può fare a chiunque capisca il peso di chi è Saviano. Ero in treno per Milano quando lessi all’improvviso il messaggio di Andrea con il link all’articolo. E’ emozionante.

E per concludere, quando gli abbiamo chiesto quali siano, a parer loro, i problemi maggiore da risolvere per i giovani italiani per fare in modo che non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi, i due fratelli ci hanno risposto: Il problema non è non sentire più la necessità di andare altrove per realizzarsi. Questa libertà vorrei potesse esistere sempre, paradossalmente anche in scala maggiore. La chiave è quella parola, “libertà”. Siamo liberi di scegliere dove realizzarci? Questa emigrazione è una non-libertà.”

E cosa possiamo aggiungere? Hanno già detto tutto loro, a noi non resta che aspettare l’uscita di Kosmonauts, da guardare nelle nostre case chissà dove in giro per il mondo, in compagnia di un bicchiere di vino e dei popcorn.

Nel frattempo, e a supporto del lavoro coraggioso di questi due ragazzi, voi potete supportare la loro campagna su Kickstarter qui: https://www.kickstarter.com/projects/133817763/kosmonauts-what-does-it-mean-to-be-italian e seguirli su Facebook qui: https://www.facebook.com/kosmonautsmovie/


Ciò che c’è da sapere della vita all’estero.

Quello che non vi hanno detto della vita all’estero, sono tutte le cose che già conoscete. O perlomeno, così pensate. Sapete che sarà difficile esprimersi in una lingua differente, conoscerne gli intercalari, i modi di dire ma non sapete quanto sia davvero difficile finché non vi troverete intorno ad un tavolo a pensare a come costruire una frase, che una volta finita, andava bene per un discorso ormai superato. Non lo capirete finché non vi troverete a ridere per educazione o per non far capire agli altri, che voi di quelle battute, in realtà, non avete capito niente. Sarà ancora più difficile quando dovrete evitare di esprimere un pensiero, solo per la  difficoltà immensa di spiegarlo.

Sapete che dovrete sbattervi per trovare una casa decente e magari non troppo lontana dai posti fichi della città. Ma non sapete quante case dovrete girare, in quante dovrete adattarvi per uno o due mesi per poi lasciarle di nuovo. Non sapete quanto sarà difficile dormire sul divano di un vostro amico per settimane, cercando di non sentirvi un peso. Non sapete quanto tempo dovrete passare dentro la vostra stanza, piccola, arredata con mobili che non avreste mai scelto, prima di riuscire a riconoscerne i rumori, gli odori o prima di sapere che quella maniglia va girata con delicatezza, sennò ti resta in mano.

Sapete che sarà entusiasmante conoscere nuove persone, nuove culture, nuovi stili di vita. E lo sarà, fidatevi, lo sarà. Ma non sapete che più conoscerete persone nuove, più vi mancheranno quelle con cui siete cresciuti. Che più culture conoscerete, più apprezzerete la vostra. E più stili di vita conoscerete, più capirete che in fondo, il vostro, non volete cambiarlo perché vi piace davvero tanto.

Sapete che vi perderete alcuni eventi, alcuni aggiornamenti della vita dei vostri amici. Ma non sapete di quanto ti faccia sentire lontano la fredda risposta “tutto bene” alla domanda “come va?”, fatta al tuo migliore amico. Non sapete di quanto un gruppo su whatsapp non possa colmare quella distanza quotidiana.

Sapete che il cibo non avrà lo stesso sapore, illudendovi di riuscire a farne a meno, magari cucinando a casa. Che le partite della vostra squadra potrete seguirle in streaming e che se anche “ogni tanto salta”, in fondo va bene lo stesso. Sapete che salterete i compleanni, i pranzi al mare con i primi soli primaverili, le visite ai nonni, le serate con gli amici, le feste di laurea, il sole caldo di Maggio e gli incontri casuali con qualche vecchia conoscenza. Sapete sicuramente che di tutto ciò potete farne a meno. Non potrete.

Resterà da capire quanto il vostro obiettivo varrà le vostre sofferenze. Quanto realmente state cercando quell’esperienza, non solo lavorativa, che vi accresca personalmente e faccia in modo che il rischio valga la pena. Quel tassello che manca. Alla scoperta di quella consapevolezza che vi faccia accettare il tremore delle gambe, continuando a camminare diritti. Non sarà facile ed è un bene, perché le cose facili non insegnano. Sarà invece difficile, più di quanto avrete previsto. Ma ne varrà la pena. E questa in fondo è l’unica cosa da sapere.