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Welcome on board! Michelle Crisantemi – blogger #theitalians

Londra in questo momento è in fervore. La pausa pranzo è finita, la gente esce dai locali abbottonandosi il giacchino. Qualcuno sfrutta gli ultimi secondi di relax al parco. Ti passano accanto milioni di vite sconosciute, nella fretta non c’è neppure il tempo di guardarsi in faccia; eppure qui, il senso di comunità è fortissimo.

A raccontarci la vita quotidiana di una società multiculturale come Londra è Michelle Crisantemi, la new entry del team internazionale di The Italians. Classe 1989 di origini umbre, la storia di Michelle inizia con un semestre di studi a Barcellona, quando decide di lasciare definitivamente l’Italia. L’approdo a Londra, dove consegue un master in giornalismo presso l’università di Kingston e il diploma in giornalismo riconosciuto dal Consiglio nazionale per la formazione giornalisti (NCTJ), è solo il punto di partenza.

Il vocazione di Michelle è la scrittura: dopo alcuni stage in giornali italiani e inglesi come il The Times e l’Independent, al momento è ricercatrice presso una compagnia che si occupa di marketing e business intelligence nel settore europeo delle telecomunicazioni. Per The Italians inizia il suo blog Catene umane: uno spazio attuale dove parlare di comunità, solidarietà, società che cambiano e sentimenti in contrasto.

Michelle, welcome on board!

La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

L’ennesimo articolo del bianco occidentale che va in Africa

Sono ormai passate due settimane da quando, col mio gruppo formato da volontari dalla University of Warwick, sono atterrato ad Accra, capitale del Ghana, per insegnare inglese alla University Staff Village school. Vi assicuro tuttavia che sembrano passati almeno un paio di mesi. Ogni giorno è così denso di novità e ricco di eventi fuori da quella che consideravo la “mia normalità”, che le ore si dilatano e quindici giorni sembrano quindici mesi. E proprio l’aver vissuto intensamente questo tempo, mi ha permesso di fare esperienze impensabili e creare ricordi che porterò sempre con me. Ma riflettendo sul come raccontare la mia storia e sul come renderle giustizia nell’articolo di un blog, sono arrivato ad una conclusione: per una volta mi dovrei spostare dalla luce del riflettore, per quanto mi piaccia crogiolarmici dentro, per lasciare spazio ad una riflessione più complessa, ad un messaggio di cui io posso solo essere il tramite.

Quindi mi scuserete se non vi racconto di come abbia imparato a suonare i tamburi della scuola in cui insegno o di come i miei studenti mi abbiano mostrato delle mosse di ballo tradizionali o di come sia entrato in contatto col rap ghanese (dalle sonorità e dai ritmi interessanti), perché forse avrete già sentito tutte queste storie da chi ha fatto un’esperienza simile alla mia. Ma sentirlo da loro non vi ha lasciato nessun segno e non vi ha provocato nessuna reazione a parte ammirazione nei loro confronti che (poveretti!) hanno speso parte della loro estate a “salvare” i bimbi del “terzo mondo”.  Chiamatelo sfogo di un ventenne dedito alla critica, chiamatela protesta, ma per stavolta Nicola non parlerà di quello che sta vivendo in Ghana e lascerà spazio ad una questione un po’ più grande di lui.

“Ma Nicola!” potreste pensare, “Perché mai dovrebbe essere un problema il mettere per iscritto quello che stai facendo là in Ghana?”.

Cari i miei venticinque lettori, proprio qui risiede il problema, e quello di cui sto parlando, più che un problema, è un rischio: il rischio di scrivere l’ennesimo articolo del “bianco occidentale” che va in Africa e torna felice e contento nel suo paese d’origine, come se fosse stato solo un brutto sogno. Del “bianco” che pecca di hubris e si sente in dovere di “salvare” i “poveri bimbi africani” (come se tutta l’Africa fosse identica in ogni sua nazione…). Del “bianco occidentale” che perpetra la diffusione di un’immagine di un continente che ha “apparentemente” bisogno di un aiuto che cali dall’alto da chi il mondo “lo conosce”.

Il rischio è che tutta l’attenzione vada tutta sul “santo” Nicola che li è andati ad aiutare “a casa loro”. Che anima pia!

Perché è questo che colpisce la gente: quando il “bianco occidentale” scende dal suo Olimpo e concede parte del suo prezioso tempo per fare del bene. Che ragazzo d’oro!

E se invece il fuoco dell’attenzione cambiasse? Se io vi stessi semplicemente indicando la luna e voi vi foste fermati a guardare il mio dito? Io sono un mezzo; sono solo un tramite attraverso il quale si fa un po’ di luce su di una scomoda realtà, ovvero che forse dovremmo mettere in dubbio le nostre priorità se il più grande problema, al momento, è evitare gli spoiler della nuova stagione di Game of Thrones.

No, non mi credo né un messia né un profeta. No, non sono impazzito a causa del troppo sole. Però il tono paternalistico credo vada mantenuto in quanto mi reputo profondamente consapevole di quello di cui sto parlando; e se non parla chi le cose le sa, chi dovrebbe farlo?

Quello che vorrei invitarvi a fare è semplice: riflettere. Fermarvi e riflettere; perché come ho scritto nel mio ultimo articolo, ad oggi, tutto va così veloce che anche il solo fermarsi e pensare viene visto come uno spreco di tempo.

Vorrei soltanto dirvi, in modo che lo sentiate da una voce amica, che forse la vita che facciamo in Italia o in Inghilterra, dopotutto, non è poi così male; forse, e lo dico anche se so di scadere nello scontato, i veri problemi sono altri; forse in una società assuefatta dalla “presenza” ci siamo dimenticati di cosa sia la vera “assenza”, ed è questo ad averci fatto perdere di vista le cose veramente importanti.

Vi posso dire che qui l’ “assenza” io l’ho trovata realmente e l’ho toccata con mano. Potrei elencarvi scene di miseria, degrado e abbandono che mi hanno aperto gli occhi; potrei anche parlarvi di come i miei studenti siano per l’85% provenienti da famiglie sotto la soglia di povertà. Ma voi tutte queste cose le avete già sentite, alla tv, in quegli spot che provocano troppo dolore semplicemente se li guardi per qualche secondo, o in alcuni post di Facebook che facilmente facciamo scorrere via, fuori dalla nostra vista. E così, la società caratterizzata da “presenza” e “abbondanza” non viene mai a contatto con il suo opposto: la fredda e tagliente “assenza” o “mancanza”. Perciò, scordandoci cosa siano la fame, la povertà e la lotta per la vita, ci rotoliamo felicemente nella nostra realtà dove tutti i nostri bisogni vengono soddisfatti, ciechi a ciò che sta fuori dalle nostre stalle e sordi ai veri gridi d’aiuto, ci preoccupiamo solo di comprare il prossimo paio di Yeezy prima che finiscano.

Non posso incolpare nessuno perché, purtroppo, per noi questa è la “normalità” in cui siamo cresciuti e con la quale misuriamo il nostro standard di vita: ecco perché parlo di “assuefazione alla presenza”. Solo qualche evento traumatico può rompere lo stato di “beata ignoranza” e svegliarci dal sonno della ragione: io sono venuto in Ghana, e voi? Ho conosciuto la “mancanza” ed ho così capito l’importanza della “presenza” e la sua fragilità, e voi? Mi sono fermato, ho riflettuto su quello che mi sta succedendo e ho apprezzato la centralità del “non avere” per dare il giusto peso ai problemi della nostra vita, e voi? Ho imparato e messo in dubbio delle certezze, e voi?

Beh, voi avete letto quest’articolo, no?

Ora, per concludere e per farmi felice, prendetevi il vostro tempo e fate un semplice esercizio d’immaginazione: se doveste vivere con circa 10 euro o meno al giorno, cosa mangereste? E se un giorno vi sentiste male e fosse necessario andare con urgenza da uno specialista, con quali soldi paghereste? Se di punto in bianco perdeste la casa, dove andreste a dormire?

Sapere cosa sia l’assenza e avere consapevolezza di cosa significhi, permette di definire la presenza nella nostra vita, e darle perciò il giusto peso.

 

Welcome on board! Nicola Blasetti – blogger #theitalians

Classe 1997 – avete sentito bene, millenovecentonovantasette – e un milione di interessi. Chi ha detto che i millennials sono pigri non é mai stato tanto in errore come in questo caso. Perché oggi vi presentiamo Nicola Blasetti, nuovo giovanissimo membro del team editoriale firmato The Italians!

Ma chi é Nicola?

Nasce a Macerata nel 1997 e passa la propria infanzia riempiendo di domande il padre  – biologo – e giocando con gli animali nella fattoria del nonno, imparando così ad amare la natura in tutta la sua fragilità e bellezza. Frequenta il Liceo Scientifico G. Galilei di Macerata, dove nel 2016 si diploma con il massimo dei voti. Nell’ottobre 2016 parte per Coventry, Inghilterra, dove frequenta la University of Warwick, iniziando una doppia laurea in Politics and International Studies & Global Sustainable Development. La sua passione per la politica e lo sviluppo sostenibile lo hanno portato lontano dalla propria patria, ma il suo cuore rimane là dov’è cresciuto e dove spera di avere un impatto positivo, un giorno non troppo lontano.

Membro attivo nella comunità universitaria, tra societies e organizzazione di eventi legati alla sostenibilità, non si pone mai nessun limite: canta in una band, suona la chitarra e dà lezioni di cucina -esatto, avete sentito bene, ancora, lezioni-di-cucina.

Seppur sia ancora uno studente, è pronto a imparare il più possibile e ad esplorare i vari settori della sostenibilità.

Ed é proprio di questo tema (e non solo…) che Nicola ci parlerà nella sua sezione nel blog di The Italians, “Chiedimi se sono sostenibile“, presto in uscita con i primi post da Coventry.

E cos’altro aggiungere se non… Nicola, Welcome on board!

L’energia (solare) di Nairobi

Sono arrivata a Nairobi, chiamata la citta’ verde nel sole, capitale del Kenya, Africa dell’Est, da quasi un mese ormai. La temperatura è di circa 25-28 gradi durante la giornata, fresco alla sera e ci stiamo preparando al’inverno (18 -20 gradi). Respiro aria fresca, a 143 km dall’Equatore, molto verde intorno a me e persone gentili e affabili, che parlano inglese e Swahili.

Mi trovo qui per questioni lavorative: sono con Unesco nella pubblica informazione, e più nello specifico mi occupo di promuovere le attività dei cinque settori dell’Organizzazione delle Nazioni Unitie che sono l’educazione, le scienze naturali, quelle umane e sociali, la comunicazione e l’informazione ed infine la cultura.

“Habari Za Asubuhi” significa “Buongiorno”; “Asante Sana” invece “Grazie”. Queste sono le prime parole che ho imparato in Swahili, utili per connettermi ai Kenioti che guidano gli Uber per la città, molto trafficata a tutte le ore del giorno.

C’è molta vegetazione, alberi, piante, scimmiette, foreste e parchi nazionali, il sole ci riscalda e le persone parlano di elezioni presidenziali (agosto di quest’anno). I Kenioti qui si animano molto per la politica e amano uscire alla sera per parlare e guardare le partite del football inglese (tracce della presenza britannica in Kenya fino al 1963, anno della sua indipendenza).

I miei primi amici sono di origine pakistana e indiana. Ad oggi, dei 3,138 milioni di abitanti di Nairobi, 46,000 sono kenioti di origine asiatica, e tra gli asiatici la maggioranza proviene dalle regioni indiane del Gujarat, Odisha e Punjab.

La città offre molta musica (la scorsa settimana, per esempio, è stata la settimana del Jazz, organizzata e proposta da Safaricom, la compagnia telefonica maggiore in Kenya). Safaricom è un’azienda privata molto presente sul territorio, pioniera di M-Pesa (M per mobile, pesa significa denaro in Swahili), un servizio di telefonia che permette il trasferimento, deposito, ritiro e trasferimento di denaro, nonché pagamento di beni e servizi, tutto attraverso il proprio cellulare. Si tratta di una rivoluzione del finanziamento e della micro finanza, lanciato nel 2007 da Vodafone per Safaricom e Vodacom, i più grandi operatori di telefonia mobile dell’epoca in Kenya e Tanzania. Da allora il servizio M-Pesa si è espanso in Afghanistan, Sud Africa, India e nel 2014 in Romania, nel 2015 in Albania. Questo ha richiesto un’educazione finanziaria, permettendo un empowerment economico della popolazione, in grado di utilizzare i servizi finanziari e gestire le proprie finanze. Una rivoluzione tecnologica finanziaria senza precedenti.

Nel frattempo passeggio per le foreste, ascolto i suoni della natura, degli alberi e moltissimi uccellini cantare, e ci aggiorniamo presto con le nuove avventure dell’Africa dell’Est, dal Kenya, passando per il Madagascar, Zanzibar, Tanzania e Seychelles!

 

Karibu! Benvenuti!

 

 

Il problema delle fonti ritardatarie

“La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce” Jean-Jacques Rousseau

Trovare fonti autorevoli è una cosa difficile. Trovare fonti autorevoli ti rispondano prima della scadenza è praticamente impossibile.

La prima settimana da reporter del giornale dell’università è stato un susseguirsi di telefonate snervanti e continui messaggi su ogni piattaforma social disponibile: avessi avuto Snapchat all’epoca non mi sarei fatta particolari problemi pur di ottenere una semplicissima citazione da usare in un articolo.

Settembre 2014. Londra soleggiata, il che è già di per sé è un miracolo, ed un caldo post-estivo amplificato dalla presenza di 20 baldi giovani in una stanza mal condizionata piena di computer e stampanti in funzione. L’anno del referendum della Scozia – e che se lo sarebbe immaginata di finirci meno di due anni dopo – dei mesi di grande tensione tra Israele e Palestina – che poi quelli ci sono anche se le news non ne parlano, ma nel 2014 hanno fatto davvero paura – e dell’epidemia di Ebola che continuava a mietere vittime sul continente Africano.

Soprattutto era l’ultimo anno di triennale, quello che valeva la candela: i primi due anni erano stati un allenamento, un continuo stato di tensione e nervi che avevano portato a questa minuscola redazione dove, per sei mesi, dovevi sbatterti per costruirti un curriculum decente per un buon inizio carriera.

C’erano come minimo altri quaranta aspiranti giornalisti suddivisi tra due stanze con cui dovevi competere per ottenere almeno un anelato spazietto nel giornale che dovete aiutare a lanciare – perché quello vecchio, che era andato bene per gli ultimi otto anni, improvvisamente non piaceva più ai tutor quindi bisogna inventarsene uno nuovo – o sul sito online. Non c’era tempo per gli errori: tutto doveva essere perfetto ed il ciclo di notizie costante.

Ovviamente io, con quel fare un po’ smargiasso da Sabauda, ero partita con l’idea di fare un bell’articolo su come l’epidemia di Ebola stesse toccando le centinaia di studenti che stavano ritornando a Londra dalle vacanze estive.

In linea generale pareva una bella idea: la notizia dopotutto era corrente, c’era voglia di sapere cosa stesse succedendo ma senza dover leggere per l’ennesima volta un articolo ricco di roba trita e ritrita su come la malattia potesse diffondersi e gli effetti che poteva avere sulla gente.

L’aeroporto di Gatwick, in seguito ad un incremento di casi, aveva aumentato i controlli dai paesi di colpiti; il governo aveva emesso linee guida su come comportarsi su suolo britannico; la gente su Twitter si lamentava dei ritardi e delle code.

C’erano  tutti gli ingredienti per una storia perfetta.

Ma poi eccole, che si avvicinano come i Cavalieri dell’Apocalisse affamati di sangue e frustrazione: le fonti che decidono di non risponderti. Perché fondamentalmente io mica li contattavo per lavorare. Non sapendo cosa fare chiamavo il ministero dei Trasporti e quattro aeroporti diversi per divertirmi, eccerto.

12 ore, otto messaggi Facebook, nove messaggi diretti su Twitter e millemila telefonate dopo, la notizia non era più importante. I professori avevano deciso che il cambiamento in fondo sarebbe stato più stilistico che editoriale, quindi ci saremmo dovuti concentrare sulle notizie locali.

Ora, non dico che tra gli articoli scritti nelle prime 48 ore di vita della nostra rivista ci fosse un futuro premio Pulitzer, però è stato estremamente fastidioso dover abbandonare un progetto perché qualcun altro aveva deciso di cambiare le regole. Adesso mi rendo conto che è stata una fortuita lezione di vita.

Quei sei mesi di apprendistato, segnati da giornate di nulla totale seguite da ore di pressione soffocante, hanno fortificato la mia pazienza fino ad arrivare ad un livello disumano e mi hanno insegnato che alle volte bisogna aspettare. Aspettare per la storia giusta, le parole più adatte* per meglio trasmettere quello che veramente si è capito e si vuole passare ad altri. Mi hanno insegnato che non sempre la prima idea è quella giusta e che l’ispirazione prima o poi arriva per tutti.

La mia prima vera storia non vedrà mai le carta stampata, ma me la ricorderò sempre come una pietra miliare della mia carriera. Ne sono seguite molte – sui più svariati temi, partendo dalle recensioni fino ad arrivare ad un accoltellamento – e spero ne seguiranno altre.

* Questo non è assolutamente un tentativo di rientrare nelle grazie delle due editors di The Italians che purtroppo sono costrette ad aspettare a loro volta che l’ispirazione colga i loro bloggers. Assolutamente no, vi pare?

Credi, Prega e Chiedi. I tuoi desideri verranno esauditi.

L’atmosfera di Natale in un paese musulmano é un po’ diversa da come ce la aspettiamo. Dopo la festa del Tabaski, a settembre, o anche chiamata Eid al-Adha, il momento religioso in cui si celebra il sacrificio dell’agnello da parte di Abramo, e di tutta la popolazione senegalese musulmana in questo caso, il Senegal ha appena festeggiato la festa del Magal di Touba, dove, nel terzo weekend di novembre, tutti i senegalesi musulmani si sono recati alla città sacra di Touba in pellegrinaggio per commemorare la partenza in esilio di Ahmadou Bamba in Gabon. Magal in wolof significa “rendere omaggio, celebrare, rendere magnifico”.

Parallelamente al calendario musulmano e delle feste religiose, i cristiani-cattolici si preparano alla celebrazione del natale con celebrazioni della messa la domenica, spiritualmente connessi agli altri credenti, e con mercatini e bazaar natalizi che propongono regali, oggettistica, abiti, borse, prodotti tipici, oli essenziali e decorazioni natalizie.

Il clima é sempre caldo, la neve non c’é, e la stagione della pioggia é terminata; si possono pero’ acquistare alberi di natale e le palline per decorare. Immaginano il mare sia una bella opportunità per incontrare amici e famiglia durante le vacanze natalizie, cucinando pesce e riso a casa o mangiando un buon piatto di pesce fresco, succhi di frutta e patatine fritte in spiaggia.

Le due religioni armoniosamente convivono, penso presto vedremo le decorazioni anche nella città, e le riunioni familiari o i viaggi per rientrare a vedere la famiglia, per ricaricare le energie e per ricominciare.

E’ interessante vedere come i differenti paesi marcano feste specifiche, che cosa scelgono di celebrare, e come si riuniscono, e come queste scelte influiscano direttamente sulla popolazione, la sua cultura e le sue tradizioni, e sulla mappatura e disposizione socio-geografica della città.

Penso l’apprendimento maggiore di questa esperienza senegalese sia stata di comprendere il ritmo di un paese, le differenti attività, e le dinamiche sociali. Qui sembra che il tempo sia dilatato, tutto va un pochino più piano, ma si vive di più e si apprezzano maggiormente le relazioni sociali e il contatto umano.

La notte dell’11 dicembre poi, abbiamo celebrato la nascita del profeta Maometto, canti religiosi dagli altoparlanti dei quartieri della città, nelle moschee, in cui si leggeva il Corano e si pregava per la pace nel mondo, perché i desideri di ciascuno venissero esauditi, perché Maometto possa far seguire i suoi precetti di uomini fedeli, responsabili, devoti alla pace e al rispetto degli altri, alla solidarietà e all’aiuto dei più poveri. Si è pregato molto affinché gli uomini (e le donne) di fede possano adempiere ai 5 pilastri dell’Islam (le due testimonianze di fede, le preghiere di rito, offrire elemosina, digiuno durante il mese del Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo).

Vedo molto somiglianza tra il Cristianesimo e l’Islam, come regioni monoteiste e come precetti e valori di altruismo, di fede e di correttezza, di profeti che, con il loro esempio, insegnano a noi uomini a vivere insieme sulla terra, nel rispetto e nella dignità, nell’aiuto e nell’ascolto, nella preghiera e nelle parole di incoraggiamento.

Il Senegal mi ha insegnato a vivere in comunità, ad apprendere a vivere “sulla stessa piroga” espressione per definire il vivere insieme ( qui è un paese dove i pescatori sono numerosi e le attività di pesca sono economicamente proficue), in pace e con un’attitudine positiva verso la vita e verso le situazioni. Qui la fede e il credere sono cosi forti che esiste più amicizia e meno paura dell’altro. Queste, a mio parere, sono le chiavi per una vita speciale, felice e senza inquietudine verso il futuro. Se vi sono preoccupazioni, ci si affida completamente al cielo e, nell’attesa, si crede nel meglio. Perché, come il mio amico Ahmed mi ha insegnato, nuotando sulla spiaggia di Ngor a Dakar nel giorno della nascita di Maometto. Se oggi si attende ma qualcosa non funziona, domani sarà sicuramente meglio. Perché il Signore ci mette davanti ostacoli che possiamo affrontare e superare, e ci da la forza per continuare, sempre apprendendo e facendo del bene agli altri.

Buon Natale a tutti e un abbraccio del Senegal!

 

Gaia

Welcome on board! Aurora Bosotti – blogger #theitalians

Stesso posto, nuova blogger: il team internazionale di The Italians continua a crescere, e oggi vogliamo presentarvi la new entry “londinese” Aurora Bosotti che si occuperà di università italiana vs università inglese e, più in generale, delle sue esperienze formative (e di vita) all’estero.

Torinese DOC, la storia di Aurora inizia ormai quattro anni fa quando – nel 2012 – decise di trasferire armi e bagagli per studiare giornalismo presso il London College of Communication di Londra. Da lì, l’amore per la Gran Bretagna e per uno dei mestieri più appassionanti del mondo, hanno convinto Aurora a rimanere in UK per approfondire i propri studi e conoscenze, frequentando un master in politiche internazionali e diritti umani presso la City University.

Oggi giornalista freelance, Aurora ha collaborato con alcune riviste d’oltremanica, pubblicando diversi articoli a dedicati al cinema e ha fatto parte del team londinese di ITV News durante le elezioni britanniche del maggio 2015.  Avida lettrice appassionata di fumetti e grande bevitrice di thè, ama parlare di storia politica, ma soprattutto ama viaggiare – anche senza une meta prestabilita – alla ricerca di nuove storie con cui riempire il suo inseparabile taccuino.
Aurora, welcome on board!

Welcome on board! Enrico Pugliese – blogger #theitalians

Eccoci di nuovo qui, la ciurma si fa grande! Vi presentiamo oggi un nostro nuovo blogger, Enrico. Ci scrive dalla magica Parigi e noi già non vediamo l’ora di addentrarci nella sua nuova sezione blog che chiameremo “On vaut mieux que ça”, ovvero “Meritiamo di più”.

E allora eccovi una piccola prima presentazione del nostro nuovo autore ufficiale per The Italians Blog…

 

Studioso e consulente di politica, ricercatore votato all’insegnamento, Enrico si laurea nel 2008 in storia contemporanea. Cultore della materia all'Università di Roma Tre si trasferisce presto in Inghilterra dove nel 2013 riceve un Phd in European Studies grazie ad una ricerca sul rapporto tra cultura politica socialista e EC/EU. Negli stessi anni frequenta il dipartimento di European studies dell’Università di Amsterdam e svolge attività di ricerca presso l’Istituto di storia sociale della capitale olandese. Poi nel 2012, il ritorno in Italia, alla Fondazione Basso, dove approfondisce i temi della sovranità politica negli stati nazione europei, le forme delle solidarietà transnazionali nell’epoca della globalizzazione, la trasformazione degli spazi politici contemporanei. Nel 2013 partecipa in qualità di autore e di relatore al progetto del Ministero di Giustizia del Brasile “Democrazia, verità e giustizia” ricostruendo la memoria degli esiliati latinoamericani in Europa durante le dittature militari. Convinto sostenitore della formazione continua si diploma al master in management politico del sole24ore. A Parigi da due anni si prende cura delle sue più grandi passioni, la politica, il suo studio e la sua organizzazione, e l’insegnamento.

 

Enrico, welcome on Board !

 

Welcome on board! Gaia Paradiso – blogger #theitalians

Ci pensavate assopiti e in vacanza dopo la pausa di fine marzo? Ebbene, abbiamo ricche news e stiamo lavorando su più fronti per voi e per il lavoro di The Italians, ma andiamo per ordine… Cominciamo la settimana presentandovi Gaia Paradiso, new entry del team internazionale dei nostri blogger ufficiali !
 
Classe 1987, Gaia ha studiato Relazioni Internazionali presso l’università degli studi di Firenze e si trova ora a Dakar, dove lavora per UNESCO per il quale si occupa di comunicazione e informazione.
I suoi racconti, tra le pagine virtuali del nostro blog, saranno una finestra aperta sull’Africa, vista e vissuta in tutti i suoi aspetti dagli occhi della nostra Italians: occhi che si erano già fermati in Spagna, Belgio, Francia, Brasile e Stati Uniti.
 
Conosciamo dunque Gaia, una ragazza con un’attitudine decisamente positiva e piena di passioni, dalla fotografia al nuoto fino anche al canto, passando per tutto ciò che è arte, musica, cinema e Tv. Una Italians curiosa e piena di domande, con un futuro da reporter.
 
Gaia, welcome on board!