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Diari dal Minnesota: la storia di come tutto è iniziato

Sono una studentessa di 18 anni che, come tanti altri della sua età, ha deciso di trascorrere il quarto anno di liceo all’estero, negli Stati Uniti precisamente. Ora la domanda in questione è: cosa spinge una ragazza tanto giovane ad abbandonare la sua vita, la sua famiglia, tutti i suoi amici e andare a vivere totalmente sola dall’altra parte del mondo?

La risposta è soggettiva a mio parere. Non sono né la prima né l’ultima a fare questa esperienza, ma nel mio piccolo mondo è quasi un atto rivoluzionario. Ho deciso di partire per diversi motivi: uno dei più ovvi è quello di imparare la lingua, sicuramente, ma ciò che più mi premeva davvero era sperimentare lo stile di vita americano. Desideravo essere parte di quel “sogno americano” di cui tanto si parla e che è così invidiato da noi italiani perché troppo spesso siamo costretti a confrontarci con un sistema disfunzionale, che ci preclude possibilità e ci richiede il doppio degli sforzi per ottenere ciò che vogliamo.

Sono sempre stata una persona intraprendente, sempre aperta ad accogliere il nuovo e il diverso, tante idee e una marea di aspettative che sicuramente sono caratteristiche positive, ma che mi hanno anche portano ad un grande senso di insoddisfazione.Abitando in una piccola città di provincia, i miei slanci e la mia gran voglia di sperimentare non sono mai stati d’aiuto: piccola città, piccole menti, sentivo che alla gente bastava così poco per riempire la propria vita, un fidanzato, una serata in discoteca e magari qualche sigaretta di nascosto e tutti erano felici e contenti.

Non che io disprezzassi tutto ciò, in fondo è una piccola parte di me, però io volevo altro, volevo viaggiare, volevo qualcosa che probabilmente non sapevo neanche cosa fosse, però sapevo che qualcosa mancava.Posso scommettere di non essere la prima ad avere avuto almeno una volta nella vita questi pensieri, motivo per cui sto scrivendo la mia piccola testimonianza.

Se un domani qualche giovane anima si sentisse mancare un pezzo, il mio consiglio è: abbattete i vostri limiti e correte il rischio di cambiare, vi assicuro che ne vale la pena.Quando mi si è presentata davanti l’occasione di partire non ci ho pensato due volte, mi è sembrato il modo perfetto per prendermi una pausa dalla mia realtà quotidiana ed iniziare un nuovo capitolo della mia vita.

Per poter partire e diventare un “exchange student bisogna, oltre alla valanga di documenti da compilare, fare un’intervista con un responsabile della compagnia che deciderà se siete idonei o meno a fare questa esperienza. Ti viene chiesto veramente di tutto, dalla data di nascita a quanti peli il tuo cane lascia giornalmente sul pavimento.Se la risposta è si, il passo successivo è uno dei più importanti, compilare una “application online”, che sarebbe un profilo personale in cui sono contenute tutte le tue informazioni personali e una dettagliata descrizione di sé, sogni, aspettative, passioni, hobby, qualsiasi cosa possa aiutare la famiglia ospitante ad accogliervi in casa loro e scegliere lo studente che più “le piace”.

Poi bisogna solo aspettare che qualcuno decida di ospitarvi e il destino faccia la sua parte.L’imprevedibilità di questa esperienza, il non avere il controllo, è una cosa che può spaventare ma che allo stesso tempo è in grado di emozionarti tantissimo. Per esempio, non so ben dirvi perché, ma a me dava una carica di adrenalina paragonabile a quella sensazione di vuoto allo stomaco che si sente al decollo dell’aereo, cinture allacciate e in pochi secondi non si ha più la terra sotto i piedi.A febbraio mi è stato comunicato che una coppia di signori del Minnesota mi aveva scelto e che avrei avrei trascorso il mio anno all’estero, in un piccolo paesino chiamato Rosemount, con non più di 100,000 abitanti.

Giorni più tardi ho conosciuto la famiglia via Skype e fin da subito mi sono sembrati accoglienti e premurosi, cosa che mi ha levato ogni tipo di timore. A giugno 2017 io e la mia paziente madre siamo andate a Milano dove c’è stato un incontro con gli ex studenti tornati in Italia che raccontavano le loro esperienze, belle e brutte e in cui ci hanno dato una valanga di informazioni, istruzioni e avvertimenti.Per la prima volta ho realizzato a cosa sarei andata incontro, all’importanza di quello che avevo scelto, ho sentito anche un po’ di sana paura, per la lontananza dai miei cari, perché un anno è tanto tempo a 17 anni – ma nonostante ciò, non ho mai abbandonato quella leggerezza con cui sono solita affrontare le cose.

Ho passato un’estate indimenticabile all’insegna del divertimento sfrenato e la spensieratezza, finché non è arrivato il fatidico 23 agosto, tanto aspettato, desiderato e forse inconsciamente temuto, in cui io e il mio bagaglio pieno di speranze, vestiti ed aspettative ci siamo imbarcati all’aeroporto di Roma Fiumicino, e abbiamo preso l’aereo per la più grande sfida della mia vita. Così è iniziato tutto.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.