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Simmetrie di uno scontro tra (In)Civiltà

La crisi migratoria che stiamo vivendo ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che inevitabilmente abbiamo in comune.

Sono le 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 e Cristiano Ronaldo fa il suo ingresso nel club Gianni e Umberto Agnelli di Torino, la più bella sala dell’Allianz Stadium. Il migliore del mondo è un giocatore della Juventus. Con lui tutta la famiglia e il piccolo Cristiano Jr, che si diverte a fare facce buffe ai giornalisti, attenti a captare e registrare ogni singola parola del calciatore. L’Italia lo accoglie entusiasta, milioni di tifosi lo aspettano fuori, già da ore gridando il suo nome, esaltati nel vederlo con la divisa della Juve che lo veste alla perfezione.

Ore 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 Josepha é dispersa in mare al largo delle coste libiche. Intorno il Mediterraneo, il nero della notte che si confonde con le onde del mare, poi di nuovo la luce del giorno. Per due notti e due albe. Gli occhi di Josepha sono sbarrati, profondi come il mare e scuri come le notti passate aggrappata ad una tavola di legno. Ha visto una donna morire accanto al suo bambino riversi, con il volto coperto dall’acqua. Ha sentito la loro voce farsi sempre più deboli insieme alla loro forza. Nessuno li ascoltava, nessuno sapeva i loro nomi. A lei, avvolta in coperte termiche donategli dalla stessa ONG spagnola Open Arms che l’ha salvata, l’Italia chiude le proprie porte. La motivazione? Livello migratorio ad un tasso tale che ne impossibilita l’entrata.

È dall’inizio della modernità che alla porta dei popoli bussano profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui prospettiva è la fame. Per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati stranieri. Solo che oggi ci troviamo a fare i conti con un vero e proprio attacco di ‘panico morale’, il timore che questo “virus” infetti il benessere della società. Dalle promesse mancate della modernità è derivata la caduta delle illusioni: nessuno oggi crede più in un futuro accompagnato da un progresso infinito. Il 90% delle risorse e quindi della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione. I confini si sono aperti annullando le barriere spaziali trai continenti, mettendoci faccia a faccia con le incertezze dovute all’assenza di politiche sociali effettive. Ed ecco riaffiorare la paura irrazionale di ciò che è sconosciuto, lì pronta a dimostrarci così sfacciatamente come la modernità non sia in grado di gestire l’aspetto irrazionale dei sentimenti legati ai fenomeni sociali.

Quei nomadi, non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente, secondo le affermazioni del sociologo polacco Zygmund Bauman, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società e fragile il nostro benessere.

Non c’è dunque da stupirsi se nel 2017 la parola dell’anno, secondo la Fondazione Spagnola “Urgente”, sia stata “aporofobia” e che già dal settembre dello stesso anno sia stata inclusa nel Dizionario della lingua spagnola della Real Academia. Un termine che si riferisce alla paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, dal greco áporos (colui che è privo di risorse) e che letteralmente significa “rifiuto o avversione verso i poveri”. Coniato dalla filosofa spagnola Adela Cortina ed usato per la prima volta dalla stessa nel 1995 in occasione della Conferenza Euromediterranea di Barcellona, già infocata sui temi caldi dell’area mediterranea, quali immigrazione, crisi e disoccupazione.

Ci confrontiamo ad una società che definisce “xenofobia” o “razzismo” il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al loro indice di povertà. Secondo il rapporto pubblicato nel 2017 in Spagna 17 casi sono stati segnalati per aporofobia: il 47% delle violenze subite dai senzatetto è stato un crimine di odio da aporofobia e di queste persone almeno l’81% hanno subito violenza in più di un’occasione. I dati non variano di molto in Italia, dove la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), e la violenza nei loro confronti è in significativo aumento.

L’umanità non apprende e sembra aver dimenticato il proprio passato. In Italia sono lontani ormai i tempi in cui emigrare significava speranza, non si vogliono ricordare i tempi in cui intere famiglie si imbarcavano in veri e propri viaggi infernali in cerca di una possibilità di futuro oltre oceano. Ma soprattutto sembra non appartenerci più il tratto di diffidenza provato dai nostri connazionali appena sbarcati negli Stati Uniti o in Australia. La nostra generazione non l’ha vissuto, io non ho provato niente di tutto ciò sulla mia pelle. Barcellona mi ha accolto a braccia aperte e non ho mai sentito nemmeno per un momento né rifiuto sociale né repulsione per il mio status di migrante.

Mi definiscono ‘cervello in fuga’ ma non mi categorizzano per la mia provenienza geografica. Ma avrei potuto dire lo stesso se mi fossi trovata in una situazione di povertà assoluta?
La realtà dei fatti mi porta a pensare che no, gli atti particolari di empatia ed umanità di cui è capace l’essere umano mi fanno sperare che non è ancora troppo tardi. È ancora possibile fermare l’espansione di questo panico generalizzato che ci fa identificare il migrante o il povero come il nemico e non ci lascia vedere che i veri nemici siamo noi stessi. Dovremmo fermarci e riflettere sull’importanza che diamo alla vita in se e su cosa siamo disposti a fare per preservarla.

“Nessuno mette i propri bambini su di un barcone, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra” (Warsan Shire)

 

Intervista ad Agnese Daverio, Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland

Crevoladossola, piccolo paesino a Nord del Piemonte a due passi dal confine svizzero. É da qui che inizia la storia della nostra Italian del mese, Agnese Daverio (28 anni), attualmente a Edimburgo dove lavora, da quattro anni, come Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland, l’organizzazione leader per la promozione del jazz in Scozia. In più, da gennaio è anche presidentessa dell’Associazione no profit “Be United”, che organizza eventi di vario tipo (festival, workshop, teatro, danza, ecc.) al fine di promuovere la multiculturalità e l’inclusione in Scozia.

Una vera passione che si è trasformata in un lavoro, la sua. Ma prima, Agnese ne aveva avute di esperienze all’estero: un’estate in South Dakota (US) nel 2003, una ad Osaka (Giappone) nel 2005 e un intero anno di scuole superiori in New Mexico (US) vivendo con famiglie del posto per poi rientrare e finire gli studi al liceo linguistico in Italia. Poi l’Erasmus a Stoccolma e quindi, inizialmente per un Master di un solo anno, le valigie per la Scozia.

Abbiamo chiesto ad Agnese di raccontarci dei suoi sogni, dei suoi progetti, della sua Italia vista dalla Scozia. Ecco quel che ci ha risposto…

Il trasferimento a Edimburgo faceva parte di un tuo progetto oppure hai seguito, per così dire, le opportunità della vita?

Ormai sono nella capitale scozzese da cinque anni, non mi sembra vero! Tutto è iniziato dopo la laurea triennale in Scienze Politiche a Pavia: era il 2012, sapevo di avere bisogno di un titolo di studio che potesse differenziarmi sul mercato del lavoro italiano in primis, ed europeo in secondo luogo. Quindi la decisione di guardare all’estero, soprattutto al Regno Unito. Dopo una ricerca iniziale delle varie opportunità, un’amica mi suggerì di guardare ad Edimburgo, così decisi di fare domanda per frequentare il corso di Festival and Event Management alla Edinburgh Napier University. Mi presero, feci le valigie e poco dopo mi ritrovai in questa (allora nuova) città per iniziare una nuova sfida.

Ma la mia passione per l’estero nasce dai racconti di mia madre che, già negli anni ’70, decise di fare un anno di studi in una piccola cittadina del Sud Dakota. Anche io ho sempre sentito il bisogno di esplorare, di allargare i miei confini e conoscere persone e culture diverse (non da mera turista, ma diventando parte della cultura stessa, cercando di capirla vivendola). Così, grazie all’organizzazione Intercultura, ho vissuto per due mesi in una famiglia giapponese e per un anno in una famiglia americana durante il periodo liceale; entrambe esperienze uniche che mi hanno cambiato la vita, consolidando il mio percorso verso l’estero. Volevo sempre di più diventare una cittadina del mondo a tutti gli effetti. Durante l’università ho frequentato un anno di studi all’Università di Stoccolma, per poi rientrare in Italia e conseguire la laurea, prima della partenza per la Scozia.

A tuo parere, l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Credo che sia una combinazione delle due. L’estero, o meglio il Regno Unito, per il momento, offre davvero molte più opportunità rispetto all’Italia. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è molto bassa e c’è la possibilità di fare carriera in fretta. Ma soprattutto qua in Scozia la meritocrazia è un valore seriamente rispettato: se si è bravi, si fa carriera velocemente e si aprono in fretta tante porte (indipendentemente dall’età o dal sesso). Ovviamente trasferirsi all’estero non è sicuramente una passeggiata, richiede parecchi sacrifici e la strada da percorrere è piena di ostacoli; in primis bisogna fare i conti con l’isolamento, perché la rete di amicizie e conoscenze viene subito a mancare – che non è un problema da sottovalutare. Quindi, indubbiamente, ci vuole un pizzico di vocazione personale per trovare il coraggio di fare questo passo per un lungo periodo. E ci vuole una grande forza interiore che aiuti a tenere duro nei grandi momenti di difficoltà.

Detto questo, una volta che si inizia a vivere all’estero, la cosa diventa parecchio la norma – anzi, una vita sedentaria nello stesso paese di provenienza sembra quasi impossibile; soprattutto per persone della mia generazione. Per la maggior parte dei cittadini europei di oggi – e sicuramente almeno per quelli sotto i 40 anni – è la norma spostarsi da uno stato europeo all’altro durante il periodo scolastico e lavorativo. L’Europa è relativamente piccola e, grazie a compagnie di trasporti low cost e vari progetti di scambio nelle scuole, oggi ci si può spostare molto facilmente e senza aver bisogno di grandi risparmi. Certo ci vuole la voglia di fare, di imparare e di voler mettersi in gioco, partendo dalla conoscenza di una lingua straniera.
Vivendo in grandi città si scopre anche quanto le varie culture siano molto più affini tra loro di quanto si possa pensare; si conosce davvero gente da ogni parte del mondo e si ha la fortuna di scambiare opinioni con persone con svariate prospettive – in parte plasmate dalla cultura del loro paese di origine – confrontandosi apertamente su temi grandi e piccoli. Un grande aiuto per imparare a rispettare opinioni diverse e mettere in discussione le proprie ‘certezze’. Insomma, in un mondo sempre più globalizzato come quello di oggi, l’esperienza all’estero dovrebbe forse essere una tappa obbligata fin da giovani.

Secondo te c’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

La frase “tutto il mondo è paese” in realtà non è così sbagliata, nel senso che ogni paese ha i suoi problemi – che sono molto simili tra loro quando si parla di paesi in cui vige un capitalismo neo-liberale. Ma una grande differenza rispetto all’Italia all’estero c’è: il rispetto per il valore meritocratico e un maggiore rispetto tra persone – e in generale per le regole – e per le nuove generazioni. Se si guarda il mio percorso, ad esempio,  è chiaro che il merito qua é premiato: a ventitré anni, mentre scrivevo la tesi per il Master, ho fatto il mio primo stage in Scozia. Non era uno “stage all’italiana”: avevo delle vere responsabilità e venivo messa alla prova ogni giorno, imparando nuove cose velocemente. Poi mi è arrivata l’offerta di lavoro a contratto da Londra, seguito da un’altra offerta di lavoro ad Edimburgo… Insomma, in Inghilterra non sono mai stata disoccupata! Però sono convinta che se fossi rimasta in Italia la storia sarebbe andata parecchio diversamente, purtroppo, soprattutto dato il fatto che il mio lavoro sia nel settore culturale – un settore con un enorme potenziale in Italia, ma a cui mancano molte figure competenti e professionali e a cui manca la trasparenza o l’investimento pubblico. Per non parlare del problema legato all’incredibile casino burocratico che abbiamo in Italia, che rende il lavoro quasi impossibile ed assurdamente lento.

La Scozia in questo senso è un paradiso: un Paese con una grandissima voglia di riscatto e con la voglia di rinnovarsi; un paese di stampo prevalentemente socialista con una grande cura per i propri cittadini (ad esempio, un forte sostegno per il sistema previdenziale), per gli immigrati (nell’immediata fase post Brexit il primo ministro scozzese donna, Nicola Sturgeon, è stata l’unico politico di rilievo ad assicurarsi che i cittadini europei residenti in UK, quanto meno in Scozia, si sentissero ben voluti, mandando una lettera a tutti, sottolineando il valore che abbiamo per il Paese) e per i richiedenti asilo e rifugiati (la loro integrazione qua è arrivata al punto in cui a livello governativo si sta recentemente parlando di voler concedergli il diritto di voto). Insomma, è un Paese molto aperto, in cui si respira una grandissima multiculturalità e ci sono veramente persone da ogni parte del mondo. La Scozia è un paese molto meritocratico, che investe fortemente nella ricerca e nello sviluppo e soprattutto che investe nei propri giovani (basti pensare, ad esempio, all’università completamente gratuita). Qua a pochi interessa da dove vieni; se ci si identifichi come maschio, femmina, trans o altro; se si è giovanissimi oppure meno giovani… L’interesse principale sta nella capacità di fare il proprio lavoro bene oppure no. E se lo si sa fare, si viene premiati e spinti a crescere e migliorarsi ancora di più.

Sempre sulla Scozia: c’è una comunità di italiani lì? 

La comunità italiana in Scozia è gigante ma devo dire, onestamente, di averci poco a che fare. L’inciucio tra Italia e Scozia nasce dopo la prima guerra mondiale, quando un grande numero di persone provenienti per lo più dal Lazio si spostarono qua per cercare una nuova casa. Molti di questi – ormai immigrati di terza/quarta generazione – non parlano nemmeno l’italiano e molti non sono neanche mai stati in Italia, ma vendono comunque articoli alimentari italini facendo i soldoni con il brand ‘Made in Italy’. Poi c’è un’altra fetta di Italians, una comunità fatta da nuovi migranti, gli Italians ‘veri’ – italianissimi che si sono trasferiti qua per cercare di cogliere opportunità che in patria purtroppo non esistono. Devo dire che conosco parecchi italiani ad Edimburgo, ma sono legata a pochi. Non ho mai ben capito il bisogno di formare grandi gruppi principalmente con persone provenienti dallo stesso paese di origine. Ovviamente il senso di familiarità e d’immediata connectivity che si instaura con altri italiani all’estero è imparagonabile quando si confronta con expat di altri paesi (ad esempio, le referenze culturali e politiche sono le stesse), ma fortunatamente mi sono sempre sentita a mio agio ad interfacciarmi con persone provenienti da ogni parte del mondo: il mio attuale coinquilino è italiano, due delle mie più care amiche sono una scozzese e una inglese, ho stretti amici maltesi, spagnoli, bulgari e lituani… insomma, penso che quello che più accumuni all’estero sia essere l’essere un expat, piuttosto che avere una precisa nazionalità.

E a livello professionale ti senti ben accettata o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? 

A livello lavorativo non credo di essermi mai sentita in difficoltà per via della mia nazionalità. Al di fuori di innocenti battute in ufficio chiamando in gioco stereotipi sugli italiani – ad esempio che ci piace lavorare molto poco, fare delle grandi pause durante la giornata lavorativa ed essere spesso in ferie, o che non ci piace rispettare le regole, dato che la maggior parte le interpretiamo come dei suggerimenti piuttosto che dei diktat – non mi sono mai sentita svantaggiata. I pregiudizi sono facili da smontare, se si parte dal presupposto che gli interlocutori siano disposti al confronto e al dialogo. Qua ci sono tantissimi stranieri che provengono da ogni parte del mondo, soprattutto nel settore culturale in cui lavoro io. Per via della natura contrattuale di tanti lavori nel settore dei festival e degli eventi, moltissime persone viaggiano per il mondo alla ricerca di un nuovo contratto, quindi non penso che essere ‘stranieri’ sia particolarmente percepito nel settore. Soprattutto d’estate, la città si riempie di europei, americani e australiani che cercano lavori di ogni tipo, per non parlare degli artisti che vengono veramente da tutto il mondo. E’ un settore lavorativo molto stimolante anche per questo. Forse un pregiudizio che ho dovuto affrontare – purtroppo anche qua è un problema ancora esistente – è il sessismo esistente nell’industria musicale. Un problema radicato, ovviamente non solo in Scozia; la cosa positiva è che almeno qua (in UK) si sta finalmente notando un’inversione di trend (poiché sempre più donne sono a capo di organizzazioni che producono festival, musica, cinema, ecc). Insomma, who runs the world? Girls! E finalmente l’industria sta prendendo nota.

Parlando del tuo lavoro: sei una Festival Producer, un ruolo ben specifico. Potresti raccontarci di più? 

Essere festival producer in organizzazioni piccole come quelle in cui lavoro io (siamo in tre in tutto) vuole dire saper lavorare in qualsiasi ‘dipartimento’. All’interno del mio team mi occupo veramente di tutto: dalla ricerca dei fondi, alla programmazione degli eventi; dalla gestione di relazioni con organizzazioni governative, alla gestione dello staff (quali manager dei concerti, tecnici del suono, e altro staff che viene impiegato per lavorare durante il festival, ecc.); dall’organizzazione logistica e la produzione per l’intero festival, ai contratti per artisti, fornitori e venue; dal marketing alla promozione per garantire la vendita dei biglietti (pensare che sono per EJBF ogni anno dobbiamo vendere, in circa 10 settimane, più di 650 mila sterline in biglietti) alla gestione di relazioni con partner esterni (altri festival, media, ecc.). Insomma, il volume di lavoro, il livello di rischio e le responsabilità quando si producono progetti così grossi, in un team così piccolo, sono davvero altissimi e infatti il mio è ritenuto (ed è davvero) uno dei lavori più stressanti che ci sia in giro, ma sono davvero felice di trovarmi qui, in questo momento, con ancora tanta strada da poter percorrere davanti a me.

Edimburgo poi è rinomata per essere capitale mondiale leader per i Festival. Con Edinburgh Jazz Fest facciamo parte di un gruppo di 11 grandi festival, tra cui il Fringe Festival di agosto, che sono importantissimi per l’economia scozzese, generando un altissimo volume turistico tutto l’anno e creando uno spillover effect a beneficio di tantissimi business (sia grandi che piccoli). Nonostante Edimburgo sia leader mondiale per gli eventi, la scena musicale è abbastanza piatta. Se si toglie EJBF (uno dei più grandi festival del genere in tutta Europa, con circa 36 mila biglietti venduti ogni anno, più 35 mila spettatori ai due grandi eventi gratuito, Mardi Gras e Carnevale), rimangono pochi indpendent promoters. I probelmi principali alla base di questa situazione sono due: mancanza di un alto numero promoter professionali e la mancanza di venue adatte (e delle giuste dimensioni) per poter ospitare i musicisti. Edimburgo vanta certo tante gallerie d’arte e tanti teatri, ma di certo non ha la moltitudine di venue e spazi costruiti apposta per la musica dal vivo che ci sono, ad esempio, a Glasgow, la cui scena musicale è molto più forte, attiva ed avventurosa. Il jazz nello specifico poi, ha ancora più ‘problemi’ a livello generale. Ma detto ciò, sicuramente la scena musicale qua, rispetto all’Italia, è fantastica e molto più variegata. Credo che ciò sia anche dovuto alle politiche nazionali legate alla cultura (dall’ingresso ai musei gratuiti; al supporto economico da parte dello stato di promoter, musicisti, e in generale organizzazioni che operano nel settore creativo; alle leggi in vigore che permettono all’industria musicale di crescere, quali l’agent for change, una nuova regolamentazione che prevede l’insonorizzazione delle venue pagata da coloro che vogliono costruire abitazioni nei dintorni di uno spazio musicale già esistente; alle tariffe imposte dall’equivalente della SIAE, che sno molto più oneste di quelle italiane, un 3%, contro l’italianissimo 15%, ecc.) e dall’utenza pubblica: qua per la gente è normale acculturarsi andando a teatro, a concerti musicali (anche di gente mai sentita prima), ad andare per musei, ecc. Mentre in Italia ci sono bastati 30 anni di televisione spazzatura berlusconiana per cancellare questa sete di cultura e renderci un popolo molto passivo in questo contesto (basti pensare che X Factor in Italia sia il programma che sforna i nuovi ‘talenti’, ad esempio, per rendersi conto della gravità della situazione – mente invece artisti con un sacco di talento vengono molto spesso ignorati dalla massa e spazi che promuovono la musica dal vivo vengono molto spesso messi in difficoltà da sciocche ordinanze comunali anti movida, ecc.). Del resto, come si è visto nelle recenti elezioni, in Italia è tutto un contest dove chi si mette meglio in mostra vince, indipendentemente dalla qualità della sostanza.

 

Credi che avresti mai potuto trovare un lavoro simile anche in Italia oppure ci sono condizioni lavorative troppo diverse?

Non credo che in Italia avrei avuto così tante opportunità in uno spazio di tempo così ristretto. Ad incominciare dallo stage, che mi ha insegnato tanto, poiché le responsabilità assegnatemi erano reali: non mi avevano offerto un ruolo in cui fare fotocopie e caffè all’ufficio, ma un ruolo in cui mi era concesso di imparare (anche sbagliando), prendendo consigli su come raggiungere un obiettivo direttamente da parte dei produttori del festival, professionisti con più di 30 anni di esperienza nel settore. Ho conosciuto persone che hanno capito il mio potenziale e negli anni mi hanno aiutata – e stanno tuttora aiutandomi – a svilupparlo e ad ottenere sempre più risultati; una ‘famiglia’ che mi supporta nella crescita e mi spinge a superare i miei limiti, che mi incoraggia ad affrontare nuove sfide offrendo supporto quando ne ho bisogno. Ovviamente lavorare in un ufficio cosi piccolo, con due persone di quasi 30 anni più grandi, fa nascere delle grosse difficoltà (generazionalmente parlando, siamo su mondi diversi – per quanto riguarda l’accesso alla musica, alle news, ai trend setter, a canali di comunicazione, allo stile lavorativo, ecc.), ma la cosa ha anche i suoi vantaggi, in quanto si crea un clima di fiducia e stima reciproca molto forte – e per me è stato veramente un gran colpo di fortuna in quanto ho potuto imparare tantissimo in un breve arco di tempo, lavorando a strettissimo contatto con due big del settore. Veramente un’occasione unica. In Italia, non so quante persone a questo livello avrebbero aperto le porte ad una persona come me, investendo tempo e risorse nella mia formazione, soprattutto nel settore culturale.

 

Come si lavora a Edimburgo? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che ti hanno stupita, sia in positivo che in negativo?

In Inghilterra in generale, ed anche in Inghilterra, si lavora troppo. Qua si è propriamente malati di lavoro. E in generale, i diritti dei lavoratori credo che siano minori di quelli che ci sono in Italia (ferie molto più limitate, facilità nel licenziare gli impiegati, orari di lavoro molto più lunghi e straordinari non pagati). Ma non credo si potrebbe vivere diversamente in questo Paese. L’etica lavorativa qua è completamente diversa rispetto a quella italiana – può darsi che sia una conseguenza dei principi valoriali del protestantesimo, ma qui il lavoro è letteralmente sacro e molte volte viene messo prima di tante altre cose (famiglia, tempo libero, ecc.). Quello che mi stupisce in maniera positiva è il rispetto per il lavoro di tutti e le energie che tutti mettono nel proprio mestiere – che sia fare un caffè o gestire un hotel, ad esempio – tutti vogliono sentirsi orgogliosi del loro lavoro e quindi cercano di farlo al meglio possibile. In Italia non saprei… io mi innervosisco spesso quando rientro in patria, perché sembrano che tutti ti stiano facendo un favore quando acquisti un servizio o un bene… non capisco. Forse sono diventata troppo rigida in questo senso e a dirla tutta non so se riuscirei ad inserirmi facilmente in un contesto lavorativo in Italia.

Per quanto riguarda la flessibilità, il lavoro qui – nonostante i ritmi frenetici (ad esempio, le pause pranzo non esistono, qua si mangia di solito un tramezzino davanti al computer e si riparte al volo) – concede vari tipi di flessibilità. A livello governativo vige un sistema chiamato ‘flexi time’ in cui uno può prendersi un tot di ore libere al giorno, se poi fa qualche straordinario (una specie di banca del tempo, diciamo). Forse il mio settore rimane molto meno flessibile in quante le date sono confermate e pubblicizzate in anticipo, quindi o si è pronti per quella data… o si è pronti per quella data. Quindi vicino al periodo dei festival di solito lavoro molte più ore di quelle per cui sono pagata. Ma non mi dispiace: del resto preferisco ottenere un buon risultato che arrivare a casa un paio d’ore prima alla sera (ovviamente me lo posso permettere in quanto non ho figli). Per quanto riguarda prendersi delle ore libere per andare ad appuntamenti o visite mediche, piuttosto che per questioni personali, non mi sono mai trovata in difficoltà. Basta non abusarne ed essere ragionevoli. E lavorare di più quando si può.

 

Dal tuo profilo Linkedin vedo che hai avuto anche altri lavori Inghilterra, puoi dirmi qualcosa di più? Inoltre, per coloro che ambiscono al tuo stesso lavoro, che consigli ti senti di dare?

Si, come raccontavo prima ho fatto un’esperienza a Londra. Un’esperienza illuminante, ma non troppo felice. Quindi poi sono rientrata in Scozia con una grandissima voglia di entrare a fare parte del circuito dei festival, e non solo per quello jazz per cui lavoro full time. Il circuito dei festival in Scozia – e del jazz a livello mondiale – é abbastanza piccolo e, alla fine, quando si entra a far parte del giro, si conoscono in fretta persone che sono coinvolte in molti altri progetti o che conoscono persone con cui in qualche modo si ha collaborato in altre occasioni o contesti – e questo aiuta anche ad aprire nuove porte.

Per sentirmi parte di questo mondo e per concedermi l’opportunità di lavorare con svariati tipi di musica, anni fa ho preso la decisione di collaborare, molte volte senza retribuzione, quindi facendo la volontaria, per altri festival. In Scozia sono ormai più di tre anni che collaboro con un boutique festival chiamato Kleburn Garden Party, un tre giorni di festa nel bosco nella costa ovest, vicino a Glasgow, per cui curo la parte di Artist Liaison assicurandomi che i musicisti siano felici e che la logistica per farli arrivare e partire dal festival funzioni bene. Allo stesso tempo partecipo volontaria al Wee Dub Festival, un festival di musica dub in centro ad Edimburgo, sia come Artist Liaison, che box office manager, gestendo i volontari, ecc. Insomma, aiutando come posso e come il festival necessita ogni anno. Un anno fa, grazie ad un’amica che lavora a sua volta nei festival (e che ho conosciuto lavorando ai festival) ho conosciuto il direttore di un festival che sta crescendo velocissimamente ad Edimburgo, Hidden Door (un festival pazzesco, date un occhio online) e partendo da quell’incontro ho spianato la strada per instaurare una collaborazione ufficiale tra l’EJBF e Hidden Door (esempio poi seguito da altri 5 major festival in Edimburgo). A gennaio mi hanno eletta come Presidentessa dell’organizzazione Be United, un’associazione non profit che promuove la multiculturalità attraverso l’arte, con workshop ed eventi con artisti provenienti dal sud Africa e da minoranze residenti in Scozia.

Insomma, il consiglio che potrei dare a chi vuole fare parte di questo mondo è di volersi rimboccare le maniche, lavorare tanto e soprattutto di essere pronti a fare tanto lavoro sottopagato – o non pagato. Perché una cosa è certa: le università non preparano al mondo reale del lavoro, quindi bisogna togliersi dalla mente che poiché si ha una laurea ci si merita un lavoro, e un lavoro ben pagato – e facendo volontariato o stage si ha l’opportunità di imparare di più e capire cosa i datori di lavoro cercano, cosa serve sul campo. In più, il mondo degli eventi è un mondo fatto di contatti, e l’unico modo per costruirsi dei contatti è quello di essere presenti e farsi conoscere lavorando.

 

Parlando della tua formazione: Erasmus a Stoccolma, università a Pavia, master a Edimburgo: potresti aiutarci a fare un confronto tra i diversi sistemi formativi? Quali sono i punti di forza italiani e quelli negativi da migliorare?

I sistemi formativi in Italia, rispetto al resto dell’Europa, sono ancora molto vecchi. Sicuramente le scuole obbligatorie formano di più (o almeno, formavano, prima della distruzione del sistema scolastico visto in anni recenti) soprattutto sulla conoscenza generale. Ma per quanto riguarda il sistema universitario, l’Italia è indietro anni luce. Saltando a pie’ pari il capitolo del liceo linguistico (in cui ho incontrato tanti professori completamente incapaci di fare il proprio mestiere e, a volte, impreparati sulla materia che provavano ad insegnare), trattiamo il tema universitario. La differenza più grande tra l’Italia e l’estero, è che in Italia, molti (troppi!) professori sono davvero disinteressati e fanno di tutto per far fallire l’allievo. Mentre all’estero è l’esatto contrario e i professori fanno di tutto per aiutarti a raggiungere l’eccellenza. Del resto i professori italiani sono protetti da ogni critica e hanno grande mano libera per quanto riguarda il ‘dettar legge’ invece che seguire un regolamento, ad esempio, riformato tenendo in considerazione l’opinione degli studenti… Un’altra grande differenza è che all’estero ti insegnano ad usare le informazioni che si trovano su un libro per poter argomentare un proprio pensiero; mentre in Italia ti viene solo insegnato a fare il cosiddetto “pappagallo”… Del resto, solo in Italia ci sono ancora così tanti esami orali, con le classiche 3 domande e via.

Arrivata a Stoccolma per il mio anno Erasmus, capii subito di essere stata catapultata in una realtà meravigliosa, in cui ai professori veniva dato del tu, con cui si poteva dialogare, pronti ad insegnarti mettendoti sul stesso loro piano, portandoti il rispetto dovuto e, soprattutto, trattandoti da giovane adulto e non da ragazzetta. Un posto in cui il dibattito in classe avveniva ogni giorno, in gruppi di lavoro di massimo trenta persone, in cui non c’era imbarazzo a fare domande e tutti volevano ottenere lo stesso risultato: imparare. Applicando la teoria alla realtà e al dialogo. Insomma, all’estero ti insegnano veramente ad imparare, esprimendo la tua opinione argomentandola. Per non parlare di quanto i bisogni e gli interessi degli studenti fossero presi in considerazione. A partire dal campus universitario che era una vera oasi per gli studenti, dalle biblioteche libere in cui uno, se voleva mettersi comodo, poteva togliersi le scarpe e studiare su uno dei comodissimi divani; dagli spazi sul campus adibiti apposta per gli studenti per riunirsi e fare concerti o feste di vario tipo… Insomma, la vita universitaria a Stoccolma era davvero su un altro livello. Una scuola costruita intorno agli studenti, non ai professori e ai rettori.

Penso che il modo migliore per poter esprimere questa differenza vitale, sia fornirti un esempio: a Stoccolma, dopo che mi fu chiesto in un corso di preparare un saggio sulla violazione dei diritti umani in anni recenti (eh si, qua si studiavano questi argomenti, non le guerre del 16esimo secolo e basta come a Pavia!), fallii miseramente. All’università di Pavia non mi era mai stato chiesto, in due anni, di scrivere un saggio (su niente), dovendolo argomentare con basi teoriche ed informazioni trovate su testi (che è un po’ alla base della capacità di ricerca). Così la professoressa mi convocò, offrendomi un’ora del suo tempo dopo le lezioni per aiutarmi a capire gli errori. Così, dopo quella lezione privata (e non privata perché ho dovuto pagarla, ma privata perché era solo tra noi due), mi insegnò a come cercare informazioni da varie fonti e io eccelsi nel rifare l’esame. Eh si, a Stoccolma incoraggiano gli studenti ad informarsi su vari testi, a volte anche contrari, per imparare a formare una propria opinione. Infatti, all’inizio di ogni corso, consigliano una lista di libri, che di solito sono disponibili gratuitamente nella biblioteca della scuola stessa, dove poter trovare le informazioni; ma incoraggiano inoltre a leggere ancora di più e informarsi su svariati testi, anche a scelta. L’importante è sapere solidamente argomentare e sostenere le proprie affermazioni. Insomma, insegnano a ragionare criticamente a livello individuale. Cosa che in Italia non esiste. Insomma, questo esempio era per sottolineare quanto l’interesse a Stoccolma sia quello dell’insegnamento vero. Inoltre all’estero i professori, per mantenere lo status quo, devono continuare a fare ricerca se vogliono tenere il lavoro – quindi sono costretti a rimanere informati.

In Italia, invece, sarà per i grandi numeri o sarà per la svogliatezza, o per il sistema, o per il senso di ‘intoccabilità’ dei professori universitari italiani, la mia esperienza è stata molto negativa. A parte qualche eccezione, la maggior parte dei miei professori universitari a Pavia (oltretutto rinomata per Scienze Politiche) erano svogliati, annoiati, senza tempo per gli studenti e che giocavano la partita con regole fatte da loro, che cambiavano ogni volta. Insomma, insegnavano poco (studiare il libro da sola con l’aiuto dei tutor per i chiarimenti molte volte sarebbe stato più efficace) e si disinteressavano tanto al processo formativo/educativo. A volte anche per ragioni completamente scollegate alla didattica. Un esempio azzeccatissimo è il seguente: nel 2010, mentre ero a Stoccolma con Erasmus, decisi di rientrare per una settimana in Italia per dare altri esami in sede, in quanto volevo portarmi avanti con i lavori per assicurarmi di laurearmi in tempo (e in quanto quegli esami in particolare non fossero disponibili in Italia). Così prenotai i voli, studiai per due esami (statistica e il mattone che è scienze delle relazioni internazionali) ed armata di buona volontà rientrai a Pavia. Non mi dimenticherò mai il giorno dell’esame di relazioni internazionali… Mi presentai in orario, venne chiamato il mio nome, mi sedetti alla cattedra. Fino a qua, tutto regolare. Così la professoressa mi chiese se dovevo dare l’esame per 6 CFU o per 9 CFU. Mi accorsi così di aver studiato per l’esame da 9 CFU (che voleva dire, in termini spiccioli, aver studiato 30 anni di trattati internazionali in più… del resto non può che essere un vantaggio per me, giusto?) su un libro di più di 1000 pagine. Così, prontissima sull’argomento, la professoressa mi fece notare l’errore, ma senza troppi problemi. Al che mi chiese su quale dei due tomi su cui uno DOVEVA studiare (il perché in Italia si debba studiare su un libro piuttosto che un altro mi sembra fantascienza…). Una volta che gli indicai il libro, mi chiese, dunque, se avevo comprato e avevo studiato sul libricino (forse di neanche 80 pagine) scritto e pubblicato da lei… sì, da lei! Un libricino in cui venivano studiate in dettaglio le relazioni internazionali italiane del periodo fascista. Al che, candidamente, dissi di no, pensando: beh, se ho studiato su un tomo da 1000 pagine sicuramente questi argomenti saranno stati trattati. Così la professoressa, senza nemmeno farmi una domanda per verificare se fosse effettivamente, o meno, preparata, mi guardò molto infastidita dicendomi di non potermi ammettere all’esame. Una follia. Non potevo crederci di essermi fatta il mazzo, volando fino in Italia e studiando tantissimo, per non essere nemmeno ammessa all’esame perché non avevo comprato il libretto scritto dalla professoressa. Questa cosa dovrebbe essere illegale in Italia. Una vergogna. E questa storia del ‘dover comprare’ il libro dei professori di corso o se no, non si può dar l’esame, è una storia solo italiana ed è, a mio parere una vera vergogna… capite perché penso che in Italia ai professori interessi veramente poco l’insegnamento e la formazione? Non potevo davvero crederci che questa professoressa avesse messo davanti l’aver comprato un libro, rispetto all’essere rientrata da un altro stato per dare l’esame. La decenza avrebbe almeno voluto che venissi interrogata. L’intelligenza avrebbe fatto si che venissi interrogata, e se quel libretto aveva dei contenuti esclusivi, che mi fosse fatta una domanda mirata, ed essere poi bocciata di conseguenza se non avessi avuto la risposta. Ma credo che, dopo aver studiato un tomo da 1000 pagine, quel minuscolo libricino non conteneva molto di più e l’esame l’avrei passato comunque. Infatti, un anno dopo mi ripresentai per l’esame, senza comprare il libricino in questione, ma mentendo alla domanda ‘hai anche studiato su questo libro’ per assicurarmi di essere ammessa… e l’esame lo passai senza nessun problema. Ditemi voi se questo è un atteggiamento normale da parte dei professori in un sistema meritocratico.

In Inghilterra, come a Stoccolma, il modello è molto più a misura studente. Si studia bene: si impara a fare ricerca, vera; ad usare risorse per argomentare le propri tesi, etc. Si impara a lavorare con gli altri, attraverso il lavoro di gruppo, che è molto importante in quanto aiuta ad apprendere come si lavora insieme, sfruttando le varie forze e cercando di aiutarsi a vicenda per superare le debolezze. Insegnano a fare presentazioni, ad usare software specifici per le cose che si studiano.. E il rapporto tra professori e studenti è veramente paritario. Anche qua in Scozia, l’università è veramente costruita intorno ai bisogni degli studenti. Quindi, riassumendo, penso che la meritocrazia in Italia sia ancora un mito lontano. Dove quelli bravi sono emarginati e quelli che gli stanno più in alto fanno di tutto per metter i bastoni tra le ruote. In Italia si fa fatica a mettere in discussione le istituzioni che ci sono sempre state e il cambiamento è molto, troppo, lento.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, almeno quelli che conosci tu, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? 

Ho davvero poca esperienza con il mercato del lavoro italiano. A parte ciò che sento da parte di altre persone, io ho per la maggior parte della mia vita lavorato in Inghilterra. Detto questo, sento per lo più parlare di grandi difficoltà legate all’immobilismo, al nepotismo e al nonnismo, alla mancanza di opportunità e meritocrazia. Per non parlare dell’imbarazzante livello dei salari. Purtroppo in Italia vige ancora troppo spesso la regola del ‘sono qua da 30 anni e quindi ne so più di te’. E questo atteggiamento fa si che molti giovani, capaci e molte volte con più potenziale di altri che il lavoro lo fanno da anni (a qualsiasi livello e a volte senza merito), vengano messi in un angolo e spinti ad andarsene. Anche le start up sono davvero poco supportate rispetto all’estero (mancanze di fondi d’investimento, un mercato poco preparato all’innovazione, leggi e burocrazia appartenenti ad un mondo pre-avanzamento tecnologico, mancanza di un supporto reale per la guida di queste start up…). Insomma, in Italia non si vuole sostenere i giovani. Per non parlare della vera mancanza di meritocrazia. Purtroppo l’Italia segue ancora un sistema in cui molte volte i lavori (soprattutto legati a bandi pubblici) vengono dati in base all’avere o meno una laurea invece che all’esperienza e alle vere capacità delle persone. Per non parlare dell’incubo burocratico che uno dovrebbe attraversare per il riconoscimento di titoli di studi esteri (anche europei). In Italia non si respira. E’ un sistema vecchio che non funziona e il mercato del lavoro è davvero poco stimolato. A partire dal problema dell’assenza di finanziamenti statali per stimolare l’innovazione (quindi, mancanza di finanziamenti per la ricerca).

A livello internazionale ci si renderebbe molto più competitivi se puntassimo sui giovani, facendoli subito accedere al mercato del lavoro dopo le scuole, se pensionassimo le persone prima (non parlo delle pensioni d’oro a quarant’anni, ma non capisco perché dobbiamo fare lavorare gente di 65 anni, molte volte poco preparate o che non si aggiornano, rispetto a giovani di 25 anni super formati…). Per non parlare di finanziamenti statali per aiutare piccole e medie aziende a formare nuovi lavoratori… Poi certo, potremmo anche parlare più lingue e a scuola potrebbero iniziare ad insegnare a codificare, che sarà la vera lingua del futuro, ma i problemi strutturali italiani sono di gran lunga un problema più grosso. Un altro problema italiano però è anche il voler scaricare le colpe sugli altri. Di recente mi sembrava di aver visto un articolo su dei ragazzini italiani delle superiori che scioperavano perché il curriculum scolastico aveva inserito lavoro non pagato (o simile) per insegnarli a lavorare… e questi scioperavano perché guai a chi viene fatto lavorare gratis, invece di capire che quella sarebbe stata un’opportunità per imparare a lavorare…

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Ci gioco spesso con l’idea di rientrare a casa, ma la realtà è che non saprei neanche da dove iniziare. Non so se riuscirei a rientrare in un’Italia in parte xenofoba, omofoba, razzista e populista dopo aver vissuto per più di cinque anni in uno stato (Scozia) prevalentemente socialista, in cui il tema dell’integrazione e dell’accoglienza è sostenuto dalla maggior parte dei cittadini. Con questi pagliacci al governo come si può pensare di rientrare?! Ancora una volta il paese sta per schiantarsi contro un muro, quindi, a meno che sarò costretta per via della Brexit, non credo rientrerò presto. Oltre al problema legato ai diritti civili, includendo l’assenza di vere pari opportunità e tutela dei diritti delle donne (vedi numeri elevati di femminicidio, violenze domestiche, obiettori di coscienza, etc), c’è il vero problema di un’assenza di sostegno statale per lo sviluppo del mercato culturale, soprattutto legato agli eventi e ai festival. In questo clima, quali sono le prospettive? Mi sembra, molto poche. In Scozia c’è un ministero della cultura con un proprio portafoglio e, inoltre, vari organi parastatali che elargiscono fondi pubblici a tutto il settore creativo e culturale (i principali, ovviamente ce ne sono anche altri) e fondi speciali creati apposta per i grandi festival di Edimburgo per mantenere la loro competitività su piano internazionale; in Italia cosa c’è?

Mi piacerebbe certo rientrare e poter contribuire ad un miglioramento, ma prima l’Italia deve cambiare e deve trovare il modo di rendersi attraente al punto di convincere i lavoratori italiani formatisi all’estero ad abbandonare tutto ciò che ci si è costruiti in un altro paese (con tanti sacrifici) per rimboccarsi le maniche e ripartire in Italia, con tutte le difficoltà del caso. E i cambiamenti dovrebbero partire dall’attuazione di un sistema paese che rispetta i diritti civili, da un aumento dei salari, uno snellimento della burocrazia, un miglioramento della qualità dell’offerta culturale, il riconoscimento diretto dei titoli di studio europei e una crescita degli investimenti statali per il finanziamento dell’innovazione. Non credo l’Italia sia ancora pronta a questo, nè tanto meno lo consideri un bisogno reale. Al momento sembrano siano tutti più preoccupati a vincere le poltrone facendo demagogia invece che a far ripartire il paese con proposte serie e concrete. Peccato.

Minnesota nice e la scoperta del mondo

Il Minnesota nice: ormai mi circonda da mesi e piano piano sto imparando a capirlo ed apprezzarlo un po’ di più. Non conoscete il fenomeno? Basta fare un rapidissimo e molto-poco-scientifico giro su Wikipedia, che definisce il Minnesota nice come “The stereotypical behavior of people from Minnesota to be courteous, reserved, and mild-mannered, is popularly known as Minnesota nice (also called Midwestern nice when applied to the rest of the Midwestern states). The cultural characteristics of “Minnesota nice” include polite friendliness, an aversion to confrontation, a tendency toward understatement, a disinclination to make a fuss or stand out, emotional restraint, and self-deprecation.

Inizialmente lo percepivo unicamente come una delle tante cose poco autentiche che caratterizzano la cultura americana, una delle tante ipocrisie, un insieme di manierismi e perbenismi che mi hanno sempre indispettito in quanto amante dell’onestà e della veridicità delle cose. Ma con il passare dei mesi ho iniziato ad ampliare le mie vedute ed estendere la mia analisi, se cosi la possiamo chiamare, non solo agli adolescenti minnesotani, ma anche a tutte quelle persone più grandi, gli adulti insomma, che vivono intorno e insieme a me qui, nel Minnesota. In realtà, devo ammetterlo, è proprio grazie a loro che ho scoperto quanto il mio caro Minnesota potesse avere tutta un’altra serie di significati oltre a quella serie di manierismi apparentemente poco sinceri. Significati nuovo e ben più importanti.

Quel che ho capito, infatti, é che qui le persone non intendono il Minnesota come “solo un luogo”: il Minnesota è per loro come un valore da rispettare, uno schema di leggi e consuetudini non scritte ma ben radicate, che puntano a mettere l’ospite a proprio agio, ad integrare il diverso, a far sentire qualsiasi persona benvenuta nelle proprie case, strade e città. Ed é proprio grazie a quel Minnesota nice che all’inizio sembrava un po’ ipocrita, che ho imparato un po’ ad amarlo anche io, questo posto. Come? Beh, partiamo dalle cose semplici… qui c’è un clima bizzarro, un freddo gelido che d’inverno ci costringe tutti a ripararci e passare la maggior parte del tempo al chiuso, a casa, per evitare un vero e proprio congelamento e, in balia di queste condizioni climatiche, le persone si sono ben attrezzate di pazienza e hanno cercato di rendere le loro case confortevoli ed accoglienti, fors’anche più del dovuto – ed eccovi servito un primo piccolo pezzetto di Minnesota nice. Ma non finisce qui! La cosa più bella é che hanno cercato di diffondere una gentilezza che non esiterei a definire cosi accogliente, calda, che potrebbe persino aiutare a sciogliere il ghiaccio circostante, a spezzare l’isolamento forzato del lungo, temibile inverno.

Relazionandomi conperonse più grandi di me ho imparato nuovi modi per organizzare la mia vita, per arrangiarmi e per applicare misure di sopravvivenza che a lungo andare diventano persino piacevoli, chi lo avrebbe mai detto? Ho persino iniziato a godermi quei fine settimana caratterizzati da un fuoco in mezzo alla neve, le lunghe chiacchierate, un buon bicchiere di vino rosso e qualche marshmallows bruciacchiatoc come da copione. Ho imparato che a volte si tende a cercare altrove e negli altri quel che ci è familiare, quel che conosciamo e dal quale – per assurdo – spesso scappiamo, pretendendo poi di trovarlo in persone e luoghi completamente estranei a noi, quando invece basterebbe semplicemente ascoltare, ascoltarsi, ed imparare ad amare il diverso e ciò che è fuori dalla nostra comfort zone, ma senza mai disprezzare quel che pure conosciamo già. Avreste mai pensato che queste parole potessero venir fuori dalla bocca di una piccola marchigiana solita passare i suoi weekend in riva al mare, con qualche oliva ascolana e pasta al fumé? Io di certo non me lo sarei mai aspettata!

Ma torniamo a noi. La cittadina più grande che ho vicino, qui in Minnesota, è proprio Minneapolis, che potrei definire una metropoli vera e propria, fatta su misura e adattata alle rigide condizioni climatiche del posto. Qui invece di spostarsi e camminare e muoversi all’esterno, sono stati costruiti passaggi interni per potere permettere a chiunque di girare per la città e non privarsi di questo piacere (o necessità), restando al caldo. Ci sono tutto un insieme di ponti comunicanti che connettono le varie mete, e tutto sembra proprio esser stato progettato e costruto allo scopo di rendere l’ambiente piacevole e rilassante, che distogla l’attenzione dal problema climatico (ironicamente, un pensiero va sicuramente alla fabbrica di cioccolato di Willie Wonka, con strade e passaggi imprevedibili e lavoratori degni di nota). Insomma, anche la metropoli di Minneapolis, le sue strade, i assaggi, tutto, proprio tutto smebra essere un pezzetto, un tassello di quel puzzle chiamato Minnesota nice.

Il concetto di Minnesota nice, quindi, per quanto possa essere frainteso o mal interpretato da molti, soprattutto se ci si ferma alla prima impressione, è in realtà un proposito vero e proprio e volto al bene dell’altro e che, a mio parere, rende questi gelidi abitanti non solo amabili, ma forse pure un esempio da seguire. Basti pensare che il loro mantra è: quale mezzo migliore di parole gentili e gesti amichevoli per curare la malinconia umana, o semplicemente, per non essere tristi?

Per chi fosse già pronto a pensare che in Minnesota sia tutto perfetto, beh lasciatemelo dire, ovviamente ci sono  effetti collaterali legati a questo modo di essere e comportarsi. Quali? Vi basti pensare questo: se le persone cercano tutte e sempre di rendere ogni cosa confortevole ed indimenticabile, a dream, questo stesso comportamento puo’ tendere – e succede molto spesso – a soffocare e reprimere le emozioni reali, quelle pure negative agari, ma autentiche. Un tratto che io trovo puramente americano: pur di avere una vita senza conflitti e litigi, le persone decidono di soffocare anche l’ultimo briciolo di rancore, con tutte le conseguenze che ne derivano…

Insomma, un universo parallelo per noi italiani, che siamo tutto tranne che gente dedicata a reprime le emozioni, e cosa che ho personalmente sempre amato della nostra cultura. Per le nostre strade si percepiscono distintamente il baccano, addirittra a volte le grida, le espressioni spesso colorate e pittoresche, i gesti tipici della nostra cultura: tutte cose che mi fanno pensare ad un popolo che vive di emozioni forti, che lotta, che ricerca la bellezza e non resta mai in silenzio. Mi piace pensare che noi italiani siamo un’esplosione, un uragano di profumi, luci e rumori che ci permettono di emanare un calore particolare che spesso, mentre guardo la silenziosa e meravigliosa neve che mi circonda, tendo a ricordare malinconicamente, “alla faccia” del Minnesota nice.

 

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.

Welcome on board! Rachele Arciulo – blogger #theitalians

Barcellona è come una moderna Babele, si possono ascoltare fino a 50 lingue diverse su las Ramblas, dove ognuna trova il proprio posto in una armonica melodia urbana. Ogni angolo sembra stimolare il mutamento dell’osservatore attento, Il multiculturalismo è infatti  il suo vero potere e fonte creativa di identità.

Rachele Arciulo classe 1993, inizia il suo percorso di studi all’estero a 12 anni, iniziando a plasmare la sua coscienza internazionalistica prima in Francia e poi proseguendo la sua formazione in Inghilterra e in Irlanda.

Si laurea nel novembre del 2017 in Scienze politiche e Relazioni Internazioni nell’Università di Roma Tre, partecipando attivamente alla vita politica universitaria al servizio degli studenti. Nel 2016 lascia Italia per trasferirsi a Barcellona, dove grazie al progetto Erasmus+ studia nell’Universitad de Barcelona, uno degli ambienti culturali più dinamici e stimolanti della città.

Attualmente è calciatrice professionista nella Lega Catalana di División de Honor, per mezzo della quale gira la Catalogna. Nella vita è sempre attenta nel difendere e diffondere la coscenza dei diritti umani, contribuendo attivamente all’azione di ONU Spagna, ACNUR e UNICEF Spagna.

Inizia il 2018 collaborando con il Think Thank “The Italians” attraverso il blog 41* Gradi Nord, che si pone la main mission di dare una visione caledoiscopica della realtà italiana a Barcellona, suggerendo spunti critici di riflessione per un’immagine diversa dal Mito.

Intervista a Marco Ricorda, Head of Social Media per l’ALDE al Parlamento Europeo. Per Marco la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «collaborazione, senso di unità, valori comuni».

Per l’intervista di questo mese abbiamo deciso di lasciare da parte le domande scritte.

Niente email, niente categorie predefinite, ma solo un ampio spazio per riflettere e per dibattere su ciò che è diventata e sta diventando l’Italia. Questa volta non potevamo prescindere dalla politica, sia perché ormai manca un mese e qualche manciata di giorni alle elezioni del 4 marzo, sia perché il nostro Italians è un professionista della comunicazione con quasi 10 anni di esperienza nel settore, fortemente incentrato – tra le altre cose – sulla politica globale.

Marco Ricorda, 32 anni originario di Salsomaggiore (Parma), è il capo dei social media per il gruppo ALDE al Parlamento europeo, alleanza che riunisce i partiti liberal democratici in Europa. Il suo nome è stato inserito tra i primi 40 influencer UE nel 2017 ed è un mentore di Politico EU Studies Fair. Inoltre, Marco è anche social media manager di Guy Verhofstadt, primo ministro belga per 9 anni e dal 2009 alla guida dell’ALDE.

Sono quasi le otto di sera di un venerdì qualsiasi, sia a Bruxelles che in Italia, quando finalmente riesco a sentire la voce di Marco. Una chiamata whatsapp che abbiamo rimandato per giorni, complici la stanchezza e i normali (ma tanti) impegni quotidiani. «Ho una vita molto frenetica, gestisco tutti i contenuti che vengono veicolati dai media – racconta Marco Ricorda – qui si lavora tutti i giorni ma in maniera più intelligente rispetto all’Italia: se c’è tanto lavoro si rimane fino a tardi, altrimenti si va a casa».

Il curriculum di Marco è pieno di voci: social media manager al Joint Research Center della Commissione Europea; digital strategist per l’Unione Europea a Expo Milano 2015; social media analyst per la Commissione Europea e press officer / community manager per Bruegel, il think tank di Bruxelles per politica economica internazionale. Non abbiamo ancora finito: è stato anche analista insight per Lo Spazio della Politica, un think tank italiano che lavora nel campo degli affari internazionali.

Come ha fatto, vi chiederete voi. Me lo sono chiesta anche io, naturalmente. Marco mi ha risposto che lavorare per l’Unione Europea è sempre stato parte di un progetto ben preciso, e che ha fatto «tutto quello che era necessario» per realizzare questo sogno. «Già quando avevo 15-16 anni sapevo di voler lavorare per questa organizzazione che gestisce i conflitti tra stati. Mio nonno ha fatto 7 anni di guerra in Albania: più sentivo le sue storie, più sentivo la vocazione europea».

Dopo essersi laureato a Forlì in Scienze internazionali e diplomatiche, con un anno di Erasmus ad Anversa, Marco si è trasferito a Maastricht per completare gli studi: «Era il 2010, un periodo difficilissimo, c’era la crisi e nessuno assumeva. Ho pensato fosse il momento giusto per spostarmi ancora, per andare a Bruxelles. Da Maastricht ho trovato un’opportunità a Bruegel: ho capito subito l’importanza dei social media, la loro grande forza di comunicazione». Due anni e mezzo dopo, Marco è entrato in commissione, dove è rimasto per circa 5 anni: «Adesso sto lavorando per il vero partito europeo».

Una posizione privilegiata per seguire la campagna elettorale italiana. Anche se da lontano, Marco non ha dubbi: «La dicotomia destra-sinistra ormai è finita, serve una forza rivoluzionaria che spacchi questo sistema fatto di burocrazia soffocante, di perdita di coscienza civile, di raccomandazioni. Ci sono troppi partiti, troppe voci che non danno alcuna speranza all’Italia di rendersi attiva». E prosegue ancora: «Di tutti questi partiti italiani non ce n’è uno che vende un programma di positività. Tutti dicono non votate l’altro, nessuno dice votateci per questo».

Positività è una delle parole chiave di Marco, una di quella che ripete spesso. Un’altra è giovani, e qui il discorso non ammette pietismi: «I giovani sono spaccati dal debito, dall’immobilismo politico che non fa altro che peggiorare. Il loro potere d’acquisto è pari a zero».

Eppure, qualcosa su cui possiamo lavorare c’è: «Dobbiamo renderci conto che è tutto sulle nostre spalle, senza accampare scuse varie. Niente più piagnistei: non dobbiamo aspettarci che lo stato ci serva tutto sul piatto d’argento, dobbiamo essere una società che non si arrende. Ora siamo molto spenti».

In ambito lavorativo, la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «Collaborazione, senso di unità, valori comuni». Marco li elenca senza pensarci due volte.

Ci sono poi dei settori che vanno implementati: «C’è da lavorare sulla digitalizzazione, altrimenti non possiamo avere flessibilità mentale. Esiste ancora questa pressione psicologica nel pensare che se uno non ha una certa età non può rivestire una determinata posizione. In Italia se sei un formatore cerchi di non formare il tuo assistente perché così il tuo ruolo rimane forte. Nelle società liberali è il contrario: vogliono che il team impari in fretta e che si cresca, cosicché anche il capo possa investire più su sé stesso e sulla propria formazione».

Un altro fil rouge tra giovani e lavoro è adattamento: «Basta dire mi sono laureato in questo e devo fare questo, bisogna saper inventare sé stessi e il proprio lavoro. La stabilità lavorativa è difficile da promettere, perché la società è cambiata, nel 2018 questo concetto non credo esista più. Ma è conseguenza necessaria dell’acceleramento tecnologico e della globalizzazione. Dobbiamo collaborare al fine di capire un mondo che cambia, dobbiamo essere pronti ad adeguarci, non piangere il passato».

Per Marco è come se esistesse una sorta di teoria per il successo, declinata tutta al “giovanile” (un modo di essere, più che un tempo verbale): «Niente scuse, analizzare i problemi e affrontarli senza paura dei fallimenti, che poi sono sempre necessari. Questa è una cosa che mi ha insegnato lo sport». Oltre che un comunicatore, la seconda vita di Marco Ricorda è tra la palestra e la cucina: è infatti un atleta competitivo e un appassionato di allenamento con i pesi e bodybuilding.

Mondi che non sono poi così lontani come sembrano: «Il bodybuilding mi ha insegnato tutto sulla comunicazione – spiega – competi per l’attenzione, vuoi che più persone possibili mettano quel pollice in su proprio sul tuo post, e quindi fai di tutto affinché accada. Diventa quasi un gioco e, quando arrivi a quel livello, non riesci più ad uscirne».

«Mi sento emiliano, italiano ed europeo allo stesso momento. E questo non crea alcun conflitto nella mia anima». Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata, tornare all’Unione Europea è come chiudere un cerchio. «Nel momento stesso in cui ci mettiamo alla ricerca di una nostra identità, è come se bloccassimo la società cosmopolita. Ribelliamoci a chi cerca di imporci questi pensieri». Ma c’è ancora qualche altro spunto di riflessione da battere a macchina, tasto dopo tasto: «L’UE deve smetterla di concentrarsi su un’unione economica e politica, deve diventare sempre più un’unione di valori e sentimenti condivisi. E attualmente non lo è».

E l’Italia? «Dobbiamo fare la nostra parte – conclude Marco – l’Italia deve cercare i propri valori, progressisti invece di conservatori, altrimenti ci riduciamo a piangere un passato insostenibile. Mettiamoci a tavolino, analizziamo le circostanze del presente e costruiamo un futuro migliore per questa società, non per i singoli individui».

Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Intervista a Andrea Garnero, economista all’OCSE e tra i consiglieri del governo francese. Tra resposabilità, economia, giovani e una punta di sano ottimismo.

Trentun’anni passati tra Cuneo, Bologna, Parigi, Bruxelles e Roma. Dopo aver lavorato in Commissione europea e a Palazzo Chigi, dal 2014 Andrea Garnero è economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE a Parigi. Dallo scorso agosto è stato anche nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Ruoli non privi di responsabilità.

Con lui abbiamo parlato a tutto tondo dei problemi italiani: non soltanto quelli dei giovani, ma anche quelli economici. Situazioni che procedono a braccetto, perché “la conseguenza diretta di un paese che non cresce – ci ha spiegato Andrea – sono sicuramente minori opportunità di lavoro e di minore qualità”.

Buona lettura con l’intervista al nostro Italian del mese.

 

Ciao Andrea! Non vorremmo iniziare con i numeri, ma con un economista direi che è quasi impossibile. Scherzi a parte, credo siano pochi i ragazzi che a 31 anni possano vantare una posizione lavorativa come la tua, niente di meno che al dipartimento Lavoro e affari sociali dell’Ocse. Quali credi siano le chiavi di questo successo?

Esageruma nen, diremmo in Piemonte. Per altro in Austria un mio coetaneo ha appena vinto le elezioni quindi a 31 anni ci sono persone che sono andate ben più lontano. Le chiavi del successo, se di successo vogliamo parlare (ma sono diversi gli italiani all’OCSE o in altre organizzazioni internazionali), sono innanzitutto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha educato alla curiosità e al pensiero libero e che ha sempre messo l’investimento in capitale umano al primo posto. Poi ovviamente gli studi, il lavoro, la disponibilità a spostarsi.

 

Parlando del tuo lavoro: potresti spiegarci meglio di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? E poi, andando a ritroso e soddisfando una curiosità personale: come sei arrivato a questa posizione? Raccontaci qualcosa di te.

Sono economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE. Mi occupo in particolare di salari minimi e contrattazione collettiva. Studio come queste istituzioni del mercato del lavoro funzionano nei vari paesi OCSE, cerco di capire qual è il loro impatto sull’occupazione, i salari, la disuguaglianza o la produttività e a seconda dei risultati elaboro delle raccomandazioni ai paesi su potenziali riforme da considerare. È un’area di lavoro molto stimolante che mi mette a contatto con i governi nazionali, ma anche sindacati e associazioni di imprenditori. Molti paesi negli scorsi anni hanno fatto riforme del sistema di contrattazione collettiva, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e ultima pochi mesi fa la Francia. Ma è anche un tema molto complicato e delicato perché profondamente radicato nelle culture sindacali e di relazioni industriali nazionali che spesso contano di più delle regole formali. Inoltre da agosto scorso sono stato nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Consigliare un governo su una scelta che avrà un impatto diretto al 1° gennaio di ogni anno su milioni di famiglie non mi fa per forza dormire completamente tranquillo. Eppure o il nostro lavoro di analisi serve a informare le politiche e il dibattito pubblico con i rischi che ne conseguono oppure non serviamo a nulla.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere dove immagino la competizione sarà alle stelle, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo dire che lavorare all’OCSE ha vari vantaggi tra cui un ambiente lavorativo molto stimolante e non troppo competitivo. O al massimo competitivo in maniera sana, avendo tanti colleghi bravi e motivati. Sono diversi gli italiani all’Ocse, come ovunque al mondo, anche in posizioni di grandi responsabilità. Non mi sembra di aver riscontrato particolari difficoltà o pregiudizi rispetto alla mia nazionalità. Dopotutto siamo tutti immigrati all’OCSE.

 

Secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto? Oppure quella di partire è più una spinta personale?

Per alcuni della nostra generazione il concetto di estero non è per forza legato alle frontiere nazionali. Io ho sempre avuto un interesse per le questioni europee e internazionali, spostarmi in Francia o in Belgio non mi è sembrato un passaggio epocale, anzi era una conseguenza naturale dei miei interessi e studi. Ho messo un po’ di cose in valigia, preso un treno e sono partito. All’inizio non è stato tutto facile a Parigi, ma non perché ero all’estero, ma perché da Cuneo e Bologna ero finito in una metropoli con i suoi ritmi e le sue distanze geografiche. In generale, non credo si debba mitizzare l’estero. Semplicemente se si considera uno spazio più ampio naturalmente le opportunità sono più numerose. Se uno cerca lavoro solo nel proprio quartiere avrà sicuramente meno opportunità che se allarga lo sguardo alla città, la regione, il paese intero o il mondo. Però non possiamo nascondere che non sempre e non a tutti il nostro paese offra le opportunità che vorremmo. Non stupisce visto che sono quasi vent’anni che non cresciamo e la produttività stagna. La conseguenza diretta di un paese che non cresce sono minori opportunità di lavoro e di minore qualità.

 

Sempre sul tema formazione e meritocrazia: potresti aiutarci a fare un confronto tra l’Italia e la Francia, dove te hai studiato a Parigi alla facoltà di economia? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

A Parigi ho prima fatto l’erasmus all’università (una delle cosiddette “fac“, facultés in Francia), e poi la specialistica in due scuole di “eccellenza” (cosiddette Grandes Écoles), l’Ecole Normale Superieure e la Paris School of Economics in cui gli studenti sono selezionati, le classi piccole, i professori tra i principali riferimenti nei propri settori. Per chi riesce ad entrare in quelle scuole (per i francesi dopo due o tre anni di preparazione sfiancante) tutte le porte si aprono. Chi va alle fac invece si trova spesso in condizioni peggiori che in diverse università italiane tra aule strapiene, organizzazione rivedibile e ambiente di studio non per forza stimolante. Un investimento (pubblico) vero nell’eccellenza è la differenza principale con l’Italia. Però università generali di buona qualità, non per forza per formare ricercatori di frontiera, sono anche molto importanti e su questo anche la Francia può e deve ancora fare meglio.

 

Partendo dalle tue esperienza economica e tenendo fisso lo sguardo al futuro dell’Italia: quali credi che siano i maggiori problemi da risolvere in ambito lavorativo?

Vaste programme. Ci vorrebbe un libro almeno, non un’intervista, per rispondere in maniera seria. Per rimanere nel mio ambito di studio e di lavoro penso che una discussione sul funzionamento delle relazioni industriali e negoziazione collettiva non sia più rinviabile. E poi investimenti. Sono state tra le voci di bilancio più martoriate in questi anni di crisi. Dove troviamo i soldi? Con uno slogan, perdonatemi la semplificazione, direi meno bonus e più investimenti. Industria 4.0 ha invertito il trend e i risultati si stanno vedendo. Però serve tornare a investire anche in capitale umano. Da lì, e solo da li, poi discenderanno lavori ben pagati, ad alto valore aggiunto.

 

Ma cosa significa Industria 4.0 nello specifico? Credi basterà a far crescere la produttività?

Industria 4.0 rappresenta un tardivo ma importantissimo cambio di rotta nei metodi e nei contenuti della nostra politica industriale. Nel metodo perché dà incentivi per gli investimenti in tecnologia in maniera automatica e non ad hoc, tagliando costi di transazione e nepotismi vari. Nei contenuti perché non sceglie i settori ma le tecnologie e ha fatto ripartire gli investimenti in capitale fisico (macchinari di vario genere per intenderci). Tuttavia Industria 4.0 ha un secondo pilastro fondamentale che finora non è partito, che è quello dell’investimento in formazione. Se compriamo macchinari ma non li sappiamo utilizzare o progettare non andremo molto lontano. Tuttavia la scelta dei competence center legati a Industria 4.0 continua a tardare e le risorse per la formazione nella legge di Stabilità non fanno bene sperare.

 

E per i giovani, invece, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ultimamente mi è capitato di parlare con una mia coetanea di ritorno da un’esperienza lavorativa in Olanda. Mi ha detto: “Io vorrei lavorare lavorare in Italia, ma qui nessuno mi paga. Finita l’università, la formazione sul campo non è retribuita. Come si aspettano che noi giovani, senza stipendio e con la sola laurea in mano, riusciamo ad inserirci nel mondo lavorativo?”. Ecco, vorrei rigirare a te la questione.

Capisco la frustrazione della tua amica. Sulla situazione generale dei giovani italiani vorrei però dire due cose: la prima è che la formazione sul campo andrebbe fatto prima della fine della laurea. L’alternanza scuola-lavoro che tante polemiche genera è un ottimo passo in avanti. Perfettibile ma irrinunciabile. Gli stage vituperati andrebbero fatti di più e durante il percorso di studi. Siamo il paese Ocse in cui meno si lavora durante gli studi. E così poi in qualche modo è ovvio che la prima esperienza lavorativa post laurea sia uno stage mal (o non) pagato. Non è colpa dei singoli, ma se vogliamo cambiare il sistema attuale cominciamo a non boicottare l’alternanza scuola lavoro anche se ci sono ancora cose da migliorare. La seconda è che il problema italiano non è tanto che i nostri giovani vogliano andare via. Questo avviene anche altrove. Il problema è che non riusciamo ad attirarne altri, o almeno non a sufficienza. La ricchezza di un paese si fonda anche sulla diversità della propria forza lavoro. Se tutti i nostri giovani stessero qui non saremmo per forza più ricchi. Però dobbiamo attirare giovani formati da altri paesi europei e non europei. Per riuscirci serve un mix di politiche migratorie intelligenti e investimenti.

 

Nel tuo curriculum leggo che hai lavorato come assistente per gli affari economici alla presidenza del Consiglio dei ministri. Insieme ai soliti “come” e “cosa” che nascono spontanei, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Innanzitutto che non è una professione! E che in generale che la politica non deve essere vista come una carriera. Ma solo come occasione di servizio temporaneo al paese. Ho avuto la fortuna per una serie di casualità legate alle mie esperienze a Parigi e Bruxelles e al mio impegno politico durante il liceo e i primi anni dell’università di essere chiamato a fare una mano al Presidente del Consiglio Enrico Letta. Seguivo il G20 e gli affari economici in generale. È stata un’esperienza incredibile, dal punto di vista umano e professionale. Ma che mi ha anche confermato quanto sia importante farsi una professionalità autonoma per non dipendere dagli umori della politica.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo tu, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Innanzitutto facendo il proprio dovere in Italia e all’estero. E poi portando a casa idee, esperienze, buone pratiche. Essendo in ritardo abbiamo la “fortuna” di migliorare semplicemente copiando gli altri. Anche dall’estero rimaniamo in contatto con gli amici e i colleghi che sono rimasti in Italia, facciamo rete, scambiamo idee, proposte.