Articoli

Intervista a Sofia Scattini, il ritorno in patria e l’esperienza da insegnante di italiano in Cina

L’intervista di questo mese, l’Italian di questo mese, è particolare. Quando qualche mese fa ho conosciuto per la prima volta Sofia Scattini si trovava in Cina; adesso invece, da poco più di qualche settimana, è tornata in Italia. Aveva un lavoro prima e ne ha trovato uno analogo qui in patria, sempre come insegnante di italiano a studenti cinesi. Alla fine quindi, qualcuno riesce a tornare. E lo fa più che degnamente, a condizioni professionali favorevoli.

Sofia, perugina di 27 anni, soltanto nei primi sei anni di vita si è spostata tra Arezzo, Montevarchi e Triste, seguendo il padre e la sua carriera da calciatore che ha interrotto – “con grande amore”, sottolinea lei – per consentirle di iniziare un percorso scolastico senza continue interruzioni. Ha poi vissuto a Siena dove ha conseguito la specialistica in Scienze Linguistiche e Comunicazione Interculturale all’Università per Stranieri di Siena e poi è arrivata l’esperienza in Cina – più precisamente: a Qingdao, Chongqing e Nantong.

Tra le sue passioni ci sono i viaggi, le lingue e, ovviamente, la Cina. E, da perugina doc, la pallavolo e la squadra della sua città, la Sir Volley, che è riuscita a tifare nonostante il fuso orario.

Ciao Sofia! Raccontaci di te e della tua storia: come e quando sei arrivata in Cina, a Nantong? Era un tuo obiettivo, qualcosa che avevi già in mente di fare, oppure hai seguito il corso degli eventi?

La domanda più frequente che mi è stata chiesta negli ultimi anni è proprio: “Come sei arrivata in Cina? Perché proprio la Cina?”. Non ti nascondo che in momenti di sconforto, che inevitabilmente possono colpire in una realtà così diversa dalla propria, mi sono fatta la stessa domanda. Ma posso dirti anche di avere una risposta. Dopo il liceo ero molto confusa, sapevo che quella delle lingue era l’unica strada percorribile per me e anche l’unica che amassi veramente. Allo stesso tempo però sentivo l’esigenza di qualcosa di nuovo. Ho deciso allora di optare per una nuova lingua. La mia università (l’Università degli Studi di Perugia) oltre alle canoniche lingue europee offriva anche corsi di russo, cinese e giapponese. Decisi che avrei provato i corsi di tutte e tre le lingue e che avrei poi preso una decisione. Andai alla mia prima lezione di cinese, la ricordo ancora benissimo, e fu amore a prima vista. Era esattamente quello che stavo cercando.

Dopo tre anni di cinese non ero ancora stata in Cina, ero entusiasta della lingua ma di fatto non avevo contatti diretti e genuini con la cultura, la gente… con la Cina, insomma. Per decidere se continuare con il cinese, investendo tempo e risorse, dovevo capire se io e la Cina saremmo potuto andare veramente d’accordo. Stavo per laurearmi e uscì il primo bando dell’Università degli Studi di Perugia per una borsa di studio con un’università cinese. Decisi di posporre la laurea di una sessione e partire. È stata la mia prima Cina. Me ne sono subito innamorata. Ma a posteriori posso dirti di non averla capita durante quei primi sei mesi, anche se credevo di sì. Il mio livello di cinese era troppo basso per dialogare con i cinesi (il modo migliore a mio avviso per comprendere questo eterogeneo e complesso paese) e i miei 22 anni e la mia non sufficiente preparazione culturale sulla Cina mi hanno permesso di guardare solo dall’esterno la realtà cinese. Sono rimasta una mera spettatrice, o una pangguanzhe 旁观者 , come si dice in cinese.

A Chongqing, con un cinese che stava (lentamente e faticosamente) migliorando ho iniziato ad essere maggiormente attiva nelle dinamiche della cultura cinese. Amici cinesi, locali cinesi, ho persino vissuto con una famiglia cinese, divenuta ufficialmente parte del mio cuore e della mia vita ancora oggi. A Chongqing ho scelto la Cina, e l’ho scelta sopra di tutto: sopra la mia famiglia, l’amore e gli amici di una vita. A Nantong ho scoperto, e scopro ogni giorno, ancora una nuova Cina e mi sento maggiormente consapevole delle mille sfaccettature che contraddistinguono questo paese. Non posso dire di non sentirmi più una spettatrice o di sentirmi completamente integrata all’interno delle dinamiche cinesi, ma sono forse divenuta una spettatrice più consapevole e attenta. Amo le possibilità che questo Paese mi offre, le mille sfide che ogni giorno mi obbliga ad affrontare, il calore della gente (che spesso però per un europeo può essere un’arma a doppio taglio), il fatto che sebbene abbia iniziato in Cina una nuova vita in più di un’occasione lontano da ogni affetto, non mi sia mai sentita sola. Vai in un parco per leggere un libro, in un ristorante per un pasto veloce da sola e qualcuno arriva, qualcuno a farti una domanda su chi sei, da dove vieni e quale sia la tua storia. Non trovo lo stesso calore, la stessa curiosità in Italia. Paradossalmente mi sono sentita più sola in Italia a volte. Detto ciò, vivere in Cina comporta numerose difficoltà e ostacoli per chiunque non sia cinese. È necessario a questa nuova realtà, altrimenti la Cina ti sovrasta.

Parlando del tuo lavoro: di cosa ti occupi? E soprattutto: come hai trovato questa opportunità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?

Sono un’insegnante di italiano a studenti cinesi. Sono approdata a Nantong grazie ad un bando per ex laureati Unistrasi. Esistono moltissime possibilità di lavoro in Cina come insegnante, soprattutto se si conosce un po’ di cinese. Ovviamente il mercato dell’italiano non offre le stesse possibilità e trattamenti del mercato della lingua inglese, ma ad ogni modo si tratta di un settore in grande crescita. Individuare in Italia possibilità lavorative coerenti con il mio percorso di studi e con ciò che amo fare non è altrettanto facile. Con altrettanta sincerità devo però dire di non aver cercato lavoro in Italia alla fine del mio percorso di laurea. Volevo un’esperienza lavorativa in Cina con tutta me stessa e mi sono concentrata solo su questo. So però, attraverso le esperienze di molti colleghi, che tornare in Italia in qualità di insegnante (professione con un peso sociale considerevolmente diverso in Italia e i Cina) è estremamente difficile. Non sono in molti a farcela.

“Lavoro” e “Cina” sono due parole che mi fanno venire in mente ritmi sfiancanti e produttività massima. È veramente così oppure ci sono dei miti da sfatare?

È in parte vero, ma al contempo è necessario specificare se si sta parlando di cinesi o waiguoren (stranieri). La Cina non riposa mai. Negozi aperti 24 su 24, operai impegnati in riparazioni o lavori per strada a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ricordo ancora quando a Chongqing sono uscita di casa alle 4 di notte per andare all’aeroporto, la scena che mi si è prospettata davanti agli occhi è stata la stessa di ogni mattina quando alle otto uscivo per andare al lavoro. Strada gremita di persone, supermercati aperti, lavori in corso, il caos, il rumore. In Cina non esiste il concetto di fine settimana, credo di non sapere nemmeno come si dica giorno festivo in cinese. Ognuno ha il proprio turno di riposo in un giorno diverso della settimana, può essere il lunedì, il giovedì, molto raramente il sabato e la domenica. Ad ogni modo la situazione presenta delle differenze per noi stranieri: beneficiamo di turni di lavoro molto più ragionevoli e giorni di riposo. Devo però dire che ancora non sono riuscita ad abituarmi all’assenza del concetto di “vita privata al di fuori del lavoro”. È frequente essere contattati dai nostri superiori a qualsiasi ora del giorno e della notte, è necessario essere sempre reperibili, non esiste l’idea che al di fuori del proprio orario lavorativo ognuno di noi sia assolutamente libero di dedicarsi alla propria vita privata. Si richiede una costante disponibilità: durante le vacanze, le pause, la sera. Ma con impegno si riesce a mediare tra due culture sostanzialmente diverse e trovare un punto di incontro.

In cosa è diverso il mondo professionale cinese rispetto a quello italiano? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Il modo del lavoro è una realtà estremamente competitiva. Una delle tante realtà per cui si addice perfettamente una delle frasi preferita dai cinesi 中国人太多了ovvero “i cinesi sono troppi”. La competizione è sempre dietro l’angolo. Al contempo è un mondo in cui le eccellenze, i talenti riescono ad emergere… sempre! C’è un opportunità per tutti. I giovani cinesi sono vittime di una fortissima pressione che contraddistingue tutto il loro percorso di studi a partire dal primo anno di scuola elementare fino al temutissimo gaokao, l’esame della maturità cinese. Riuscire ad essere ammessi alle migliori scuole del paese e successivamente ai migliori atenei cinesi diviene la missione principale della maggior parte delle famiglie cinesi. Una volta centrato tale obiettivo però il percorso universitario e l’individuazione di ottime opportunità lavorative diviene estremamente semplice (esattamente il contrario di quello che avviene in Italia). Fondamentale in ambito lavorativo è anche quello di stabilire una buona rete di conoscenze e relazioni, le cosiddette guanxi che non assumono una connotazione negativa come si potrebbe pensare in Italia. Avere buone conoscenze con chi conta nel settore è un motivo di vanto, quasi un’arte. Si viene incentivati a partecipare a cene ed eventi per estendere la propria rete di guanxi.
Sulla base della mia personale esperienza posso inoltre dire che essere giovane o essere una donna non rappresenta un ostacolo nel mondo del lavoro cinese. Per concludere oserei dire che le possibilità sono direttamente proporzionali alla pressione e alla competizione.

Com’è vivere in Cina, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Vivere in Cina non è semplice, ma altrettanto stimolante. Credo si riesca a vivere a lungo a Cina solo se si accetta di premere il pulsante reset e abbandonarsi ad una nuova realtà. Attraversare la strada, camminare, relazionarsi al prossimo, va tutto rivisto. Credo che questo aspetto non possa essere descritto ma è necessario farne esperienza diretta. Ad agosto finalmente parte della famiglia è venuta a trovarmi ed è stata per me un’esperienza meravigliosa ma al contempo che mi ha portato a riflettere. È stato sopra ogni cosa un’emozione indimenticabile perché per la prima volta ho percepito una congiunzione tra la mia vita italiana e cinese, fino a quel momento ben distinte l’una dall’altra. La parte cinese e italiana che coesistono in me e a cui ero solita dare spazio in base al luogo in cui mi trovavo non dovevano più essere messe in stand-by: si apriva finalmente un canale tra queste due identità che, per dirlo alla cinese, riuscivano a trovare un equilibrio. Al contempo però vedere mia sorella e mio cugino non riuscire a muoversi in quello che loro chiamavano un altro universo, ma che invece per me rappresentava la mia vita quotidiana, mi turbava. Avevo dimenticato cosa significasse sentirsi dei completi alieni in quella terra che ormai era ed è diventata in parte anche casa mia e in qualche modo mi disturbava che potesse essere definita una realtà parallela, un universo a parte.

La sconfitta più grande per me è stato quello di essere rimasta un’outsider in Cina, o perlomeno di non essere riuscita nell’obiettivo di confondermi tra la gente, di essere considerata appieno una di loro. Il mio sogno era quello di preservare la mia identità italiana ma divenire progressivamente parte della cultura e comunità cinese. Un sogno, almeno per me, fallito. La continua attenzione che ottengono passeggiando per strada, salendo in un autobus, mentre leggo un libro in un parco, i frequenti laowai (straniero, wai indica proprio chi viene da fuori) sussurrati per strada mi ricordano che nonostante i vestiti in stile cinese, le mie lezioni di tè e calligrafia, rimarrò sempre qualcuno che viene da fuori. Questo è stato ed è un qualcosa molto difficile da accettare per me ed il motivo per il quale a volte mi chiedo se potrei mai riuscire a stabilirmi in modo definitivo in Cina. La risposta che per ora mi do è no, ma allo stesso tempo, ogni volta che mi allontano dalla Cina per più di qualche mese mi ritrovo a cercare opportunità lavorative per tornare il prima possibile. Una vera storia d’amore fatta di alti e bassi, momenti in cui ci si perde per poi ritrovarsi. Sono lontana dalla Cina da soli pochi giorni e già sogno il momento in cui ci rimetterò piede.

Esiste una comunità di italiani a Nantong? E inoltre: ti sei mai pentita della tua scelta?

A Nantong non esiste una comunità di italiani. Quando sono arrivata sono stata accolta da altre due italiane, Giorgia e Rosa, che sono diventate il mio punto di riferimento. Esiste una grandissima comunità sudafricana, per la maggior parte insegnanti di lingua inglese. A Nantong ho approfondito la conoscenza della Cina ma ho anche scoperto la cultura di alcuni paesi africani, in particolar modo il Sudafrica, Namibia e Zimbabwe.

Lasciare l’Italia non è stata una decisione premeditata e ponderata. È semplicemente accaduto, da adolescente non ho mai pensato di fermarmi a lungo all’estero. Le mie prime esperienze fuori dall’Italia sono avvenute durante il liceo, brevi scambi linguistici. Stessa cosa è avvenuta per la Cina. Sono partita per due borse di studio, la prima a Qingdao e la seconda a Chongqing, per soli sei mesi. Con l’eccezione che la seconda volta, dopo un percorso linguistico di sei mesi in un’università cinese, sono atterrata all’aeroporto di Roma, dove mi aspettava la mia famiglia, con poco più di uno zaino. Ricordo la sguardo di mia mamma, l’unica ad aver capito in quel momento che il resto delle mie cose non sarebbero state spedite per nave, come avevo timidamente sostenuto, ma me le sarei tornate a prendere da sola, a distanza di poco più di un mese, iniziando in Cina il mio primo vero e strutturato percorso lavorativo. È proprio a Chongqing che ho capito che la Cina era quello che desideravo, non potevo semplicemente starle lontano. Il prezzo da pagare è stato alto, ma è comunque una decisione che non ho mai rimpianto. Tutto ciò per dire che non c’è stato un giorno in cui ho capito che me ne sarei andata dal mio paese, ma è stato una serie di eventi ed incontri ad avermi portata dove mi trovo ora.

Passando agli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Cina. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?

Ho fatto esperienza della macroscopica differenza tra sistema d’istruzione italiana e cinese sia da studente che da insegnante. Me ne sono appassionata a tal punto da approfondire questo tema anche nella mia tesi di laurea magistrale. In Cina le lingue si apprendono seguendo un metodo grammaticale-traduttivo, la grammatica assume un ruolo di assoluta priorità lasciando minore spazio all’uso della lingua target, che spesso rimane qualcosa di distante dallo studente. Ho appreso il cinese spendendo giornate a scrivere caratteri, a memorizzare liste di parole ad esaminare strutture grammaticali. È però solo quando sono arrivata in Cina, parlando per strada, nei mercati per contrattare i prezzi (un must in Cina ed anche un’arte) e quando ho stretto rapporti più autentici con amici cinesi che ho iniziato veramente ad apprendere il cinese. A tutto ciò ovviamente si accompagnavano dei necessari corsi di cinesi con dei docenti che guidavano il mio percorso di formazione. Da insegnate di lingua italiana a studenti sinofoni posso dirti che l’italiano in Cina si insegna insegnando in cinese (che è la lingua veicolare in classe). Sono stata più volte ripresa perché insegno troppa poca grammatica e perché nelle mie classi si parla troppo. L’istruzione cinese al contempo si caratterizza per il rigore, l’attenzione al dettaglio che spesso manca nei nostri percorsi scolastici o di formazione. La scuola dell’obbligo cinese è una realtà difficilissima da comprendere se non se ne fa esperienza diretta. La pressione raggiunge livelli inimmaginabili. I bambini e ragazzi studiano dalla mattina alla sera, l’ossessione del punteggio del gaokao (la maturità cinese) scandisce il percorso di formazione ed, ahimè, l’infanzia della maggior parte dei giovani studenti cinesi. Tutto è finalizzato, pensato, progettato sulla base di questo temutissimo esame che determina l’accesso all’università e di conseguenza il futuro lavorativo. Negli anni di medie e superiori non esistono vacanze estive, weekend. Quando non si è a scuola si è impegnati in corsi privati di inglese, matematica, arte e così via.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Sinceramente sono tornata per rispondere a questa domanda, perciò almeno per ora non ho una risposta precisa da darti. Le mie principali esperienze lavorative sono state all’estero. Sono tornata per comprendere se io sia in grado di inserirmi all’interno delle dinamiche della realtà lavorativa italiana. Si parla spesso delle numerose mancanze di noi giovani italiani, che indubbiamente esistono e non le metto in dubbio. Al contempo credo però che ci siamo ritrovati in una realtà economica e lavorativa complessa e in molti di noi hanno cercato di reinventarsi, di individuare nuovi settori, nuove abilità. Siamo alla continua ricerca di stimoli, opportunità per formarci, per migliorare è per trovare un modo per farcela. Ho conosciuto tanti giovani italiani in Cina perfettamente fluenti in 3 o 4 lingue e dei veri talenti nei loro settori.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Visto il tuo recentissimo ritorno in Italia, hai intenzione di fermarti e stabilirti qui a lungo termine e sfruttare le tue competenze acquisite all’etsero, o credi il richiamo della Cina possa tornare a farsi sentire presto?

Sono tornata in Italia da pochi giorni per una sfida con me stessa e per provare a comprendere se lavorare in Italia possa rappresentare un’opzione che mi entusiasma e stimola. Insegnerò lingua cinese in un liceo, una realtà indubbiamente diversa da quella a cui sono abituata. Questo è da sempre stato uno dei miei obiettivi, ho accettato perciò questa offerta con grande entusiasmo ma anche tanta preoccupazione e timore. Timore di non centrare l’obiettivo, di non riuscire a proporre ai mie nuovi studenti la Cina come vorrei. L’obiettivo che mi propongo è di spingerli a sviluppare un proprio personale punto di vista su una realtà culturale e sociale estremamente eterogenea quanto affascinante e di riuscire ad avvicinarli il più possibile a questa lingua, che non venga percepita come una realtà linguistica distante anni luce ma come una possibilità, una possibilità di scoprire una cultura e una lingua che a me hanno arricchito e cambiato la vita.

Penelope non resta a casa – Sguardo critico sulla migrazione femminile a Barcellona

Dal 2013 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60% passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di persone.

Al 1 gennaio 2017, infatti, gli italiani residenti oltre i confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) sono  4.973.942, circa l’8,2% della popolazione italiana e nello specifico nella città di Barcellona 29.272 (54,6%  uomini e 45,4% donne) confermandosi come prima comunità migrante, seguita da cinesi e pakistani.

Personalmente considero la mobilità come una risorsa, sebbene non posso non considerare il suo lato dannoso se a senso unico – quando cioè è una fuga di talento e competenza e non è corrisposta da una forza di attrazione che spinge al rientro.

Solamente equilibrando partenze e rientri avviene la “circolazione”, che è espressione della mobilità, in quanto sottende tutte le positività che derivano da un’esperienza in un luogo altro e dal contatto con mondi diversi.

Questa premessa è fondamentale per sottolineare il grave problema dell’Italia di oggi, il cosiddetto brain exchange, cioè l’incapacità, non tanto di trattenere, ma di attrarre talenti. Così intesa, la mobilità diventa unidirezionale, dall’Italia verso l’estero, con partenze sempre più numerose e con ritorni sempre più improbabili.

La questione non è tanto quella di agire sul numero delle partenze ma piuttosto di trasformare l’unidirezionalità in circolarità in modo tale da non interrompere un percorso, continuo e crescente, di apprendimento e formazione, da migliorare le conoscenze e le competenze mettendosi alla prova con esperienze in contesti culturali e professionali diversi, al passo con un mondo in continuo mutamento.

Attraverso questa strada di valorizzazione continua è possibile passare quindi dal brain exchange alla brain circulation.

Ma all’interno della più ampia “Fuga di Cervelli”, voglio evidenziare un importante cambio di patron del profilo migratorio di italiani a Barcellona, in special modo ponendo un focus sulla figura della donna come fattore chiave del mutamento.

Le donne – di cittadinanza italiana, con passaporto italiano e diritto di voto – residenti nell’Area Metropolitana di Barcellona al 1° gennaio 2017 sono 13.292, (quelle iscritte all’AIRE), ma si stimano a quasi il doppio, provenienti principalmente da Sicilia, Campania, Lombardia, Lazio e Piemonte.

Per quanto riguarda le classi di età, espatriano a Barcellona donne che hanno tra i 18 e i 34 anni (22,3%) in possesso di titoli di studio e con una qualificazione elevata che ricoprono posizioni di rilievo e responsabilità.

La classe di età più numerosa però risulta essere quella  tra i 35 e i 49 anni ovvero nel pieno dell’età lavorativa (23,4%); sotto al 19% vi è chi ha tra i 50 e i 64 anni; infine,più di 65 anni (20,2%).

Non si parla più dunque di una migrazione femminile conseguente al raggruppamento familiare alla quale si è assistito dagli anni ’70 ai successivi ’80, ma ci troviamo davanti ad un’ondata migratoria la cui causa è soprattutto la ricerca di una posizione di lavoro altamente valorizzata e del miglioramento della qualità di vita.

È evidente il capovolgimento ideologico che nell’immaginario collettivo configurava l’uomo, il padre di famiglia o il giovane, costretti ad emigrare in solitudine per cercare lavoro all’estero e riuscire a sostentare a distanza la sua famiglia.

Un percorso non privo di ostacoli che terminava con il ritorno dell’eroe nel Paese d’origine, arricchito e ripagato dei suoi sacrifici.

A fronte del processo di emancipazione femminile, la migrazione di noi giovani ragazze è generalmente self-oriented, ovvero uno strumento per assicurarci un processo di soddisfazione personale sia in campo professionale sia affettivo, piuttosto che un progetto per migliorare le condizioni economiche delle famiglie d’origine.

Soddisfazione che ci vediamo negata in un’Italia immobile e decadente.

Ma cosa ci ha spinto a prendere questa decisione drastica?

Secondo la mia opinione, la maggior parte delle donne che si trasferiscono a Barcellona lo fa per Amore.

Premettendo che esistono differenti tipi di Amore, primo fra tutti l’Amor Proprio, motore e fuoco della ricerca di una nuova identità.

Questa sostanzialmente è stata la motivazione alla base della mia decisione di trasferirmi oltre confine e delle ragazze che in questa mia avventura ho avuto il piacere di conoscere.

Qui le donne che emigrano hanno la possibilità di vivere in una società inclusiva, un ambiente coinvolgente dove sentirsi accettate e rispettate nella più semplice quotidianità.

E tutto ciò non le permette solamente di sentirsi in sicurezza, ma di essere parte integrante di una comunità, identificandosi in essa ed assorbendo il concetto di biculturalità.

Barcellona è la città della metamorfosi, nella quale ci si ritrova consapevolmente ad aprire certe porte segrete della nostra esistenza, rendendoci conto di aver permesso l’estinzione dei nostri sogni e desideri più cari, la dissoluzione delle nostre speranze, dei nostri progetti più importanti. E tutto per la paura.

Ogni migrazione è un salto nel vuoto, solo che io ho imparato, qui a Barcellona, che invece di nascondere le mie paure sotto il letto, è meglio se lì ci ripongo le valigie pronte per la prossima avventura.

 

Intervista a Stefania Betti – Italians “di ritorno”. Bruxelles – Italia sola andata.

Per l’intervista del mese abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Stefania Betti, Italians di 28 anni originaria di Rieti da poco rientrata in Italia dopo ben sei anni di lavoro a Bruxelles. La sua è una di quelle esperienze capace di infondere autostima e positività: finita la triennale a Perugia, nel 2011 Stefania è approdata per la prima volta a Bruxelles e da qui non si è più fermata. Dopo aver vissuto ad Urbino, ad Angers in Francia, in provincia di Macerata, a Milano e di nuovo a Bruxelles, adesso ha iniziato una nuova avventura: tornare in patria. Attualmente si trova ad Ancona dove lavora come Business Developer per GGF Group, “una realtà marchigiana stimolante e in crescita – racconta Stefania – con un team di persone dai profili diversi da cui ho molto da imparare”.

 

Ciao Stefania! Per te dire che sei un’Italian non basta, è poco. Sappiamo infatti che da circa due mesi sei tornata in Italia dopo un totale di 6 anni di lavoro a Bruxelles. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Devo ammettere che non ho mai immaginato di passare la mia vita all’estero, e che ho sempre vissuto le mie esperienze fuori come dei passi per crescere e riportare qualcosa “a casa”. Bruxelles mi ha dato tanto (e mi piace pensare che anche io abbia dato qualcosa a lei), ma dopo tanti anni iniziavo a sentire la mancanza di quelle piccole abitudini, della concezione della vita e del calore che in Belgio non ho mai totalmente trovato.

Quando si inizia a vivere all’estero si è presi da un’euforia che ci fa vedere tutto sotto la magica luce della novità, ma quando poi si arriva alla inevitabile routine, quando le persone con cui hai legato vanno via, quando inizi a sentire un piccolo fastidio che ti spinge a cambiare qualcosa, allora ti tornano in mente le cose belle dell’Italia che hai lasciato, e si fa avanti l’idea di provare a tornare e fare di tutto per essere parte di quel cambiamento che tutti ci auspichiamo per l’Italia. Avrei cambiato lavoro comunque, e quindi a dicembre ho deciso di provare a mandare qualche CV anche in Italia.

 

Attualmente sei Business Developer per un’azienda che si occupa di Customer Experience e Business Analysis ad Ancona: in cosa consiste il tuo compito? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?

È indubbiamente una vittoria.

Le difficoltà sono tante, a livello personale e a livello pratico.

Partiamo dal lavoro, dove invece che di difficoltà parlerei di sfide: è un contesto nuovo, devo ancora imparare le dinamiche interne e come usare al meglio le mie capacità per dar valore al mio ruolo e contribuire al successo dell’azienda. Il mio compito oscilla tra una figura di marketing e una figura commerciale: questo implica che devo rimettermi a studiare il mercato italiano e i suoi andamenti, le aziende competitors e come la mia azienda si è inserita nel contesto attuale, dove vuole andare, come vuole crescere, chi approcciare e come. Ovviamente tutto questo rappresenta uno stimolo molto importante e una spinta a livello personale.

A livello personale è difficile re-inserirsi in dinamiche sociali che dopo tanti anni all’estero si sono un po’ perse: ci si abitua a tutto, ma il passaggio da un’abitudine all’altra non è mai immediato. A livello pratico mi sto scontrando con la burocrazia: non che in Belgio fosse meglio, assolutamente. Ma a volte qui in Italia si sfiora l’impraticabilità totale. La cosa che mi manca, invece, è il respiro internazionale, parlare una lingua diversa dall’italiano e conoscere persone da tutto il mondo, ma probabilmente questo è legato alla dimensione della città dove mi trovo adesso.

 

Molti dei giovani italiani che partono per l’Europa o ancora più lontano dicono di farlo perché qui in Italia, la loro casa, non c’è lavoro o è difficile trovarlo. Tu ci sei riuscita, invece: che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

Parlando con i miei coetanei vedo che c’è molta rigidità rispetto ai ruoli che sono disposti ad accettare e alle città dove sono disposti a spostarsi.

Non dico che sia facile, io stessa ho mandato oltre 50 CV per ottenere 3 colloqui. Il mio consiglio è di iniziare dal basso con l’idea di arrivare in alto, essere disponibili a spostarsi e a fare dei sacrifici all’inizio. Una cosa molto sottovalutata da chi dice di non trovare lavoro è imparare a fare marketing di sé, lavorando sulla redazione del proprio curriculum e delle lettere di presentazione. Insomma, occorre avere una mente aperta e accettare il cambiamento.

Inoltre le esperienze lavorative che si fanno durante gli studi sono a mio avviso fondamentali: non tanto per metterle sul CV (non è sempre necessario) ma per capire cosa ci piace e cosa non ci piace, come confrontarsi con i diversi ruoli aziendali, come comportarsi con le persone, e soprattutto in cosa si è bravi e in cosa no.

L’esperienza all’estero aiuta molto a trovare lavoro in Italia perché ci permette di candidarsi per posizioni che vanno oltre lo stage e che richiedono esperienza comprovata: ma è necessario sapere che tornare può significare ripartire da ruoli diversi e da stipendi più bassi.

 

Ma facciamo un passo indietro: la tua esperienza all’estero comincia durante gli studi con un master universitario a Angers in Strategie di Internazionalizzazione. Ma spiegaci meglio: come sei arrivata in Francia? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello francese?

È corretto, ma prima di Angers c’è stata Bruxelles, in entrambi i casi per questioni di Erasmus. Ho scelto di fare l’Erasmus studio durante la specialistica perché mentre da noi al secondo anno si hanno meno esami e si ha tempo per scrivere la tesi, spesso le specialistiche all’estero durano solo un anno: questo mi avrebbe permesso di fare contemporaneamente la specialistica italiana a quella straniera, spesso chiamata Master, mentre mi orientavo per la stesura della tesi. E così è stato.

Onestamente ho trovato molte difficoltà ad adattarmi al sistema francese, a partire dal fatto che gli esami sono principalmente scritti e che il materiale didattico è molto ridotto e spesso è costituito solamente dagli appunti presi a lezione, cosa che a mio parere riduce sia le competenze che la capacità analitica e critica dello studente. Inoltre, in Francia non è necessario passare tutti gli esami per essere ammessi all’anno successivo, ma basta avere la media della sufficienza a fine anno. Insomma, ritengo che il nostro sistema universitario sia più valido per quella che è stata la mia esperienza ad Angers e qualche anno prima a Brighton, dove però sono stata solo un mese.

 

Dagli studi al lavoro, dalla Francia a Bruxelles: com’è lavorare come responsabile promozione e internazionalizzazione presso la camera di commercio belgo-italiana? Di cosa ti occupavi e come sei riuscita, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico ambito da molti?

È un lavoro bellissimo, non ci sono dubbi.

Immersa in un contesto internazionale, si viaggia molto, si creano delle bellissime relazioni professionali, dà molta soddisfazione. Spesso si ignora che le Camere di Commercio Italiane all’Estero siano degli enti privati di diritto del Paese dove sono costituite, perciò delle vere e proprie aziende nelle quali si entra non tramite concorso pubblico ma per capacità ed esperienza.

Non sei la prima persona che mi chiede “Come sei riuscita ad entrare in Camera?”, e questo implica che ancora c’è l’idea, magari inconscia, che alcuni lavori siano inaccessibili a persone “normali”.

Per molto tempo ho risposto a questa domanda dicendo: “sono capitata al momento giusto”, ma non credo più che sia vero.

Credo di aver lavorato sodo, e se pure era il momento giusto, so di essermelo meritato. Ho iniziato con uno stage, sono poi diventata responsabile per le Fiere e gli Eventi, e quando mi sono stati affidati altri compiti oltre alle fiere (B2B, incoming, outgoing, docenze, progetti, social media) ho cambiato titolo.

La stessa cosa posso dire adesso: ho trovato un lavoro che mi piace in Italia in un’azienda valida perché ho risposto ad un annuncio nel momento in cui l’azienda stava cercando, ma evidentemente avevo anche le competenze che l’azienda stava cercando. Ora sta a me giocarmele tutte per rimanerci.

  

Inoltre, parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare visto il tuo ultimo lavoro: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Credo ci sia tanta disinformazione in Italia rispetto all’Unione Europea, e poca formazione rispetto all’Europrogettazione e i Fondi Europei.

La Camera di Commercio Belgo-Italiana si è sempre molto impegnata ad invertire il trend, ma l’azione andrebbe fatta capillarmente da più enti, e soprattutto in Italia bisognerebbe essere disposti ad accogliere suggerimenti.

Personalmente ritengo che l’Europrogettazione sia un tema che in futuro farà parlare ancor più di sé, in termini di opportunità create e posti di lavoro generati. L’Italia, soprattutto il sud, è indietro rispetto al resto d’Europa per progetti presentati e vinti, e credo sia dovuto a due problemi principali.

Per prima cosa, un campanilismo che purtroppo esiste in Italia, e che preferisce il “portare acqua al proprio mulino” al bene comune, e in seconda battuta una sorta di presunzione di saper scrivere progetti europei benissimo da soli anche al primo approccio, e riluttanza ad investire nella consulenza di un europrogettista qualificato.

 

Bruxelles è terra di expat, avrai conosciuto tantissimi giovani italiani e tantissime storie differenti sul perché abbiano lasciato l’Italia. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italians a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

Credo sia solo uno dei motivi, in realtà.

Parlando con altri expats a Bruxelles e altrove, mi sono resa conto che si va all’estero anche per accrescere le proprie competenze, per mettersi alla prova, per crescere, per confrontarsi per realtà diverse o semplicemente per fare un’esperienza. A volte si parte per l’estero senza neanche aver provato prima a trovare lavoro in Italia, cosa che suggerisce una scelta deliberata di andare a vivere all’estero a prescindere dalle opportunità o dalle aspettative.

Ovviamente il problema della meritocrazia è molto sentito, ma posso assicurarti che non è un problema solamente italiano. Da noi probabilmente è accentuato anche dalla difficoltà in generale di trovare lavoro, ma è un tema delicato da trattare. Sentiamo spesso storie di persone validissime scartate a favore di un forse meno valido parente o amico, ma questo porta a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece anche in Italia esistono aziende dove la meritocrazia è altamente riconosciuta e valorizzata.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?

Una volta persa la fiducia, è molto difficile riconquistarla.

In Italia iniziare a lavorare può essere difficile, e questo scoraggia la maggior parte delle persone che ci prova: stage mal pagati, contratti senza garanzie, poco ricambio generazionale e poche prospettive concrete, salvo ovviamente eccezioni da lodare e prendere ad esempio.

Chi rientra parte da una posizione leggermente avvantaggiata, sa già cosa vuole e se la gioca con competenze e spirito di adattamento.

Onestamente ho notato un cambiamento rispetto alla mia generazione: i ragazzi ora possono usufruire di molti programmi di alternanza scuola lavoro, possibilità di stage già da molto giovani, borse di studio per accedere a master con tirocinio garantito e altro ancora. Ovviamente non basta avere l’opportunità, ma bisogna guadagnarsi il posto alla fine dell’opportunità, e questo spesso è sottovalutato.

Non tutti i settori funzionano allo stesso modo, e le politiche dovrebbero essere adeguate: c’è differenza tra scuola, start-up, imprese commerciali e ad esempio il settore della ricerca o quello medico, per non parlare del giornalismo. Le dinamiche andrebbero analizzate e sarebbe opportuno cercare di capire di cosa ha bisogno ogni settore per poter crescere e quindi generare posti di lavoro reali. Non so perché l’Italia non stia già facendo tutto questo o perché sia ancora così complicato trovare lavoro per la mia generazione e soprattutto per la generazione prima della mia, e non ho le competenze necessarie per fare un’analisi economico-politica. Quello che nel mio piccolo vedo è che alcune politiche occupazionali cozzano con altre, orientarsi tra le forme contrattuali è impossibile, e mancano garanzie sia per il datore di lavoro che per l’aspirante lavoratore.

 

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile? Se dovessi fare una classifica dei problemi da risolvere, cosa metteresti sul podio?

Sì, credo che sia un futuro auspicabile e possibile, ma lo vedo ancora abbastanza lontano. Spesso quando racconto di essere tornata in Italia per una scelta consapevole mi sento rispondere che sono fuori di testa, che ho sbagliato, che me ne pentirò e che stavo sicuramente meglio dove stavo, o peggio ancora che sono tornata per amore o perché qui avevo lavoro garantito (entrambe cose non vere, tra l’altro)

Chi mi dice tutto questo, però, spesso non è mai uscito neanche dalla sua città natale e non conosce le difficoltà che si hanno a costruire una vita in una città diversa, figuriamoci all’estero. Il vero problema sta nella mentalità di tutti noi, nei nostri preconcetti e nella sfiducia diffusa che genera malcontento anche solo per sentito dire. Questa credo che sia la difficoltà maggiore: ridare fiducia alle persone.

 

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo, di piantare di nuovo le tue radici qui? Oppure ti attende presto una nuova avventura?

Mi fai una domanda davvero difficile.

Una vita come la mia ti porta ad abbandonare il superfluo e il materiale a cercare la stabilità nei rapporti umani e in te stessa piuttosto che nelle cose o nei luoghi. Devo dire che l’idea di rientrate è stata accompagnata da una certa voglia di fermarmi da qualche parte, e che il lavoro che ho adesso mi piace molto, come anche il contesto socio-culturale in cui mi trovo. Ma in tutta sincerità non so dirti se qui è il posto dove starò per sempre, o se starò per sempre in un posto. “Se non ci piace dove siamo, possiamo spostarci. Non siamo alberi.” Citazione di Snoopy, niente di meno.

 

Una riflessione che vorresti condividere con chi si trova nella tua stessa posizione o con chi vorrebbe tornare in Italia?

Il messaggio che vorrei trasparisse è che dovremmo essere come fiumi e non come le montagne. Si dovrebbe scorrere e prendere quello che la vita ci dà con serenità. Tra i miei coetanei vedo tanta sfiducia ma anche poca voglia di fare, tanta rigidità e poco entusiasmo. Ci si concentra tanto sulle difficoltà dell’Italia e non sulle opportunità, o ci si arrende con facilità e a volte si tradiscono i principi che uno ha dentro da sempre per un’apparenza di stabilità o per una realtà confortante, a discapito di una felicità che poi si cerca per tutta la vita senza successo. Non voglio essere naif e dire che in realtà è tutto semplice e tutto è possibile, ma vorrei che chi legge la mia storia pensasse: cavolo ma allora qualcuno ce la fa a tornare, anche per un po’ e non ma chi te lo ha fatto fare di tornare in Italia, stavi tanto bene fuori.  

 

Italians a lavoro: si torna in Italia puntando su giovani expats. Novità in arrivo il 30 gennaio

Un Italians a lavoro sul campo, in Italia, per altri Italians. È questa la storia di Pietro Novelli, manager del mercato italiano di Oliver James Associates (società di executive search) che investirà su Milano proprio con un team di Italian Expats! In altre parole, un gruppo di ricercatori di talenti arriverà nella capitale del nord Italia alla ricerca di figure professionali innovative, come quella del Chief Data Officer. La loro arma? Dati, numeri, grafici e tabelle.
Perché – parafrasando un ben noto telefilm – Digital is the new sexy.

La storia – Dopo un anno turbolento, in cui vari eventi hanno sconvolto il panorama socio-politico ed economico europeo (vedi Brexit e la recente elezione presidenziale americana), si torna dunque a puntare sui giovani per contrastare il fenomeno dei cervelli in fuga. E proprio su questo punta la Oliver James Associates – società inglese leader nel recruitment internazionale – che nel 2017 continuerà la sua crescita consolidando la presenza nel Vecchio Continente, aprendo un ufficio a Milano,  che si occuperà principalmente di tecnologia e mondo digitale. Rimarranno attive anche le diverse aree già consolidate, come quella dell’attuariato, risk, audit & compliance e change management.

Un Italians doc – Pietro Novelli è un vero Italians DOC: partito dall’Italia, ha studiato all’università di Manchester, è stato assunto nel graduate scheme della Royal Bank of Scotland nella sezione investment banking dove ha anche coadiuvato l’avviamento dell’ufficio del Nord-Ovest della camera di commercio italiana per il Regno Unito. Nella Oliver James Associates è arrivato nel 2014, specializzandosi in change management per poi avviare, ex novo, lo sviluppo del mercato italiano. Una scelta rivelatasi più che azzeccata, e che ha fruttato solo nel 2016 oltre un milione e mezzo di sterline. Un endorsement coi fiocchi è arrivato anche da Tim Dale, Group Director per l’Europa di Oliver James Associates: “Ho completa fiducia in Pietro e nelle sue capacità manageriali di guidare
questo team, che prevediamo possa raggiungere i 30 elementi entro il terzo anno”, ha anticipato Tim Dale. La soluzione vincente? “Un gruppo di giovani italiani che è davvero felice di ritornare in patria, e questo è qualcosa che vogliamo valorizzare, man mano che la nostra presenza si andrà consolidando nell’Europa del dopo-Brexit”.

Cosa ci dobbiamo aspettare? Tra qualche giorno, il 30 gennaio per l’esattezza, entreranno nell’innovativo spazio di lavoro “Copernico” ben otto recruiters, tutti rigorosamente under-30 che si occuperanno di dati, tecnologia e digitale. Tra questi, il capitano della squadra sarà proprio Pietro Novelli. Un’occasione per tornare nel proprio paese, per tutti quei ragazzi che lontano dall’Italia ora sono “estremamente motivati per l’opportunità offerta dalla città di Milano, dinamico centro tecnologico, innovativo ed economico”, ha spiegato Novelli. Una nuova sede, una nuova avventura che richiederà molto impegno: “Abbiamo riscontrato diverse difficoltà burocratiche e finanziare – ha commentato il manager di Oliver James Associates – che stiamo affrontando con determinazione perseguendo l’obiettivo di conquistare una significativa fetta di mercato nel prossimo triennio”. Parlando di piani futuri, “l’obiettivo è quello di espanderci su diversi settori sfruttando l’expertise acquisita e i nostri incomparabili metodi di ricerca e selezione”, ha concluso Novelli. Piani che hanno già aiutato campagne finanziarie internazionali e locali ad assumere i migliori profili presenti sul mercato, sia italiano che estero.

Che dire? Non ci resta che fare un enorme in bocca al lupo a Pietro e a tutto il team!