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Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Breve Riflessione Identitaria

La modernità italiana è un illusione. È un sovrapporsi all’antimodernità del passato, la cui incapacità di convergenza ha causato il frantumarsi del sogno identitario.

Con i nuovi scenari proposti dal declino degli Stati nazionali, processo lento, frutto di un progetto politico, la costruzione dell’Unione Europea, è possibile accertare nella nostra tradizione italiana, un orizzonte diverso da quello dello Stato cosmopolitico ed universalistico, proprio dell’Impero romano, della tradizione cattolica e della grande stagione rinascimentale.

Paradossalmente l’avvio della fase più delicata e complessa della costruzione dell’Unione Europea dà agli italiani una grand’occasione, quella di commutare il loro nazionalismo debole in una virtù civica cosmopolitica ed interculturale, di trasformarsi in costruttori e cittadini della nuova Europa ad un ritmo più rapido rispetto ai cittadini di Stati nazionali di lunga tradizione.

Un’occasione unica ci viene proposta da un nuovo contenitore che si definisce “cittadinanza europea”, la quale dovrà divenire quel grande regolatore di storie e culture nazionali da una parte, e dall’altra fare emergere le culture extraeuropee con le loro esigenze di autonomia.

Quindi un modo per mettere alla prova il confronto e lo scambio tra le culture sarà quello di sperimentare regole di partecipazione alla vita locale per tutti quelli che si riconoscono lealmente membri della stessa comunità e per i quali la parola integrazione, non vorrà significare fusione dello straniero nel corpo sociale, ma dovrà fare nascere una dinamica che fa evolvere tutti i sistemi culturali, quello delle popolazioni locali così come quello dei nuovi arrivati.

Vi è però una tendenza contraria di nazionalismo forte che interessa direttamente gli italiani Expat e che sto avendo modo di sperimentare personalmente.

Mi riferisco all’esatto momento di impatto culturale in cui noi expat ci riconosciamo altro, diverso dal resto. Nel mio caso un’italiana nella meravigliosa Barcellona.

In un momento dato egli o ella si sentirà assalire da un improvviso orgoglio per il suo essere italiano scoprendo di far parte di una lunghissima scia di compatrioti che non solo si sono sentiti veramente apparteneti a queste terre e che senza aver mai la senzazione di essere “in prestito” hanno contribuito attivamente all’atmosfera cittadina che tanto ci fa sentire a casa.

Si può avvertire un senso di appartenza ad un Paese molto forte, pur non vivendo fisicamente lì o pur non essendovi nati direttamente.

Ma il cosmopolitismo astratto non assume alcun senso privato delle radici, per cui bisogna sempre tenere ben presente la memoria di ciò che siamo stati.

Un lume che illumina la nostra geografia umana e che proietta la realtà di oggi verso un futuro consapevole.

A questo proposito voglio parlavi proprio di uno dei personaggi italiani più emblematici che hanno fatto la storia della Spagna, dell’Italia e della mappatura mondiale.

Colui che può certamente essere considerato il miglior Ammiraglio  della Flotta spagnola e del mondo allora conosciuto durante l’Età Media:

l’italiano Ruggero di Lauria.

Ammiraglio di Sicilia e D’Aragona (Scalea o Lauria ca. 1245-1304) la sua prerogativa fu il genio militare e navale.

Ruggero di Lauria è il genio tattico della guerra del Vespro, è l’uomo che trasforma la Sicilia e la Catalunya in fortezze marine inespugnabili in nome della Corona d’Aragona, invano assediate da coalizioni di nemici francesi della casa D’Angiò. Scopriamo che Ruggero di Lauria, l’ammiraglio che per lunghi anni tiene nelle sue mani i destini della Sicilia,della Catalunya e dell’Aragona deve la sua iniziale fortuna alla madre. È infatti figlio di Bella, l’amata nutrice della sveva principessa Costanza. Assieme alla madre è nel seguito della principessa in viaggio per sposare il futuro Re Pietro III verso l’Aragona, dove crebbe con la nobiltà aragonese.

Fu proprio Pietro il Grande ad investirlo cavaliere, data la sua “probidad, prudencia y amor a los intereses de mi corona.” Da quel momento in poi il suo ascenso nella corte fu folgorante, tanto che nel 1282 prese il comando della flotta aragonese.

Nel settembre del 1282, al comando di 40 triremi arrivò in Sicilia col compito di impadronirsi della flotta francese.

Le sue quattro vittorie successive tra il 1283 e il 1287 influenzarono in modo decisivo il corso della guerra dei Vespri siciliani e i rapporti di forza nel Mediterraneo occidentale, perché la flotta siculo-catalana poté ottenere la sovranità illimitata sul mare.

Giunse poi a Barcellona il 23 agosto 1285 con 34 galee, sconfisse presso Rosas una squadra francese di 25 galee. Questa vittoria decise anche le sorti dell’invasione francese in Catalogna, perché quell’esercito, privo di rifornimenti via mare, fu costretto alla ritirata.

Lo storico aragonese Muntaner non potendo dimenticare le origini italiche del futuro “gran capitano”, così conclude: “Pur essendo nato fuori di Spagna ed appartenente al lignaggio straniero, lo ho collocato tra i nostri uomini più celebri, perché fin da piccolo fu educato in Aragona, dove si formò e dove si stabilì. Combatté per l’Aragona, alla testa sempre di forze aragonesi: le sue  battaglie, la sua gloria, le sue virtù e persino i suoi vizi ci appartengono”.

I segni del suo grande amore, per la Catalunya e per il resto di Spagna che lo ha spinto a lottare eroicamente nel difenderla come propria, perchè la sentiva tale, lo troviamo ancora oggi corrisposto sia nell’immaginario collectivo, che presente nella vita urbana e attuale di Barcellona.

A Roger de Lluria (corrispettivo catalano di Ruggero di Lauria) è dedicata una statua commemorativa delle imprese eroiche in Avinguda de Lluís Companys  ed una strada del quartiere Eixample, ma non solo …

In grande segno di riconoscimento all’Ammiraglio la Regia Marina intitolò la corazzata Ruggero di Lauria, varata nel 1884, prima unità dell’omonima classe di pre-dreadnought. Anche la Marina Spagnola gli intitolò uno dei tre cacciatorpediniere della classe Oquendo.

Il suo nome risuona anche negli ambienti di cultura come nell’Università di Barcellona Pompeu Fabra, al quale è dedicato il cortile interno del complesso universitario.

Ma il maggior contributo moderno all’imbattuto ammiraglio e forse quello che mantiene vivo questo senso di orgoglio e di appartenenza è dato da una scelta sportiva.

Pochissimi sanno che i colori  blu e bianco della squadra calcistica dell’RCD Espanyol di Barcellona furono scelti in omaggio a Ruggero di Lauria, in quanto erano quelli del suo armoriale.

Siamo stati quindi un popolo di poeti, di artisti, di eroi, santi, pensatori, di scienziati, navigatori e trasmigratori, ma oggi cosa siamo?

Domanda che apre molteplici spunti di risflessione, di difficile risposta senza prendere in considerazione la voce crescente di chi per scelta vuole essere italiano, di chi ha deciso che vuole vivere precisamente lì.

Per cui la chiave per il futuro che ci darà chissà una maggiore consapevolezza di cosa significa oggi essere italiani, sarà riuscire a virere con coloro che amano il nostro Paese e che vogliono contribuire a creare quell’Italia che tanto sognamo da lontano.

 

Apriamo gli orizzonti a apprezziamo i momenti: l’Amore ai tempi di Delhi

Imparare ad apprezzare la vita. In tutti gli aspetti. Per quello che soffriamo e per quanto impariamo, Per il  Sorridere nelle giornate di sole, scrivere nelle giornate di pioggia. Interagire con tutte le tipologie di essere umano, da quelli più’ arroganti, a quelli più’ quieti, e sapere affrontare tutti Ii tipi di situazioni. Questo é quello che dobbiamo imparare dalla vita. Imparare a vedere la bellezza in ogni singolo momento.

Appena rientrata da un viaggio in India, ho riscoperto la gioia degli amici e l’importanza di rimanere legati a persone che ci hanno conosciuto nel passato e che, nonostante gli anni passino, ci considerano sempre come dolci, gentili e pronti ad aiutare.

Non sembra, ma il lavoro molto spesso attrae tutte le nostre energie e ci permette di respirare un pochino solamente uno o due giorni la settimana.

Stare con gli amici significa anche poter discutere e scambiare opinioni a proposito di temi che molte volte vogliamo capire ma che risultano difficoltose nella comprensione, in termini culturali.

A Delhi sono venuta a contatto con una cultura completamente differente dalla nostra, soprattutto per quanto riguarda le pratiche del matrimonio. I colori dell’India sono sgargianti, le danze non finiscono mai e le cerimonie per gli sposalizi durano normalmente una settimana (noi abbiamo celebrato il matrimonio di un nostro amico per tre giorni solamente).

Il matrimonio, nelle maggioranza dei casi, è combinato. i genitori del ragazzo o della ragazza cercano un partner per i propri figli, secondo la casta sociale, e i ragazzi iniziano quindi ad “incontrare” partner potenziali, con i quali sono chiamati a decidere, in tempi brevi ( in totale circa un anno dal primo incontro, se si decide di continuare gli incontri) se passare il resto della propria vita con la persona “prescelta”.

Un sistema alquanto severo, che non dà spazio al “romance”, ma piuttosto all’accettazione della persona nella famiglia dell’altra. Un “matrimonio sociale” più che d’amore, sposando la cultura e la famiglia dell’altro, con il quale poi si vive (da sposati, le coppie vivono con le famiglie, in grandi case su diversi piani).

Questa visione dell’amore è diversa dal nostro amore moderno. Noi prendiamo il tempo per conoscerci, ma facciamo anche molto in fretta a desistere e a cambiare, cercando un partner più consono alle nostre esigenze e desideri. Un amore “usa e getta”, potenziato dalla tecnologia che sembra avere la migliore risposta possibile se qualcosa non funziona. Non funziona? Non preoccuparti, troverai un’altra persona in un clic di computer.

In entrambi i casi, non dovrebbe essere così ( né matrimonio combinato da famiglie, né scelta di partner secondo le nostre necessità momentanee). Dovremmo trovare un amico/un’amica prima di tutto, che ci voglia bene per come siamo e per quello che facciamo, indipendentemente dal soddisfare i nostri desideri. Dovremmo arrivare ad essere in una relazione amorosa con un’altra persona quando la nostra felicità non dipende dall’altro, ma la completa, aumentandola.

Non essere emotivamente dipendenti da qualcuno, ma anzi, camminare fianco a fianco, e gioire insieme dei momenti insieme, apprezzandoli, e darsi una mano nei momenti di difficoltà.

Se si intende la vita come momenti passati insieme alle persone che ci sorridono e a cui noi diamo affetto, é possibile costruire un mondo felice e duraturo con un’altra persona, basandosi sul rispetto reciproco, la consapevolezza di essere individui autonomi, con propri impegni e passioni, che scelgono autonomamente di dedicare il proprio tempo vitale con una persona piacevole, che ci aiuti a comprendere il significato della vita, e che sia una luce che illumina ancora più fortemente la nostra luce di vita.

Pillole di felicità in viaggio in India. Prendiamo il tempo per decidere e per apprezzare la bellezza della vita.