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Intervista a Marta Casciola, Sales Executive a Londra: “Le aziende italiane hanno paura di investire sulle persone, ecco il problema”

Per l’intervista di aprile abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali e di dare libero sfogo alla curiosità e alla penna. Non potevamo fare altrimenti, soprattutto una volta conosciuta la nostra esuberante Italians del mese: si chiama Marta Casciola, ha 32 anni ed attualmente si trova a Londra, dove lavora come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso.

Ma non vogliamo spoilerarvi altro. Quindi silenziate i cellulari, prendetevi un momento libero ed immergetevi nei racconti di Marta. Vi sembrerà di viaggiare con lei attraverso la verde Umbria, l’operosa Inghilterra e anche verso la lontana Cina.

Eccoci qua, Marta. Raccontaci qualcosa di te e della tua storia

Cercherò di essere più breve possibile, dato che chi mi conosce afferma che sono prolissa e mi dilungo in argomenti che distolgono l’attenzione dal filo del discorso… l’ho fatto di nuovo…

Sono Marta Casciola, sono nata a Foligno, in Umbria, una delle poche regioni non bagnate dal mare. Lo sottolineo perché adoro il mare e soffro ogni giorno per non avere i soldi per comprarmi una bella villetta sulla spiaggia in Sicilia. Ho vissuto un pezzo di vita a Foligno ed un altro pezzo ad Assisi, città serafica, città di San Francesco, città di religione, spiritualità, arte e cultura, nonché città della Pace. Ci tengo ad aprire una parentesi, non siamo tutti “religiosi” in quella città. A volte me lo chiedono: io ad esempio, sono atea. Adoro quel paesino, perché non è proprio una città, è un via vai di persone che la visitano da tutto il mondo. E lei rimane “Oriente, se proprio dir vole” ( Dante- Paradiso Canto XI)

Non devo nemmeno descrivervi la sensazione di vivere in quello che inizialmente era un insediamento etrusco, poi una città romana, poi medievale, poi rinascimentale. Insomma, ha attraversato tutti i periodi storici italiani ed europei. La sensazione è di vivere in un film di Tornatore. Trovi meraviglie e pezzi di storia ovunque. I tramonti sono da brividi e super romantici. Ha un solo problemino. È in Italia. E non starei qui a scrivere se noi italiani non avessimo “problemini” a trovare un lavoro, ad essere promossi, trasferiti, ad evolverci, all’adattarci al cambiamento.

Perché diciamocelo, siamo come quel vecchio capo che è ancora attaccato ai report scritti a matita. Il sistema è lento, il metodo obsoleto e poco funzionale. Possibilità di errore molto elevata. Badate bene, io amo il mio paese e quando, soprattutto in Inghilterra fanno battute su stereotipi italiani, prima rido (perché un po’ è vero) e poi mi viene automatico rispondere a tono: “ Quando noi friggevamo, voi ancora pelavate le patate!!” … Che in inglese non fa nemmeno ridere.

Comunque, per non allontanarsi troppo dall’autobiografia, vivendo in questa conca di cultura e storia, sono stata da subito affascinata da altri mondi. Ho studiato Lingue ed Economia presso l’Università di Perugia e durante i miei studi ho sempre lavorato. Come fanno tutti, soprattutto in Italia, per guadagnarmi le vacanze estive o la cena fuori con le amiche ero costretta a lavorare. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che hanno sempre appoggiato qualsiasi cosa facessi e soprattutto mi hanno sempre resa curiosa e indipendente, cosa non così ovvia oggigiorno. Grazie a loro ho avuto la fortuna di essere stata introdotta alla lettura, ai viaggi, al cosiddetto personal improvement. Così ho fatto quello che 15 anni fa non facevano tutti ma che, almeno da quello che sento dire, è abbastanza facile fare ora: l’Erasmus.

Hai fatto la tua prima esperienza fuori casa molto presto, quindi. E poi cos’è successo?

Visto che è da quando l’ho scoperta ad 11 anni che l’Inghilterra esercita una forte influenza, scelsi ovviamente una meta in terra anglosassone: Manchester. Certo i tetti rossi alla Oliver Twist non erano certo i templi romani, i castelli medievali e le case di pietra rosa immerse nel verde. Però l’accoglienza, la disponibilità a spiegarti ogni minimo dettaglio, l’ambiente stimolante in cui si studiava, le biblioteche aperte 24 ore su 24, gli insegnanti che, con metodi mai visti, all’università, facevano giochi interattivi, discussioni e dibattiti in classe, essays o temi a casa che valevano “punti” per l’esame finale, scritto. Insomma tutto era “diverso” ma estremamente stimolante. Ho rimpianto di non essermi iscritta a tutto il corso. Studiavo due lingue completamente diverse tra loro, come l’Inglese ed il Cinese con un anno di Francese. Ho fatto esami di Economia, Finanza, Letteratura e Cultura Inglese, Italiana e Cinese. Ho avuto la possibilità di provare il sistema universitario britannico e non me ne sarei mai andata.

Sono tornata in Italia perché dovevo laurearmi e finire l’università, con la promessa che sarei tornata perché quello che avevo visto, mi era rimasto impresso. Una volta laureata mi capitò l’occasione di frequentare un corso di lingua intensivo presso la Beijing University a Pechino, appunto. Se l’Inghilterra mi aveva segnato, la Cina mi sconvolse totalmente. Pensai che tutti i viaggi che avevo fatto e tutte le esperienze all’estero che avevo vissuto non erano nulla in confronto a tutte quelle delle persone che avevo conosciuto. La mia era quasi ridicola. Non mi importò. Tornai in Italia convinta che, ovunque fossi diretta, non mi sarei fermata passivamente ma avrei cercato a tutti i costi quello che volevo.

E sei riuscita a trovarlo?

Nel giro di pochissimo tempo un’azienda di alta moda e lusso umbra (Brunello Cucinelli) mi prese a lavorare con loro. Feci altri colloqui ma quel mondo era talmente interessante che decisi di rimanere. Sono rimasta per 5 anni in questo ambiente giovane e pieno di iniziative. Un mondo stimolante, che mi ha insegnato a collaborare con tanta gente e che mi ha aiutato a capire il vero e spietato mondo del lavoro. Sono riuscita a farmi strada partendo dal basso ed arrivando a fare ciò per cui avevo studiato. Io ed il mio team gestivamo una ventina di negozi monobrand dell’area cinese e di Hong Kong, alcuni italiani e Taiwan. In pratica eravamo il collegamento tra l’headquarter italiano ed il partner cinese. Ad ogni decisione dei manager, noi facevamo in modo che i negozi la eseguissero. I report passavano per noi, le analisi del mercato, le valutazioni del personale, il buying, le vendite, insomma il lavoro di squadra era fondamentale. In 5 anni ho imparato così tanto e ad ogni livello che a volte mi scordavo di essere in Italia.

Come promesso a me stessa però, una volta arrivati al vertice di una montagna e averne goduto il panorama, era giunto il momento di continuare a muoversi sulla strada di nuove avventure. Successe proprio così: mi dissero “Ti offriamo un contratto a tempo indeterminato”. Ed io risposi: “Ma io non sto lavorando per ottenere un lavoro a tempo indeterminato, anzi … diciamo che in questo momento posso paragonare questa azienda ad un bellissimo ragazzo, affascinante e irresistibile, ma di cui non sono più innamorata. E quando non c’è più sentimento o passione, che motivo c’è di continuare?”. Ringraziai per la splendida esperienza, e voltai pagina. Per un anno lavorai come organizzatrice di eventi ma sentivo che l’Europa mi avrebbe dato una possibilità in più rispetto a quella realtà piccola in cui vivevo. Scelsi Londra perché la conoscevo già molto bene, conoscevo la lingua e pensavo sarebbe stato veramente facile trovare un lavoro che potesse darmi la possibilità di crescere. Sono arrivata in Inghilterra ad ottobre 2018, non è molto quindi che vivo in terra anglosassone. Per ora mi limito a lavorare come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso. Praticamente mi occupo della gestione dello showroom, dei contatti con i clienti a Londra e nel mondo, marketing e sales e progetti con designer e architetti.

Facciamo un passo indietro. Perché se in Italia avevi comunque un buon posto di lavoro hai scelto di partire verso l’Inghilterra?

Partiamo dal presupposto che per me ogni nazione, paese, città ha delle particolarità, delle tradizioni, dei luoghi, che per esplorare bisogna vivere. Quindi se avessi la possibilità (e forse un giorno lo farò!) vivrei almeno un anno in ogni paese del mondo. Ho scelto comunque l’Inghilterra come meta iniziale perché la trovo affascinante. La trovo molto lontana in tradizioni e cultura dalla nostra e quindi la sto studiando, cercando di prenderne i lati positivi e chiudendo un occhio su quelli negativi.

Trovo che vivere in un paese totalmente diverso da quello di nascita sia l’esperienza più stimolante che si possa fare nella vita. È importante per l’accettazione di essere umani “diversi” per cultura da noi, e per aprire la propria mente ad abitudini che non sono le nostre. Si impara ad essere disponibili e ad aiutare le persone in difficoltà. Si impara anche che “tutto il mondo è paese” e che molti problemi o sfaccettature che si pensa siano solo italiane, sono ovunque. Si capisce viaggiando e vivendo le tradizioni altrui che alla fine la nostra non è poi così male.

Perché ho lasciato, quindi? Perché non era il contratto a tempo indeterminato di Checco Zalone quello che volevo. Volevo nuovi stimoli, volevo crescere, volevo che l’azienda investisse su di me e chiesi un trasferimento in Cina o in Inghilterra. Non ci fu possibilità di movimento ed io, a malincuore ma sempre più convinta, decisi che la passione doveva essere indirizzata altrove. Probabilmente le aziende in Italia hanno paura. Hanno paura che se hai formato una persona per così tanti anni non potrai ritrovarne un’altra altrettanto brava. Hanno paura di investire sulle persone. Ed è lì, secondo me, su cui dovrebbero soffermarsi.

La differenza, a mio parere e per quanto mi riguarda, tra due paesi come l’Italia e l’Inghilterra si percepisce proprio su questo campo: le persone. A Londra non ha importanza se hai studiato lettere classiche e latino, una volta laureato, puoi fare tutto. Entrare nel giornalismo, fare carriera nel mondo dei media, entrare a lavorare in una azienda di investimenti. Non importa cosa hai studiato e quanto hai preso, importa quanto sei capace ad evolverti, se sei disposto ad adattarti, se sei malleabile ed hai la volontà di crescere ed imparare.

Non sono scappata dall’Italia, né tantomeno mi sento un “cervello in fuga”. Sono semplicemente una persona che è curiosa di esplorare e ricevere stimoli dal mondo. Il lavoro mi ha insegnato che non voglio vivere per lavorare. E non sono venuta in Inghilterra per fare carriera, ma per scoprire qual è la mia strada. Non necessariamente deve essere il lavoro l’obiettivo che ti spinge a migliorare. Per me lo sono molte cose, come il viaggio, la scrittura, le lingue, la conoscenza e la comprensione delle persone e poi anche il lavoro che ti appassiona…. insomma un cocktail di esperienze.

Londra ti sta dando quello che cercavi? Com’è realmente vivere lì?

Quello che mi affascina di più di una città come Londra è il movimento. Esci e tutto è in movimento. Tutto è a disposizione e tutto si muove in maniera veloce. Ed ugualmente succede con il lavoro. Gli svantaggi sono sicuramente relativi all’altissima competizione che si è costretti ad affrontare ed al fatto che ci si deve adattare in tempi brevissimi. Il vantaggio d’altro canto, è che se si è aperti al cambiamento, basta seguire la corrente. Secondo me non si può paragonare Londra ad una delle città italiane. Londra è un crogiolo di etnie, un amalgamato di religioni e mondi differenti, una mescolanza di opportunità e relazioni da instaurare, tanto che è diversa anche dal resto dell’Inghilterra. A Londra potresti uscire ed in un pomeriggio trovare lavoro, in sei mesi se ti impegni riesci facilmente ad occupare una posizione manageriale. In 2 anni potresti benissimo esserti formato abbastanza da trovare un altro lavoro totalmente diverso da quello che facevi prima. Personalmente sento che una città come Londra potrebbe aiutarmi a crescere non solo a livello professionale ma anche nell’approccio con gli altri e nel capire quali sono i miei obiettivi di vita.

Quando mi sono trasferita qui avevo – ed ancora ho – la fortuna di avere già amici che vivono a Londra, principalmente inglesi, che mi hanno sempre aiutato a comprendere meglio certe abitudini. Non posso dire che è facile. Diciamo che trovo l’Italia molto più aperta alle relazioni sociali. Anche l’area di Manchester e dintorni è molto diversa da Londra, molto più disponibili alla chiacchiera amichevole. Qui vige il “Non ho tempo”. Nessuno ha tempo. Lo svantaggio di vivere in una città veloce e aperta al cambiamento è che il tempo è fondamentale. Tutto quello che si può evitare per guadagnare tempo, lo si evita. Il caffè di corsa take away, il pranzo al volo, la birra senza cena, le app per uscire….. un po’ diverso dall’ora e mezza per pranzo, l’aperitivo con cena, le chiacchiere da bar. Ogni abitudine e cultura ha dei pro e dei contro, tutto sta a capire qual è più adatta a noi. Io cerco di scendere a compromessi, quindi vado sempre di fretta ma spesso mi ritaglio del tempo per due chiacchiere “da bar”.

Immagino che anche nelle chiacchiere da bar la parola Brexit si affacci spesso

Eh già! Ormai l’argomento Brexit è diventato uno dei più gettonati nelle conversazioni. “How are you?”, “I can’t believe it’s raining” (veramente non ci credi?) e “What do you think about Brexit?”. Ho una mia opinione, ma non essendo un politico non potrei dare una valutazione oggettiva. Che poi, chi potrebbe darla? Penso solo che i vantaggi sono minori degli svantaggi, sia che accada una “soft” che una “hard” Brexit. Seguo l’argomento come una vecchietta ossessionata da “Cento Vetrine”, però ho anche avuto conversazioni divergenti con Inglesi che prima erano sfavorevoli e poi invece, stufi, non vedono l’ora avvenga il divorzio. Mi sbaglierò ma non penso siano argomenti che un cittadino comune possa decidere così, se due piedi, senza avere gli strumenti per effettivamente valutare.

Per quanto riguarda l’effetto che la Brexit potrà avere sulla mia vita… i prossimi progetti non sono ancora chiari nella mia mente. Mi piacerebbe iscrivermi ad un Master per la gestione delle Risorse Umane qui a Londra, mi piacerebbe entrare nel mondo dell’HR per avere la possibilità di essere ancora più a contatto con le persone. Sto studiando lo Spagnolo in questo momento, da autodidatta. Sperando che un giorno una azienda spagnola mi chiami a lavorare a Madrid. L’Italia a volte mi manca, mi mancano i sapori, le tradizioni, gli amici, la famiglia…. ma non è ancora il momento di tornare a casa!

Intervista ad Alessia Marcantonio, traduttrice audiovisiva a Londra. Come trovare lavoro in Uk in tempo di Brexit

Per l’intervista di questo mese torniamo a Londra, terra di expat. Dal 2012 questa è la casa della nostra Italian del mese Alessia Marcantonio, 25 anni originaria di Sulmona.

In questi 6 anni fuori casa Alessia ha alternato lo studio a lavori da commessa. Tra l’ottobre 2013 e l’aprile del 2017 ha conseguito la triennale in Lingue e Culture Moderne studiando da non frequentante all’Università de L’Aquila. In quello stesso momento era a Londra, dove lavorava in negozio e preparava gli esami prima e dopo il turno, per poi tornare in Italia per le sessioni. Una vita in bilico tra due mondi.

Giusto il mese scorso ha terminato il MSc in Traduzione Audiovisiva. E adesso inizia la parte più difficile: la ricerca di un lavoro che sia contestuale al titolo di studio. Un problema solo italiano? Scopriamolo insieme!

Ciao Alessia! La tua vita in Inghilterra è iniziata molto presto, subito dopo la maturità. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Sì, è stato ben sei anni fa! La ragione principale è stata che non sapevo quale facoltà scegliere dopo il liceo. Avevo troppi sogni e dovermi limitare a seguirne uno solo sembrava una scelta più grande di me. Sono partita con l’idea di prendermi un anno sabbatico e schiarirmi le idee, ma quando Londra ti prende diventa impossibile lasciarla. Più che soddisfatta sono grata, non riesco ad immaginare che tipo di persona sarei oggi se non fossi partita per Londra nel 2012. Avevo sogni più “infantili” e li ho un po’ persi per strada, ma ho comunque trovato la mia “vocazione” nella traduzione audiovisiva, ed è un qualcosa che non sapevo neanche esistesse fino ad un paio di anni fa. Quindi sì, sono soddisfatta, grata e fiera della mia scelta.

Si parla molto (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti una di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La mia storia non è iniziata come una “fuga”, perché la mia scelta era scaturita dal desiderio di partire e non dal bisogno, e tante persone iniziano la loro esperienza estera come me, perché si sentono “a casa lontano da casa”. Purtroppo però, tra le persone che ho conosciuto qui, sono molto più numerose quelle che sono partite perché in Italia facevano fatica, con o senza un titolo universitario. Per quanto io ami Londra, sono più che consapevole dell’infinità di lati negativi che vivere qui porta con sé, e se penso a tutte quelle persone che sono qui per necessità e non per scelta… deve essere molto dura, per loro. Basterebbe solo qualche opportunità e speranza in più, qualche riconoscimento, più meritocrazia e meno ingiustizia, e sono sicura che eviterebbero volentieri di partire.

Parlando degli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Inghilterra, con un anno di erasmus a Leeds e la specialistica a Londra. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra sistemi educativi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

Facendo la triennale da non frequentante non ho avuto modo di vivere la vita universitaria italiana a pieno. In ogni caso, sicuramente l’università in Italia offre un bagaglio culturale incomparabile a quello inglese. I libroni da cinquecento pagine che spaventano tanto gli studenti italiani forniscono inevitabilmente una preparazione e conoscenza molto più vasta, mentre in Inghilterra gli argomenti che si arriva a toccare nell’arco di un semestre sono più limitati. Oltretutto, il numero di ore di lezione è di gran lunga inferiore rispetto alle università italiane, il che può essere positivo quando si ha a che fare con lezioni che si sovrappongono inevitabilmente e giornate interminabili in aula, ma è anche molto negativo se si pensa a quanto poco si riesce a fare in due ore settimanali per ogni corso. Il lato positivo principale è che, invece di leggere libri lunghissimi, ci si concentra su ciò che servirà effettivamente una volta fuori, è tutto più orientato a preparare al lavoro invece di riempire di dati e fatti e conoscenze fine a se stessi. Anche il metodo di studio è molto diverso: non ci sono libri da schematizzare e memorizzare, né esami orali di fine corso. Si legge molto, si fa ricerca autonoma, e si scrivono saggi, commentari e analisi cercando di renderli il più originale possibile, o si fanno presentazioni davanti a tutta la classe. So che posta in questo modo sembra che l’università inglese sia molto più semplice, ma la verità è che sono difficoltà molto diverse. Per me, ad esempio, è molto più semplice preparare un esame nella maniera italiana. L’università inglese assomiglia molto ai nostri licei, dove le date delle scadenze sono fisse e devi rispettarle a tutti i costi: se non consegni il saggio in tempo, rischi di non passare il corso, e se non passi il corso spesso significa ripetere l’anno.

Una domanda su Londra – possiamo dire la meta preferita di noi expat italiani. Com’è realmente vivere lì?

Vivere a Londra è dura. Gli stipendi sembrano alti, ma l’affitto e l’abbonamento per i mezzi pubblici sono molto cari e resta ben poco a fine mese. Si perdono ore infinite sui mezzi, per andare a lavoro, per vedere gli amici. Ci si sente molto soli, perché vedersi per un caffè con un’amica richiede giorni di preavviso, e certe volte passano mesi prima di vedersi, perché incontrarsi richiede tempo e di tempo ce n’è poco. La convivenza con coinquilini da tutto il mondo (e di tutte le età) è sempre problematica, spesso ci si trova a dividere cucina e bagno con molte persone con cui ci si limita ad un saluto cordiale, e si finisce per essere molto soli anche in casa.
Gli amici che trovi a Londra, però, non li trovi in nessun altro posto. Sono persone che hanno attraversato le tue stesse difficoltà e le tue stesse scelte. Che ti possono capire davvero. Sono persone coraggiose, con sogni molto grandi e tanto talento ancora da sfruttare. E Londra offre meraviglie che nessun altro luogo offre: parchi, strade, cultura, musei, festival e musical in ogni angolo. C’è sempre qualche evento in corso da qualche parte, c’è sempre un qualcosa di nuovo ancora da scoprire, che sia un secret club o un’opera teatrale o un qualche angolo bellissimo di città nascosto in stradine secondarie. I ristoranti offrono cibo da tutto il mondo a prezzi decenti, così che un minuto sei a Londra e il minuto dopo sei in Thailandia, Giappone, Brasile, Italia. Londra è immensa e non si arriva mai a guardarla tutta, ad assaggiarla tutta, a capirla tutta. Per me, avere tutto il mondo a portata di underground merita decisamente tutti i sacrifici.

Se si parla di Londra e Inghilterra, non si può tralasciare la questione Brexit. Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione?

È ancora troppo presto per sapere qualcosa! In questo momento la situazione sembra tornata alla normalità (sarà la quiete prima della tempesta?), ma immagino che per chi si trasferisce ora ci siano molte difficoltà, dato che già da qualche anno è sempre più difficile per noi stranieri fare cose come aprire un conto in banca o registrarsi dal medico. Per noi che siamo qui da tempo, invece, è ancora tutto “regolare”. Bisogna dire, però, che il periodo subito dopo il voto di giugno 2016 è stato duro. È vero che Londra è un mondo separato che aveva votato in gran parte per restare, ma gli episodi di razzismo non sono mancati. Avevo letto di molti Italiani che si erano ormai stabiliti in Regno Unito e che dopo quel referendum hanno fatto le valigie e hanno preferito andarsene, e non mi è difficile da capire: la mattina dopo il referendum ero a fare colazione in un pub di Leeds, mi sentivo come se un muro mi fosse crollato sulla schiena, mi guardavo intorno e pensavo: l’Inghilterra è la mia casa, ma la metà di queste persone non mi vuole qui.

Passiamo ora al lavoro: sappiamo che sei alla ricerca nel settore di audiovisual translation, ma di cosa ti vorresti occupare nello specifico? E soprattutto: credi che in Italia non si riesca a trovare un’occupazione simile, ci stai provando, oppure lavorare all’estero è quello che vuoi sopra ogni altra cosa?

Mi vorrei occupare di adattamento per il doppiaggio e sottotitoli, soprattutto per serie tv e film, ma anche per documentari, reality show ecc. Per ora si sta rivelando molto duro cominciare, perché per la lingua italiana c’è molta concorrenza (per i liceali alle prese con la scelta universitaria: non scegliete Lingue, siamo troppi! / scegliete Lingue è bellissimo!) e la maggior parte del lavoro è svolto da liberi professionisti, per cui si entra nel circolo vizioso del “richiedono esperienza / nessuno mi fa fare esperienza”. Sto cercando a Londra per ora perché trovare lavoro qui è sempre più semplice, ma spero di riuscire a tornare in Italia non appena avrò abbastanza esperienza alle spalle. Ma a giudicare dalle poche offerte di lavoro che ho visto in Italia (tutte al nord, prevedibilmente) non sarà un’impresa facile.

Come si fa a cercare attivamente lavoro a Londra? Esistono centri per l’impiego, annunci nei giornali, online…? Penso alle modalità italiane, con mille cv inviati e poche risposte ricevuti: sono problemi comuni?

Ci saranno differenze a seconda del tipo di lavoro, ma la ricerca si svolge principalmente online, sia su siti di annunci (come Indeed, Totaljobs, Reed, Monster, Linkedin…) sia sui siti specifici delle compagnie. Ci sono anche numerosi job centre gestiti dal governo, ma personalmente non ne ho mai fatto esperienza perché mi sono sempre trovata bene con la ricerca online, o anche portando curriculum porta a porta quando cercavo lavoro come commessa. Sicuramente è molto più comune che in Italia trovare cartelli all’entrata di negozi, bar e ristoranti in cui scrivono che cercano personale, e da lì ad essere chiamato per un colloquio, soprattutto quando si ha un po’ di esperienza sul cv, ci vuole poco. Purtroppo il problema dei mille cv inviati e poche risposte rimane quando nel cv manca esperienza nel settore, però sicuramente ci sono strade alternative che si possono percorrere (ad esempio, lavorando in un negozio si viene a conoscere bene il brand e si può fare domanda per essere spostati a lavorare negli uffici della compagnia, e così si fa esperienza di lavoro d’ufficio).

In Inghilterra ci sono più collegamenti tra università e aziende? Siete facilitati in qualche modo nella ricerca di lavoro? Parole come flessibilità, meritocrazia, possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età, sono già entrate nel vocabolario comune inglese?

La meritocrazia e la possibilità di far carriera fin da giovani sono fatti quotidiani qui. Non importa quanti anni hai, anzi, spesso non viene neanche scritto sul cv. Così come non si usa mettere la propria foto sul curriculum, perché non è ritenuta rilevante alla scelta del candidato. Per quanto riguarda il collegamento con l’università, come dicevo l’impronta generale dei corsi stessi è basata sul preparare alla vita lavorativa, e di conseguenza l’interesse di professori e staff è quello di poter dire che una grande percentuale di laureati trova lavoro entro tot mesi. Le università generalmente hanno un dipartimento a cui gli studenti possono rivolgersi per avere un aiuto nella preparazione del cv, lettere di presentazione, colloqui, ecc., oltre ad avere un sito di annunci rivolti principalmente ai neo laureati. Quello che sto trovando più utile, nel mio campo, è il collegamento diretto tra professori e compagnie: quando ex alunni, ora professionisti nel campo, cercano persone per il proprio team o vengono a sapere di posizioni aperte nella propria compagnia, mandano una mail ai professori, che a loro volta la girano a studenti e neo laureati.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Ci vorrebbero più opportunità, più meritocrazia e più giustizia, e persone disposte a giocare secondo le regole; se questo fosse applicato fin dal sistema scolastico, e parlo dei giovani quanto dei professori, le competenze non mancherebbero!

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Spero di tornare in Italia prima o poi, ma temo anche che significhi rinunciare a delle reali possibilità di carriera, possibilità che con i nostri studi, sforzi, capacità ed esperienze ci meriteremmo appieno (parlo al plurale perché so che ci sono molte persone come me!). Per ora continuo a cogliere occasioni ovunque esse si trovino, ma spero di ritrovare presto la strada di casa!

Quand’è che troppo diventa…troppo? Di anniversari importanti e altre cose da expat

2 ottobre 2018, aeroporto San Francesco d’Assisi, volo Ryanair direzione Londra Stansted. Sei anni e una manciata di giorni dalla prima volta che presi quel volo. Come allora, anche oggi sono seduta accanto al finestrino. Come allora, anche oggi guardo le montagne intorno a me e Assisi alla mia sinistra mentre l’aereo decolla.

Ci sono tante cose che ho imparato in questi anni di viaggio: l’orario di chiusura del gate è quasi sempre indicativo dell’orario di apertura dello stesso; a Perugia cercano di farti fare i controlli di sicurezza prima possibile, ma poi ti ritrovi ad aspettare quasi un’ora in una sala piccola e con poche sedie; le Alpi e servono a farmi capire che sto entrando o lasciando l’Italia e mi indicano, nel primo caso, che mancano circa 40 minuti all’atterraggio; a Stansted c’è sempre vento e quindi devo rassegnarmi a un atterraggio movimentato.

La prima volta che presi questo volo mi dissi che con il tempo sarebbe diventato più semplice lasciare la mia bella Umbria. Me lo sono ripetuto costantemente, nel corso di questi 6 anni, ogni volta che mi sono ritrovata a guardare Assisi dal finestrino dell’aereo. Stavolta no, non me lo dico. Non me lo dico perché ho deciso di smettere di prendermi in giro. Non diventerà mai più semplice, ed è ora di accettarlo. Non sono più una ragazzina di 22 anni, ma una donna di quasi 30.

Questo è ormai il mio sesto anniversario a Londra ed è chiaro che la nostra è diventata una relazione tossica. Mi è già capitato di averne, di relazioni così, di quelle che ti chiedono troppo, costantemente, che ti prendono tutto quello che hai e ti restituiscono il tanto che basta per spingerti a rimanere. Sono almeno due anni che mi sono resa conto che il e Londra abbiamo ormai un rapporto del genere. Due anni che stringo i denti e che mi dico di andare avanti, un altro po’. Ma quand’è che diventa troppo? Quando arriva il momento di accettare che una relazione sia finita?

Ci ho messo tanto a capirlo, Londra in fondo mi ha dato tanto. Mi ha fatto realizzare sogni d’infanzia, di quelli che pensi che rimarranno sempre fantasie; mi ha permesso di raggiungere l’indipendenza desiderata; mi ha trasformata da una ragazzina a una donna e, soprattutto, mi ha fatto conoscere colui che tra pochi mesi diventerà mio marito.
Eppure, quando penso a Londra non vedo questo, non più ormai. Vedo gli addii, che devo dire così troppo frequentemente, vedo le giornate che passano sempre troppo velocemente, le ore perse in treno per spostarsi da un posto a un altro della città. Vedo il mio appartamento così piccolo che non mi permette di ospitare la mia famiglia a Natale, il mio compagno che prepara la cena tutti i giorni perché io rientro a casa alle nove di sera. Londra è, per me, un sacrificio giornaliero e questo non posso più permetterlo.

Allora perché rimanere? Ho sempre odiato le persone che si lamentano della propria vita senza fare nulla per migliorarla. Potrei trasferirmi in un’altra città del Regno Unito, una più piccola dove la vita non sia così frenetica. Non ho paura di ricominciare, dopo l’esperienza fatta a Bruxelles so che non sono troppo “vecchia’’ per farlo, che quella forza è ancora dentro di me. Cosa mi trattiene a Londra? L’incertezza.

Il 24 giugno il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione europea. Quel giorno ha avuto conseguenze enormi sulla mia vita. Non parlo di conseguenze economiche, che anche si sono già iniziate a sentire, con la sterlina che ha quasi lo stesso valore dell’euro, i prezzi che sono saliti a fronte di stipendi immobili. La conseguenza maggiore che la Brexit finora ha avuto sulla mia vita è stato il rendermi impossibile immaginarmi il mio futuro nel Regno Unito. Posso mai io, europeista convinta, vivere in un Paese dove la maggioranza (risicata) delle persone ha deciso di uscire dall’Ue? Posso vivere in un Paese con prospettiva di crescita per il 2019 superiore soltanto all’Italia? Ma soprattutto, mi permetteranno di viverci, in caso io volessi?

Il 24 giugno 2016 mi sono sentita profondamente delusa da un popolo e un paese a cui avevo dato tutta me stessa. Un popolo che mi era sembrato sempre politicamente più saggio e responsabile del mio e che invece si era fatto abbindolare da tante promesse che erano, e si sono rivelate, troppo belle per essere vere. Quel giorno mi sono sentita avvolta dall’incertezza. Tutto quello che avevo sperato di costruire nel Regno Unito sembrava venir messo in discussione. Quella villetta con giardino, dove avere finalmente cene di Natale con tutta la mia famiglia, avrei ancora potuto comprarmela? Aveva senso comprarsi casa in un paese quando non sapevo se sarei stata la benvenuta di lì a 2 anni e se, soprattutto, l’economia avrebbe retto a un tale shock? Aveva senso affrontare le spese di un trasloco da Londra quando forse avrei avuto bisogno di lasciare il Paese di li a poco?

Dicono però che possiamo rimanere. Poi dicono di no. Poi dicono che non è necessario richiedere ora la residenza permanente perché il processo dopo la data della Brexit sarà più semplice, ma tutti mi consigliano comunque di farla, non si sa mai. Ma attenzione, occorre mettere tutti i documenti necessari e anche qualcuno di più, perché non si sa mai che decidano di rifiutarla e allora sei nei guai. Il Paese crescerà dopo la Brexit per via della possibilità di scambi commerciali con altri paesi, ci ha ripetuto il governo. Ora però ci dicono di star facendo scorte di medicine e che ‘’ci sarà una quantità adeguata di cibo per tutti’’. Ci saranno 350 milioni di fondi in più per la sanità pubblica, avevano promesso. Due anni dopo, il sistema soffre del calo di arrivi di medici e infermieri europei ed è al limite del collasso. Così è continuata la nostra vita negli ultimi due anni e mezzo. Un bombardamento quotidiano di informazioni allarmistiche e contrastanti. Cosa fare quando non si sa dove andare? Come posso scegliere una strada o un’altra se non so dove conducono?

E così, vado avanti, un altro po’…solo un altro po’…o almeno spero.

Intervista a Cecilia Gragnani, attrice e produttrice a Londra. Il suo ultimo spettacolo? “Diario di un expat”

Succede a volte che la propria storia, le emozioni e tutti i successi e gli insuccessi diventino punto di partenza per creare qualcosa di grande. Qualcosa che possa stare in piedi sulle sue gambe, da solo, magari anche in mezzo a un palco teatrale e circondato da gente felice.

Per Cecilia Gragnani, italiana orgogliosa di 34 anni oltre che devota (e nostalgica) tifosa del Milan, è successo proprio così: dopo aver studiato a Milano, aver frequentato la Sorbona di Parigi ed essersi laureata in Lettere moderne, nel 2008 ha deciso di trasferirsi a Londra per proseguire gli studi teatrali all’accademia Drama Centre – Central Saint Martins. Da allora, lavora fra l’Italia e l’Inghilterra come produttrice e cantante.

E il suo ultimo spettacolo, Diario di un Expat, racconta proprio di chi arriva nella capitale inglese per inventarsi il futuro che ha in mente. Di chi vuole diventare inglese rimanendo però fortemente italiana, tra mille mestieri – in condizioni che un italiano in patria non accetterebbe mai – incontri con personalità diverse e multiculturali e la minaccia della Brexit che aleggia sempre nell’aria.

Ciao Cecilia! Raccontaci qualcosa di te e della tua storia da Italian: cos’è che ti ha portata a Londra e come mai hai deciso di stabilirti lì? Una sorta di London calling oppure una necessità?

Sono sempre stata curiosa e affascinata dagli altri paesi, durante l’università ho vissuto un anno a Parigi e ho anche pensato di andare a vivere in America per un pò. Sono arrivata a Londra – dov’è attualmente la mia casa – perché è la città del teatro e ho sempre sognato di studiare qui. Nella capitale inglese arrivano una quantità enorme di spettacoli da tutto il mondo e questo è estremamente stimolante. Inoltre, il teatro qui viene utilizzato per raccontare il mondo nelle sue trasformazioni attuali: ci sono veramente tanti spettacoli, work in progress e piattaforme dove si scrivono e si condividono storie che riguardano l’oggi. Per quanto riguarda la mia esperienza, a Londra ho fatto un master di due anni e poi, dopo qualche periodo di alti e bassi, ho deciso di restare per avere più opportunità e ho da poco preso la doppia cittadinanza.

Oggi Londra è una delle mete più ambite da tantissimi giovani italiani, ma l’Inghilterra offre veramente così tante opportunità oppure ci sono dei miti da sfatare? Dov’è che noi italiani potremmo prendere spunto per migliorarci?

Credo che oggi Londra sia in parte mitizzata. Certo, a differenza dell’Italia ci sono veramente molte opportunità in ambito culturale. E soprattutto, a Londra si può vivere facendo cultura, perché la cultura è considerata come una di quelle industrie che dà lavoro. In generale, qui le capacità e le competenze sono più riconosciute, anche se esistono comunque casi di classismo e favoritismo che non diventano mai la norma. Ma lo stile di vita non è affatto migliore rispetto a quello italiano: le persone, i giovani, arrivano a Londra perché è un luogo dove si può fare carriera e dove si incontrano persone da tutto il mondo. E per quanto riguarda il mio ambito, in Italia ci sono spettacoli veramente interessanti ma le strutture e i fondi sono pochi. Ma una cosa in comune c’è tra i due paesi: anche in Inghilterra, quella teatrale resta una professione complicata.

Ma per voi italiani a Londra cosa cambia con la Brexit ora? Che clima si respira in questo periodo?

E’ cambiato tutto. Io da poco ho preso la doppia cittadinanza ma è stato un percorso lungo e molto costoso. Probabilmente l’avrei presa lo stesso ma più avanti, con i miei tempi e non sotto minaccia. Londra è in parte una bolla anche perché qui la maggior parte ha votato per rimanere in Europa. Ma appena si esce da Londra e ci si confronta con gli abitanti di altre cittadine si avverte che l’ostilità è forte. Fino alla Brexit non mi era mai capitato di sentirmi come una straniera, mi ero sempre considerata un’europea in mezzo ad altri europei. Ma adesso, dopo il referendum, la percezione è molto cambiata: anche solo il processo per avere la cittadinanza è stato faticoso non solo a livello burocratico ed economico, ma soprattutto per quanto riguarda l’identità e il senso di appartenenza ad un luogo ed una comunità.

Si parla tanto di fuga di cervelli senza spesso comprenderne il vero significato. Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause che spingono sempre più giovani a partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Partiamo da un presupposto: penso che la maggior parte degli italiani che vivono all’estero, se potessero fare quello che fanno nel loro paese, tornerebbero subito. In molti di noi c’è il desiderio di tornare. Le strade e le decisioni sono chiaramente individuali, ma la sensazione generale è che in Italia sia complicatissimo arrivare ad avere anche una minima stabilità, soprattutto per chi si inserisce nel mondo del lavoro e dopo vari anni è sempre allo stesso punto. Per quanto riguarda l’ambito artistico, purtroppo non c’è paragone fra l’Italia e il Regno Unito. C’è più sostegno agli artisti, a chi prova a creare progetti propri, c’è un sindacato che ci supporta e il lavoro teatrale non è considerato come un hobby ma una professione come le altre.

Prima di parlare del tuo lavoro, la formazione. Sappiamo che hai studiato a cavallo tra Italia, Parigi e Londra: potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi paesi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

E’ difficile fare un confronto perché gli studi che ho fatto nei vari paesi erano in momenti diversi del mio percorso formativo, e la mia esperienza inglese è stata soprattutto a livello performativo – quindi non posso parlare dal punto di vista scolastico tradizionale. Comunque, in pillole di esperienza, credo che la formazione di base italiana resti la migliore perché la più completa e la più approfondita. Perché insegna non soltanto delle nozioni fondamentali, ma anche un modo di pensare che è a 360 gradi. Ricordo di essere rimasta colpita quando a Parigi ci venne data una bibliografia scarsa per un corso universitario: mi aspettavo veramente molto di più!  Il sistema inglese mi pare invece molto pratico e indirizzato all’avviamento professionale, a creare un ponte tra studio e lavoro, un aspetto e una buona pratica da cui forse potremmo trarre ispirazione in Italia.

Raccontaci di quello che fai ora a Londra, del tuo lavoro e della tua carriera. Da voi parole come orari di lavoro flessibili, meritocrazia, responsabilità, opportunità anche per i giovani, sono entrate nel vocabolario comune oppure sono un problema condiviso?

Sono parole che fanno assolutamente parte del vocabolario comune, vengono discusse e rinnovate ma non sono delle conquiste quanto più delle certezze. Il mio lavoro è particolarmente flessibile perché non esiste una giornata tipo. Per molti forse questo può essere disorientante, ma a me piace molto. Fino a qualche anno fa la mattina era dedicata ai miei progetti e il pomeriggio ad insegnare in varie scuole. Ora sono molto fortunata e riesco a vivere del lavoro di attrice e produttrice.
Lavoro principalmente da casa, vado a fare i provini quando ci sono, faccio molti voice-over per cui spesso vado nei vari studi a registrare, mi chiudo in una stanza per settimane a provare se abbiamo uno spettacolo, vado a vedere più spettacoli possibili e viaggio molto. Per un anno e mezzo sono stata in tournée con uno spettacolo con Federico Buffa e ho amato molto la possibilità di visitare luoghi diversi grazie a questo lavoro. Ora appena posso mi muovo. Sono appena stata a Sheffield per una residenza teatrale, la mia compagnia ha vinto un bando per sviluppare il nostro prossimo lavoro. Il mese prossimo sarò a Milano e Parma per un progetto italiano. Cerco di continuare a lavorare in entrambi i paesi.

Parliamo del tuo ultimo spettacolo, “Diary of an Expat”: di cosa parla e perché hai sentito il bisogno di scriverne? Da cosa nasce questo progetto e quanto tempo ci hai lavorato su prima di vederlo andare in scena?

Lo spettacolo racconta l’incontro-scontro fra un’espatriata italiana e Londra, El Dorado contemporaneo ambito da sempre più generazioni di giovani europei. Cerchiamo di raccontare con leggerezza che cosa significhi trasferirsi in un altro paese, quale sia il rapporto con il luogo di origine e di arrivo, il peso emotivo di diventare cittadino di un’altra nazione. In particolare cerchiamo di esplorare il ruolo che tutto ciò ha sulla propria identità e senso di appartenenza.
Ho iniziato a sviluppare il progetto più di un anno fa. Era nato com progetto per l’Italia poi è stato più semplice raccogliere fondi in Inghilterra e dopo la Brexit abbiamo deciso che era importante parlare di emigrazione europea qui in UK. Abbiamo fatto vari studi e sessioni di residenza e di condivisione con il pubblico, poi siamo stati selezionati per partecipare al festival di Edimburgo dove abbiamo avuto la possibilità di condividerlo con un pubblico più ampio.

Nel tuo spettacolo parli di mobilità, di mille mestieri, di una capitale multietnica…sono vantaggi o svantaggi? Pensi che sia diventata questa ormai la normalità per i giovani di tutto il mondo? In più: credi che potresti esportare il tuo spettacolo anche nei teatri italiani?

E’ una domanda complessa e che richiederebbe una lunga discussione. Sono convinta che la mobilità abbia i suoi pro e contro, ma credo che la possibilità di vivere e lavorare in qualsiasi paese europeo sia una risorsa più che un problema. Sono cresciuta e ho potuto vivere all’estero grazie al programma Erasmus ed è stata un’esperienza fondamentale. Mi domando che cosa succederà ai giovani delle prossimi generazioni se l’Europa diventerà sempre più chiusa. Credo in generale che qualunque occasione di entrare in contatto con culture e persone diverse sia un arricchimento.
Per quanto riguarda il mio progetto, sto lavorando proprio adesso alla versione italiana. Sarà molto diversa dalla versione inglese perché la protagonista cambia di ruolo (dall’immigrata alla nativa) e questo ribalta tutte le dinamiche, per cui lo stiamo riscrivendo.

Essere una giovane attrice, produttrice a cantante in Inghilterra: che consigli daresti a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?

Innanzitutto, bisogna avere ben chiaro il motivo per cui si sceglie di intraprendere questa strada ed essere consapevoli degli ostacoli. Se si hanno delle idee di progetti e proposte culturali, in Inghilterra è più semplice realizzarle ed essere sostenuti. Ma ripeto: in Italia come a Londra, questa rimane una professione molto complessa e sfaccettata. A mio parere, il modo più utile e nutriente come esperienza da fare in generale – e anche per il teatro, ovviamente – è viaggiare. Viaggiare e confrontarsi con le altre tradizioni teatrali locali.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Sto lavorando con il mio gruppo teatrale ad uno spettacolo sulle donne esploratrici del passato di cui si parla ancora poco. S’intitola “Miles Apart Together” e ruota intorno alle imprese di Annie “Londonderry” Kopchovsky, la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, Bessie Coleman, la prima donna afro-americana a diventare pilota e la prima donna al mondo ad avere una patente internazionale come pilota, e Junko Tabei, la prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest nonché la prima a completare l’ascesa delle Seven Summits.
Testeremo la struttura di questo nuovo spettacolo a Novembre al Voila! Europe Festival a Londra. Si tratta del primo passo di un progetto più grande dedicato a donne che con le loro imprese hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei diritti e delle libertà delle donne. Sarò poi in Italia per un progetto a cui collaboro come regista e drammaturga su Kubrick con Federico Buffa e la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma. E poi: vorrei tanto portare la versione italiana di Expat in giro per l’Italia, in teatri e spazi non teatrali.

Vivere all’estero & portafogli: penny risparmiati sono penny guadagnati

Mi alzo e la prima cosa che vedo dopo aver spento la sveglia è un SMS automatico della banca che mi avverte che mi è stata depositata la paga del mese – ‘SOGLIA SUPERATA’ . E’ fine mese, è pay day, ed è sempre una sensazione di festa mista a sospiro di sollievo che fa dire a colleghi giovani e non: “Oh, birra dopo l’ufficio stasera allora?!”. In viaggio verso lavoro, tra una fermata e l’altra della metropolitana, usando il Wi-Fi delle stazioni, apro un paio di pagine sul telefono: apro ASOS e lo richiudo subito, apro Rightmove (piattaforma di agenzie immobiliari) per controllare se ci sono nuovi bilocali nella zona in cui sto cercando e, guardando gli affitti e i depositi, mi sento subito in colpa per aver fatto scorta di costosi avocado la sera prima.

Soldi e spese non sono esattamente uno degli argomenti più facili, o più socialmente accettabili di cui parlare in compagnia di amici e famiglia, specie all’inizio di una carriera / vita ‘adulta’. Come mezzo mondo sa, città come Londra sono armi a doppio taglio: piene di stimoli e tentazioni ma costose da far impallidire un fantasma. Pur con uno stipendio decente, che convertito in Euro, e applicato alla vita in Italia farebbe dire a chiunque “bell’inizio alla tua età!”, mi ritrovo a Googlare cose come “creare budget personali”, “tassi d’interesse sui conti risparmio”, oppure – per quando mi sento più avventurosa – “fondi investimenti per under 30”. In quest’ultimo anno e mezzo, sono diventata molto più responsabile finanziariamente, molto più accorta, accarezzando quella mentalità più zio Paperone che Paperino che stuzzica le mie manie di controllo.

Ci lamenta spesso in certi circoli di come la scuola (italiana ma ovunque è così, ve lo assicuro) non prepari a pagare tasse, a paragonare e scegliere prodotti bancari, a investire e risparmiare – partendo dall’importanza dei fondi pensione. Cose che però sono inevitabili nella vita, e finiscono per diventare un campo minato nel momento in cui s’inizia a diventare completamente indipendenti. Tuttavia posso dire che l’ambiente qui nel Regno Unito favorisce una certa auto imprenditorialità nel gestire le proprie finanze, sostenuta da agevolazioni governative e non verso i giovani che vogliono impegnarsi a mettere via qualcosina per il futuro. O ripagare i debiti d’onore delle università inglesi – argomento controverso che non mi permetto di toccare.

Ci sarà una spiegazione storica senz’altro, sicuramente dettata dal retaggio della Sterlina (nei secoli pre-Brexit per lo meno, e post-Brexit chissà), dell’importanza della City come una delle capitali della finanza globale, sarà l’etica protestante che ha nei secoli soppresso l’equazione ‘denaro = cosa sporca’. In lingua inglese, è un fioccare di editoriali sul Financial Times o The Economist di manuali di sopravvivenza per Millennials che vogliono essere finanziariamente stabili, blog di ragazzi e ragazze che vogliono sentirsi appagati nel lavoro che fanno e al tempo stesso vogliono assicurarsi di avere un futuro solido, coprirsi le spalle di fronte alle instabilità della macroeconomia targata anni ’10, lo spauracchio di affitti, mutui e carte di credito. Sì, la mia nuova passione sono approfondimenti di questa natura, quando prima la mia ricerca media su Internet era ‘rossetti rossi freddi o rossi caldi?’ (Scherzo. Forse).

L’atteggiamento intraprendente dei miei coetanei inglesi mi ha fatto abbandonare scetticismi magari tutti italiani (la bankehh!!1!), magari tutti miei, nei confronti di questo argomento delicato, che nessuno di noi – emigrati e non – può permettersi di soprassedere. Iniziative per i giovani rivolte all’educazione finanziaria sono un buon punto di partenza guardando a programmi per chi è ancora nella scuola dell’obbligo, ma bisognerebbe in generale favorire una cultura meno timida e più onesta sulla questione ‘denaro e come gestirlo’ anche per noi nella fascia di età 20-30. Una raccomandazione che va di certo di pari passo a necessari cambiamenti sistemici in Italia, in come il mondo del lavoro, le aziende e il settore finanziario stesso si rapportano con i giovani, nelle opportunità a disposizione. Il mio consiglio iniziale è riconoscere che l’argomento non deve essere taboo, e che è meglio prenderne dimestichezza fin da subito: dalle emoji di banconote 💵 📈 ai fogli Excel, vi prometto il futuro voi stesso vi ringrazierà per la lungimiranza.

Italians a lavoro: si torna in Italia puntando su giovani expats. Novità in arrivo il 30 gennaio

Un Italians a lavoro sul campo, in Italia, per altri Italians. È questa la storia di Pietro Novelli, manager del mercato italiano di Oliver James Associates (società di executive search) che investirà su Milano proprio con un team di Italian Expats! In altre parole, un gruppo di ricercatori di talenti arriverà nella capitale del nord Italia alla ricerca di figure professionali innovative, come quella del Chief Data Officer. La loro arma? Dati, numeri, grafici e tabelle.
Perché – parafrasando un ben noto telefilm – Digital is the new sexy.

La storia – Dopo un anno turbolento, in cui vari eventi hanno sconvolto il panorama socio-politico ed economico europeo (vedi Brexit e la recente elezione presidenziale americana), si torna dunque a puntare sui giovani per contrastare il fenomeno dei cervelli in fuga. E proprio su questo punta la Oliver James Associates – società inglese leader nel recruitment internazionale – che nel 2017 continuerà la sua crescita consolidando la presenza nel Vecchio Continente, aprendo un ufficio a Milano,  che si occuperà principalmente di tecnologia e mondo digitale. Rimarranno attive anche le diverse aree già consolidate, come quella dell’attuariato, risk, audit & compliance e change management.

Un Italians doc – Pietro Novelli è un vero Italians DOC: partito dall’Italia, ha studiato all’università di Manchester, è stato assunto nel graduate scheme della Royal Bank of Scotland nella sezione investment banking dove ha anche coadiuvato l’avviamento dell’ufficio del Nord-Ovest della camera di commercio italiana per il Regno Unito. Nella Oliver James Associates è arrivato nel 2014, specializzandosi in change management per poi avviare, ex novo, lo sviluppo del mercato italiano. Una scelta rivelatasi più che azzeccata, e che ha fruttato solo nel 2016 oltre un milione e mezzo di sterline. Un endorsement coi fiocchi è arrivato anche da Tim Dale, Group Director per l’Europa di Oliver James Associates: “Ho completa fiducia in Pietro e nelle sue capacità manageriali di guidare
questo team, che prevediamo possa raggiungere i 30 elementi entro il terzo anno”, ha anticipato Tim Dale. La soluzione vincente? “Un gruppo di giovani italiani che è davvero felice di ritornare in patria, e questo è qualcosa che vogliamo valorizzare, man mano che la nostra presenza si andrà consolidando nell’Europa del dopo-Brexit”.

Cosa ci dobbiamo aspettare? Tra qualche giorno, il 30 gennaio per l’esattezza, entreranno nell’innovativo spazio di lavoro “Copernico” ben otto recruiters, tutti rigorosamente under-30 che si occuperanno di dati, tecnologia e digitale. Tra questi, il capitano della squadra sarà proprio Pietro Novelli. Un’occasione per tornare nel proprio paese, per tutti quei ragazzi che lontano dall’Italia ora sono “estremamente motivati per l’opportunità offerta dalla città di Milano, dinamico centro tecnologico, innovativo ed economico”, ha spiegato Novelli. Una nuova sede, una nuova avventura che richiederà molto impegno: “Abbiamo riscontrato diverse difficoltà burocratiche e finanziare – ha commentato il manager di Oliver James Associates – che stiamo affrontando con determinazione perseguendo l’obiettivo di conquistare una significativa fetta di mercato nel prossimo triennio”. Parlando di piani futuri, “l’obiettivo è quello di espanderci su diversi settori sfruttando l’expertise acquisita e i nostri incomparabili metodi di ricerca e selezione”, ha concluso Novelli. Piani che hanno già aiutato campagne finanziarie internazionali e locali ad assumere i migliori profili presenti sul mercato, sia italiano che estero.

Che dire? Non ci resta che fare un enorme in bocca al lupo a Pietro e a tutto il team!

Intervista a Camilla Capasso, giornalista freelance e Publications Officer per Forest Peoples Programme

L’inizio di settembre è un momento quasi magico, in cui vengono lasciati indietro tutti i ricordi estivi e si impiegano tempo e mente per nuove promesse e nuovi progetti. Settembre è quel momento in cui decidiamo che, finalmente, “da adesso in poi si ricomincia con una nuova marcia!”.
Ma in questi giorni di transito, non preoccupatevi, una costante c’è: The Italians continua con le interviste mensili e oggi vogliamo farvi conoscere l’Italians del mese, la 24enne Camilla Capasso.

Camilla, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Brianza, inizia il suo viaggio a 19 anni: dopo aver conseguito la maturità, una laurea in giornalismo alla University of Westminster di Londra e un master in antropologia alla London School of Economics, a febbraio di quest’anno è approdata ad Oxford dove lavora per l’ong “Forest Peoples Programme” come responsabile delle pubblicazioni.

Scopriamo insieme la storia di Camilla, una ragazza che per volontariato ha girato Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia. Ma anche, e soprattutto, una ragazza che ama la scherma, le montagne e che compra (decisamente!) troppi cappelli.

Ciao Camilla! Raccontaci la tua esperienza da Italians: da dove comincia tutto? Quali sono le scelte che ti hanno portata dalla Brianza fino ad Oxford?

Sono nata e cresciuta in un paesino della Brianza, un posto bellissimo a ridosso delle pre-alpi che però, come molti piccoli paesi, fa fatica a stare al passo con i tempi. Durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda alla University of Westminster di Londra per studiare Giornalismo; è stata una scelta difficile ma in qualche modo naturale. La mia famiglia, da sempre, mi ha insegnato ad essere curiosa ed indipendente, ad aprirmi al mondo e a fare il maggior numero di domande possibile. La mia decisione di partire è stata dettata da una naturale inclinazione più che da un piano ben preciso, ma non per questo ero meno terrorizzata!
Non ci è voluto molto, però, per far si che la curiosità vincesse sulla paura e ora, guardandomi indietro, so che quest’esperienza mi ha cambiato la vita. Dopo la laurea ho fatto domanda per un master in Antropologia alla London School of Economics e a febbraio di quest’anno, finiti gli studi, mi sono trasferita a Oxford per lavorare in una ONG. I miei interessi sono cambiati molto negli anni, ma il mio progetto a lungo termine continua ad essere quello di interrogarmi il più possibile per cercare di capire – anche solo un po’ – come funziona il mondo e come si può migliorarlo.

Parliamo ora dei tuoi studi: qual è il fil rouge che lega il giornalismo all’antropologia sociale, che sono state – e sono tutt’ora – le tue materie di studio e lavoro? Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

Il giornalismo di oggi, salvo eccezioni, manca di analisi. Siamo bombardati da notizie flash che non vengono inserite in un contesto, a cui non viene davvero dato un significato. L’antropologia è una forma mentis, abbatte tutti i preconcetti e scava per cercare le ragioni alla base del comportamento umano tenendo in considerazione l’ambiente culturale e sociale nel quale si sviluppa. Il giornalista di oggi, a mio parere, non dovrebbe solo descrivere gli eventi meccanicamente, ma anche provare a capirli ed analizzarli da punti di vista diversi, anche se lontani dal suo.
Il sistema scolastico italiano è migliore di quanto pensiamo e abbiamo un bagaglio culturale di gran lunga superiore – e molto più ampio – di quello dei loro coetanei inglesi. Quello che manca è la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite. Le università in Inghilterra spingono molto gli studenti verso progetti pratici, li aiutano a capire come sviluppare i propri interessi e come riconoscere ed affrontare i propri punti deboli per trasformarli in punti di forza. Alle università italiane non manca solo un collegamento col mondo del lavoro, ma anche un interesse genuino per gli studenti e per il potenziale infinito che essi rappresentano.

Sappiamo inoltre del tuo grande sogno dell’America Latina, per la quale sei anche corrispondente in diversi giornali. Da dove nasce questa passione? Sei mai stata in quei posti? Qual è il contributo che pensi di poter apportare?

Ho cominciato ad interessarmi all’America Latina durante il secondo anno di un’università, principalmente perché trovavo che i media non ne parlassero abbastanza. E’ un continente che è stato colonizzato per secoli a causa delle sue risorse naturali e che continua tutt’oggi a soffrire le conseguenze del consumismo occidentale. Il minimo che possiamo fare è parlarne, dare una voce alle popolazioni indigene le cui terre vengono strappate per far posto a coltivazioni intensive, ai sindacalisti che vengono uccisi perché osano chiedere una paga giusta e condizioni di lavoro umane, ai giornalisti che ‘spariscono’ perché provano a denunciare, agli attivisti ambientali che vengono uccisi perché vogliono proteggere il proprio territorio. Il mio lavoro mi porterà a conoscere più da vicino alcune di queste situazioni e spero di riuscire, nel mio piccolo, a far parlare di più di questa regione del mondo.

Passando dagli studi al lavoro: cosa ti spinge a lavorare per una ONG come “Forest Peoples Programme”? Qual è la vostra missione, e più in particolare il tuo ruolo? E quali sono le difficoltà, sia fisiche che etiche, che ogni giorno siete costretti ad affrontare?

Forest Peoples Programme si occupa di dare supporto a popolazioni che vivono e traggono sostentamento dalle foreste e le cui terre vengono disboscate per far posto ad attività estrattive, mono-culture intensive e produzione di legname. Il nostro compito non è quello di intervenire in prima persona, ma di costruire uno spazio politico dove queste popolazioni possano chiedere il rispetto dei propri diritti, controllo sulle proprie terre e libertà di scegliere del proprio futuro.
L’organizzazione produce report, saggi accademici, articoli e libri sull’argomento. Io mi occupo del processo editoriale che ne sta dietro, della pubblicazione e diffusione. Una delle cose più difficili da fare è proprio quella di resistere alla tentazione di prendere la parola al posto dei diretti interessati e ricordarsi che esistiamo come organizzazione solo per dare appoggio e supporto e non per imporre le nostre idee. L’autodeterminazione delle popolazioni con le quali lavoriamo è fondamentale.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato all’ambito del volontariato. Sei stata volontaria a Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia: che cosa facevi e quali sono le differenze che hai potuto notare in questi diversi posti?

Le attività di volontariato sono state il mio primo, vero contatto con l’estero. Mi hanno dato la possibilità di incontrare gente meravigliosa che veniva da paesi diversi, che avesse voglia di fare e che fosse abbastanza idealista da pensare di poter cambiare il mondo. Per la maggior parte ci occupavamo di conservazione ambientale, ma penso che la vera bellezza di fare volontariato stia nel comprendere che lavorare insieme a dispetto della provenienza, della religione e della lingua non sia solo possibile, ma anche estremamente divertente e gratificante!

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o c’è anche altro che bolle in pentola? Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Non sarò di certo la prima a dirlo, ma l’Italia è un Paese appesantito da decenni di mala politica, burocrazia ed illegalità dettata da interessi personali. E’ sfiancante, per chi ha idee e progetti, cercare di metterli in atto perché ci si scontra sempre con una mentalità restia al cambiamento. La mancanza di meritocrazia è solo uno dei sintomi. Sono problemi che purtroppo richiedono molto tempo per essere sistemati e che, a mio parere, si nutrono di due componenti: la convinzione che il cambiamento distrugga le tradizioni e la mancanza di un impegno collettivo dettato dall’egoismo di chi pensa solo a se stesso e ai propri interessi e non al bene del Paese. In quest’ultimo caso è molto semplice pensare alla classe politica, dimenticandoci il famoso tormentone popolare del “tanto fanno tutti così”.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: te ne sei mai pentita? Cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella?

Non mi pento mai di essere partita, ma penso spesso a come sarebbe andata se fossi rimasta in Italia. La risposta è che non lo so. Quello che so è che in Inghilterra, sia durante l’università che nel mondo del lavoro, ho sempre avuto la libertà di proporre le mie idee e l’appoggio per trasformarle in progetti reali. La creatività viene premiata se si ha il coraggio di mettersi in gioco. Inoltre, la mia paura più grande è sempre stata quella di annoiarmi. Viaggiare, vedere posti diversi e mettersi in gioco sono dettati da una curiosità che ho sempre avuto e che spero non mi abbandonerà mai. Il lavoro per me non è un fine, ma un mezzo per tenere la mente aperta e attiva, per continuare ad interrogarsi e per non dare mai niente per scontato.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più discussi è stato sicuramente il Brexit. Potresti farci qualche considerazione personale? Cosa ne pensi, e soprattutto cosa cambia per voi Italians?

Il Brexit è stato un pugno nello stomaco. Per i primi giorni dopo il voto mi sembrava di aver vissuto per 5 anni in un Paese di cui non avevo capito niente. A mentre fredda ho realizzato che la Gran Bretagna ha dei problemi di classe che non sono mai stati affrontati, che il voto poco centrava con me e con l’Europa ed era più il sintomo di una classe popolare scontenta che ha pagato un prezzo altissimo negli ultimi anni a causa di tagli economici folli e che ha pensato di trovare risposte in una campagna elettorale basata sull’identificazione dell’immigrato (europeo o extraeuropeo) come capro espiatorio. L’atmosfera è confusa e lo sarà finché non saranno terminate le trattative con l’Unione Europea. Per me questo significa non sapere cosa succederà nei prossimi anni, significa fare dei piani a breve termine e chiedermi davvero se e per quanto tempo voglio ancora rimanere qui.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

L’Italia mi manca infinitamente. Mi mancano tutte quelle qualità che ci rendono unici, come l’innata capacità di cavarcela sempre, la passione che mettiamo nei gesti più quotidiani e la grande generosità ed empatia che sappiamo mostrare. Tornare in Italia e poter contribuire a renderla più aperta, vivace e al passo coi tempi è un progetto a cui sto lavorando e che spero un giorno, magari non troppo lontano, di poter realizzare.

Chi ha paura della Brexit?

The Brexit lies” titola la copia del New Statement che mi trovo nella cassetta della posta all’ora di colazione. Una caricatura di Boris Johnson con un lungo naso da Pinocchio a illustrare la copertina, all’indomani della notizia che l’ex sindaco di Londra non correrà per la carica di Primo Ministro.

In quella che è probabilmente la settimana più turbolenta nella storia britannica degli ultimi decenni, l’incertezza regna sovrana e nessuno ha un piano per il post-Brexit. Nello sgomento (o nell’euforia, a seconda dei casi) generale, quelli che fino al giorno del voto erano sbandierati come dati inattaccabili hanno cominciato a sgretolarsi, a partire da Nigel Farage che ha subito ritrattato quanto dichiarato sui fondi da destinare all’NHS, mentre David Cameron lasciava la poltrona di primo ministro e la borsa crollava. Tra una notizia e una smentita, nessuno sembra volersi  prendere la responsabilità di gestire la patata bollente che è l’uscita dall’Unione Europea. “I don’t think we need to rush this process […] I think quite rightly the PM has paused on that which allows the dust to settle, allows people to go away on holiday, have some informal discussions about it, and then think about it come September/October time” ha detto Matthew Elliot, uno dei fautori della campagna Leave. Lasciamo che la gente vada in vacanza, poi ne riparliamo. La sensazione è che anche chi ha fortemente voluto l’uscita dall’Unione si stia chiedendo: “E ora?”.

Accanto alla preoccupazione generale per i risvolti economici della Brexit, quello che spaventa di più sono i suoi rivolti sociali. Il post-voto ha visto un’impennata negli hate crime, episodi di razzismo verso stranieri o verso cittadini britannici di colore. Dai graffiti sull’ingresso del centro culturale polacco, ai saluti nazisti, agli insulti sui mezzi pubblici al grido di Britain First, gli istinti più beceri della “pancia” della nazione si sono sentiti legittimati a uscire allo scoperto. I risultati di Scozia e Irlanda del Nord, inoltre, hanno acutizzato le separazioni interne di una nazione che di united in questo momento rischia di avere ben poco.

Se me l’aspettavo? Molto sinceramente no. A Lambeth, il distretto dove vivo, il 78.6 degli elettori ha votato Remain. A Westminster, dove lavoro, la percentuale è stata del 69%. Dai discorsi captati intorno a me non sembravano esserci dubbi su quello che sarebbe stato il risultato. Ma Londra, come il referendum ci ha ricordato in modo piuttosto brusco, ha poco a che fare con il resto del Regno Unito; è una bolla a sé stante, con dinamiche proprie. Le facce sorridenti di giovedì 23, gli adesivi “IN” portati con fierezza su tanti zaini e magliette, hanno lasciato il posto alla delusione generale, a un silenzio innaturale. Ricordo di aver guardato tranquilla gli exit poll poco prima di andare a letto: Leave indietro di 4 punti. Il mattino dopo un insolito numero di notifiche Whatsapp mi ha sbattuto in faccia la realtà dei fatti: “E adesso cosa succederà?”, “Io non ci credo…sono scioccata”. Nell’altra stanza, la mia coinquilina parlava al telefono in francese con un’amica, il tono triste e preoccupato di chi ha ricevuto una cattiva notizia. Il 24 giugno ci siamo svegliati in un posto molto diverso da quello che conoscevamo, o che almeno credevamo di conoscere. Davanti a noi molti punti di domanda, tra chi parla già di visti per i cittadini europei che vorranno lavorare in UK e chi invece ipotizza un secondo referendum. L’unica certezza è che ciò che succederà nei prossimi mesi sarà un banco di prova non solo per il Regno Unito, ma anche per tutto il resto dell’Unione Europea.

Brexit Referendum: “Tornatene nel tuo Paese”

Va bene, sì, ha vinto il Leave. “Speriamo di riuscire a farvi tornare tutti nel vostro Paese, con tutti i lavori che ci prendete e i servizi che sfruttate“. Ho dovuto quasi pizzicarmi il braccio e chiedere di ripetere, “Non ho capito bene scusa”. È stata una prova simil-esperimento sociale, avere a che fare con un caso di discriminazione e intolleranza di prima persona, senza nemmeno nominare il contesto completamente inopportuno dell’essere a una festa a casa di amici di amici. Già, spiegatelo voi, agli stranieri, che ci sono Italians di tutti i colori – anche con mozzarella skin e tratti che sanno davvero poco di “sorella segreta di Monica Bellucci”.  Ma certo, corredata da classiche battute anglosassoni sulle linee del “gli Italiani non sono bianchi anche se tu poi lo sembri”. Molte grazie, queste mi mancavano. Cosa si aspettano di sentire quando mi presento come Italiana?

Questo è successo ben prima del terremoto Brexit, un paio di mesi fa. Chi era con me ha scosso la testa, prendendomi per il gomito e tirandomi via dal cerchio di twenty-somethings con birre in mano, “non lo ascoltare, è chiaramente un idiota”. Già, non tutti i 18-25 hanno votato Remain, non tutti si sentono generazione Erasmus, e – dato poco citato – solo il 40% degli aventi diritto in quella fascia si è comunque recato a votare. Un trionfo di democrazia diretta, ci dicono qui, “mica come voi ex-fascisti che nella vostra Costituzione avete scritto che i referendum non possono toccare trattati internazionali, che poi, ascolta, l’UE è politica domestica ormai no?” – e salutiamo qui anche un bel paragone col Duce, grazie molte di nuovo.

Si è sempre l’immigrato di qualcun altro, e in questo si deve sottostare allo stesso miscuglio di pregiudizi, domande, risentimento e sospetti che inconsciamente ‘a casa nostra’ proiettiamo tutti su chi entra in Italia. Complice il caldo umido del mio nuovo appartamento – un piccolo ma accogliente terzo piano / loft / sottotetto – ho dormito notti agitate, a volte chiedendomi cosa mi faccia vivere in un Paese dove la chiamata al voto negli ultimi mesi ha dipinto me e quelli come me come chi ruba il lavoro agli onesti cittadini britannici, e contemporaneamente se la spassa vivendo di contributi statali, i  benefits… pagati coi contributi dello stesso onesto cittadino britannico.

Non importa alla retorica politica del momento che si lavori in un ufficio, in un ristorante o in un negozio, che si abbia esperienza o si sia solo alle prime armi: la divisione tra chi è benvenuto e chi meno, tra high skilled e low skilled verrà appena si aprono le trattative con Bruxelles (only the brightest and the best!, Vogliamo er mejo e sciò tutti gli altri!). Ora come ora, sarei un gatto di Schrödinger, se solo non vi fossi allergica.

Mi riesce davvero difficile applicare a me stessa quei vizi e virtù e stereotipi che ci si aspetta dalle categorie “immigrato” e “Italian” già da separate, figuriamoci nel nesso “immigrato italiano”. Di quale idealismo beato mi sono nutrita in questi anni?! Uno dei momenti di confusione, un senso di tradimento di cui non riesco bene a liberarmi. Non è un segreto che la campagna del Leave sia stata centrata sull’immigrazione di massa, nascosta dallo slogan ufficiale del “Riprendiamo il controllo del nostro Paese”, e alla fine in quel calderone ci sono per forza anche io giusto? Non sono certo un’eccezione – la burocrazia e le regole si complicheranno anche per me indipendentemente da quanto presto o tardi Cameron (o chi per lui) deciderà di far partire il countdown dei 2 anni di trattative per uscire dall’UE.

Allora, me ne torno nel mio Paese come mi è stato suggerito sia di persona da individui poco raccomandabili sia dal clima accusatorio e irritato dell’Inglese medio? “You will be fine“, mica ti deporteranno, “Londra tra l’altro mica è l’Inghilterra vera”. Vengo rassicurata ogni giorno, e ne sono convinta, complice una nuova carriera corredata da contratto a tempo indeterminato e residenza in un quartiere hipster e in piena gentrificazione in Zona 2. We will be fine.

E adesso? Riflessioni sulla Brexit.

“Questo è il nostro ultimo addio | Odio sentire che l'amore tra noi due finisca | Ma è finito | Ascolta solo queste parole e poi me ne andrò | Mi hai dato qualcosa in più per cui vivere | Molto più di quanto tu possa immaginare.” (Jeff Buckley)

Sono arrabbiata. Anzi no, perché questo aggettivo non racchiude neanche un terzo della frustrazione e tristezza con cui convivo da ieri mattina. Sono furibonda.

Furibonda non tanto per l’effettivo risultato del referendum visto che, in quanto fedele credente della democrazia, ho sempre supportato e difeso il diritto della gente di avere una propria opinione. Il popolo Inglese si è espresso e la sua decisione deve essere pertanto accettata.

La mia rabbia nasce da come tale risultato sia stato ottenuto. La campagna del Leave è stata condotta in modo quantomeno scorretto in quanto ha promosso un messaggio tanto xenofobo quanto basato su fatti sbagliati: Boris Johnson, Michael Gove, e Nigel Farage hanno sfruttato la paura degli immigrati scaturiti dalla crisi dei profughi, e le conseguenze della crisi economica del 2008.

Ai “leavers” sono stati promessi controlli incrementali sui confini britannici – da molti interpretati come una totale cessazione dell’immigrazione – e una rinnovata presa di potere da parte dei politici “derubati” dall’Unione Europea. Sono state promesse 350 milioni di sterline da iniettare nel servizio sanitario nazionale (NHS).

Insomma, ai Britannici è stato promesso il ritorno della Gran Bretagna libera dalla burocrazia ed i dettami di Bruxelles.

In particolare, gli Inglesi non amano che l’Unione Europea possa esprimere un’opinione sulle leggi varate dal Parlamento Britannico: l’ammontare delle tasse e l’Human Rights Act 1998 – la versione nazionale della European Convention on Human Rights (ECHR) – creano i principali problemi.

Personalmente, la posizione britannica sulla questione dei diritti umani è sempre apparsa quantomeno paradossale vista la forte prevalenza inglese tra i creatori della ECHR – generata dalla volontà dell’Europa di evitare eventi drammatici quali il genocidio nazista di ebrei, disabili ed omosessuali durante la Seconda Guerra Mondiale. Sir Patrick Stewart – famoso per la sua interpretazione di Charles Xavier nei film sugli X-Men – qualche mese fa ha anche sottolineato l’ipocrisia della situazione in un video pubblicato sul The Guardian.

Neanche ventiquattro ore dopo la proclamazione ufficiale dei risultati a Manchester e le promesse sono già state infrante. La mattina del 24 Giugno 2016 il leader dello UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) Nigel Farage ha partecipato alla trasmissione Good Morning Britain ed ha ammesso che gli agognati £350 milioni difficilmente verranno usati per l’NHS.

“No, non posso [garantirli], e non avrei mai fatto una promessa simile. È stato uno degli errori che penso la campagna del Leave abbia fatto.”

La questione economica – che ha rappresentato il punto fulcro della campagna Remain – ha comunque sempre avuto un ruolo di secondo piano per i leavers. È stata infatti l’immigrazione ad avere più peso sulla decisione di quel 51.9% di lasciare l’Unione Europea.

Testimonianza di ciò è un alquanto volgare e mal pensato poster creato dallo UKIP sul quale centinaia di migranti sono fotografati in fila ed accompagnati dalla scritta “Breaking Point” (Punto di Rottura). La fotografia è stata da molti paragonata a filmati prodotti dal partito nazista negli anni ’30, ed il poster è stato denunciato alla polizia in quanto “incita all’odio raziale.”

Vari esponenti della fazione conservatrice della campagna – capitanata dall’ex sindaco di Londra, Johnson, e l’ex ministro dell’Educazione, Gove – dopo il risultato hanno affermato che l’immigrazione verso il Regno Unito difatti continuerà e ci vorrà del tempo per stabilire nuove regole di controllo dei confini. Difficile da spiegare agli elettori convinti dell’immediata cessazione del flusso migratorio.

L’impatto dell’immigrazione, vista come fortemente negativa ed accompagnata da molti pregiudizi sulla capacità dei lavoratori europei di “rubare” il lavoro ai locali, è stata enorme. Guardando velocemente i dati più recenti sull’effettivo numero annuale di migranti in entrata in Inghilterra si vede però che le cifre sono state gonfiate a dismisura: su una popolazione attuale di 64.6 milioni gli immigrati nel 2015 sono 300,000 in più, un incremento dello 0,5%.

La terza promessa, quella di invocare immediatamente l’Art. 50 del Trattato di Lisbona che mette in moto il processo di uscita dall’Unione ufficiale, sembra seguire l’esempio delle altre due in quanto David Cameron, annunciando le sue dimissioni dalla carica di primo ministro, ha rincarato la dose confermando che spetterà al suo successore – nominato prima dell’annuale riunione del partito di Ottobre a Birmingham – dare l’avvio alle trattative con Bruxelles.

Come ho detto prima, credo nella democrazia ed è giusto che la popolazione venga ascoltata. Però, con una presenza alle urne di meno del 75% degli aventi diritti al voto, una vittoria totale dell’ideologia Leave mi sembra perlomeno inesatta. Infatti mancano 12,922,659 Britannici all’appello, tra i quali molti espatriati che o non hanno ricevuto le schede per il voto postale o le hanno ricevute troppo tardi.

Osservando le sezioni dei commenti su vari giornali britannici – sia pro che contro l’uscita dall’UE – rimango comunque allibita nel notare che il concetto di democrazia appare essere a senso unico per molti.

Gli espatriati difatti non avrebbero diritto di voto in quanto volontariamente emigrati in altri paesi; la Scozia, espressasi a favore del restare in Europa, non avrebbe diritto a chiedere a sua volta un referendum per continuare a farne parte perché legata al Regno Unito – unione confermata da un referendum del 2014, durante il quale il governo Cameron aveva però assicurato la continuata adesione all’UE in cambio della permanenza della Scozia – ed altre affermazioni che mi fanno seriamente dubitare della coerenza di alcuni.

Dei problemi causati dai risultati del 23 Giugno ha preso nota una petizione lanciata ieri pomeriggio sul sito del governo e parlamento del Regno Unito che ha raccolto più di due milioni di firme: si richiede l’implementazione di una nuova regola secondo la quale, per la vittoria ufficiale di Leave o Remain, sarebbe necessario tener contro della proporzione di votanti per stabilire una percentuale minima di voti per la vittoria.

I giornali inglesi hanno discusso l’esistenza della petizione e in molti stanno considerando l’effettiva possibilità di un secondo referendum. In questo i giornali italiani, La Repubblica in primis, mi fanno debolmente sperare in quanto hanno sottolineato che esiste un precedente, in Irlanda, dove un referendum è stato annullato da un successivo voto.

Per ora quello che è certo è che la frustrazione dei risultati è ampiamente condivisa dalla maggior parte dei giovani, sia Inglesi che Europei. Con il 75% delle preferenze, la popolazione di età tra i 18 e 24 anni ha dato una risonante preferenza all’Unione Europea.

Su Twitter come su altri social media, i giovani accusano donne e uomini con più di 65 anni di aver loro rubato il futuro. Ci – visto che le ripercussioni del voto ricadranno anche sulle migliaia di Italiani, Francesi, Spagnoli etc. che sognavano un futuro in Regno Unito – hanno messo un limite alla possibilità di dimostrare la nostra utilità, la nostra voglia di arricchire l’Inghilterra e l’Europa con la nostra creatività e tenacia.

Rimane però allarmante il fatto che quel 75% è anch’esso un numero fuorviante: difatti solo il 36% dell fascia 18-24 si è presentato ai seggi cosí mettendo a rischio non solo il loro futuro, ma anche quello dei giovani tra i 16 e 17 anni scesi ieri a Westminster per protestare la loro esclusione dal voto.

Prima del 23 Giugno prendevo in giro mia madre, che ha sempre vissuto in Italia e che l’Inglese lo ha imparato sulle serie di BBC ed ITV, perché per mesi mi inviava articoli di giornali sulla Brexit, ed andava in giro borbottando quando leggeva qualcosa sulla campagna Leave. Io, forse per ingenuità o per troppa fiducia negli altri e nei sondaggi, ignoravo la sua preoccupazione. Ho sbagliato.

Perché quando mio padre (in Italia) ed i miei amici/colleghi (in Inghilterra e Galles) mi hanno svegliata venerdì mattina ho capito come mai mia madre per mesi guardava con ansia i giornali. Lei, nata e cresciuta con il sogno di un Europa unita post-bellica, è probabilmente più incazzata di me.

Oggi non parlo da Italiana, né tantomeno da Inglese d’adozione. Oggi parlo – con molto orgoglio – da Europea. Perché è l’essere cittadina Europea che mi ha dato l’opportunità di vivere e studiare in Inghilterra, di poter espandere i miei orizzonti grazie alle moltitudini di autoctoni e altri stranieri che ho conosciuto in questi ultimi quattro anni. E mi sento seriamente derubata.

Ovviamente le ripercussioni più gravi – escluso il crollo della sterlina, che ha preceduto di ore la vittoria Leave – inizieranno a farsi sentire quando il Regno Unito avvierà il processo di uscita e le nuove leggi sugli spostamenti ed i diritti di residenza saranno varate. Fatto sta che le giovani generazioni devono iniziare a preoccuparsi oggi del loro futuro, prima di essere travolti dal cambiamento vero e proprio.

Nel frattempo, un po’ per intrinseca cattiveria, un po’ per pura e semplice meschinità, ho cancellato la Cornovaglia dai posti da visitare: dopo aver votato in maggioranza per l’uscita dall’Unione Europea, il consiglio della regione ha pregato l’UE di continuare a fornire fondi alla zona caratterizzata da un’economia debole.