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Trasformare lo stress in una risata liberatoria

Oggi mi sono trovata a parlare con un collega sul significato di stress secondo le diverse culture, prospettive di vita, tempo e avvenire. Per esempio, al mio amico piacerebbe avere 7 figli (ne ha già quattro), é molto competente in quello che fa e prende il suo tempo per poter sviluppare buoni progetti statistici. Il suo motto sul lavoro é “se non é finito oggi, si finisce domani, nessuno morirà per questo”.

Il mio approccio alla vita, invece, é leggermente diverso. Il mio motto potrebbe tradursi con il classico “non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, o anche con il ben noto Carpe Diem – Seize the Day (sempre con giudizio e responsabilità, s’intende).

Per quanto voglia bene al mio collega, non riesco ad immaginare una vita più tranquilla di questa: programmare il domani e anche il dopodomani, pianificare e pensare alle prossime vacanze, sognare e lavorare al futuro, gli amici… Ecco, tutto questo, per me, é davvero emozionante. Non posso non pensare a cosa succede nel mondo, a conoscere quello che é attorno a noi ma anche lontano, discuterne, analizzare trend e notizie dal mondo, pensare (e lavorare a) quello che attivamente possiamo fare per renderlo un posto migliore. E, se devo proprio andare un po’ più in là, la ricetta per poter contribuire, nel nostro piccolo, a un mondo migliore é: é inquinare di meno il pianeta ed essere più gentili.

Lo stress, abbiamo concluso io e il mio collega, significa, o meglio: si trasforma, alla fine dei conti, nello scaricare dell’energia negativa verso gli altri, nell’impossibilità di poterla contenere dentro di sé. Per essere meno stressati, quindi, é necessario parlare e comunicare, ma non bisogna scordarci che sono anche molto importanti l’attitudine e l’approccio che poniamo verso gli altri, e che dovrebbero sempre essere sempre di rispetto e sensibilità.

A tal proposito, mi piace pensare a Stephen Colbert o a Elles De Generes che, con i loro show – il Late Show per il primo, il The Ellen Show nel secondo caso, nel caso remoto non ne abbiate mai sentito parlare – ci aprono gli occhi verso un mondo in cui ci svelano che per vivere meglio e più tranquilli, bisogna ridere. E ce lo insegnano col loro lavoro, attraverso satira dell’attualità e divertenti interviste a ospiti (attori, politici, cantanti, businessmen…). 

Quando ridiamo, secondo Stephen Colbert – come lui stesso ha dichiarato in un ‘intervista a The New York Times (mentre questa é la sua pagina sul giornale americano) – non abbiamo paura. E quando non abbiamo paura possiamo pensare meglio e riflettere a questi pasticci globali. L’umorismo e la satira, insomma, allevierebbero la tensione e l’ansia che il mondo e le sue notizie d’attualità possono procurarci ormai molto più che raramente. La risata dura lo spazio di un istante, ma – Stephen sottolinea – se ridiamo oggi, dormiamo meglio e le chances di essere di migliore umore domani aumentano. Provare per credere.

Un altro strumento che personalmente trovo straordinario per combattere la paura e riflettere meglio é ascoltare la radio e, in forma più generale, le persone parlare. Le persone che parlano, soprattutto se con tono pacato e accogliente, hanno lo straordinario potere di coinvolgere le persone e farle sentire meno sole. In un mondo estremamente tecnologico come il nostro, dove le “macchine”, l’intelligenza artificiale e i robot molto presumibilmente sorpasseranno gli esseri umani nel dare risposte esaustive e velocemente, una voce accogliente, una persona che trasmetta calma, sicurezza e tranquillità verso l’interlocutore, faranno sempre la differenza. E come esseri umani, immagino, noi sceglieremo sempre la voce accogliente rispetto alla voce metallica di un robot neutro ed impersonale.

E come non pensare alla magica trasmissione di sentimenti ed emozioni che avviene anche e soprattutto tramite le voci di artisti musicali? E non è certo un caso che la scienza ci esorti da sempre ad ascoltare molta musica – classica e non – per calmare gli animi, la pancia e la testa. 

E quindi, oggi, per chi avesse bisogno di quella voce accogliente in grado di tenderci la mano e regalarci un attimo di calma… Vi consiglio qualche artista che possa compiere la missione: Mario Biondi, Sergio Cammariere e Ludovico Einaudi, o ancora, gli Hooverphonic, Parov Stelar e Hayden James.

La musica sicuramente è la ricetta per pace interiore e felicità!

E prima di chiudere, e ricollegandoci al post, un altro piccolo personale consiglio per ridere di gusto (e perché no, capire il mondo), ecco per voi un episodio di the Late Show, qui con una bellissima intervista a Michelle Obama e il racconto della sua autobiografia, o ancora, un episodio di The Ellen Show, con l’intervista a Will Smith per l’uscita del film Alladin, in cui Will interpreta il ruolo del genio della lampada.

 

Costruire il futuro: la Fihavanana a Madagascar

La Fihavanana è il concetto capostipite del lavoro e della vita a Madagscar: può essere considerata una filosofia di pensiero e di azioni, pratiche e spirituali. Dalla parola havana, che significa parente, la parola Fihavanana significa parentela, amicizia, la benevolenza tra le persone, sia fisica che spirituale.

Il Madagascar è pieno di proverbi e modi di dire. Fihavanana è molto più di solo relazione o parentela. Il significato proviene dalla convinzione che proveniamo tutti da un solo sangue e che quindi dobbiamo trattare l’un l’altro egualmente, perché le nostre buone azioni si riflettono verso gli altri e verso noi stessi. Non solo. La Fihavanana significa anche che dobbiamo essere proattivi verso la buona volontà per il bene del mondo. Fihavanana non si limita solo al presente ma può essere applicato alla nostra relazione con il mondo spirituale. Il concetto è simile all’Ubuntu del Sud Africa.

Quello che mi sorprende sempre è la solidarietà di questo popolo: in un mondo attuale di chiusura di frontiere e di paura verso l’altro, i Malagasy people sono un esempio da seguire. Tra il nord e il Sud c’è molta differenza: al nord vi è turismo, commercio e relativo benessere, con spiagge e attività di snorkeling e di tour delle spezie. Al Sud vi è povertà estrema, mancanza di acqua, elettricità e viveri.

Nonostante ciò, tutti si aiutano. C’è sempre qualcuno disposto a darti una mano, anche se non ha nulla da offrirti. E tu nemmeno, non conoscendo i sogni e desideri dell’altra persona. Mi immagino un mondo cosi nella mia testa. Un mondo di solidarietà, di aiuto reciproco e di pace e rispetto nelle azioni, credendo fortemente nel karma e nelle buone azioni. Un mondo di sorrisi e di pace, perché la felicità non è avere tutto quello che si desidera, ma vivere di entusiasmo verso la propria meta, la meta che si ha nella testa. Verso il futuro.

A contatto con il bene, si incarna in noi il desiderio di voler fare del bene, con nella testa l’idea che la vita è breve e, con calma, pazienza e un sorriso interiore, dobbiamo fare del meglio mentre siamo sul pianeta Terra. Si crea un entusiasmo senza precedenti, una forza e un’energia circolare di futuro, volontà, speranza, forte fede in quello che verrà. Si diventa molto più umani e consapevoli, perché si impara ogni giorno che tutto è possibile. Con un po’ di pazienza.

Ho voluto scrivere questo post che è sì breve ma con pieno di profondo significato, e vorrei condividere la foto del futuro per me: l’educazione dei bambini e la possibilità di dar loro strumenti per poter realizzare il loro potenziale, la loro immaginazione e la loro buona volontà verso il mondo che li attende.

 

 

 

 

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Un’esperienza a cinque e più stelle: il racconto dal London Film Festival

Polvere di stelle e glamour: i red carpet sono conosciuti come un’esperienza da incanto. Oltre ai privilegiati ospiti, gli accecanti flash a mitraglietta sono le spie della presenza di un altro gruppo presente: i media costeggiano il tappeto di premiere e gala per raccogliere un po’ di quella polvere di stelle ed illuminarci qualche pagina del loro giornale o studio radiotelevisivo.

Trascinata dall’entusiasmo e dal mio perenne desiderio di imparare, per la prima volta quest’anno sono stata coinvolta nel reportage del London Film Festival. Ho abbracciato l’esperienza a dir la verità con molto poco glamour, in scarpe da ginnastica e capelli raccolti a coda di cavallo last minute. Ma ripensando a quei miei due giorni di corse e trepidazione, non è difficile notare il salto nella formazione acquisita in campo.

Il Festival del cinema – anche conosciuto semplicemente come il BFI dal maggiore ente patrocinante, il British Film Institute – sbarca sul territorio inglese un mese e mezzo circa dopo che il fratello maggiore di Venezia ha fatto mostra della pregiata mercanzia. I quattordici giorni prevedono molteplici proiezioni delle pellicole in prossima uscita e premiere giornaliere. Presso i giardini dell’Embankment, vicino all’omonima stazione della metro che dà sul camminamento lungo il Tamigi, viene eretto un enorme tendone. L’altro principale posto che si fa bello per l’occasione è la piazza di Leicester Square, incubo della security per gli innumerevoli punti di entrata e la facile aggregazione di turisti e fan. In aggiunta ai cinema, pochi altri spazi sparsi che vengono occupati per particolari eventi.

Uno degli aspetti che mi attrae sempre molto in una calca simile della stampa è osservare gli esperti in azione: quali macchine fotografiche hanno, se c’è pronto il computer al loro fianco per un montaggio rapido, quanta aggressività mettono nella presentazione del microfono. Diverse agenzie, diversa preparazione.

Sebbene distante dall’area fotografi, i click sfrenati degli scatti erano i primi campanelli di allarme per l’arrivo di “qualcuno d’importante”. Da quel momento in poi, in tempistiche più o meno allungate, questo signor, signora o signorina avrebbe approcciato la media line. Oppure, si dedicava in parte o del tutto allo stuolo di ammiratori urlanti posizionati lungo l’altra sponda del red carpet.

All’interno del team per il magazine con il quale collaboro, ho rivestito sia il ruolo di cameraman che di intervistatrice. Sebbene mi fossi trovata già in precedenza a lavorare in entrambe le vesti, la frenesia e il concentrato qual è un evento del genere, hanno alzato non poco il livello di difficoltà.

Rapidità e veloci riflessi, oltre ad una bella dose di confidenza, erano i fondamentali ingredienti. Se non si scende in campo già attrezzati, ci si deve preparare presto ad acquistarli a colpi di domande.

Dai registi che rivelano esperienze personali molto forti dietro ai loro progetti, ad attori iper-entusiasti di chiacchierare con la stampa, dai pr con la manina già tesa per interrompere l’intervista dopo neanche cinque secondi dal suo inizio, ai selfie delle star. I giornalisti e reporters in erba che si trovavano alla nostra destra e sinistra diventavano quasi i colleghi di una vita, almeno fino a quando il proprio turno di avviare la registrazione si avvicinava, e la tensione saliva. L’obiettivo era di intrattenere l’intervistato quanto più a lungo possibile di fronte alla propria videocamera. Ed è qui che entrava in gioco la velocità unita a buone razioni di determinazione.

Per quanto riguarda maneggiare la videocamera, non potrò mai incolpare abbastanza le mie mani tremanti. Aggiustare l’altezza del monopiede, assicurarsi che luci ed ombre siano accettabili sul soggetto e che l’inquadratura sia non troppo ravvicinata, richiede movimenti fluidi (per evitare strattoni nel filmato) ed una certa rapidità. La regola da ricordare è semplice: un lieve spostamento del corpo macchina equivale ad un effetto terremoto nella registrazione. Date le premesse, avendo giusto una manciata di secondi prima che la star iniziasse a rispondere, ho dovuto addestrare le mie esitanti dita a diventare leggere come una libellula e rapide come una gazzella.

Passando invece al ruolo di intervistatrice, credo sia uno dei momenti più unici. Sebbene alcuni degli ospiti possano assumere atteggiamenti snob, l’interazione che si instaura con il giornalista è molto umana. Il dialogo diventa presto una conversazione rilassata. E stupisce quanto spesso le domande più ovvie si rivelano le più efficaci.

Ci sarebbero molte parole per descrivere l’emozione di trovarsi a meno di un braccio di distanza da giganti quali Steve Carell o Patricia Clarkson – un caso eccezionale è stato Timothée Chalamet, il quale ha completamente ignorato la stampa per dedicarsi ad abbracci e foto con i fan. Ma sarebbe una bugia dire che la magia dell’esperienza sia dovuta solo a loro. L’impaziente attesa, la sudata preparazione, le risposte dei vari talenti presenti, l’ascolto delle domande dalle altre testate, l’empatia con gli il resto del team: i livelli della persona coinvolti sono svariati.

Sebbene non un’ammiratrice dell’espressione in questione, ‘crash test’ forse è la formula idonea per descrivere il mio stato a quel tempo. L’adrenalina in corpo fa sparire ogni sensazione di spossatezza, ma poi rilascia la stanchezza in un carico unico alla fine. Come il crash test, l’ondata di informazioni e impressioni arriva tutta insieme. Ma da quei pochi secondi, feedback alla mano, insegnamenti vari e convinzioni diventano molto chiari.

The Italians – Updates #2

Vi avevamo promesso delle novità, ed eccole qui.

A partire da oggi apriamo la caccia ai nuovi membri dei nostri team IMPRESA – FORMAZIONE – ENERGIA e non solo. Come vi avevamo preannunciato alle porte dell’estate, abbiamo deciso di aprire un nuovo panel di ricerca: CULTURA. Apriamo quindi il recruiting anche per questo nuovo team!

Vorresti partecipare o anche solo proporci la tua idea? Non devi far altro che mandarci una mail a info@theitaliansthinktank.com, o compilare il form nel nostro sito (oppure, ancora, scriverci un messaggio privato sulla nostra pagina Facebook) raccontandoci brevemente chi sei, spiegandoci perché vorresti partecipare (indicando quale panel è di tup interesse) e non scordare di allegare il tuo cv.

Vorremo darvi una data certa di chiusura del recruiting, ma come ormai ben sapete siamo tutti parecchio impegnati. Chiuderemo quindi il recruiting una volta raggiunto un certo numero di candidature interessanti, ma non temete, vi terremo aggiornati e quando avremmo deciso di chiudere le candidature, ve lo annunceremo con qualche giorno di anticipo, di modo che i ritardatari abbiano comunque il tempo di contattarci ed inviarci il materiale richiesto.

Spargete quindi la voce, ma soprattutto… FATEVI AVANTI! Non aspettiamo che trovare nuovi e volenterosi collaboratori!

 

Altra news della quale vi avevamo solamente accennato qualcosina tempo fa… A breve annunceremo anche i nomi dei primi blogger scelti. Siamo ancora nella fase dei “lavori in corso”, ma presto saremo pronti, le candidature sono già parecchie e, inutile dirvelo, siamo contentissimi! Se volete partecipare in quanto blogger (il profilo è quello del giovane italiano residente all’estero e che possa raccontarci qualcosa del suo campo d’expertise), non vi resta che contattarci il prima possibile specificando anche qui la vostra area di expertise e tutto quello che chiediamo anche ai nuovi ricercatori, con l’aggiunta magari di proporci qualche idea per il blog che avete in mente. La selezione per i blogger è sì leggermente diversa, ma vi basterà inviarci una mail coni dati richiesti e saremo felici di discuterne.

 

#THEITALIANS #UNCONVENTIONALTHINKING