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Intervista a Sofia Scattini, il ritorno in patria e l’esperienza da insegnante di italiano in Cina

L’intervista di questo mese, l’Italian di questo mese, è particolare. Quando qualche mese fa ho conosciuto per la prima volta Sofia Scattini si trovava in Cina; adesso invece, da poco più di qualche settimana, è tornata in Italia. Aveva un lavoro prima e ne ha trovato uno analogo qui in patria, sempre come insegnante di italiano a studenti cinesi. Alla fine quindi, qualcuno riesce a tornare. E lo fa più che degnamente, a condizioni professionali favorevoli.

Sofia, perugina di 27 anni, soltanto nei primi sei anni di vita si è spostata tra Arezzo, Montevarchi e Triste, seguendo il padre e la sua carriera da calciatore che ha interrotto – “con grande amore”, sottolinea lei – per consentirle di iniziare un percorso scolastico senza continue interruzioni. Ha poi vissuto a Siena dove ha conseguito la specialistica in Scienze Linguistiche e Comunicazione Interculturale all’Università per Stranieri di Siena e poi è arrivata l’esperienza in Cina – più precisamente: a Qingdao, Chongqing e Nantong.

Tra le sue passioni ci sono i viaggi, le lingue e, ovviamente, la Cina. E, da perugina doc, la pallavolo e la squadra della sua città, la Sir Volley, che è riuscita a tifare nonostante il fuso orario.

Ciao Sofia! Raccontaci di te e della tua storia: come e quando sei arrivata in Cina, a Nantong? Era un tuo obiettivo, qualcosa che avevi già in mente di fare, oppure hai seguito il corso degli eventi?

La domanda più frequente che mi è stata chiesta negli ultimi anni è proprio: “Come sei arrivata in Cina? Perché proprio la Cina?”. Non ti nascondo che in momenti di sconforto, che inevitabilmente possono colpire in una realtà così diversa dalla propria, mi sono fatta la stessa domanda. Ma posso dirti anche di avere una risposta. Dopo il liceo ero molto confusa, sapevo che quella delle lingue era l’unica strada percorribile per me e anche l’unica che amassi veramente. Allo stesso tempo però sentivo l’esigenza di qualcosa di nuovo. Ho deciso allora di optare per una nuova lingua. La mia università (l’Università degli Studi di Perugia) oltre alle canoniche lingue europee offriva anche corsi di russo, cinese e giapponese. Decisi che avrei provato i corsi di tutte e tre le lingue e che avrei poi preso una decisione. Andai alla mia prima lezione di cinese, la ricordo ancora benissimo, e fu amore a prima vista. Era esattamente quello che stavo cercando.

Dopo tre anni di cinese non ero ancora stata in Cina, ero entusiasta della lingua ma di fatto non avevo contatti diretti e genuini con la cultura, la gente… con la Cina, insomma. Per decidere se continuare con il cinese, investendo tempo e risorse, dovevo capire se io e la Cina saremmo potuto andare veramente d’accordo. Stavo per laurearmi e uscì il primo bando dell’Università degli Studi di Perugia per una borsa di studio con un’università cinese. Decisi di posporre la laurea di una sessione e partire. È stata la mia prima Cina. Me ne sono subito innamorata. Ma a posteriori posso dirti di non averla capita durante quei primi sei mesi, anche se credevo di sì. Il mio livello di cinese era troppo basso per dialogare con i cinesi (il modo migliore a mio avviso per comprendere questo eterogeneo e complesso paese) e i miei 22 anni e la mia non sufficiente preparazione culturale sulla Cina mi hanno permesso di guardare solo dall’esterno la realtà cinese. Sono rimasta una mera spettatrice, o una pangguanzhe 旁观者 , come si dice in cinese.

A Chongqing, con un cinese che stava (lentamente e faticosamente) migliorando ho iniziato ad essere maggiormente attiva nelle dinamiche della cultura cinese. Amici cinesi, locali cinesi, ho persino vissuto con una famiglia cinese, divenuta ufficialmente parte del mio cuore e della mia vita ancora oggi. A Chongqing ho scelto la Cina, e l’ho scelta sopra di tutto: sopra la mia famiglia, l’amore e gli amici di una vita. A Nantong ho scoperto, e scopro ogni giorno, ancora una nuova Cina e mi sento maggiormente consapevole delle mille sfaccettature che contraddistinguono questo paese. Non posso dire di non sentirmi più una spettatrice o di sentirmi completamente integrata all’interno delle dinamiche cinesi, ma sono forse divenuta una spettatrice più consapevole e attenta. Amo le possibilità che questo Paese mi offre, le mille sfide che ogni giorno mi obbliga ad affrontare, il calore della gente (che spesso però per un europeo può essere un’arma a doppio taglio), il fatto che sebbene abbia iniziato in Cina una nuova vita in più di un’occasione lontano da ogni affetto, non mi sia mai sentita sola. Vai in un parco per leggere un libro, in un ristorante per un pasto veloce da sola e qualcuno arriva, qualcuno a farti una domanda su chi sei, da dove vieni e quale sia la tua storia. Non trovo lo stesso calore, la stessa curiosità in Italia. Paradossalmente mi sono sentita più sola in Italia a volte. Detto ciò, vivere in Cina comporta numerose difficoltà e ostacoli per chiunque non sia cinese. È necessario a questa nuova realtà, altrimenti la Cina ti sovrasta.

Parlando del tuo lavoro: di cosa ti occupi? E soprattutto: come hai trovato questa opportunità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?

Sono un’insegnante di italiano a studenti cinesi. Sono approdata a Nantong grazie ad un bando per ex laureati Unistrasi. Esistono moltissime possibilità di lavoro in Cina come insegnante, soprattutto se si conosce un po’ di cinese. Ovviamente il mercato dell’italiano non offre le stesse possibilità e trattamenti del mercato della lingua inglese, ma ad ogni modo si tratta di un settore in grande crescita. Individuare in Italia possibilità lavorative coerenti con il mio percorso di studi e con ciò che amo fare non è altrettanto facile. Con altrettanta sincerità devo però dire di non aver cercato lavoro in Italia alla fine del mio percorso di laurea. Volevo un’esperienza lavorativa in Cina con tutta me stessa e mi sono concentrata solo su questo. So però, attraverso le esperienze di molti colleghi, che tornare in Italia in qualità di insegnante (professione con un peso sociale considerevolmente diverso in Italia e i Cina) è estremamente difficile. Non sono in molti a farcela.

“Lavoro” e “Cina” sono due parole che mi fanno venire in mente ritmi sfiancanti e produttività massima. È veramente così oppure ci sono dei miti da sfatare?

È in parte vero, ma al contempo è necessario specificare se si sta parlando di cinesi o waiguoren (stranieri). La Cina non riposa mai. Negozi aperti 24 su 24, operai impegnati in riparazioni o lavori per strada a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ricordo ancora quando a Chongqing sono uscita di casa alle 4 di notte per andare all’aeroporto, la scena che mi si è prospettata davanti agli occhi è stata la stessa di ogni mattina quando alle otto uscivo per andare al lavoro. Strada gremita di persone, supermercati aperti, lavori in corso, il caos, il rumore. In Cina non esiste il concetto di fine settimana, credo di non sapere nemmeno come si dica giorno festivo in cinese. Ognuno ha il proprio turno di riposo in un giorno diverso della settimana, può essere il lunedì, il giovedì, molto raramente il sabato e la domenica. Ad ogni modo la situazione presenta delle differenze per noi stranieri: beneficiamo di turni di lavoro molto più ragionevoli e giorni di riposo. Devo però dire che ancora non sono riuscita ad abituarmi all’assenza del concetto di “vita privata al di fuori del lavoro”. È frequente essere contattati dai nostri superiori a qualsiasi ora del giorno e della notte, è necessario essere sempre reperibili, non esiste l’idea che al di fuori del proprio orario lavorativo ognuno di noi sia assolutamente libero di dedicarsi alla propria vita privata. Si richiede una costante disponibilità: durante le vacanze, le pause, la sera. Ma con impegno si riesce a mediare tra due culture sostanzialmente diverse e trovare un punto di incontro.

In cosa è diverso il mondo professionale cinese rispetto a quello italiano? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Il modo del lavoro è una realtà estremamente competitiva. Una delle tante realtà per cui si addice perfettamente una delle frasi preferita dai cinesi 中国人太多了ovvero “i cinesi sono troppi”. La competizione è sempre dietro l’angolo. Al contempo è un mondo in cui le eccellenze, i talenti riescono ad emergere… sempre! C’è un opportunità per tutti. I giovani cinesi sono vittime di una fortissima pressione che contraddistingue tutto il loro percorso di studi a partire dal primo anno di scuola elementare fino al temutissimo gaokao, l’esame della maturità cinese. Riuscire ad essere ammessi alle migliori scuole del paese e successivamente ai migliori atenei cinesi diviene la missione principale della maggior parte delle famiglie cinesi. Una volta centrato tale obiettivo però il percorso universitario e l’individuazione di ottime opportunità lavorative diviene estremamente semplice (esattamente il contrario di quello che avviene in Italia). Fondamentale in ambito lavorativo è anche quello di stabilire una buona rete di conoscenze e relazioni, le cosiddette guanxi che non assumono una connotazione negativa come si potrebbe pensare in Italia. Avere buone conoscenze con chi conta nel settore è un motivo di vanto, quasi un’arte. Si viene incentivati a partecipare a cene ed eventi per estendere la propria rete di guanxi.
Sulla base della mia personale esperienza posso inoltre dire che essere giovane o essere una donna non rappresenta un ostacolo nel mondo del lavoro cinese. Per concludere oserei dire che le possibilità sono direttamente proporzionali alla pressione e alla competizione.

Com’è vivere in Cina, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Vivere in Cina non è semplice, ma altrettanto stimolante. Credo si riesca a vivere a lungo a Cina solo se si accetta di premere il pulsante reset e abbandonarsi ad una nuova realtà. Attraversare la strada, camminare, relazionarsi al prossimo, va tutto rivisto. Credo che questo aspetto non possa essere descritto ma è necessario farne esperienza diretta. Ad agosto finalmente parte della famiglia è venuta a trovarmi ed è stata per me un’esperienza meravigliosa ma al contempo che mi ha portato a riflettere. È stato sopra ogni cosa un’emozione indimenticabile perché per la prima volta ho percepito una congiunzione tra la mia vita italiana e cinese, fino a quel momento ben distinte l’una dall’altra. La parte cinese e italiana che coesistono in me e a cui ero solita dare spazio in base al luogo in cui mi trovavo non dovevano più essere messe in stand-by: si apriva finalmente un canale tra queste due identità che, per dirlo alla cinese, riuscivano a trovare un equilibrio. Al contempo però vedere mia sorella e mio cugino non riuscire a muoversi in quello che loro chiamavano un altro universo, ma che invece per me rappresentava la mia vita quotidiana, mi turbava. Avevo dimenticato cosa significasse sentirsi dei completi alieni in quella terra che ormai era ed è diventata in parte anche casa mia e in qualche modo mi disturbava che potesse essere definita una realtà parallela, un universo a parte.

La sconfitta più grande per me è stato quello di essere rimasta un’outsider in Cina, o perlomeno di non essere riuscita nell’obiettivo di confondermi tra la gente, di essere considerata appieno una di loro. Il mio sogno era quello di preservare la mia identità italiana ma divenire progressivamente parte della cultura e comunità cinese. Un sogno, almeno per me, fallito. La continua attenzione che ottengono passeggiando per strada, salendo in un autobus, mentre leggo un libro in un parco, i frequenti laowai (straniero, wai indica proprio chi viene da fuori) sussurrati per strada mi ricordano che nonostante i vestiti in stile cinese, le mie lezioni di tè e calligrafia, rimarrò sempre qualcuno che viene da fuori. Questo è stato ed è un qualcosa molto difficile da accettare per me ed il motivo per il quale a volte mi chiedo se potrei mai riuscire a stabilirmi in modo definitivo in Cina. La risposta che per ora mi do è no, ma allo stesso tempo, ogni volta che mi allontano dalla Cina per più di qualche mese mi ritrovo a cercare opportunità lavorative per tornare il prima possibile. Una vera storia d’amore fatta di alti e bassi, momenti in cui ci si perde per poi ritrovarsi. Sono lontana dalla Cina da soli pochi giorni e già sogno il momento in cui ci rimetterò piede.

Esiste una comunità di italiani a Nantong? E inoltre: ti sei mai pentita della tua scelta?

A Nantong non esiste una comunità di italiani. Quando sono arrivata sono stata accolta da altre due italiane, Giorgia e Rosa, che sono diventate il mio punto di riferimento. Esiste una grandissima comunità sudafricana, per la maggior parte insegnanti di lingua inglese. A Nantong ho approfondito la conoscenza della Cina ma ho anche scoperto la cultura di alcuni paesi africani, in particolar modo il Sudafrica, Namibia e Zimbabwe.

Lasciare l’Italia non è stata una decisione premeditata e ponderata. È semplicemente accaduto, da adolescente non ho mai pensato di fermarmi a lungo all’estero. Le mie prime esperienze fuori dall’Italia sono avvenute durante il liceo, brevi scambi linguistici. Stessa cosa è avvenuta per la Cina. Sono partita per due borse di studio, la prima a Qingdao e la seconda a Chongqing, per soli sei mesi. Con l’eccezione che la seconda volta, dopo un percorso linguistico di sei mesi in un’università cinese, sono atterrata all’aeroporto di Roma, dove mi aspettava la mia famiglia, con poco più di uno zaino. Ricordo la sguardo di mia mamma, l’unica ad aver capito in quel momento che il resto delle mie cose non sarebbero state spedite per nave, come avevo timidamente sostenuto, ma me le sarei tornate a prendere da sola, a distanza di poco più di un mese, iniziando in Cina il mio primo vero e strutturato percorso lavorativo. È proprio a Chongqing che ho capito che la Cina era quello che desideravo, non potevo semplicemente starle lontano. Il prezzo da pagare è stato alto, ma è comunque una decisione che non ho mai rimpianto. Tutto ciò per dire che non c’è stato un giorno in cui ho capito che me ne sarei andata dal mio paese, ma è stato una serie di eventi ed incontri ad avermi portata dove mi trovo ora.

Passando agli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Cina. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?

Ho fatto esperienza della macroscopica differenza tra sistema d’istruzione italiana e cinese sia da studente che da insegnante. Me ne sono appassionata a tal punto da approfondire questo tema anche nella mia tesi di laurea magistrale. In Cina le lingue si apprendono seguendo un metodo grammaticale-traduttivo, la grammatica assume un ruolo di assoluta priorità lasciando minore spazio all’uso della lingua target, che spesso rimane qualcosa di distante dallo studente. Ho appreso il cinese spendendo giornate a scrivere caratteri, a memorizzare liste di parole ad esaminare strutture grammaticali. È però solo quando sono arrivata in Cina, parlando per strada, nei mercati per contrattare i prezzi (un must in Cina ed anche un’arte) e quando ho stretto rapporti più autentici con amici cinesi che ho iniziato veramente ad apprendere il cinese. A tutto ciò ovviamente si accompagnavano dei necessari corsi di cinesi con dei docenti che guidavano il mio percorso di formazione. Da insegnate di lingua italiana a studenti sinofoni posso dirti che l’italiano in Cina si insegna insegnando in cinese (che è la lingua veicolare in classe). Sono stata più volte ripresa perché insegno troppa poca grammatica e perché nelle mie classi si parla troppo. L’istruzione cinese al contempo si caratterizza per il rigore, l’attenzione al dettaglio che spesso manca nei nostri percorsi scolastici o di formazione. La scuola dell’obbligo cinese è una realtà difficilissima da comprendere se non se ne fa esperienza diretta. La pressione raggiunge livelli inimmaginabili. I bambini e ragazzi studiano dalla mattina alla sera, l’ossessione del punteggio del gaokao (la maturità cinese) scandisce il percorso di formazione ed, ahimè, l’infanzia della maggior parte dei giovani studenti cinesi. Tutto è finalizzato, pensato, progettato sulla base di questo temutissimo esame che determina l’accesso all’università e di conseguenza il futuro lavorativo. Negli anni di medie e superiori non esistono vacanze estive, weekend. Quando non si è a scuola si è impegnati in corsi privati di inglese, matematica, arte e così via.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Sinceramente sono tornata per rispondere a questa domanda, perciò almeno per ora non ho una risposta precisa da darti. Le mie principali esperienze lavorative sono state all’estero. Sono tornata per comprendere se io sia in grado di inserirmi all’interno delle dinamiche della realtà lavorativa italiana. Si parla spesso delle numerose mancanze di noi giovani italiani, che indubbiamente esistono e non le metto in dubbio. Al contempo credo però che ci siamo ritrovati in una realtà economica e lavorativa complessa e in molti di noi hanno cercato di reinventarsi, di individuare nuovi settori, nuove abilità. Siamo alla continua ricerca di stimoli, opportunità per formarci, per migliorare è per trovare un modo per farcela. Ho conosciuto tanti giovani italiani in Cina perfettamente fluenti in 3 o 4 lingue e dei veri talenti nei loro settori.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Visto il tuo recentissimo ritorno in Italia, hai intenzione di fermarti e stabilirti qui a lungo termine e sfruttare le tue competenze acquisite all’etsero, o credi il richiamo della Cina possa tornare a farsi sentire presto?

Sono tornata in Italia da pochi giorni per una sfida con me stessa e per provare a comprendere se lavorare in Italia possa rappresentare un’opzione che mi entusiasma e stimola. Insegnerò lingua cinese in un liceo, una realtà indubbiamente diversa da quella a cui sono abituata. Questo è da sempre stato uno dei miei obiettivi, ho accettato perciò questa offerta con grande entusiasmo ma anche tanta preoccupazione e timore. Timore di non centrare l’obiettivo, di non riuscire a proporre ai mie nuovi studenti la Cina come vorrei. L’obiettivo che mi propongo è di spingerli a sviluppare un proprio personale punto di vista su una realtà culturale e sociale estremamente eterogenea quanto affascinante e di riuscire ad avvicinarli il più possibile a questa lingua, che non venga percepita come una realtà linguistica distante anni luce ma come una possibilità, una possibilità di scoprire una cultura e una lingua che a me hanno arricchito e cambiato la vita.

Intervista al team di Buildo – startup 100% internazionale, 100% italiana!

Nuovo mese, nuova intervista: questa volta, di stampo corale. Gli italians che vi presentiamo oggi sono un gruppo di 16 giovani expats che da Chicago sono tornati in Italia portandosi dietro la loro creazione: Buildo, un hub per programmatori e startuppers di livello. La loro è la storia di chi, tornando in patria, ha avuto successo. Ce la racconta Luca Cioria, 27enne di Monza con alle spalle percorsi di studio e lavoro negli Usa (a Philadelphia e Chicago) e a Parigi dove ha lavorato per Google. Adesso ha fatto campo base a Milano, dove nella software house Buildo si occupa un po’ di tutto, dagli aspetti più ingegneristici al project management fino alle vendite.

 

Ciao Luca! La vostra è una di quelle storie che infondono ottimismo: siete 16 expats che hanno avuto la possibilità di tornare a lavorare in Italia. Nello specifico: da Chicago te e il tuo team avete deciso di tornare a Milano per portare avanti la vostra start-up Buildo. Potresti raccontarci qualcosa in più sul vostro progetto e sulla scelta di tornare nel nostro paese?

Infondere ottimismo è l’obiettivo principale della nostra campagna, siamo contenti di avervi trasmesso questo sentimento. Relativamente a Buildo, siamo una società di software engineers, che per intenderci vuol dire che siamo degli smanettoni dei linguaggi di programmazione.

Nonostante si parli degli Stati Uniti come a un qualcosa di simile a un paradiso terrestre, non è esattamente così. La loro cultura lavorativa, che estremizza il sacrificio per i soldi e che pregiudica le relazioni sociali, è un punto debole di cui spesso non si parla.

Dell’Italia ci mancava la brillantezza delle persone, oltre che il cibo e le buone abitudini. Inoltre il nostro Paese, certamente con le sue difficoltà, ha ancora rispetto del lavoro e permette di vivere in un ambiente complessivamente più sano.

 

Facciamo un passo indietro: come sei arrivato a Chicago? Quali scelte ti hanno portato a lasciare l’Italia?

La decisione di andare a studiare e lavorare negli USA l’ho presa da bambino, seguendo l’esempio di parenti che si erano trasferiti negli Stati Uniti. La cosa, come puoi immaginare, mi aveva sempre affascinato. Crescendo, ho capito che l’istruzione e il lavoro (in particolare nel mondo tech) potevano essere migliori laggiù. Di conseguenza, quando è arrivata l’opportunità di partire, l’ho presa al volo: la University of Illinois, dove ero studente, aveva ottimi ranking e buone connessioni lavorative. Ho fatto “armi” e bagagli e, preso il vaporetto, sono partito.

 

Da expat, sappiamo che tornare in Italia è una scelta difficile. Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia e quali le difficoltà maggiori da superare per arrivare a competere con gli altri paesi?

Vivere negli USA mi ha permesso di conoscere un nuovo metodo di apprendimento, molto più pratico rispetto al nostro, e mi ha dato la possibilità di confrontarmi con il livello medio americano. Da qui è nata la convinzione che in Italia, grazie ad università come il Politecnico di Milano e la Bocconi, il livello medio di scolarizzazione sia in realtà superiore.

Di un’altra caratura è stata invece la mia esperienza a Parigi per Google: una città stupenda e un’azienda quasi da sogno, che mi hanno insegnato tantissimo in molti ambiti che oggi applichiamo a Buildo.

Cambiando argomento, non sono così d’accordo sul fatto che sia difficile tornare in Italia. All’inizio era una scommessa, ma vi assicuro che – quando si riesce a creare il proprio spazio – la qualità della vita è ottima, a mio avviso superiore a quella degli USA. Inoltre, anche se in Italia si guadagna oggettivamente meno, il costo della vita è spesso proporzionato allo stipendio. Ciò che andava meglio negli Stati Uniti erano le opportunità di network, molto articolate, soprattutto se paragonate a quello che abbiamo qui a Milano.

Per concludere, relativamente alle difficoltà nel competere con altri paesi, sviluppare la notorietà del brand è un punto chiave per noi in questo momento, soprattutto volendoci confrontare con una concorrenza globale. Non è infatti facilissimo esporsi ai mercati esteri, visto che l’Italia non è competitiva nei prezzi rispetto a nazioni come India o Polonia e non è ancora percepita come leader di qualità in questo mercato, nonostante l’offerta ne avrebbe le caratteristiche.

 

La vostra è una società molto “particolare”: avete un team composto quasi esclusivamente da ex expat ed il vostro punto di forza si basa sul poter assicurare un lavoro sicuro agli expat “di rientro”. Potresti spiegarci meglio l’idea che sta alla base di questa vostra politica?

L’idea si basa sulla triste realtà che molti giovani sono costretti a cercare lavoro all’estero, non trovando in Italia le giuste condizioni per rimanere. Visto che la consideriamo oggettivamente una cosa triste, ci battiamo ogni giorno per cercare collaboratori anche al di fuori dei confini Italiani. Ovviamente gli stipendi all’estero sono più alti, alla luce però di un costo della vita maggiore. Cerchiamo di offrire ai nostri collaboratori tutto il necessario per rendere la nostra offerta interessante: ad esempio, organizziamo degli offsite con cadenza semestrale (di recente abbiamo trasferito l’azienda per una settimana a Tel Aviv e successivamente a Tenerife); mangiamo quotidianamente assieme, grazie all’impegno del nostro happiness manager, che ha l’unico scopo di rendere felice la convivenza fra employees; puntiamo molto sulla soddisfazione lavorativa, e quindi investiamo il 20% del nostro tempo in attività di ricerca per stimolare la crescita e mantenere vivo l’interesse verso il nostro lavoro.

Come avrai intuito, cerchiamo di creare un’esperienza complessiva che punti alla felicità di chiunque lavori in Buildo.

 

Qual è il valore aggiunto di avere nelle proprie fila italiani che hanno avuto esperienze all’estero? Da dove vengono, e cosa cercavano, i vostri expat? Ma soprattutto: cosa hanno trovato migliore in Italia rispetto ad altre parti del mondo?

Francesco Negri, nostro senior software engineer, viveva a Londra. Molti altri vivevano a Chicago. Cristian Veronesi, nostro business developer, viveva a Bruxelles, Eric Camellini in California e Francesco Giordano a Tenerife.

L’aver approcciato una cultura diversa è molto utile. Per darti un esempio, il modus operandi e le competenze acquisite all’estero stanno creando un caleidoscopio di opinioni molto efficace a Buildo, evitandoci la mono-opinione. Inoltre, visto che buildo cerca clienti anche all’estero, è fondamentale conoscere i propri interlocutori!

Tornando in Italia abbiamo ritrovato le abitudini Italiane che, almeno a me, mancavano tantissimo. La maggior parte di noi non ha un motivo preciso per cui è tornata, ma un generico senso di star meglio qui, con le nostre abitudini, gli amici, la famiglia.

 

Uno dei temi a noi cari è quello della mancata meritocrazia che porta sempre più persone a lasciare l’Italia per portare altrove le proprie competenze. Vivendo all’estero avrai avuto modo di toccare con mano la questione: cosa ne pensi? È un problema che può essere risolto? (Se si, come?)

Ogni paese (purtroppo) è non meritocratico a suo modo. Ci sono paesi che magari non lo danno a vedere: prendi per esempio gli Stati Uniti, con le sue politiche discriminatorie nei confronti della classe sociale più povera. Certo, ci sono le borse di studio per i migliori, ma sono pochissime e sono praticamente inesistenti al liceo, fondamentale per essere poi ammessi in università prestigiose. Di conseguenza, è molto difficile scalare fra classi sociali.

L’Italia ha sicuramente dei difetti da questo punto di vista, ma non credo sia così diversa dalla media. Noi nel nostro piccolo tentiamo di assumere i migliori. Oltre a questo, abbiamo una struttura organizzativa che premia la competenza e non l’anzianità. Sarebbe bello se più aziende ragionassero in questo modo.

 

Cos’è che, secondo te, attrae maggiormente i giovani all’estero?

Ovviamente, la facilità nel trovare lavoro. Se si paragona l’Italia al resto del mondo è scontato che sia più probabile trovare lavoro fuori dai confini d’Italia. Fosse altro che per una questione di grandezza geografica e di numero di aziende presenti in Italia e di numero di aziende presenti nel resto del mondo. Il nord Italia, dove abbiamo sede, vive una ripresa solida. Proprio per questo, speriamo che in futuro molti meno giovani si trasferiscano all’estero per necessità e, proporzionalmente, vada crescendo la fetta di chi lo fa per scelta.

 

E cosa potrebbe fare l’Italia per rendersi più attrattiva agli occhi dei suoi stessi ragazzi? Parliamo in ambito lavorativo, universitario, umanitario… quali sono i gap da colmare assolutamente?

L’Italia potrebbe rendere più facile la vita agli imprenditori, che poi daranno lavoro ai ragazzi. Ma credo non sia sufficiente abbassare le tasse, ormai molti giovani si trasferiscono all’estero pur avendo opportunità lavorative in Italia. Credo che si debbano creare incentivi per le aziende che investono sulla formazione dei dipendenti. In questo modo le opportunità lavorative in Italia diventerebbero più stimolanti, il livello di competenza medio salirebbe e si innescherebbe un circolo virtuoso.

 

Per tutti i giovani che vorrebbero tornare in Italia ma che hanno paura di non trovare lavoro (o le giuste condizioni di lavoro), che consigli puoi dare?

Di essere determinati e di non lasciare le cose a metà dell’opera, ricominciando a lamentarsi subito dopo essere tornati. È importante tenere in mente l’obiettivo finale e saper affrontare le difficoltà. Poi, per chi non è soddisfatto di quello che trova oggi in Italia, c’è sempre una soluzione intermedia: molte aziende offrono infatti la possibilità di lavorare da remoto.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? buildo potrà innescare una sorta di circolo virtuoso tra società/aziende/start up che cerca di riportare gli expats in Italia e di valorizzarli?

Continuare a crescere in termini di dipendenti e fatturato è sicuramente uno degli obiettivi per Buildo da qui ai prossimi anni. Il secondo traguardo che abbiamo in mente è quello di spingere al massimo la nostra vision lavorativa, che pone al centro l’individuo. Il risultato di tutto ciò potrebbe essere proprio il circolo virtuoso di cui tu hai fatto menzione, anche se siamo ancora agli inizi di questo percorso.

 

E cosa aggiungere se non che la storia di Buildo ci insegna che tornare, costruire un progetto vincente e farlo crescere, non sono cose impossibili? Tanto impegno, caparbietà e forse pure un po’ di testa dura e notte insonni – e magari anche un pizzico di fortuna, che non guasta mai – sono gli ingredienti vincenti della storia di successo di questi ragazzi. “Non lasciare le cose a metà”, insomma.

Dal canto nostro, noi c’auguriamo di conoscere sempre più storie “di ritorno” e di ragazzi felici!

Italians a lavoro: si torna in Italia puntando su giovani expats. Novità in arrivo il 30 gennaio

Un Italians a lavoro sul campo, in Italia, per altri Italians. È questa la storia di Pietro Novelli, manager del mercato italiano di Oliver James Associates (società di executive search) che investirà su Milano proprio con un team di Italian Expats! In altre parole, un gruppo di ricercatori di talenti arriverà nella capitale del nord Italia alla ricerca di figure professionali innovative, come quella del Chief Data Officer. La loro arma? Dati, numeri, grafici e tabelle.
Perché – parafrasando un ben noto telefilm – Digital is the new sexy.

La storia – Dopo un anno turbolento, in cui vari eventi hanno sconvolto il panorama socio-politico ed economico europeo (vedi Brexit e la recente elezione presidenziale americana), si torna dunque a puntare sui giovani per contrastare il fenomeno dei cervelli in fuga. E proprio su questo punta la Oliver James Associates – società inglese leader nel recruitment internazionale – che nel 2017 continuerà la sua crescita consolidando la presenza nel Vecchio Continente, aprendo un ufficio a Milano,  che si occuperà principalmente di tecnologia e mondo digitale. Rimarranno attive anche le diverse aree già consolidate, come quella dell’attuariato, risk, audit & compliance e change management.

Un Italians doc – Pietro Novelli è un vero Italians DOC: partito dall’Italia, ha studiato all’università di Manchester, è stato assunto nel graduate scheme della Royal Bank of Scotland nella sezione investment banking dove ha anche coadiuvato l’avviamento dell’ufficio del Nord-Ovest della camera di commercio italiana per il Regno Unito. Nella Oliver James Associates è arrivato nel 2014, specializzandosi in change management per poi avviare, ex novo, lo sviluppo del mercato italiano. Una scelta rivelatasi più che azzeccata, e che ha fruttato solo nel 2016 oltre un milione e mezzo di sterline. Un endorsement coi fiocchi è arrivato anche da Tim Dale, Group Director per l’Europa di Oliver James Associates: “Ho completa fiducia in Pietro e nelle sue capacità manageriali di guidare
questo team, che prevediamo possa raggiungere i 30 elementi entro il terzo anno”, ha anticipato Tim Dale. La soluzione vincente? “Un gruppo di giovani italiani che è davvero felice di ritornare in patria, e questo è qualcosa che vogliamo valorizzare, man mano che la nostra presenza si andrà consolidando nell’Europa del dopo-Brexit”.

Cosa ci dobbiamo aspettare? Tra qualche giorno, il 30 gennaio per l’esattezza, entreranno nell’innovativo spazio di lavoro “Copernico” ben otto recruiters, tutti rigorosamente under-30 che si occuperanno di dati, tecnologia e digitale. Tra questi, il capitano della squadra sarà proprio Pietro Novelli. Un’occasione per tornare nel proprio paese, per tutti quei ragazzi che lontano dall’Italia ora sono “estremamente motivati per l’opportunità offerta dalla città di Milano, dinamico centro tecnologico, innovativo ed economico”, ha spiegato Novelli. Una nuova sede, una nuova avventura che richiederà molto impegno: “Abbiamo riscontrato diverse difficoltà burocratiche e finanziare – ha commentato il manager di Oliver James Associates – che stiamo affrontando con determinazione perseguendo l’obiettivo di conquistare una significativa fetta di mercato nel prossimo triennio”. Parlando di piani futuri, “l’obiettivo è quello di espanderci su diversi settori sfruttando l’expertise acquisita e i nostri incomparabili metodi di ricerca e selezione”, ha concluso Novelli. Piani che hanno già aiutato campagne finanziarie internazionali e locali ad assumere i migliori profili presenti sul mercato, sia italiano che estero.

Che dire? Non ci resta che fare un enorme in bocca al lupo a Pietro e a tutto il team!

Intervista a Marco Bonfante, Policy Advisor a Bruxelles

Stesso posto, storia nuova: l’intervista di questo mese ci riporta infatti in Belgio, per conoscere l’Italians Marco Bonfante, 32enne di origini torinesi e con alle spalle – siamo sicuri anche dinnanzi a lui – una vita piuttosto movimentata.

Dopo aver vissuto un anno a Copenaghen, tre anni ad Amburgo e uno a Mosca, oggi Marco risiede a Bruxelles dove lavora presso la sede europea di Unioncamere, nel cuore del quartiere europeo di Bruxelles come Policy Advisor anche se a lui piace meglio definirsi come esportatore, dj, e facinoroso. Chi lo conosce sa bene come tutte queste cose siano vere e ben incastrate tra loro. Anche per questo, in fondo, ci vuole talento.

Marco ci racconterà di come alcune esperienze di vita gli abbiamo mostrato (e forse anche insegnato) insegnato che spesso ci si può trovare nella difficile scelta di abbandonare tutto e trasferirsi all’estero. Ma forse adesso per Marco è arrivato il momento di assumersi il rischio e provare a rientrare in Italia a realizzare i suoi sogni e mettere in pratica tutte le sue poliedriche competenze, magari unite in un’originalità degna di noi italiani: una sfida degna di essere vinta.

Ciao Marco! Sappiamo che da anni giri per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che (per) ora vivi a Bruxelles. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho preso il mio primo aereo a 18 anni dopo la maturità classica, direzione Londra e un lavoro da cameriere di 3 mesi: è stato un po’ il treno che ha fischiato pirandelliano. Iniziata la triennale in economia a Torino, ho infatti cercato di restare il meno possibile nella mia città natale, tra Erasmus a Copenaghen e tirocini tra Germania e Francia. Il tutto per curiosità, mai per necessità. La profonda ammirazione per la lingua e la società tedesca mi hanno poi portato a conseguire la specialistica ad Amburgo, durante la quale ho conosciuto Bruxelles per il mio primo tirocinio comunitario. Tornatoci per altri 12 mesi al termine degli studi, e curioso di altri orizzonti, ho poi deciso di proseguire verso 6 mesi a Mosca, poi diventati un anno, per imparare il russo e insegnare italiano e francese per sostentarmi. Rientrato bruscamente a Torino per la morte di mio padre, dopo mesi di tentennamenti ho ripreso il largo per lavorare alla rappresentanza della Camera di Commercio tedesca, per poi iniziare due anni dopo la mia attuale collaborazione presso l’ufficio di Bruxelles di Unioncamere.

Quindi Bruxelles arriva dopo anni trascorsi tra Londra, Amburgo e Mosca, e di certo non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? Che cosa ne pensi?

Di base il problema italiano consiste nella cristallizzazione di una società poco mobile, e di conseguenza del suo mercato del lavoro: è un sistema talmente bloccato che purtroppo anche i singoli di buona volontà e motivati vengono spesso fagocitati da un leviatano burocratico, deontologico e professionale che lascia loro pochi margini di manovra. In altri Paesi ho riscontrato una maggiore fluidità e più possibilità di prendere l’iniziativa per far girare una buona idea imprenditoriale: non so se tutte le iniziative portate avanti a lato del mio percorso di policy advisor avrebbero potuto attecchire in Italia. Ed è proprio questa scommessa che ritengo lanciare ora sull’Italia, proprio perché voglio rimanere ottimista su quello che continuo a considerare, anche se non sempre a testa alta, il mio Paese.

Bruxelles, terra di expat e di burocrati. Anche tu la vedi cosi? Com’è la tua vita da italiano in Belgio?

Bruxelles è come una torta a più strati. Hai la dimensione locale, dei Belgi, i più difficili da intercettare: una comunità che spesso viene trascurata e bistrattata dagli stranieri, ma che io ho avuto la fortuna di conoscere tramite amicizie precedenti al mio arrivo. Hai la dimensione expat-eurocrati-colletti bianchi, a volte un po’ troppo chiusa nella sua dimensione e isolata dalla città e dalla vita reale, ma con cui condividi questo senso di appartenenza di fondo: si è tutti in un porto di mare, le barche arrivano e molte salperanno senza più tornare, le amicizie (anzi le “conoscenze”) si creano e cessano con estrema leggerezza e si vive un po’ alla giornata. Infine lo strato nazionale, dei miei amici italiani, quello che forse più si radica dopo anni passati qui, nella condivisione di codici culturali e linguistici che generano nostalgia e voglia di smettere di guardare all’Italia come ad una terra promessa ma perduta. Ecco, Bruxelles è la città in cui ho smesso di deprecare in assoluto la mia “italianità” ma dove ho assunto un approccio più critico ed equilibrato alla mia valutazione.

Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Credi sia davvero cosi? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che preferiscono portare altrove il proprio talento?

Lavorando in Camera di Commercio so benissimo quanto l’alternanza scuola-lavoro sia essenziale: in Germania, ad esempio, i curriculum tecnici prevedono formazione teorica intercalata da periodi di immersione professionale in azienda per imparare un lavoro (non fare fotocopie e caffè). Da noi invece il dialogo tra mondo accademico e imprese rimane sporadico e poco strutturato, con il conseguente sfasamento di domanda e offerta lavorativa. La frustrazione di giovani laureati, soprattutto in materie tecnico-scientifiche, viene assorbita da mercati quali quello tedesco e svizzero, in costante penuria di figure professionali qualificate. Risultato: lo Stato italiano investe in formazione universitaria di giovani il cui talento sarà sfruttato da altri: un regalo di risorse impensabile per un Paese che risente già di una forte inflessione demografica nelle coorti più giovani e scarsi investimenti in ricerca e innovazione.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? E a Bruxelles?

Se per Bruxelles intendiamo la capitale della UE, allora parliamo di istituzioni comunitarie, uffici di lobby, rappresentanze: ecco, in questo sottobosco i meriti e le doti delle persone sono a geometria decisamente variabile. Non mi sentirei di dire che tutti i talenti dell’Europa siano concentrati in questo perimetro di uffici. In questi anni ho conosciuto e continuo a incontrare persone brillanti e dotate di spirito critico e indipendente, ma anche personaggi per i quali è difficile pensare che il merito sia l’unica ragione che li ha portati a determinati traguardi. Forse in Italia il nepotismo delle raccomandazioni è più esplicito perché legato a vicende vergognose di posti affidati a nipoti, amanti e zii o tramite tangenti; tuttavia a Bruxelles molte offerte di lavoro non vengono neanche pubblicate, con i candidati reperiti tramite passaparola e conoscenze personali. A volte qui una squadra di calcetto, un’affiliazione partitica o un parente già insediato possono fare la differenza: c’è gente che costruisce la propria vita privata con le persone “giuste” nella mera ottica di un avanzamento di carriera. Per tacere poi di quelli che io definisco “opifici” a diplomi di studi europei che preparano soltanto a passare l’EPSO e infondono un credo europeo monolitico in una futura classe dirigente che dovrebbe invece esser dotata d’intelligenza vivace e spirito critico.

Sappiamo che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche ad Amburgo: quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto e lavorato? E in base a queste, quali sono i consigli (se ce ne sono!) che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Penso soprattutto alle forti carenze strutturali del nostro mercato del lavoro: ad esempio una maggiore flessibilità in entrata nel mercato del lavoro, legata tuttavia a schemi di sicurezza sociale che tutelino le persone che perdono il posto. Oppure ai meccanismi che tutelino maggiormente le donne e il loro eventuale desiderio di entrare in maternità, con possibilità anche per il padre di entrare in congedo parentale. Sicuramente molto rilevante sarebbe una maggiore valorizzazione salariale e anche sociale dei lavori non prettamente da colletto bianco: penso al sistema duale tedesco che prevede tra l’altro il numero chiuso nelle Università e una valida alternativa nelle scuole di formazione e immersione professionale (il nostro paese, come la Francia, sconta ancora la triste eredità del ‘68 in tale ambito). Da noi invece parliamo ancora di caporalati senza renderci conto degli effetti devastanti del dumping sociale provocato da un impiego massiccio del lavoro nero (per la maggior parte straniero) per le attività più manuali.

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani. Tu cosa ne pensi?

Parliamo di rapporti di forza ben definiti: se non erro si stima che nel 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 60 anni. La posizione precaria di tanti dei nostri trentenni per la difficoltà a trovare lavoro, attivare un mutuo per una casa propria, pianificare nel medio termine il proprio futuro, è pertanto aggravata da una dipendenza finanziaria-parentale nei confronti di una generazione che ha potuto assicurarsi un una vecchiaia relativamente stabile se pensiamo alle condizioni in cui verserà la nostra. Ora, è inevitabile che questo cordone ombelicale mai reciso di travasi pensionistici, ammortizzatori familiari e welfare non istituzionale può ingenerare un circolo malato di recriminazioni, tensioni e malumori che non fanno che peggiorare la situazione.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Invece di ripromettere per l’ennesima volta l’abolizione dell’IMU (il mattone e l’indotto edilizio hanno già abbastanza rovinato il nostro Paese e ne dettano tuttora l’economia e la politica,) mi preoccuperei di detassare il lavoro, di deburocratizzare l’amministrazione pubblica per aprire un’impresa e gestirla (siamo 15° su 19 paesi dell’Euro per la ricerca della Banca Mondiale “Doing Business”) e di finanziare la ricerca e favorire l’innovazione. Purtroppo parliamo di misure molto puntuali che però potrebbero già aiutare a smorzare il declino in atto; vedo molto più difficile un vero e proprio cambio di mentalità da parte di legislatori ma anche semplici cittadini. Cadiamo nel cliché, ma l’italiano (mai veramente) creato dopo l’unità d’Italia ha sempre avuto scarso interesse per la cosa pubblica, complice anche il modello statalista e accentratore di Stato che emerse dopo il 1861 e non tenne conto delle peculiarità territoriali, economiche e culturali del nostro stivale.

Ora, chiudiamo in bellezza… Sappiamo che stai progettando il tuo definitivo rientro in Italia, un “cervello di ritorno” insomma. Non staremo qui a chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, la risposta la conosciamo già, ma ti chiediamo il motivo di questa scelta.

Dopo lungo peregrinare per terre straniere ho monitorato con interesse il rilancio della mia città natale, Torino, in una chiave post-industriale di polo innovativo e meta turistica. Rimane ancora molto da fare per una città in cui il manifatturiero è morente, e che rischia di trasformarsi in un parco giochi in cui una piadineria bio viene considerata una start-up. Sicuramente però questi anni hanno cambiato anche il sottoscritto e leggo tali mutamenti tramite un filtro, che i miei coetanei rimasti a campo base sicuramente non hanno acquisito. Pertanto la vedo comunque come una città di grande potenziale per internazionalizzazione e valorizzazione dei territori e mi sento di credere nel mio progetto che mi permetterebbe di riavvicinarmi ai miei cari. Ma anche a quelle attività che sicuramente incominciano a mancarmi, come le remate sul Po, le Alpi a pochi chilometri, le gite in moto al mare, le osterie delle Langhe.
Sono frivolezze ma sicuramente a 32 anni cominciano a contare sul piatto della bilancia: la mia scommessa rimane quindi quella di far combaciare successo professionale e qualità della vita in un Paese, che per quanto esecrato e bistrattato, rimane unico per ricchezza paesaggistica, patrimonio culturale e ingegno umano.


Non ci resta che incrociare le dita per Marco, futuro Italians di ritorno,  e fare il tifo per la sua sfida più grande, ovvero quella di rientrare in Italia vittorioso… E magari un giorno ci racconterà la sua storia di successo tutta italiana.
A presto!

 

 

Intervista ai fondatori di CONSELF srl

Oggi vi raccontiamo la storia di quattro ragazzi italiani che – udite! udite! – decidono di aprire la propria attività proprio nel nostro bel Paese, dopo diverse esperinze all’estero. “Cervelli di ritorno”, direbbero alcuni.
Tra studi ed esperienze in Italia, tra la provincia di Varese e Cagliari, tra il Canada e Glasgow, eccovi l’esperienza di Ruggero Poletto, Alessandro Palmas, Alberto Palazzin e Andrea dal Monte.

I nostri Italians, appena 30enni, si raccontano così…

 

Ciao Ruggero, sappiamo che con alcuni tuoi amici, oggi soci, hai fondato CONSELF, e sappiamo anche che il frutto del vostro lavoro ha potuto prendere vita grazie anche a ciò che avete appreso in Italia prima e all’estero poi: raccontaci pure la tua esperienza.

[​Ruggero​] Ciao a tutti. Come potete vedere, la mia vita è stata abbastanza frenetica fino ad oggi. Quello che, probabilmente, si nota subito è l’esperienza di 3 anni che ho fatto in Inghilterra. Dopo la laurea infatti, spinto dalla voglia di conoscere e di vedere il mondo, mi sono spostato a Manchester a svolgere un dottorato di ricerca, PhD in inglese. Quella è stata la svolta della mia vita: ho conosciuto moltissime persone da ogni parte del mondo, ho ampliato i miei orizzonti e soprattutto ho visto una logica di vita differente. Poi, dopo 3 anni fuori casa, ho deciso che, come dice Renzo Piano in una famosa intervista di Fabio Fazio, fosse giunto il momento di riportare in Italia quanto appreso, e così ho trovato lavoro presso un’azienda informatica di Cagliari prima, ed un’azienda di ventilazione di Brescia poi. In entrambi i lavori mi sono scontrato con quello che può chiamarsi il difetto “italia” più grosso e che riassumo nella frase: “​sono 40 anni che faccio così e va bene, perchè cambiare …​”.Ed eccomi quindi a fondare un’azienda come socio di 3 colleghi dove sperimentare ed evolvere sono le basi e l’essenza dell’attività.

[​Alessandro​] Cosa vuoi fare nella vita professionale? Che piano hai per raggiungere i tuoi obbiettivi? Queste sono due domande che tutti gli studenti frequentanti gli ultimi anni di università dovrebbero cominciare a porsi. Meglio presto, piuttosto che iniziare a ragionarci quando inizi a fare i primi colloqui, le prime proposte di lavoro. Senza una risposta a quelle due domande, anche valutare una proposta di lavoro non è semplice: è una occasione che ti porta più vicino ai tuoi obbiettivi? Come fai a saperlo senza averli definiti? Avrei voluto pormi prima queste domande, che si sono concretizzate piano piano, tra la fine del corso di laurea a Torino e il master a Glasgow. Essere sottoposto a tanto stress e stimoli ti obbliga a guardarti dal di fuori e a trovare la tua bussola personale. In questi contesti, dove trovi gente da Cina, USA, India, Australia, capisci che se vuoi ottenere quello che desideri devi lottare nel senso migliore del termine. E così anche se mi sarei potuto “accontentare” di un contratto a tempo indeterminato in una realtà delle più sicure in ITALIA, multinazionale che offriva diverse possibilità di carriera, ho scelto, a passi di importanza crescente, una strada diversa. La strada dell’avventura nel mondo professionale.

Cos’è che all’estero hai trovato e che in Italia invece non c’era, a livello formativo e professionale?

[​Ruggero​] L’esperienza all’estero è stata importantissima dal mio punto di vista. Vivere e non fare una semplice vacanza all’estero fa veramente vedere delle differenze tra il mio paese, l’Italia, e quello che ti ospita, l’Inghilterra nel mio caso. Non sono qui a decantare un paese o l’altro, ma una differenza degna di nota bisogna citarla. Avete presente il proverbio “​sbagliando si impara​”? In Inghilterra questo proverbio trova piena applicazione: mentre in Italia noto spesso che le persone, le aziende e i governi ripetano continuamente gli stessi errori e non vi sia mai un momento in cui ci si ferma e ci si chieda “​ma come posso migliorarmi rispetto a quanto fatto ieri​”, in Inghilterra questo proverbio è applicato nella sua forma più pura e positiva, attraverso un cambiamento continuo e progressivo delle persone e dei sistemi.

[​Alessandro​] Si sente dire spesso, ma a livello di conoscenze in Italia non abbiamo nulla da invidiare all’estero. E tantomeno dal punto di vista della scintilla, dell’intuizione scientifico/culturale. Ma sono convinto di una cosa: io vedo l’Italia spaccata in due, vedo da un lato l’Italia ingiusta, quella dei falsi invalidi, l’Italia degli appalti truccati e dei concorsi con raccomandati. Dall’altro vedo un’Italia brillante, con persone che hanno molta più voglia di impegnarsi di quanto non ne abbiano negli altri paesi. Gli italiani brillanti, sono quelli che lavorano con maggior impegno anche in contesti internazionali, sono quelli che sanno trascinare, sanno far sognare, sanno illuminare. Credo che il problema italiano sia che per logiche speculative purtroppo la prima italia, quella negativa, non permetta a quella positiva di spiccare il volo. Cosa servirebbe? Meritocrazia spietata. Quando dico spietata intendo che in tutto, dal lavoro alla vita quotidiana, debba essere premiato l’impegno come unico driver di progresso personale nella società.

Quand’è che avete deciso di tornare e riportare le skills apprese nel tuo/vostro Paese natio?

[​Ruggero​] E’ difficile dare una data esatta. Ma direi che due avvenimenti sono stati importanti: un’intervista di ​Renzo Piano ​che ho citato poco fa, ma anche la presa coscienza che lì in Inghilterra stavo ricreando la mia Italia attraverso una rete di amici con una situazione simile alla mia. E come si avvicina la fine del percorso di studi e si fanno scelte lavorative, quindi in qualche modo rivoluzionarie per le proprie vite, ho deciso che la mia volontà fosse di tornare in Italia e non di creare l’Italia da qualche altra parte.

[​Alessandro​] Nel mio caso tornare è qualcosa dovuto principalmente a fattori esterni al campo professionale. In Italia abbiamo delle “condizioni al contorno” perfette: dal clima alla cultura, tantissimi elementi costituirebbero l’ambiente perfetto per sviluppare la propria attività o portare avanti la propria carriera. E anche il modo di lavorare degli italiani brillanti di cui alla precedente domanda è un elemento di forza.

La mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro credi sia uno dei fattori fondamentali della fuga dei talenti italiani? O quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

[​Aberto​] Generalizzare credo sia riduttivo, sono molteplici i fattori che causano questa migrazione di massa. L’innovazione e la conoscenza stanno vivendo una globalità senza precedenti. Mi piace pensare che i talenti italiani non siano in fuga, siano invece alla ricerca di nuove esperienze, opportunità e idee. In questa visione, ogni paese deve essere sia un produttore che un consumatore di “cervelli”. L’Italia è un ottimo esportatore di talenti, ma non è abbastanza attraente nell’importarli.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? Quando eri/eravate all’estero quali sono le differenze che hai/avete notato in maniera più marcata?

[​Andrea​] In Italia purtroppo vedo in generale poca meritocrazia e molte persone fare strada grazie alle loro conoscenze ed ai loro contatti. E molte altre persone mantenere il proprio posto, di rilievo o no, anche se non hanno piu le motivazioni, anche se ci sono un sacco di giovani magari con poca esperienza ma pieni di entusiasmo e di voglia di mettersi in gioco. Questo avviene sia perchè magari una certa posizione è vista quasi come un diritto acquisito sia perche semplicemente c’è una certa immoblità al cambiamento e alla valorizzazione delle persone. Però la meritocrazia non è un concetto perduto, se una persona è scaltra prima o poi fa strada, anche cambiando lavoro/azienda se non si sente valorizzata.
Personalmente in ambito professionale ho conosciuto anche persone che puntano a valorizzare chi lo merita e le loro ditte saranno quelle che sicuramente usciranno a testa alta dal crisi. Anche in ambiente accademico è difficile non notare questa differenza quando si vede un sistema universitario immobile in Italia con sempre le stesse persone che insegnano da anni senza portare più un contributo alla ricerca mentre all’estero i giovani ricercatori italiani emigrati fanno carriera e ottengono riconoscimenti. Però anche qui in alcuni casi vedo dei cambiamenti, molti giovani professori che ho conosciuto sono molto preparati e competente e questo mi fa ben sperare per il futuro.

Se fossi restato in Italia senza mai spostarti, credi che il tuo attuale stile di vita sarebbe arrivato lo stesso?

[​Ruggero​] Sicuramente un’esperienza all’estero è fondamentale al mondo d’oggi. Ovviamente la risposta è no: non sarei lo stesso Ruggero, avrei oltre che meno conoscenze di aerodinamica, anche un modo di vedere il mondo assolutamente differente.

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese ecosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? Come mai sei tornato?

[​Alessandro​] Mi viene difficile pensare i mezzi per attuare il cambiamento, ma credo che la base debba essere questa: scelgo di stare in un posto quando sento che c’è un filo diretto tra il mio impegno e quello che raccolgo. E’ avere la certezza che, se mi impegno al massimo, avrò dei risultati in linea con quanto fatto. Sapere questo ti porta ad esporti maggiormente, a scommettere, perchè sai che, in un gioco pulito, vince chi è più bravo. E’ un termine che ripeto, meritocrazia.
Meritocrazia nei concorsi, meritocrazia nei finanziamenti, meritocrazia nei riconoscimenti.

Quanto pensi sia grave il fenomeno della fuga dei talenti italiani? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

[​Alberto​] I cervelli e i talenti devono potersi muoversi senza restrizioni e confini, non mi spaventa il fatto che gli italiani possano andare all’estero. Ogni paese esercita una forza d’attrazione sui “cervelli” ed è connessa a conoscenza, innovazione e capacità di offrire opportunità per realizzare le proprie idee. Il problema dell’Italia sta nell’essere un paese poco attraente; produce ed esporta ottimi talenti ma poi non riesce ad essere altrettanto efficace nell’attirare e importatore persone sia italiane che estere.

Siete contento/i della vostra attività, qui in Italia? Credi/credete che se foste rimasti all’estero le cose sarebbero andate diversamente? Come?

[​Andrea​] Sono molto contento dell’attività qui in italia. Ho l’impressione che la stessa attività all’estero avrebbe avuto una spinta molto piu forte, magari avrebbe attirato maggiore interesse, investimenti di maggiore entità ecc. Però forse non l’avrei vissuta con lo stesso entusiasmo, farcela in Italia lo vedo come un plusvalore ed un soddisfazione personale.
Potremmo riassumere tutto con poche parole: partire, imparare e – con una buona dose di coraggio – tornare! E tornare per costruire, migliorare, creare.

Ringraziamo i ragazzi di Conself per aver condiviso con noi la loro storia e ci auguriamo che i loro sogni e progetti crescano e possano dare fiducia e un po’ del loro coraggio a tanti altri giovani talenti italiani.
In bocca al lupo ragazzi e… a presto!