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Intervista a Marta Casciola, Sales Executive a Londra: “Le aziende italiane hanno paura di investire sulle persone, ecco il problema”

Per l’intervista di aprile abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali e di dare libero sfogo alla curiosità e alla penna. Non potevamo fare altrimenti, soprattutto una volta conosciuta la nostra esuberante Italians del mese: si chiama Marta Casciola, ha 32 anni ed attualmente si trova a Londra, dove lavora come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso.

Ma non vogliamo spoilerarvi altro. Quindi silenziate i cellulari, prendetevi un momento libero ed immergetevi nei racconti di Marta. Vi sembrerà di viaggiare con lei attraverso la verde Umbria, l’operosa Inghilterra e anche verso la lontana Cina.

Eccoci qua, Marta. Raccontaci qualcosa di te e della tua storia

Cercherò di essere più breve possibile, dato che chi mi conosce afferma che sono prolissa e mi dilungo in argomenti che distolgono l’attenzione dal filo del discorso… l’ho fatto di nuovo…

Sono Marta Casciola, sono nata a Foligno, in Umbria, una delle poche regioni non bagnate dal mare. Lo sottolineo perché adoro il mare e soffro ogni giorno per non avere i soldi per comprarmi una bella villetta sulla spiaggia in Sicilia. Ho vissuto un pezzo di vita a Foligno ed un altro pezzo ad Assisi, città serafica, città di San Francesco, città di religione, spiritualità, arte e cultura, nonché città della Pace. Ci tengo ad aprire una parentesi, non siamo tutti “religiosi” in quella città. A volte me lo chiedono: io ad esempio, sono atea. Adoro quel paesino, perché non è proprio una città, è un via vai di persone che la visitano da tutto il mondo. E lei rimane “Oriente, se proprio dir vole” ( Dante- Paradiso Canto XI)

Non devo nemmeno descrivervi la sensazione di vivere in quello che inizialmente era un insediamento etrusco, poi una città romana, poi medievale, poi rinascimentale. Insomma, ha attraversato tutti i periodi storici italiani ed europei. La sensazione è di vivere in un film di Tornatore. Trovi meraviglie e pezzi di storia ovunque. I tramonti sono da brividi e super romantici. Ha un solo problemino. È in Italia. E non starei qui a scrivere se noi italiani non avessimo “problemini” a trovare un lavoro, ad essere promossi, trasferiti, ad evolverci, all’adattarci al cambiamento.

Perché diciamocelo, siamo come quel vecchio capo che è ancora attaccato ai report scritti a matita. Il sistema è lento, il metodo obsoleto e poco funzionale. Possibilità di errore molto elevata. Badate bene, io amo il mio paese e quando, soprattutto in Inghilterra fanno battute su stereotipi italiani, prima rido (perché un po’ è vero) e poi mi viene automatico rispondere a tono: “ Quando noi friggevamo, voi ancora pelavate le patate!!” … Che in inglese non fa nemmeno ridere.

Comunque, per non allontanarsi troppo dall’autobiografia, vivendo in questa conca di cultura e storia, sono stata da subito affascinata da altri mondi. Ho studiato Lingue ed Economia presso l’Università di Perugia e durante i miei studi ho sempre lavorato. Come fanno tutti, soprattutto in Italia, per guadagnarmi le vacanze estive o la cena fuori con le amiche ero costretta a lavorare. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che hanno sempre appoggiato qualsiasi cosa facessi e soprattutto mi hanno sempre resa curiosa e indipendente, cosa non così ovvia oggigiorno. Grazie a loro ho avuto la fortuna di essere stata introdotta alla lettura, ai viaggi, al cosiddetto personal improvement. Così ho fatto quello che 15 anni fa non facevano tutti ma che, almeno da quello che sento dire, è abbastanza facile fare ora: l’Erasmus.

Hai fatto la tua prima esperienza fuori casa molto presto, quindi. E poi cos’è successo?

Visto che è da quando l’ho scoperta ad 11 anni che l’Inghilterra esercita una forte influenza, scelsi ovviamente una meta in terra anglosassone: Manchester. Certo i tetti rossi alla Oliver Twist non erano certo i templi romani, i castelli medievali e le case di pietra rosa immerse nel verde. Però l’accoglienza, la disponibilità a spiegarti ogni minimo dettaglio, l’ambiente stimolante in cui si studiava, le biblioteche aperte 24 ore su 24, gli insegnanti che, con metodi mai visti, all’università, facevano giochi interattivi, discussioni e dibattiti in classe, essays o temi a casa che valevano “punti” per l’esame finale, scritto. Insomma tutto era “diverso” ma estremamente stimolante. Ho rimpianto di non essermi iscritta a tutto il corso. Studiavo due lingue completamente diverse tra loro, come l’Inglese ed il Cinese con un anno di Francese. Ho fatto esami di Economia, Finanza, Letteratura e Cultura Inglese, Italiana e Cinese. Ho avuto la possibilità di provare il sistema universitario britannico e non me ne sarei mai andata.

Sono tornata in Italia perché dovevo laurearmi e finire l’università, con la promessa che sarei tornata perché quello che avevo visto, mi era rimasto impresso. Una volta laureata mi capitò l’occasione di frequentare un corso di lingua intensivo presso la Beijing University a Pechino, appunto. Se l’Inghilterra mi aveva segnato, la Cina mi sconvolse totalmente. Pensai che tutti i viaggi che avevo fatto e tutte le esperienze all’estero che avevo vissuto non erano nulla in confronto a tutte quelle delle persone che avevo conosciuto. La mia era quasi ridicola. Non mi importò. Tornai in Italia convinta che, ovunque fossi diretta, non mi sarei fermata passivamente ma avrei cercato a tutti i costi quello che volevo.

E sei riuscita a trovarlo?

Nel giro di pochissimo tempo un’azienda di alta moda e lusso umbra (Brunello Cucinelli) mi prese a lavorare con loro. Feci altri colloqui ma quel mondo era talmente interessante che decisi di rimanere. Sono rimasta per 5 anni in questo ambiente giovane e pieno di iniziative. Un mondo stimolante, che mi ha insegnato a collaborare con tanta gente e che mi ha aiutato a capire il vero e spietato mondo del lavoro. Sono riuscita a farmi strada partendo dal basso ed arrivando a fare ciò per cui avevo studiato. Io ed il mio team gestivamo una ventina di negozi monobrand dell’area cinese e di Hong Kong, alcuni italiani e Taiwan. In pratica eravamo il collegamento tra l’headquarter italiano ed il partner cinese. Ad ogni decisione dei manager, noi facevamo in modo che i negozi la eseguissero. I report passavano per noi, le analisi del mercato, le valutazioni del personale, il buying, le vendite, insomma il lavoro di squadra era fondamentale. In 5 anni ho imparato così tanto e ad ogni livello che a volte mi scordavo di essere in Italia.

Come promesso a me stessa però, una volta arrivati al vertice di una montagna e averne goduto il panorama, era giunto il momento di continuare a muoversi sulla strada di nuove avventure. Successe proprio così: mi dissero “Ti offriamo un contratto a tempo indeterminato”. Ed io risposi: “Ma io non sto lavorando per ottenere un lavoro a tempo indeterminato, anzi … diciamo che in questo momento posso paragonare questa azienda ad un bellissimo ragazzo, affascinante e irresistibile, ma di cui non sono più innamorata. E quando non c’è più sentimento o passione, che motivo c’è di continuare?”. Ringraziai per la splendida esperienza, e voltai pagina. Per un anno lavorai come organizzatrice di eventi ma sentivo che l’Europa mi avrebbe dato una possibilità in più rispetto a quella realtà piccola in cui vivevo. Scelsi Londra perché la conoscevo già molto bene, conoscevo la lingua e pensavo sarebbe stato veramente facile trovare un lavoro che potesse darmi la possibilità di crescere. Sono arrivata in Inghilterra ad ottobre 2018, non è molto quindi che vivo in terra anglosassone. Per ora mi limito a lavorare come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso. Praticamente mi occupo della gestione dello showroom, dei contatti con i clienti a Londra e nel mondo, marketing e sales e progetti con designer e architetti.

Facciamo un passo indietro. Perché se in Italia avevi comunque un buon posto di lavoro hai scelto di partire verso l’Inghilterra?

Partiamo dal presupposto che per me ogni nazione, paese, città ha delle particolarità, delle tradizioni, dei luoghi, che per esplorare bisogna vivere. Quindi se avessi la possibilità (e forse un giorno lo farò!) vivrei almeno un anno in ogni paese del mondo. Ho scelto comunque l’Inghilterra come meta iniziale perché la trovo affascinante. La trovo molto lontana in tradizioni e cultura dalla nostra e quindi la sto studiando, cercando di prenderne i lati positivi e chiudendo un occhio su quelli negativi.

Trovo che vivere in un paese totalmente diverso da quello di nascita sia l’esperienza più stimolante che si possa fare nella vita. È importante per l’accettazione di essere umani “diversi” per cultura da noi, e per aprire la propria mente ad abitudini che non sono le nostre. Si impara ad essere disponibili e ad aiutare le persone in difficoltà. Si impara anche che “tutto il mondo è paese” e che molti problemi o sfaccettature che si pensa siano solo italiane, sono ovunque. Si capisce viaggiando e vivendo le tradizioni altrui che alla fine la nostra non è poi così male.

Perché ho lasciato, quindi? Perché non era il contratto a tempo indeterminato di Checco Zalone quello che volevo. Volevo nuovi stimoli, volevo crescere, volevo che l’azienda investisse su di me e chiesi un trasferimento in Cina o in Inghilterra. Non ci fu possibilità di movimento ed io, a malincuore ma sempre più convinta, decisi che la passione doveva essere indirizzata altrove. Probabilmente le aziende in Italia hanno paura. Hanno paura che se hai formato una persona per così tanti anni non potrai ritrovarne un’altra altrettanto brava. Hanno paura di investire sulle persone. Ed è lì, secondo me, su cui dovrebbero soffermarsi.

La differenza, a mio parere e per quanto mi riguarda, tra due paesi come l’Italia e l’Inghilterra si percepisce proprio su questo campo: le persone. A Londra non ha importanza se hai studiato lettere classiche e latino, una volta laureato, puoi fare tutto. Entrare nel giornalismo, fare carriera nel mondo dei media, entrare a lavorare in una azienda di investimenti. Non importa cosa hai studiato e quanto hai preso, importa quanto sei capace ad evolverti, se sei disposto ad adattarti, se sei malleabile ed hai la volontà di crescere ed imparare.

Non sono scappata dall’Italia, né tantomeno mi sento un “cervello in fuga”. Sono semplicemente una persona che è curiosa di esplorare e ricevere stimoli dal mondo. Il lavoro mi ha insegnato che non voglio vivere per lavorare. E non sono venuta in Inghilterra per fare carriera, ma per scoprire qual è la mia strada. Non necessariamente deve essere il lavoro l’obiettivo che ti spinge a migliorare. Per me lo sono molte cose, come il viaggio, la scrittura, le lingue, la conoscenza e la comprensione delle persone e poi anche il lavoro che ti appassiona…. insomma un cocktail di esperienze.

Londra ti sta dando quello che cercavi? Com’è realmente vivere lì?

Quello che mi affascina di più di una città come Londra è il movimento. Esci e tutto è in movimento. Tutto è a disposizione e tutto si muove in maniera veloce. Ed ugualmente succede con il lavoro. Gli svantaggi sono sicuramente relativi all’altissima competizione che si è costretti ad affrontare ed al fatto che ci si deve adattare in tempi brevissimi. Il vantaggio d’altro canto, è che se si è aperti al cambiamento, basta seguire la corrente. Secondo me non si può paragonare Londra ad una delle città italiane. Londra è un crogiolo di etnie, un amalgamato di religioni e mondi differenti, una mescolanza di opportunità e relazioni da instaurare, tanto che è diversa anche dal resto dell’Inghilterra. A Londra potresti uscire ed in un pomeriggio trovare lavoro, in sei mesi se ti impegni riesci facilmente ad occupare una posizione manageriale. In 2 anni potresti benissimo esserti formato abbastanza da trovare un altro lavoro totalmente diverso da quello che facevi prima. Personalmente sento che una città come Londra potrebbe aiutarmi a crescere non solo a livello professionale ma anche nell’approccio con gli altri e nel capire quali sono i miei obiettivi di vita.

Quando mi sono trasferita qui avevo – ed ancora ho – la fortuna di avere già amici che vivono a Londra, principalmente inglesi, che mi hanno sempre aiutato a comprendere meglio certe abitudini. Non posso dire che è facile. Diciamo che trovo l’Italia molto più aperta alle relazioni sociali. Anche l’area di Manchester e dintorni è molto diversa da Londra, molto più disponibili alla chiacchiera amichevole. Qui vige il “Non ho tempo”. Nessuno ha tempo. Lo svantaggio di vivere in una città veloce e aperta al cambiamento è che il tempo è fondamentale. Tutto quello che si può evitare per guadagnare tempo, lo si evita. Il caffè di corsa take away, il pranzo al volo, la birra senza cena, le app per uscire….. un po’ diverso dall’ora e mezza per pranzo, l’aperitivo con cena, le chiacchiere da bar. Ogni abitudine e cultura ha dei pro e dei contro, tutto sta a capire qual è più adatta a noi. Io cerco di scendere a compromessi, quindi vado sempre di fretta ma spesso mi ritaglio del tempo per due chiacchiere “da bar”.

Immagino che anche nelle chiacchiere da bar la parola Brexit si affacci spesso

Eh già! Ormai l’argomento Brexit è diventato uno dei più gettonati nelle conversazioni. “How are you?”, “I can’t believe it’s raining” (veramente non ci credi?) e “What do you think about Brexit?”. Ho una mia opinione, ma non essendo un politico non potrei dare una valutazione oggettiva. Che poi, chi potrebbe darla? Penso solo che i vantaggi sono minori degli svantaggi, sia che accada una “soft” che una “hard” Brexit. Seguo l’argomento come una vecchietta ossessionata da “Cento Vetrine”, però ho anche avuto conversazioni divergenti con Inglesi che prima erano sfavorevoli e poi invece, stufi, non vedono l’ora avvenga il divorzio. Mi sbaglierò ma non penso siano argomenti che un cittadino comune possa decidere così, se due piedi, senza avere gli strumenti per effettivamente valutare.

Per quanto riguarda l’effetto che la Brexit potrà avere sulla mia vita… i prossimi progetti non sono ancora chiari nella mia mente. Mi piacerebbe iscrivermi ad un Master per la gestione delle Risorse Umane qui a Londra, mi piacerebbe entrare nel mondo dell’HR per avere la possibilità di essere ancora più a contatto con le persone. Sto studiando lo Spagnolo in questo momento, da autodidatta. Sperando che un giorno una azienda spagnola mi chiami a lavorare a Madrid. L’Italia a volte mi manca, mi mancano i sapori, le tradizioni, gli amici, la famiglia…. ma non è ancora il momento di tornare a casa!

Parliamo della Cina in Africa, il “secondo continente della Cina”

Al Forum della Cooperazione Cina-Africa del mese scorso a Pechino, il presidente cinese Xi-Jinping ha annunciato 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti in Africa.

Le otto maggiori iniziative della cooperazione Cina-Africa sono: promozione industriale, connettività delle infrastrutture, facilitazione del commercio, sviluppo verde, capacity building, sanità, scambi culturali, pace e sicurezza.

Dove l’Europa vede rischi come migrazione, terrorismo, instabilità politica, la Cina vede invece opportunità come risorse naturali e preziosi minerali. L’Africa ha infatti petrolio, rame, cobalto e minerali di ferro: per questo rappresenta un grande mercato per produttori cinesi e società di costruzioni, ed è un veicolo promettente per l’influenza geopolitica cinese. Ma il comportamento degli attori cinesi in Africa non è esemplare: vi sono stati reclami legittimi di aziende cinesi che impiegavano africani del posto maltrattandoli, sottopagandoli e ponendo poca attenzione alla cura dell’ambiente.

Tra il 2000 e il 2017, gli investimenti diretti esteri cinesi in Africa – in miliardi di dollari – hanno visto protagonisti l’Egitto (24 miliardi di dollari) seguito dalla Nigeria (6 miliardi di dollari), dall’Algeria, Sud Africa, Mozambico, Etiopia, Angola, Niger, Zambia e Marocco (2.5 miliardi di dollari).

Rinominato il “secondo continente della Cina”, l’Africa è diventata sempre di più un laboratorio di idee e di significato strategico per il commercio internazionale (porto di Gibuti, e risorse naturali della Nigeria). Circa un milione di imprenditori cinesi si sono trasferiti in Africa, imparando la lingua e apprendendo le dinamiche del territorio in maniera strategica.

Vivendo in linea diretta le nuove infrastrutture, le strade, i ponti, le residenze e i mezzi di trasporto costruiti dai manager cinesi in Africa dell’est, poso testimoniare due sono le tendenze di pensiero in merito alla questione cinese in africa sono due: diritti umani e protezione lavorativa da un lato, pensiero e azioni lungimiranti per il progresso industriale dell’Africa dall’altro.

In maniera alquanto bizzara, ma reale, coloro che si schierano per i diritti umani e la protezione dei lavoratori siamo perlopiù noi occidentali (o come siamo chiamati qui, i musungu, i bianchi). Chi si schiera invece per il progresso industriale é la popolazione africana stessa. Un caso eclatante è stato esposto dal giornale americano The New York Times –  Kenyans say Chinese investments brings Racism and Discrimination – in un articolo in cui espone la vicenda cinese sotto una diversa prospettiva e in cui si da voce ai kenioti, i quali avrebbero lamentato episodi di discriminazione e razzismo da parte dei cinesi, che a quanto pare avrebbero soprannominato i kenioti “scimmie”, con accezioni a dir poco negative ed umilianti.

La popolazione cinese in Kenya attualmente conta circa 40.000 persone; molto spesso vivono in grandi edifici con poca interazione con la popolazione locale. Lavorano e non conoscono le dinamiche del territorio. Le condizioni lavorative per entrambe le parti non sono le migliori. La vita sociale é minima per i cinesi, i kenioti vengono sottopagati e trattati al limite della dignità umana. Dobbiamo riflettere su questi punti e sull’influenza di questa Grande Cina, potenza in via di espansione, che gioca alla strategia del controllo dei mari e della win-win cooperation, cooperazione che dovrebbe appunto vedere entrambi vincitori, Cina e Africa, puntando sugli istituti di cultura e sugli scambi tra università e soft diplomacy.

Dalla parte africana, invece, ho avuto modo di confrontarmi con specialisti del commercio internazionale, con storici ed educatori di scienze umane e sociali, accomunati tutti dall’apprezzamento per la lungimiranza cinese. In breve, l’idea comune è questa: è il turno dell’Africa di saper negoziare per l’industrializzazione dei propri paesi. Come scrive anche il Foreign Policy, l’aiuto cinese e gli investimenti sono positivi per l’Africa. Questo perché l’assistenza cinese consiste, per la maggior parte, in crediti all’esportazione e in prestiti per le infrastrutture (molto spesso con poco o zero interesse). E le sue caratteristiche sono: flessibilità, velocità e zero condizioni.

Secondo gli studiosi africani, sono ora i governi africani a dover fare girare la ruota dell’economia e ad utilizzare questi investimenti nei loro paesi per industrializzarli. I Paesi africani devono, quindi, divenire i “proprietari” di questi investimenti, migliorando le competenze, le abilità dei lavoratori ed imparando le tecniche dai cinesi che, in termini di tecnologia ed innovazione, sono molto avanzati.

Not merely receivers, but proactive transformers of the opportunites“. Ossia “non meramente riceventi, ma proattivi trasformatori delle opportunità“. Questo è il pensiero comune con cui mi sono confrontata nell’ultimo periodo di acceso dibattito Cina-Africa.

Viviamo per vedere. Ma si sa, la Cina lavora sul lungo periodo. Impariamo e osserviamo.

 

Intervista a Sofia Scattini, il ritorno in patria e l’esperienza da insegnante di italiano in Cina

L’intervista di questo mese, l’Italian di questo mese, è particolare. Quando qualche mese fa ho conosciuto per la prima volta Sofia Scattini si trovava in Cina; adesso invece, da poco più di qualche settimana, è tornata in Italia. Aveva un lavoro prima e ne ha trovato uno analogo qui in patria, sempre come insegnante di italiano a studenti cinesi. Alla fine quindi, qualcuno riesce a tornare. E lo fa più che degnamente, a condizioni professionali favorevoli.

Sofia, perugina di 27 anni, soltanto nei primi sei anni di vita si è spostata tra Arezzo, Montevarchi e Triste, seguendo il padre e la sua carriera da calciatore che ha interrotto – “con grande amore”, sottolinea lei – per consentirle di iniziare un percorso scolastico senza continue interruzioni. Ha poi vissuto a Siena dove ha conseguito la specialistica in Scienze Linguistiche e Comunicazione Interculturale all’Università per Stranieri di Siena e poi è arrivata l’esperienza in Cina – più precisamente: a Qingdao, Chongqing e Nantong.

Tra le sue passioni ci sono i viaggi, le lingue e, ovviamente, la Cina. E, da perugina doc, la pallavolo e la squadra della sua città, la Sir Volley, che è riuscita a tifare nonostante il fuso orario.

Ciao Sofia! Raccontaci di te e della tua storia: come e quando sei arrivata in Cina, a Nantong? Era un tuo obiettivo, qualcosa che avevi già in mente di fare, oppure hai seguito il corso degli eventi?

La domanda più frequente che mi è stata chiesta negli ultimi anni è proprio: “Come sei arrivata in Cina? Perché proprio la Cina?”. Non ti nascondo che in momenti di sconforto, che inevitabilmente possono colpire in una realtà così diversa dalla propria, mi sono fatta la stessa domanda. Ma posso dirti anche di avere una risposta. Dopo il liceo ero molto confusa, sapevo che quella delle lingue era l’unica strada percorribile per me e anche l’unica che amassi veramente. Allo stesso tempo però sentivo l’esigenza di qualcosa di nuovo. Ho deciso allora di optare per una nuova lingua. La mia università (l’Università degli Studi di Perugia) oltre alle canoniche lingue europee offriva anche corsi di russo, cinese e giapponese. Decisi che avrei provato i corsi di tutte e tre le lingue e che avrei poi preso una decisione. Andai alla mia prima lezione di cinese, la ricordo ancora benissimo, e fu amore a prima vista. Era esattamente quello che stavo cercando.

Dopo tre anni di cinese non ero ancora stata in Cina, ero entusiasta della lingua ma di fatto non avevo contatti diretti e genuini con la cultura, la gente… con la Cina, insomma. Per decidere se continuare con il cinese, investendo tempo e risorse, dovevo capire se io e la Cina saremmo potuto andare veramente d’accordo. Stavo per laurearmi e uscì il primo bando dell’Università degli Studi di Perugia per una borsa di studio con un’università cinese. Decisi di posporre la laurea di una sessione e partire. È stata la mia prima Cina. Me ne sono subito innamorata. Ma a posteriori posso dirti di non averla capita durante quei primi sei mesi, anche se credevo di sì. Il mio livello di cinese era troppo basso per dialogare con i cinesi (il modo migliore a mio avviso per comprendere questo eterogeneo e complesso paese) e i miei 22 anni e la mia non sufficiente preparazione culturale sulla Cina mi hanno permesso di guardare solo dall’esterno la realtà cinese. Sono rimasta una mera spettatrice, o una pangguanzhe 旁观者 , come si dice in cinese.

A Chongqing, con un cinese che stava (lentamente e faticosamente) migliorando ho iniziato ad essere maggiormente attiva nelle dinamiche della cultura cinese. Amici cinesi, locali cinesi, ho persino vissuto con una famiglia cinese, divenuta ufficialmente parte del mio cuore e della mia vita ancora oggi. A Chongqing ho scelto la Cina, e l’ho scelta sopra di tutto: sopra la mia famiglia, l’amore e gli amici di una vita. A Nantong ho scoperto, e scopro ogni giorno, ancora una nuova Cina e mi sento maggiormente consapevole delle mille sfaccettature che contraddistinguono questo paese. Non posso dire di non sentirmi più una spettatrice o di sentirmi completamente integrata all’interno delle dinamiche cinesi, ma sono forse divenuta una spettatrice più consapevole e attenta. Amo le possibilità che questo Paese mi offre, le mille sfide che ogni giorno mi obbliga ad affrontare, il calore della gente (che spesso però per un europeo può essere un’arma a doppio taglio), il fatto che sebbene abbia iniziato in Cina una nuova vita in più di un’occasione lontano da ogni affetto, non mi sia mai sentita sola. Vai in un parco per leggere un libro, in un ristorante per un pasto veloce da sola e qualcuno arriva, qualcuno a farti una domanda su chi sei, da dove vieni e quale sia la tua storia. Non trovo lo stesso calore, la stessa curiosità in Italia. Paradossalmente mi sono sentita più sola in Italia a volte. Detto ciò, vivere in Cina comporta numerose difficoltà e ostacoli per chiunque non sia cinese. È necessario a questa nuova realtà, altrimenti la Cina ti sovrasta.

Parlando del tuo lavoro: di cosa ti occupi? E soprattutto: come hai trovato questa opportunità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?

Sono un’insegnante di italiano a studenti cinesi. Sono approdata a Nantong grazie ad un bando per ex laureati Unistrasi. Esistono moltissime possibilità di lavoro in Cina come insegnante, soprattutto se si conosce un po’ di cinese. Ovviamente il mercato dell’italiano non offre le stesse possibilità e trattamenti del mercato della lingua inglese, ma ad ogni modo si tratta di un settore in grande crescita. Individuare in Italia possibilità lavorative coerenti con il mio percorso di studi e con ciò che amo fare non è altrettanto facile. Con altrettanta sincerità devo però dire di non aver cercato lavoro in Italia alla fine del mio percorso di laurea. Volevo un’esperienza lavorativa in Cina con tutta me stessa e mi sono concentrata solo su questo. So però, attraverso le esperienze di molti colleghi, che tornare in Italia in qualità di insegnante (professione con un peso sociale considerevolmente diverso in Italia e i Cina) è estremamente difficile. Non sono in molti a farcela.

“Lavoro” e “Cina” sono due parole che mi fanno venire in mente ritmi sfiancanti e produttività massima. È veramente così oppure ci sono dei miti da sfatare?

È in parte vero, ma al contempo è necessario specificare se si sta parlando di cinesi o waiguoren (stranieri). La Cina non riposa mai. Negozi aperti 24 su 24, operai impegnati in riparazioni o lavori per strada a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ricordo ancora quando a Chongqing sono uscita di casa alle 4 di notte per andare all’aeroporto, la scena che mi si è prospettata davanti agli occhi è stata la stessa di ogni mattina quando alle otto uscivo per andare al lavoro. Strada gremita di persone, supermercati aperti, lavori in corso, il caos, il rumore. In Cina non esiste il concetto di fine settimana, credo di non sapere nemmeno come si dica giorno festivo in cinese. Ognuno ha il proprio turno di riposo in un giorno diverso della settimana, può essere il lunedì, il giovedì, molto raramente il sabato e la domenica. Ad ogni modo la situazione presenta delle differenze per noi stranieri: beneficiamo di turni di lavoro molto più ragionevoli e giorni di riposo. Devo però dire che ancora non sono riuscita ad abituarmi all’assenza del concetto di “vita privata al di fuori del lavoro”. È frequente essere contattati dai nostri superiori a qualsiasi ora del giorno e della notte, è necessario essere sempre reperibili, non esiste l’idea che al di fuori del proprio orario lavorativo ognuno di noi sia assolutamente libero di dedicarsi alla propria vita privata. Si richiede una costante disponibilità: durante le vacanze, le pause, la sera. Ma con impegno si riesce a mediare tra due culture sostanzialmente diverse e trovare un punto di incontro.

In cosa è diverso il mondo professionale cinese rispetto a quello italiano? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Il modo del lavoro è una realtà estremamente competitiva. Una delle tante realtà per cui si addice perfettamente una delle frasi preferita dai cinesi 中国人太多了ovvero “i cinesi sono troppi”. La competizione è sempre dietro l’angolo. Al contempo è un mondo in cui le eccellenze, i talenti riescono ad emergere… sempre! C’è un opportunità per tutti. I giovani cinesi sono vittime di una fortissima pressione che contraddistingue tutto il loro percorso di studi a partire dal primo anno di scuola elementare fino al temutissimo gaokao, l’esame della maturità cinese. Riuscire ad essere ammessi alle migliori scuole del paese e successivamente ai migliori atenei cinesi diviene la missione principale della maggior parte delle famiglie cinesi. Una volta centrato tale obiettivo però il percorso universitario e l’individuazione di ottime opportunità lavorative diviene estremamente semplice (esattamente il contrario di quello che avviene in Italia). Fondamentale in ambito lavorativo è anche quello di stabilire una buona rete di conoscenze e relazioni, le cosiddette guanxi che non assumono una connotazione negativa come si potrebbe pensare in Italia. Avere buone conoscenze con chi conta nel settore è un motivo di vanto, quasi un’arte. Si viene incentivati a partecipare a cene ed eventi per estendere la propria rete di guanxi.
Sulla base della mia personale esperienza posso inoltre dire che essere giovane o essere una donna non rappresenta un ostacolo nel mondo del lavoro cinese. Per concludere oserei dire che le possibilità sono direttamente proporzionali alla pressione e alla competizione.

Com’è vivere in Cina, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Vivere in Cina non è semplice, ma altrettanto stimolante. Credo si riesca a vivere a lungo a Cina solo se si accetta di premere il pulsante reset e abbandonarsi ad una nuova realtà. Attraversare la strada, camminare, relazionarsi al prossimo, va tutto rivisto. Credo che questo aspetto non possa essere descritto ma è necessario farne esperienza diretta. Ad agosto finalmente parte della famiglia è venuta a trovarmi ed è stata per me un’esperienza meravigliosa ma al contempo che mi ha portato a riflettere. È stato sopra ogni cosa un’emozione indimenticabile perché per la prima volta ho percepito una congiunzione tra la mia vita italiana e cinese, fino a quel momento ben distinte l’una dall’altra. La parte cinese e italiana che coesistono in me e a cui ero solita dare spazio in base al luogo in cui mi trovavo non dovevano più essere messe in stand-by: si apriva finalmente un canale tra queste due identità che, per dirlo alla cinese, riuscivano a trovare un equilibrio. Al contempo però vedere mia sorella e mio cugino non riuscire a muoversi in quello che loro chiamavano un altro universo, ma che invece per me rappresentava la mia vita quotidiana, mi turbava. Avevo dimenticato cosa significasse sentirsi dei completi alieni in quella terra che ormai era ed è diventata in parte anche casa mia e in qualche modo mi disturbava che potesse essere definita una realtà parallela, un universo a parte.

La sconfitta più grande per me è stato quello di essere rimasta un’outsider in Cina, o perlomeno di non essere riuscita nell’obiettivo di confondermi tra la gente, di essere considerata appieno una di loro. Il mio sogno era quello di preservare la mia identità italiana ma divenire progressivamente parte della cultura e comunità cinese. Un sogno, almeno per me, fallito. La continua attenzione che ottengono passeggiando per strada, salendo in un autobus, mentre leggo un libro in un parco, i frequenti laowai (straniero, wai indica proprio chi viene da fuori) sussurrati per strada mi ricordano che nonostante i vestiti in stile cinese, le mie lezioni di tè e calligrafia, rimarrò sempre qualcuno che viene da fuori. Questo è stato ed è un qualcosa molto difficile da accettare per me ed il motivo per il quale a volte mi chiedo se potrei mai riuscire a stabilirmi in modo definitivo in Cina. La risposta che per ora mi do è no, ma allo stesso tempo, ogni volta che mi allontano dalla Cina per più di qualche mese mi ritrovo a cercare opportunità lavorative per tornare il prima possibile. Una vera storia d’amore fatta di alti e bassi, momenti in cui ci si perde per poi ritrovarsi. Sono lontana dalla Cina da soli pochi giorni e già sogno il momento in cui ci rimetterò piede.

Esiste una comunità di italiani a Nantong? E inoltre: ti sei mai pentita della tua scelta?

A Nantong non esiste una comunità di italiani. Quando sono arrivata sono stata accolta da altre due italiane, Giorgia e Rosa, che sono diventate il mio punto di riferimento. Esiste una grandissima comunità sudafricana, per la maggior parte insegnanti di lingua inglese. A Nantong ho approfondito la conoscenza della Cina ma ho anche scoperto la cultura di alcuni paesi africani, in particolar modo il Sudafrica, Namibia e Zimbabwe.

Lasciare l’Italia non è stata una decisione premeditata e ponderata. È semplicemente accaduto, da adolescente non ho mai pensato di fermarmi a lungo all’estero. Le mie prime esperienze fuori dall’Italia sono avvenute durante il liceo, brevi scambi linguistici. Stessa cosa è avvenuta per la Cina. Sono partita per due borse di studio, la prima a Qingdao e la seconda a Chongqing, per soli sei mesi. Con l’eccezione che la seconda volta, dopo un percorso linguistico di sei mesi in un’università cinese, sono atterrata all’aeroporto di Roma, dove mi aspettava la mia famiglia, con poco più di uno zaino. Ricordo la sguardo di mia mamma, l’unica ad aver capito in quel momento che il resto delle mie cose non sarebbero state spedite per nave, come avevo timidamente sostenuto, ma me le sarei tornate a prendere da sola, a distanza di poco più di un mese, iniziando in Cina il mio primo vero e strutturato percorso lavorativo. È proprio a Chongqing che ho capito che la Cina era quello che desideravo, non potevo semplicemente starle lontano. Il prezzo da pagare è stato alto, ma è comunque una decisione che non ho mai rimpianto. Tutto ciò per dire che non c’è stato un giorno in cui ho capito che me ne sarei andata dal mio paese, ma è stato una serie di eventi ed incontri ad avermi portata dove mi trovo ora.

Passando agli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Cina. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?

Ho fatto esperienza della macroscopica differenza tra sistema d’istruzione italiana e cinese sia da studente che da insegnante. Me ne sono appassionata a tal punto da approfondire questo tema anche nella mia tesi di laurea magistrale. In Cina le lingue si apprendono seguendo un metodo grammaticale-traduttivo, la grammatica assume un ruolo di assoluta priorità lasciando minore spazio all’uso della lingua target, che spesso rimane qualcosa di distante dallo studente. Ho appreso il cinese spendendo giornate a scrivere caratteri, a memorizzare liste di parole ad esaminare strutture grammaticali. È però solo quando sono arrivata in Cina, parlando per strada, nei mercati per contrattare i prezzi (un must in Cina ed anche un’arte) e quando ho stretto rapporti più autentici con amici cinesi che ho iniziato veramente ad apprendere il cinese. A tutto ciò ovviamente si accompagnavano dei necessari corsi di cinesi con dei docenti che guidavano il mio percorso di formazione. Da insegnate di lingua italiana a studenti sinofoni posso dirti che l’italiano in Cina si insegna insegnando in cinese (che è la lingua veicolare in classe). Sono stata più volte ripresa perché insegno troppa poca grammatica e perché nelle mie classi si parla troppo. L’istruzione cinese al contempo si caratterizza per il rigore, l’attenzione al dettaglio che spesso manca nei nostri percorsi scolastici o di formazione. La scuola dell’obbligo cinese è una realtà difficilissima da comprendere se non se ne fa esperienza diretta. La pressione raggiunge livelli inimmaginabili. I bambini e ragazzi studiano dalla mattina alla sera, l’ossessione del punteggio del gaokao (la maturità cinese) scandisce il percorso di formazione ed, ahimè, l’infanzia della maggior parte dei giovani studenti cinesi. Tutto è finalizzato, pensato, progettato sulla base di questo temutissimo esame che determina l’accesso all’università e di conseguenza il futuro lavorativo. Negli anni di medie e superiori non esistono vacanze estive, weekend. Quando non si è a scuola si è impegnati in corsi privati di inglese, matematica, arte e così via.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Sinceramente sono tornata per rispondere a questa domanda, perciò almeno per ora non ho una risposta precisa da darti. Le mie principali esperienze lavorative sono state all’estero. Sono tornata per comprendere se io sia in grado di inserirmi all’interno delle dinamiche della realtà lavorativa italiana. Si parla spesso delle numerose mancanze di noi giovani italiani, che indubbiamente esistono e non le metto in dubbio. Al contempo credo però che ci siamo ritrovati in una realtà economica e lavorativa complessa e in molti di noi hanno cercato di reinventarsi, di individuare nuovi settori, nuove abilità. Siamo alla continua ricerca di stimoli, opportunità per formarci, per migliorare è per trovare un modo per farcela. Ho conosciuto tanti giovani italiani in Cina perfettamente fluenti in 3 o 4 lingue e dei veri talenti nei loro settori.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Visto il tuo recentissimo ritorno in Italia, hai intenzione di fermarti e stabilirti qui a lungo termine e sfruttare le tue competenze acquisite all’etsero, o credi il richiamo della Cina possa tornare a farsi sentire presto?

Sono tornata in Italia da pochi giorni per una sfida con me stessa e per provare a comprendere se lavorare in Italia possa rappresentare un’opzione che mi entusiasma e stimola. Insegnerò lingua cinese in un liceo, una realtà indubbiamente diversa da quella a cui sono abituata. Questo è da sempre stato uno dei miei obiettivi, ho accettato perciò questa offerta con grande entusiasmo ma anche tanta preoccupazione e timore. Timore di non centrare l’obiettivo, di non riuscire a proporre ai mie nuovi studenti la Cina come vorrei. L’obiettivo che mi propongo è di spingerli a sviluppare un proprio personale punto di vista su una realtà culturale e sociale estremamente eterogenea quanto affascinante e di riuscire ad avvicinarli il più possibile a questa lingua, che non venga percepita come una realtà linguistica distante anni luce ma come una possibilità, una possibilità di scoprire una cultura e una lingua che a me hanno arricchito e cambiato la vita.

La Cina e il Senegal: ambiente e infrastrutture

Dakar è una città molto piacevole: sole, oceano, isole da scoprire, molto pesce fresco e calamari, riso e patatine fritte.

Negli spostamenti preferisco usare i mezzi pubblici . Non tutte le zone della città sono perfettamente vivibili. Sono da migliorare ancora diversi servizi pubblici, il sistema fognario è in via di completamento e si vedono ancora pochi operatori ecologici e rari cassonetti per l’immondizia.

Le infrastrutture, molto spesso, sono in fase di avanzata costruzione: i progetti per la loro conclusione e inaugurazione (uffici, case o edifici adibiti a nuovi quartieri residenziali potenziali) sembrano non avere però tempi rapidi.

Poubelle_Blogpost2Ma esiste In questo quadro una volontà da parte dei giovani senegalesi di migliorare le condizioni della loro città , anche loro immaginano una città più bella, più respirabile, più pulita. Si sono organizzati partendo dalle piccole cose. Iniziative come i cestini dell’immondizia appesi al muro (vedi foto); si cercano di organizzare giornate di volontariato di giovani che raccolgono il “dechet” – la spazzatura.

In campo infrastrutturale la presenza della Cina si vede e si percepisce. La China Road and Bridge Corporation, una della quattro grandi aziende statali cinesi – finanziata dal governo della repubblica popolare dal 1958 e dal 1979 azienda formalmente istituita – é la prima ad essere entrata nel mercato internazionale in progetti di appalti e di amministrazione di progetti per la costruzione di strade, ponti, porti, ferrovie, aeroporti, gallerie e progetti di tutela acque, opere comunali. Questa azienda è presente anche in Senegal. In totale l’azienda madre cinese possiede 50 filiali e uffici in oltre 50 paesi e regioni in Asia, Africa, Europa e America.

Secondo i dati di UNCTbuildingAD e IMF, rispettivamente l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata in commercio e sviluppo e il fondo monetario internazionale, la Cina é il maggiore trader commerciale a livello globale con l’Africa, sorpassando la leadership degli Stati Uniti nel 2009. Cifre di 156,4 miliardi di dollari di commercio di beni con l’Africa (dati 2013) e 2,5 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri verso l’Africa (dati 2012). Secondo i dati del ministero del commercio cinese, il commercio sino-africano ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari nel 2010, e il volume del commercio tra Cina e Africa è cresciuto del 30 % durante i primi tre trimestri del 2010, segnalando – secondo il China Daily, – un nuovo record. I 5 partner commerciali maggiori della Cina sono l’Angola, il Sud Africa, il Sudan, la Nigeria e l’Egitto – secondo il Forum on China and Africa cooperation.

Nel corso degli ultimi decenni, la rapida crescita economica della Cina – ad un tasso di crescita annuale del 10 % per gli ultimi tre decenni fino al 2010- (ma oggi in lieve decrescita con problemi di maturazione del mercato) e la classe media in espansione ha alimentato un bisogno senza precedenti di risorse. La potenza economica si è concentrata quindi sull’Africa come cantiere per fornire risorse energetiche a lungo termine, necessarie per sostenere la sua rapida industrializzazione, bloccando le fonti di petrolio e altre materie prime in tutto il mondo.

La strategia cinese adottata in Africa è di win-win. Costruzione di ponti, strade e ferrovie in cambio delle materie prime africane, e creazione di lavoro per la popolazione locale. Nell’ultimo investimento cinese verso il Senegal, per un ammontare di 420 miliardi di dollari destinati alla costruzione di infrastrutture su un periodo di 4 anni, ha creato fra i 7000 e gli 8000 posti di lavoro temporanei e tra i 700 e gli 800 di permanenti. Critiche però sulle pratiche commerciali, e sull’incapacità di promuovere good governance e rispetto dei diritti umani si sono già fatte sentire dalla società civile senegalese.

Le speranze di un corretto comportamento economico della presenza cinese in Africa potrebbe far dimenticare quell’intervento che corretto non è stato da parte delle potenze occidentali nella corsa alle immense ricchezze africane dei due secoli trascorsi. La speranza dei giovani senegalesi , oggi, è non vedere confermati quei timori di associare ancora una volta nella loro storia le potenze occidentali alla Cina.

La nuova generazione dirigente non vuol più essere segnata da amarezza e delusione.