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Il paradosso dell’expat

Cosa si prova a tornare in Italia? È una domanda che mi hanno fatto tante volte negli ultimi 5 anni; trovo sempre molto difficile rispondere. Rientrando in Italia non più di due o tre volte all’anno, ovviamente il pensiero di riabbracciare i miei cari mi rende molto felice. Eppure, ogni volta, ho bisogno di un po’ di temo per riabituarmi. Alla lingua, alle persone, al modo in cui la vita funziona in una piccola cittadina di provincia qual è Terni.

Appena trasferita in questa grande isola, una delle prime cose ad aver attirato la mia attenzione fu la differenza culturale con gli autoctoni:  persone che chiedono “come stai” anche al commesso al bar, che domandano sempre “permesso” quando devono scendere dal treno, senza farti uscire a forza di spintoni, come succede spesso sui mezzo pubblici in Italia.

“Non puoi rispondere semplicemente Ok o Yes quando qualcuno ti chiede di fare qualcosa. È da maleducati”, mi spiegò una signora americana. “Certamente” e “non c’è nessun problema” sono espressioni che devi aggiungere quando concordi nello svolgere un compito che ti è stato richiesto. Dietro questa apparente educazione, si nasconde però un’amara verità: i britannici sono pessimi nelle relazioni sociali. Sono educati perché devono esserlo, ti chiedono come stai, permesso e scusa perché sarebbe poco britannico non farlo. Non si tratta di te, ma di loro.

Se poi vogliamo discutere del famoso “umorismo britannico”, ci sarebbe da scrivere un libro a riguardo. Un mio collega di lavoro, Matt, una volta mi spiegò che “l’umorismo inglese è fatto di frasi maleducate e scortesi che vengono percepite in modo scherzoso perché non potrebbero mai essere dette seriamente”. Nonostante questa spiegazione, mi ci sono volute anni per “capire” le loro battute.

Come potevo io, allora, da italiana, ambientarmi a contesto del genere? In un posto dove si dicono cose che non si pensano e non si dice quello che in realtà ti passa per la testa? Come avrei mai potuto mescolarmi con persone che bevono alcolici dalle 11 di mattina e spendono la maggior parte del loro tempo libero chiusi in un pub? In breve: persone così negate alle relazioni sociali?

Il contatto con una cultura a te straniera ti spinge a rivalutare la tua identità culturale. E io, a Londra, mi sentivo più italiana che mai. Poi, circa sei mesi dopo il mio trasferimento nel regno Unito, qualcosa di strano accadde.  Rientrata in Italia, andai a prendere un caffe al bar dell’aeroporto di Ciampino. “Cosa vuoi, un macchiato come al solito?”, mi chiese mio padre. Please, risposi io automaticamente.

Più i mesi passavano, e più spesso mi capitava di avere questi lapsus, o di inserire volontariamente termini inglesi anche nelle mie discussioni in italiano. L’inglese, si sa, è una lingua sintetica, e ci sono singoli termini che racchiudono il significato di più parole o concetti in italiano. Nelle mie brevi vacanze in Italia mi sono sorpresa spesso a desiderare un interlocutore anglosassone con cui praticare quella lingua che, da straniera che era, stava man mano diventando mia.

Velocemente sviluppai anche io i sintomi di quelli che qui vengono chiamati Very British Problems: l’utilizzare il telefono come strumento per evitare le persone, l’evitare in tutti i modi i vicini di casa, la noncuranza verso la pioggia, il fastidio per anche la più piccola attesa. Rimaneva però la mia solarità e socievolezza, la passione con cui solo noi popoli del Mediterraneo viviamo e guardiamo alla vita.

Iniziai a riflettere sulla mia condizione, che ho soprannominato il paradosso dell’expat: inglese in patria e italiana in Inghilterra, destinata a sentirmi straniera nella casa dove sono nata e in quella che ho scelto. Mi ero volontariamente privata delle mie radici e non riuscivo a trovarne di nuove.

Con il tempo mi resi conto di aver sempre avuto la risposta a questo mio dilemma. “Se vuoi imparare l’inglese non andare a Londra. A Londra c’è tutto, tranne gli inglesi”, mi dissero in tanti prima di partire. Un’affermazione in parte vera: di inglesi a Londra ce ne sono, ma si mescolano tra i milioni di cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta. L’inglese che si sente parlare a Londra non è un inglese pulito. Eppure, io trovo che quella diversità di suoni, accenti e colori abbia una bellezza unica.

Londra è per me la città delle possibilità: non c’è limite a quello che vi ci puoi trovare, se sai cercare bene. Essere londinesi vuol dire avere ogni giorno la possibilità di parlare lingue diverse, anche all’interno della stessa conversazione, di conoscere persone con storie simili alla tua, oppure completamente diverse. Ogni persona, ogni accento, ogni storia è un tassello di quella nuova identità che soltanto l’esperienza da expat puó regalarti.

Ci sono giorni che questa vita, fatta di distanze con le persone che amo e molte telefonate Skype mi pesa, perché se a parlare un’altra lingua puoi abituarti, quel “ci vediamo la prossima volta che torno” che noi expats diciamo così tante volte, ti lascia sempre l’amaro in bocca.

Ci sono giorni che mi sento stanca di questa vita così  frenetica che lascia molto poco tempo a se stessi; questa vita fatta di tanti momenti importanti che sei costretto a perdere, di persone che ti chiedono “ma quando torni?” non capendo che se potessi passare ogni fine settimana con i tuoi cari, lo faresti volentieri.

Ci sono giorni che mi sento delusa, perché se è vero che a Londra le soddisfazioni arrivano sempre, è anche vero che devi guadagnartele a un prezzo altissimo. Giorni in cui non si vede mai la luce del sole, così bui da farti capire perché l’alcolismo sia un problema così diffuso in questo paese, giorni in cui la pioggia ti sorprende per strada e tu sei rigorosamente senza ombrello.

In giorni come questi mi sento come se la città mi prendesse a calci e l’italiana che è in me vorrebbe soltanto chiudere gli occhi e teletrasportarsi in Italia. Eppure ho scelto di rimanere, ogni giorno, da ormai 5 anni. Perché?

Perché quella londinese è per me un’identità a cui so di non poter rinunciare, una fatta di tanti passi e tante esperienze di vita che si sono sommate e mi hanno portato ad essere questa nuova persona che, da brava inglese, non si abbatte mai, che come molti spagnoli vive e lascia vive e, da italiana doc alla birra delle 11 preferirà sempre un buon caffè. Non rinuncerei mai a nessuna di queste versioni di me, perché  l’Italia ti regala il sole, la socievolezza, la gioia di vivere, ma Londra… Londra ti insegna a fregartene della pioggia.

Il Ramadan a Dakar

E la prima volta che mi capita di assistere e di vivere il Ramadan. É una sensazione molto strana, c’é più silenzio e più tranquillità nelle strade. Sicuramente più preghiera.

Questo mese é molto importante per i musulmani perché si tratta del mese in cui il libro sacro islamico, il Corano, fu rivelato al profeta Maometto. Come risultato, é il mese in cui si recita il Corano con più zelo e spiritualità, e con uno spirito nuovo. Ai musulmani viene richiesto di recitare il Corano in forma completa perlomeno una volta durante il mese. Di 600 pagine, questa impresa catartica può essere adempiuta attraverso la recitazione di 4 pagine prima delle quotidiane 5 preghiere durante l’intero mese.

Il calendario islamico é lunare per cui quest’anno le autorità ufficiali islamiche hanno decretato l’avvistamento della luna crescente lunedi 6 giugno, che segna l’inizio del nono mese del calendario islamico lunare. Dura 29 o 30 giorni – la data ufficiale sarà rivelata attraverso un altro avvistamento lunare nell’ultima settimana del mese e sarà festeggiata con la festività chiamata Eid Al Fitr – i musulmani devono astenersi dal cibo e liquidi (tra cui anche i chewing gum, fumare sigarette e simili) dall’alba al tramonto.

Qui a Dakar il Ramadan é iniziato martedi 7 giugno e un comunicato di uno dei giornali locali, Le Soleil, invita i credenti ad iniziare ufficialmente questo mese di sacrificio, perdono, uno dei quattro pilastri dell’Islam (il primo giorno tutti si scambiano le parole di perdono in wolof- la lingua locale: Balma Akh, perdonami, e la risposta Balnala, io ti perdono, seguito da Yalla Nagnou yalla boulé bale, io ti ho perdonato, e che Dio ci perdoni tutti) sono di grande conforto e di incoraggiamento a tutti per iniziare un buon mese.

A questo proposito, il Servizio Nazionale di Educazione e di Informazione alla Sanità in Senegal (SNEIPS), servizio collegato al Ministero della Sanità e dell’Azione sociale fornisce le 10 regole d’oro da rispettare durante il mese benedetto. Tra le regole vi sono quelle di rispettare la regolarità dei tre pasti (prima dell’alba – pasto chiamato Suhoor -, alla rottura del digiuno – pasto chiamato Iftar – si puo’ iniziare nuovamente a mangiare al tramonto – e, infine, tre ore dopo la rottura del digiuno). Mangiare molti cereali, frutta e zuccheri lenti prima dell’alba, idratarsi bene di acqua dopo la rottura del digiuno, evitando di abusare di bevande gassate, evitare i pasti troppo copiosi, troppo grassi, troppo salati alla rottura del digiuno, ma anche i dolci e alimenti troppo zuccherati. LO SNEIPS consiglia quindi di privilegiare frutta appena rotto il digiuno, ma anche muoversi dopo il pasto della sera, ridurre gli sforzi fisici intensi e rispettare i momenti di riposo. Grande lavoro per lo stomaco e per il corpo ad abituarsi ad una nuova metodologia di assunzione, tempi e digestione di alimenti. E soprattutto, il servizio nazionale senegalese invita la comunità islamica a recarsi dal medico per un check-up completo sul proprio stato di salute prima dell’inizio del Ramadan.

Per noi Italians il mese si prospetta molto spirituale, particolare, in concomitanza con il sole e la luna come elementi di riferimento per lo scorrere delle giornate lavorative, dove l’orologio non conta (penso di aver smesso di portarlo quando mi si é rotto negli Stati Uniti 6 anni fa), il ritmo di lavoro rallenta ma si intensificano le relazioni sociali e i luoghi di ritrovo post tramonto sono sempre più gremiti di giovani internazionali che seguono le partite della Coppa Europa (anche i Senegalesi hanno una passione per l’Italia), si ritrovano per guardare film insieme e dove si parla di più, non avendo a disposizione televisioni ma riunendosi con gli altri in luoghi pubblici.

La convivialità serale é più spiccata perché qui a Dakar molte persone mangiano in strada e ti invitano a sedere alla loro tavola a cielo aperto. C’é più stanchezza perché il caldo aumenta e non si può  né mangiare né bere durante la giornata. Dal lato positivo però, questo, a mio avviso, é un grande segno e atto di forza e coraggio dei nostri amici e vicini musulmani, che, con pazienza e misericordia, vivono questo mese come una palestra di vita, in cui si sviluppa un senso di autocontrollo in aree che includono la dieta, il riposo e l’uso del tempo, e in cui si impara ad evitare l’uso di male parole, le arrabbiature, la perdita di temparamento e comportamenti cattivi e dannosi agli altri. Il punto qui é di mostrare sottomissione a Dio e tenere la mente focalizzata sul piano spirituale.

E nel frattempo ascoltiamo la musica insieme e guardiamo dei film per aiutare i nostri amici a non sentire i morsi della fame fino al tramonto, tifiamo l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo, e celebriamo insieme il loro coraggio. Per un Dio buono che ci aiuta sempre, ma sempre e solo dopo che anche noi ci aiutamo da soli. Proprio come la nostra bella espressione italiana, che mia madre e mia nonna mi hanno sempre insegnato e ripetuto “Aiutati che il cielo ti aiuta”, e che qui in wolof, suona più o meno cosi, Yalla Yalla, bay sa tool, che significa letteralmente “Invoca Dio ma coltiva il tuo campo”.

Aiutiamoci ragazzi, e poi tutto avverrà. Sia che siate credenti o no. E il lavoro di squadra ci forgia e ci permette di essere persone più vere, più unite e ci permette di sentirci di più su questa grande piroga della vita. Con un grande sorriso, sempre.