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Intervista a Anna Chiara Ferigo, project coordinator per l’associazione RAJ-Tunisi

Anna Chiara Ferigo, 26 anni e una vita vissuta tra Venezia, Parigi, Padova, Bruxelles, Korba  Médenine e Tunisi, dove Anna Chiara risiede anche oggi.

Attualmente volontaria e “project coordinator” presso l’associazione RAJ-Tunisi (reseau alternatif des jeunes) dopo uno SVE (servizio volontario europeo, 6 mesi a Medenine), Anna Chiara in Italia ha studiato Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani presso l’Università di Padova, per proseguire poi i suoi studi a Parigi prima e a  Bruxelles poi, dove ha seguito e concluso con successo un master in scienze politiche, senza fermarsi mai tra un lavoretto di baby sitting e uno stage presso la CNAPD sotto il responsabile di ricerca ed advocacy.

Quando le chiediamo se ha voglia di rientrare in patria Anna Chiara ci confida che dopo un (bel) po’ di tempo fuori casa, la voglia di rientrare c’è, ma i dubbi sono ancora tanti… E allora…

Cominciamo!

Ciao Anna Chiara! Sappiamo, come detto sopra, che da anni oramai viaggi  per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che dopo un master all’ULB di Bruxelles, sei da poco meno di un anno in Tunisia. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ciao The Italians! Innanzitutto grazie per avermi dato la possibilità di raccontarvi un po’ di me, spero che in qualche modo le mie parole possano esservi utili nella continuazione del fantastico lavoro di sensibilizzazione sull’emigrazione qualificata italiana che state facendo.

Come avete detto, nel corso degli ultimi anni sono stata un po’ qua e la per l’Europa e non.

Da quando ho memoria, ho sempre desiderato partire:  Venezia, nonostante la sua magnificenza storica e culturale mi è sempre stata un po’ stretta, ma di per sé il vero motivo era che ho sempre amato viaggiare e andare alla scoperta di nuove culture e persone.

Finito il liceo, dopo qualche mese di incertezze e crisi mistiche sono partita per Parigi, dove ho seguito per 6 mesi un corso di civilizzazione e lingua francese. La mia prima vera esperienza all’estero senza mamma e papà a fianco. Il rientro a Venezia fu a dir poco traumatico e dopo qualche contrattazione con i miei riuscii a trasferirmi a Padova per seguire la triennale. Anni universitari indimenticabili, ma il pallino di partire era sempre nella mia mente. Feci diversi viaggi, Europa, USA… ma il mio vero desiderio, visto anche il mio percorso di studi (diritti umani e relazioni internazionali), era quello di recarmi in un paese in via di sviluppo. Fu così che appena preso il diploma di triennale partii per la mia prima volta in Tunisia. Dire che ne rimasi affascinata è poco, visto che ora mi trovo ancora qua. Amore a prima vista! Dopo un breve periodo di volontariato nella Youth House of Korba, nel nord est del paese, le valigie erano già pronte per una nuova avventura: Bruxelles. Qui ho svolto il mio master in Scienze politiche percorso Politiche internazionali. Ho continuato ad interessarmi sempre di più sulla Tunisia, così da dedicarle la mia tesi finale :Transition démocratique en Tunisie. Etude de cas: les élections législatives tunisiennes de 2014”.
Dopo uno stage di 3 mesi in un ONG a Bruxelles, il caso ha voluto che ripartissi per la Tunisia, grazie al programma europeo SVE, servizio volontario europeo. Questa volta però, non più nel relativo “confort” del nord del paese, ma in una cittadina più desertica del sud, Medenine.  Da inizio luglio invece ho cominciato a collaborare con un’associazione di Tunisi e sono incaricata del management dei progetti.                                                                                                   

Viaggi, viaggi, viaggi… Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere nei Paesi nei quali hai potuto studiare e lavorare? Sono certa che avrai molte cose da dirci sulla tua esperienza tunisina…

Beh, le opportunità, uniche, che ho potuto cogliere sono state diverse, tra le quali sicuramente la possibilità di imparare nuove lingue e di praticarle al massimo (parlo correntemente inglese e francese e ora inizio a dilettarmi anche con il tunisino); poi c’è naturalmente stata la possibilità di confrontarmi con culture diverse, il fatto di essere stata spesso sottoposta a sfide interculturali e d’integrazione, il tutto mi ha ancora di più sensibilizzato di fronte alle problematiche mondiali attuali di migrazione.

 

Bruxelles, terra di expat e di burocrati e poi via, nella Tunisia più vera che ci sia. Due esperienze totalmente differenti tra loro, come hai vissuto questo grande passo? 

Più facile a dirsi che a farsi, visto che tra Bruxelles e Medenine non ci sono solo migliaia di kilometri di distanza, ma anche la mancanza di birra e cioccolato! A parte gli scherzi, il mio trasferimento in Tunisia non è poi stato così drammatico, visto che avevo già molte conoscenze sul paese. Poi certo, una volta sul posto se ne scoprono molte altre, ma nel complesso posso solo dire che è stata une buona decisione quella di partire, ma che ogni tanto penso alle gauffres, qui introvabili.

 

Ma ora torniamo al nostro bel paese… Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Nei posti in cui hai vissuto credi la situazione sia la stessa o quali sono le maggiori differenze che hai riscontrato?

Quello che posso dire a riguardo, parlando del mio percorso di studi, che, diciamola tutta, non è così considerato in Italia, rispetto ad esempio al Belgio e alla Francia, e che le skills che ho acquisito durante gli studi non mi hanno aperto nessuna possibilità  lavorativa concreta (in Italia, ndr).

Mia madre mi dice sempre: “quando la smetterai di lavorare gratis?”. Ebbene si, se vuoi, come me, lavorare (con un contratto e un salario non poi tanto elevato) nel mondo delle organizzazioni no profit, a livello umanitario e di sensibilizzazione e a contatto con la gente, servono, anni di esperienza, che nessun neolaureato ha. Nel nostro paese, sfortunatamente, quando si parla di ONG, si pensa unicamente al volontariato e non c’è una reale concezione di tutto il lavoro che invece c’è dietro.

A Bruxelles, capitale europea, la visione è sicuramente diversa, c’è una maggior presa di coscienza a riguardo, il mercato del lavoro è più vario ma lo sfruttamento di volontari o come vengono chiamati “stagisti non pagati” è comunque presente, come in tanti altri campi professionali.

In Tunisia? Beh non so quante ONG ci siano, migliaia. La cosa positiva è che dopo la “Rivoluzione” del 2011, i giovani hanno preso in mano le redini della vita associativa e così al giorno d’oggi, la maggior parte delle organizzazione si trovano ad avere delle équipe formate da persone che hanno meno di 30 anni,  giovani davvero motivati  che per pochi dinari o niente si impegnano al 100% , cosa a dir poco impensabile da noi, soprattutto perché la motivazione e la voglia di avviare un cambiamento del paese stanno ormai svanendo negli obiettivi dei giovani. E così si parte.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? Ma soprattutto, come funziona per i giovani tunisini? In Italia ed in Europa abbiamo forse una visione stereotipata della Tunisia, ma raccontaci cosa hai vissuto in prima persona.

Non credo proprio che la meritocrazia esista in Italia, e il fatto che ci siano migliaia di giovani laureati disoccupati e che molti decidano di partire all’estero ne è l’esempio, oltre al fatto che la maggior parte delle persone che ricoprono posti chiavi e non lasciano dubitare delle loro capacità. Le raccomandazioni sono alla base della nostra società e pure qui in Tunisia, sfortunatamente, non funziona meglio. Spesso qui per trovare un lavoro correlato alle tue capacità devi pagare fior di quattrini.

Da noi in Italia manca il rispetto delle regole ed essere onesti non premia.

Difronte a tutto ciò, i giovani sanno che hanno già perso in partenza, sono già delusi e vedono uno spiraglio di luce solo al di fuori dell’Italia.

Dopo questi tuoi soggiorni europei e tunisini, quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto? E in base a queste, quali sono i consigli, che sicuramente avrai, che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare lontano?

Non posso parlare di vero lavoro visto che per ora non sono mai stata assunta con contratto, e ho sempre fatto stage non pagati. Ciò nonostante di differenze ne ho potute constatare. Facendo l’esempio del mio periodo a Bruxelles, ho potuto notare come lì il processo selettivo è più trasparente e meritocratico rispetto all’Italia. Da noi il nepotismo è a dir poco evidente.

Quali consigli darei? Non ne avrei per i policy maker, ma li avrei per la popolazione italiana. Sarebbe ora di cominciare una rivoluzione non violenta con la quale dovremo smettere di fare quello che ci impongono dall’alto, rifiutare di continuare a seguire le regole che fanno comodo solo ad una ristretta cerchia di persone. Arrivati a questo punto, c’è bisogno di un cambiamento radicale.

 

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca i talenti italiani, tu cosa ne pensi? 

Penso che in altri paesi i giovani abbiano lo stesso diritto di cittadinanza delle generazioni che li ha preceduti. Puoi ottenere posizioni con elevate responsabilità anche in età giovane. Da noi il ricambio intergenerazionale non esiste e ciò, come ben si può notare, ha comportato ad un regresso della società.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Bisognerebbe ridefinire un po’ tutto. Dalle scuole che dovrebbero incoraggiare a dare il meglio e che siano a vantaggio degli studenti, e premiare i talenti, alla creazione di vere leggi che puniscano chi fa il furbo, ma qui si dovrebbe fare una bella pulizia all’interno del nostro caro paese. Quindi si dovrebbe cominciare dalle istituzioni e dagli stessi italiani che devono mettersi in testa che così non si può più andare avanti e che il rispetto delle regole è fondamentale per tutti.

 

Per concludere non vogliamo annoiarti e chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, sappiamo che sicuramente così è stato, ma ti chiediamo: torneresti in Italia?

Si e no. C’è sempre qualcosa che mi frena un po’. Mi sono appena candidata per fare il Servizio civile in un’associazione a Padova, quindi diciamo che un po’ di voglia di casa c’è. Ma, ora come ora non riesco realmente a vedere delle vere prospettive di vita nel mio caro paese. Con ciò non voglio dire che è tutto marcio, ma ci sono molti cambiamenti che devono essere fatti, spero comunque di riuscire a stabilizzarmi in Italia in futuro

Grazie Anna Chiara e… in bocca al lupo per tutto!

Intervista a Marco Bonfante, Policy Advisor a Bruxelles

Stesso posto, storia nuova: l’intervista di questo mese ci riporta infatti in Belgio, per conoscere l’Italians Marco Bonfante, 32enne di origini torinesi e con alle spalle – siamo sicuri anche dinnanzi a lui – una vita piuttosto movimentata.

Dopo aver vissuto un anno a Copenaghen, tre anni ad Amburgo e uno a Mosca, oggi Marco risiede a Bruxelles dove lavora presso la sede europea di Unioncamere, nel cuore del quartiere europeo di Bruxelles come Policy Advisor anche se a lui piace meglio definirsi come esportatore, dj, e facinoroso. Chi lo conosce sa bene come tutte queste cose siano vere e ben incastrate tra loro. Anche per questo, in fondo, ci vuole talento.

Marco ci racconterà di come alcune esperienze di vita gli abbiamo mostrato (e forse anche insegnato) insegnato che spesso ci si può trovare nella difficile scelta di abbandonare tutto e trasferirsi all’estero. Ma forse adesso per Marco è arrivato il momento di assumersi il rischio e provare a rientrare in Italia a realizzare i suoi sogni e mettere in pratica tutte le sue poliedriche competenze, magari unite in un’originalità degna di noi italiani: una sfida degna di essere vinta.

Ciao Marco! Sappiamo che da anni giri per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che (per) ora vivi a Bruxelles. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho preso il mio primo aereo a 18 anni dopo la maturità classica, direzione Londra e un lavoro da cameriere di 3 mesi: è stato un po’ il treno che ha fischiato pirandelliano. Iniziata la triennale in economia a Torino, ho infatti cercato di restare il meno possibile nella mia città natale, tra Erasmus a Copenaghen e tirocini tra Germania e Francia. Il tutto per curiosità, mai per necessità. La profonda ammirazione per la lingua e la società tedesca mi hanno poi portato a conseguire la specialistica ad Amburgo, durante la quale ho conosciuto Bruxelles per il mio primo tirocinio comunitario. Tornatoci per altri 12 mesi al termine degli studi, e curioso di altri orizzonti, ho poi deciso di proseguire verso 6 mesi a Mosca, poi diventati un anno, per imparare il russo e insegnare italiano e francese per sostentarmi. Rientrato bruscamente a Torino per la morte di mio padre, dopo mesi di tentennamenti ho ripreso il largo per lavorare alla rappresentanza della Camera di Commercio tedesca, per poi iniziare due anni dopo la mia attuale collaborazione presso l’ufficio di Bruxelles di Unioncamere.

Quindi Bruxelles arriva dopo anni trascorsi tra Londra, Amburgo e Mosca, e di certo non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? Che cosa ne pensi?

Di base il problema italiano consiste nella cristallizzazione di una società poco mobile, e di conseguenza del suo mercato del lavoro: è un sistema talmente bloccato che purtroppo anche i singoli di buona volontà e motivati vengono spesso fagocitati da un leviatano burocratico, deontologico e professionale che lascia loro pochi margini di manovra. In altri Paesi ho riscontrato una maggiore fluidità e più possibilità di prendere l’iniziativa per far girare una buona idea imprenditoriale: non so se tutte le iniziative portate avanti a lato del mio percorso di policy advisor avrebbero potuto attecchire in Italia. Ed è proprio questa scommessa che ritengo lanciare ora sull’Italia, proprio perché voglio rimanere ottimista su quello che continuo a considerare, anche se non sempre a testa alta, il mio Paese.

Bruxelles, terra di expat e di burocrati. Anche tu la vedi cosi? Com’è la tua vita da italiano in Belgio?

Bruxelles è come una torta a più strati. Hai la dimensione locale, dei Belgi, i più difficili da intercettare: una comunità che spesso viene trascurata e bistrattata dagli stranieri, ma che io ho avuto la fortuna di conoscere tramite amicizie precedenti al mio arrivo. Hai la dimensione expat-eurocrati-colletti bianchi, a volte un po’ troppo chiusa nella sua dimensione e isolata dalla città e dalla vita reale, ma con cui condividi questo senso di appartenenza di fondo: si è tutti in un porto di mare, le barche arrivano e molte salperanno senza più tornare, le amicizie (anzi le “conoscenze”) si creano e cessano con estrema leggerezza e si vive un po’ alla giornata. Infine lo strato nazionale, dei miei amici italiani, quello che forse più si radica dopo anni passati qui, nella condivisione di codici culturali e linguistici che generano nostalgia e voglia di smettere di guardare all’Italia come ad una terra promessa ma perduta. Ecco, Bruxelles è la città in cui ho smesso di deprecare in assoluto la mia “italianità” ma dove ho assunto un approccio più critico ed equilibrato alla mia valutazione.

Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Credi sia davvero cosi? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che preferiscono portare altrove il proprio talento?

Lavorando in Camera di Commercio so benissimo quanto l’alternanza scuola-lavoro sia essenziale: in Germania, ad esempio, i curriculum tecnici prevedono formazione teorica intercalata da periodi di immersione professionale in azienda per imparare un lavoro (non fare fotocopie e caffè). Da noi invece il dialogo tra mondo accademico e imprese rimane sporadico e poco strutturato, con il conseguente sfasamento di domanda e offerta lavorativa. La frustrazione di giovani laureati, soprattutto in materie tecnico-scientifiche, viene assorbita da mercati quali quello tedesco e svizzero, in costante penuria di figure professionali qualificate. Risultato: lo Stato italiano investe in formazione universitaria di giovani il cui talento sarà sfruttato da altri: un regalo di risorse impensabile per un Paese che risente già di una forte inflessione demografica nelle coorti più giovani e scarsi investimenti in ricerca e innovazione.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? E a Bruxelles?

Se per Bruxelles intendiamo la capitale della UE, allora parliamo di istituzioni comunitarie, uffici di lobby, rappresentanze: ecco, in questo sottobosco i meriti e le doti delle persone sono a geometria decisamente variabile. Non mi sentirei di dire che tutti i talenti dell’Europa siano concentrati in questo perimetro di uffici. In questi anni ho conosciuto e continuo a incontrare persone brillanti e dotate di spirito critico e indipendente, ma anche personaggi per i quali è difficile pensare che il merito sia l’unica ragione che li ha portati a determinati traguardi. Forse in Italia il nepotismo delle raccomandazioni è più esplicito perché legato a vicende vergognose di posti affidati a nipoti, amanti e zii o tramite tangenti; tuttavia a Bruxelles molte offerte di lavoro non vengono neanche pubblicate, con i candidati reperiti tramite passaparola e conoscenze personali. A volte qui una squadra di calcetto, un’affiliazione partitica o un parente già insediato possono fare la differenza: c’è gente che costruisce la propria vita privata con le persone “giuste” nella mera ottica di un avanzamento di carriera. Per tacere poi di quelli che io definisco “opifici” a diplomi di studi europei che preparano soltanto a passare l’EPSO e infondono un credo europeo monolitico in una futura classe dirigente che dovrebbe invece esser dotata d’intelligenza vivace e spirito critico.

Sappiamo che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche ad Amburgo: quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto e lavorato? E in base a queste, quali sono i consigli (se ce ne sono!) che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Penso soprattutto alle forti carenze strutturali del nostro mercato del lavoro: ad esempio una maggiore flessibilità in entrata nel mercato del lavoro, legata tuttavia a schemi di sicurezza sociale che tutelino le persone che perdono il posto. Oppure ai meccanismi che tutelino maggiormente le donne e il loro eventuale desiderio di entrare in maternità, con possibilità anche per il padre di entrare in congedo parentale. Sicuramente molto rilevante sarebbe una maggiore valorizzazione salariale e anche sociale dei lavori non prettamente da colletto bianco: penso al sistema duale tedesco che prevede tra l’altro il numero chiuso nelle Università e una valida alternativa nelle scuole di formazione e immersione professionale (il nostro paese, come la Francia, sconta ancora la triste eredità del ‘68 in tale ambito). Da noi invece parliamo ancora di caporalati senza renderci conto degli effetti devastanti del dumping sociale provocato da un impiego massiccio del lavoro nero (per la maggior parte straniero) per le attività più manuali.

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani. Tu cosa ne pensi?

Parliamo di rapporti di forza ben definiti: se non erro si stima che nel 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 60 anni. La posizione precaria di tanti dei nostri trentenni per la difficoltà a trovare lavoro, attivare un mutuo per una casa propria, pianificare nel medio termine il proprio futuro, è pertanto aggravata da una dipendenza finanziaria-parentale nei confronti di una generazione che ha potuto assicurarsi un una vecchiaia relativamente stabile se pensiamo alle condizioni in cui verserà la nostra. Ora, è inevitabile che questo cordone ombelicale mai reciso di travasi pensionistici, ammortizzatori familiari e welfare non istituzionale può ingenerare un circolo malato di recriminazioni, tensioni e malumori che non fanno che peggiorare la situazione.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Invece di ripromettere per l’ennesima volta l’abolizione dell’IMU (il mattone e l’indotto edilizio hanno già abbastanza rovinato il nostro Paese e ne dettano tuttora l’economia e la politica,) mi preoccuperei di detassare il lavoro, di deburocratizzare l’amministrazione pubblica per aprire un’impresa e gestirla (siamo 15° su 19 paesi dell’Euro per la ricerca della Banca Mondiale “Doing Business”) e di finanziare la ricerca e favorire l’innovazione. Purtroppo parliamo di misure molto puntuali che però potrebbero già aiutare a smorzare il declino in atto; vedo molto più difficile un vero e proprio cambio di mentalità da parte di legislatori ma anche semplici cittadini. Cadiamo nel cliché, ma l’italiano (mai veramente) creato dopo l’unità d’Italia ha sempre avuto scarso interesse per la cosa pubblica, complice anche il modello statalista e accentratore di Stato che emerse dopo il 1861 e non tenne conto delle peculiarità territoriali, economiche e culturali del nostro stivale.

Ora, chiudiamo in bellezza… Sappiamo che stai progettando il tuo definitivo rientro in Italia, un “cervello di ritorno” insomma. Non staremo qui a chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, la risposta la conosciamo già, ma ti chiediamo il motivo di questa scelta.

Dopo lungo peregrinare per terre straniere ho monitorato con interesse il rilancio della mia città natale, Torino, in una chiave post-industriale di polo innovativo e meta turistica. Rimane ancora molto da fare per una città in cui il manifatturiero è morente, e che rischia di trasformarsi in un parco giochi in cui una piadineria bio viene considerata una start-up. Sicuramente però questi anni hanno cambiato anche il sottoscritto e leggo tali mutamenti tramite un filtro, che i miei coetanei rimasti a campo base sicuramente non hanno acquisito. Pertanto la vedo comunque come una città di grande potenziale per internazionalizzazione e valorizzazione dei territori e mi sento di credere nel mio progetto che mi permetterebbe di riavvicinarmi ai miei cari. Ma anche a quelle attività che sicuramente incominciano a mancarmi, come le remate sul Po, le Alpi a pochi chilometri, le gite in moto al mare, le osterie delle Langhe.
Sono frivolezze ma sicuramente a 32 anni cominciano a contare sul piatto della bilancia: la mia scommessa rimane quindi quella di far combaciare successo professionale e qualità della vita in un Paese, che per quanto esecrato e bistrattato, rimane unico per ricchezza paesaggistica, patrimonio culturale e ingegno umano.


Non ci resta che incrociare le dita per Marco, futuro Italians di ritorno,  e fare il tifo per la sua sfida più grande, ovvero quella di rientrare in Italia vittorioso… E magari un giorno ci racconterà la sua storia di successo tutta italiana.
A presto!