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Poesia in viaggio: consigli di lettura da e per Italians

Dopo esser passata per i tornelli della stazione metro vicino casa, butto sempre un occhio sulla rastrelliera accanto alle macchinette per ricaricare la Oyster Card. Lì sono allineate ben bene le mappe della metro e volantini vari per offerte e programmi per pendolari e turisti. Nell’ondata di messaggi solidali del post-Brexit che nella capitale inglese, sotto invito del sindaco Sadiq Khan, son fioriti sotto il titolo di #LondonisOpen, un volantino un po’ più corposo è spuntato nell’espositore.

Si trattava di uno dei librettini di Poems on the Underground, un’iniziativa che vede la collaborazione del Transport for London, l’Arts Council England ed il British Council. L’edizione del 2016 si apriva con il sonetto ‘Composed upon Westminster Bridge, September 3, 1802’, un’ode romantica di William Wordsworth, inspirata dalla vista dal ponte di fronte al Parlamento e dedicata all’industriale Londra del diciannovesimo secolo. La collezione includeva composizioni di autori più o meno famosi, celebrando la diversità della nazione, nel suo passato, presente, e futuro di paese che accoglie.

Una più recente edizione, quella distribuita nel 2017, presentava rime di poeti Indiani dell’epoca contemporanea. Gli autori offrivano svariati spunti di riflessione, sulla natura, sulla diaspora del popolo Indiano, sulle tradizioni familiari.

Per l’attento viaggiatore, le poesie, di qualunque di queste pubblicazioni, posson esser lette al di sopra dei sedili nei vagoni della metro. Lanciata per la prima nel 1986, l’iniziativa Poems on the Underground nacque dall’idea di tre scrittori: Judith Chernaik, Gerard Benson, e Cicely Herbert. Oltre che esporre le proprie opere ad un pubblico decisamente più ampio e vario che quello delle biblioteche, il progetto ha lo scopo di portare una spolverata di arte e qualche linea di inspirazione nelle frenetiche vite dei passeggeri.

Non sono pochi gli italiani, inglesi e stranieri vari che, dopo alcuni anni nella movimentata e attraente città, hanno deciso poi di trasferirsi se non nelle aree più in periferia, addirittura in una delle cittadine poco fuori dalla M25 – l’autostrada che circonda Greater London. Le loro esperienze raccontano di vite piuttosto stressate e troppo di corsa. Al di là del luccichio delle strade, delle infinite possibilità culturali e di divertimento, della super flessibile e multitasking vita possibile, Londra è frenetica. Recentemente, stanno spuntando fuori alcuni sondaggi e studi che rivelano alti livelli di solitudine e stress dei cittadini. Per non parlare del tasso di inquinamento, non solo per quel che riguarda l’aria che respiriamo, ma anche per la vera e propria spazzatura, la cultura dell’usa e getta, che “tanto non c’è tempo”, “sbrigati, lascia lì”, e via dicendo, il quale deprime abbastanza se si pensa alle tante proteste e buoni propositi per salvare il pianeta.

Non c’è molto da meravigliarsi che il trasporto sia uno degli argomenti favoriti di chiacchiere e polemiche. Gli scioperi dei lavoratori per quello cittadino sono veramente pochi, ma le linee metropolitane di tanto in tanto rischiano rallentamenti, più o meno leggeri, per via di guasti tecnici o lavori in corso ,ora a quella stazione ora ad un’altra. Chiusure improvvise e inaspettati lunghi tempi di attesa sulla banchina. Ci sono persino due fasce di prezzo differenti, l’off-peak (più economica) e la standard, per scoraggiare turisti e occasionali viaggiatori dal prendere il treno all’ora di punta e sperare così di render i vagoni meno gremiti – pieni zeppi, se rende meglio l’idea – di quanto già non lo siano la mattina alle otto o il pomeriggio alle cinque e mezza.

C’è chi, dopo un po’ di necessaria esperienza lavorativa e sociale nel cuore della city, accetta di non poter più sostenere certi ritmi e che un cambio di stile di vita, mantenendo una distanza decente con la capitale, sia dovuto. È chi, come un vero innamorato/a, non riesce a metter il piede troppo fuori da Londra, e cerca di adattarsi come meglio può agli orari fuori orario, ai prezzi senza calmiere, alle pozzanghere sempre presenti sui marciapiedi, nei parchi, davanti alla porta di casa.

Nelle gallerie della ramificata rete metropolitana continua a non esserci campo né un alternativo accesso ad Internet (se non in alcune stazioni con wi-fi). Qualcuno indossa le cuffie e continua imperterrito a far scorrere il dito sullo schermo del cellulare fisso all’ultima pagina web aperta. Qualcuno sfoglia il Metro mentre il vicino allunga il collo per farsi un’idea dei titoli della giornata. Qualcuno sonnecchia, qualcuno ha aperto un libro. Al di là dell’assordante rumore dell’accelerazione e freno del treno, nella moltitudine e varietà dei tanti passeggeri accomunati da quella corsa, tra gli accattivanti e petulanti cartelloni della pubblicità, un piccolo squarcio si apre al leggere dei versi di poesia, ora di Sujata Bhatt, ora di Robert Burns, Louis MacNeice risiede in questo vagone, Emily Dickinson in quell’altro.

Si tratta di poche parole, di qualche verso, ma per molti pendolari sul punto di cedere a nostalgici ricordi di casa, alla deprimente pila di lavoro in attesa in ufficio, o all’emozionante ma anche affollata settimana che si ha davanti, posson rivelarsi come provvidenziale boccata d’aria fresca.

E visto che la letteratura è quel portale per comprendere l’altro, vorrei tanto che simili progetti di poesia in viaggio diano anche quel guizzo di inspirazione ad abbracciare una cultura più europea, per gli inglesi, e più accogliente, per gli Italiani.

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restar solo in viaggio…

un vestito, un pane, un frutto

e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuole venire.

Lui resta, fedele come un cane.

nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

Il treno degli emigranti, Gianni Rodari

Intervista a Laura Palazzetti, studentessa a Londra in Immigration Law: “Il problema italiano non è il movimento di cervelli, ma il fatto che non riusciamo ad attrarne degli altri”

Londra, terra di giovani expat per eccellenza. Questo mese noi di The Italians siamo tornati – telefonicamente parlando – nell’amata Inghilterra, dove abbiamo conosciuto e scambiato opinioni con Laura Palazzetti, perugina classe 1991 attualmente iscritta al corso post laurea in Diritto dell’immigrazione alla Queen Mary University.

Dopo una laurea in giurisprudenza e un anno e mezzo di pratica in uno studio legale della sua città, Laura ha trovato la sua strada:

“Sono sempre stata attratta dai diritti umani – ci racconta – da qui la decisione di un master così specifico. Ma sono iniziate subito le difficoltà: in Italia ci sono veramente pochi corsi dedicati al diritto dell’immigrazione, il che è paradossale visto il momento storico che stiamo vivendo…”

E quindi, cos’è successo?
Ho iniziato a fare una ricerca in internet, mi segnavo tutte le università che prevedessero un LLM in Immigration law. In Olanda, in Belgio e in Inghilterra ovviamente. Ho scelto quest’ultima, sono arrivata a Londra lo scorso maggio perché il master sarebbe iniziato a fine settembre e prima bisognava affrontare la fase di selezione e ammissione. Per fortuna è andato tutto bene, sono molto soddisfatta della mia scelta. Ci tengo a sottolineare che non sono scappata dalla mia città o dal mio paese, semplicemente in quel momento non c’era quello che cercavo.

Raccontaci qualcosa del mondo universitario inglese: com’è strutturato il master? Che clima si respira?
Premetto che nel mio corso sono l’unica italiana, ci sono studenti che veramente vengono da tutte le parti del mondo. Sono principalmente francesi, canadesi, cinesi e anche indiani. L’università ti permette di scegliere le materia da seguire, che sono comunque sei per tutto l’anno. Anche le ore di lezione sono pochissime, massimo otto a settimana perché il resto del tempo è dedicato ad eventi attinenti le materie scelte ed organizzate dall’università stessa. Il resto del tempo lo impieghiamo in micro-progetti, come presentazioni e ricerche. È un sistema molto dinamico, partecipativo ed inclusivo, soprattutto.

Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?
Il modello inglese è completamente diverso da quello italiano. È una differenza fondamentale, di livello concettuale: in Italia si va a lezione per imparare un argomento, qui è l’esatto opposto. Una settimana prima delle lezioni i docenti ci mandando per mail il materiale da studiare, e a lezione loro si limitano a riassumere i punti salienti della materia che abbiamo già studiato autonomamente a casa, e poi c’è il dibattito tra studenti. Siamo chiamati ad interagire costantemente, cosa che non mi era mai successa finora. A Londra ho avuto fin da subito l’impressione che la mia opinione contasse.

Quali sono le difficoltà più grandi che uno studente italiano si trova ad affrontare in un’università di un altro paese, nel tuo caso l’Inghilterra?
Oltre ad una lingua nuova da imparare, ci sono tutta una serie di difficoltà che in Italia non siamo stati abituati nemmeno a considerare. Nel mio caso – così come nella maggior parte delle università umanistiche – bisogna considerare la questione “esami”: qui sono quasi tutti scritti, sono lavori di ricerca e di approfondimento anche “sperimentale”, mentre in Italia sono quasi tutti orali e per lo più nozionistici. Sto facendo molta fatica perché in cinque anni di università italiana non ci hanno mai fatto scrivere mezza parola, e farlo adesso per la prima volta e per di più in inglese è abbastanza difficile. Ma da una parte credo sia meglio, perché si tratta di una valutazione molto più oggettiva.

Questa è la tua prima esperienza da studente all’estero, ma non la prima da lavoratrice. E nemmeno la prima a Londra!
Esatto, già nel luglio del 2016 mi ero trasferita qua per fare dei corsi di lingua e lavorare contemporaneamente. Questo perché, subito dopo la laurea, mi ero accorta di non saper parlare adeguatamente l’inglese, una carenza che riscontro in tanti altri coetanei italiani. Così ho deciso di approfittare del momento di “crisi” post laurea e di trasferirmi a Londra: ci sono rimasta fino al febbraio dell’anno successivo, tra un lavoro e l’altro. Il primissimo colloquio l’ho fatto otto giorni dopo essere atterrata, come commessa e cassiera in un negozio di souvenir. È stata una bella esperienza, utile soprattutto: ho scoperto che l’inglese che studiamo a scuola non è quello che parlano in Inghilterra, e per me è stato abbastanza uno shock.

A proposito di lavoro, è vero quindi che a Londra ci sono tante più occasioni che in Italia? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa situazione?
Assolutamente si, a Londra si trova lavoro immediatamente e con molta facilità. Questo perché c’è dietro tutto un mondo che funziona bene: ci sono tantissime app per il cellulare dedicate al lavoro e qui i centri per l’impiego funzionano davvero. Idem con le società di recruitment, basta iscriversi e sono loro poi a gestire la tua ricerca lavorativa. Ovviamente è un bene per chi, come è stato nel mio caso, cerca un lavoro “qualunque”; non so come sia la situazione per delle professioni specifiche.
Però ti posso dire una cosa: adesso che sono nel mondo universitario, vedo che anche in questo ambiente c’è grande attenzione alla ricerca del lavoro alla fine del corso. L’università stessa seleziona gli incontri, ti aiuta a creare contatti e a scrivere la cover letter, che qui è molto più importante del curriculum vitae. Ed è un lavoro che fanno di gruppo ma anche individualmente, studente per studente. Per esempio adesso, grazie all’università, sto facendo un internship con Edal (European Database of Asylum Law): mi occupo di database in merito alle sentenze del diritto di asilo. Sinceramente, mi aspetto tante altre esperienze del genere da qui fino alla fine del master.

Una domanda che ti riguarda in più ambiti. Senza scadere troppo nel dibattito politico, cosa ne pensi della situazione attuale dei migranti in Italia?
Dirò solo che mi ritengo fortunata a leggere le notizie dell’Italia da lontano. Sono molto passionale e appassionata al tema, quindi una certa lontananza geografica mi aiuta.
Quello che noto, leggendo i quotidiani italiani e monitorando i social network, è che vengono riportate notizie senza dati, che è la cosa più grave che si possa fare per capire quello di cui si sta veramente parlando. Penso che non sia un problema solo italiano quello di accumunare il tema della migrazione a quello della criminalità, tanto che in Inghilterra esiste addirittura il termine che unisce le due parole, “crimmigration”. Ma da noi la questione è ingigantita a livello preoccupante.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più importanti di questi giorni è il Brexit. Cosa cambia per voi italians?
Ah la Brexit, se ne parla davvero moltissimo qua, tutte le prime pagine dei quotidiani sono su questo, è all’ordine del giorno. Ovviamente ognuno da la propria opinione personale e la propria interpretazione, ma alla fine dei conti se ne sa poco. Siamo in attesa anche noi di notizie, ma in generale nella vita di tutti i giorni non si percepisce questo cambiamento imminente. Quello che è veramente interessante è la quantità di incontri e convegni che vengono organizzati sul tema: si tratta comunque di un cambiamento epocale, e se si considera la questione da un lato puramente intellettuale diventa una vicenda molto stimolante. C’è questo fermento culturale, un grande movimento di studiosi, ricercatori, attivisti e professionisti di ogni genere che si vedono per parlarne e studiarne cause e conseguenze. A prescindere da questo, personalmente la vedo un po’ come una sconfitta, sia se sarà una soft Brexit che un hard Brexit. Significa che tanto la Gran Bretagna quanto l’Europa non hanno avuto la forza negli anni passati di gestire questa situazione, e ora si cerca di rimediare in qualche modo.

Concludendo: in merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Partiamo dal termine “cervelli in fuga”: innanzitutto non mi considero in fuga, perché non sto scappando da niente e andarmene è stata una mia libera scelta. Semmai sono un “cervello in ricerca”, sono un’emigrata fortuna che cerca di crearsi un background di conoscenza in materia di immigrazione. A Londra ho trovato quello che stavo cercando e a Londra mi sono fermata. Proprio non capisco il significato di questa espressione, la gente si sposta da sempre. Il problema italiano non è il movimento di cervelli, quanto piuttosto il fatto che lasciamo andare via tutti ma non siamo in grado di attrarre nessuno. Ben venga che le persone si spostino, ma bisognerebbe compensare in qualche modo. L’Italia dovrebbe essere in grado di offrire quello che offrono gli altri paesi: più tipi di formazione e specializzazione, un nuovo regolamento per il mondo lavorativo, più opportunità e più competitività anche a livello economico, perché per lo stesso lavoro veniamo pagati di meno in Italia rispetto che a Londra, tanto per dire. Dobbiamo puntare ad essere un paese meritocratico, dove le persone competenti fanno il proprio lavoro e dove ci sono possibilità di crescita sia personale che professionale. Una volta raggiunto questo obiettivo non abbiamo più nulla da invidiare agli altri, anzi!

Home sweet home… da quale parte della frontiera?

Ogni volta che passo la frontiera inglese, atterrata a destinazione del mio volo da Londra, sullo schermo del mio telefonino compaiono due orari: ‘home’ e ‘local’.

Durante i viaggi fatti quest’anno, nel corso di conversazioni con amici e familiari, mi sono accorta di sempre più frequenti espressioni che usavo – come “lo sistemo una volta a casa”, “ci siamo organizzate così a casa”, “quello ce l’ho a casa” – facendo riferimento alla mia stanzetta in soffitta a Londra. In un momento di così grande incertezza per gli stranieri in Inghilterra, è un po’ strano ascoltarsi parlare della città oltremanica come il luogo più familiare. Al punto che, in attesa che il numero del gate compaia sul display dell’aeroporto, venga il dubbio se si stia facendo ritorno a casa o se ci si stia prendendo una breve vacanza in Italia.

Eppure, tra le mura domestiche a Roma, i miei libri di letteratura sono disposti ancora nell’ordine in cui mi piacevano, la chitarra è rimasta appoggiata contro lo scaffale dove l’avevo lasciata, e nella credenza della cucina ci sono sempre quattro pacchi di biscotti aperti della Mulino Bianco.

L’armadio è semivuoto perché ho portato a Londra gli abiti ai quali tenevo. Quando arrivo, il trolley fluttua per giorni nel salone quasi completamente vuoto e poi gradualmente viene ri-riempito fino alla data di partenza. E il cellulare segnala l’orario di Greenwich come “home”.

La maggior parte della mia vita si è svolta nello stesso luogo, sotto lo stesso tetto: niente Erasmus, e istruzione fino alla triennale nella propria città natale. Adesso, i rientri su suolo italiano si sono limitati alle grandi feste.

Tutto sembra e suona familiare a Roma. Eppure, l’esperienza di Londra rende difficile accettare il trasporto pubblico non ramificato, le tremila carte da compilare, firmare e consegnare fisicamente quando si va agli uffici, la necessità di tenere la borsa chiusa ben stretta al fianco con una mano quando si passeggia.

Tutto sembra e suona familiare a Londra. Eppure, anche l’umore a volte sembra risentire della mancanza del sole sulla pelle, i prodotti culinari hanno il loro caro prezzo, e proprio non riesco a capire perché ci si rivolge a tutti con hi e goodbye, ma poi ci si imbarazza così tanto a salutarsi con il bacio sulla guancia: si deve essere formali o meno?

Pensando alle storie di molti connazionali arrivati nel Regno Unito per strade così diverse e quasi sempre intraprese con non poco coraggio, mi riecheggiano in testa quei versi danteschi «tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.» (Paradiso, XVII, vv. 58-60).

Ma poi torno a guardare la cronaca, alle strade di Londra dove i colori della pelle hanno le più varie sfumature, ai premi nazionali in giro per il mondo assegnati ad expats, ai curricula che pullulano sempre di più di città fuori dai confini della propria terra madre. C’è chi incolpa la globalizzazione e la libera circolazione di merci e di persone, chi ringrazia perché un tale crollo delle barriere consente una via di fuga.

Il mio pensiero si blocca comunque su una singola breve parola: casa. Home sweet home.

Incentivati sempre di più e prima a fare esperienza all’estero, si aprono gli occhi su una grande varietà di politiche interne ed ordinamenti: in fondo, non tutto rischia di essere così soffocante. Ci sono soluzioni – leggasi: altri paesi – dove si può vivere diversamente. Complice anche la tecnologia e un accesso maggiore a molteplici mezzi di trasporto e comunicazione, varcare il confine non fa più paura. La frontiera non sta più a segnalare il passaggio verso un mondo lontano ed impervio come poteva apparire ai nostri genitori, o, ancor di più’, ai nonni.

In realtà, c’è qualcosa che la loro generazione condivide con la nostra: come i migranti dal Sud al Nord o come gli Italiani che si imbarcarono per l’America a cercar fortuna, noi ci muoviamo a seconda del lavoro. Qualcuno si avvia prima, per via dello studio, ma la necessità rimane ancora la forza trainante. Mentre nel secolo scorso, però, la famiglia a casa si vedeva come abbandonata e il trasferimento fuori patria veniva sentito come un esilio, oggi tutto ciò viene abbracciato come un’opportunità.

Casa diventano le tante abitazioni condivise con amici, colleghi, lontani parenti. È vero: non è mai la propria abitazione con i mobili e la dis/organizzazione come ci piacerebbe, ma gli stili di vita diventano più spartani, e si impara ad economizzare per amor dell’esperienza. Casa è poter tornare dalla propria famiglia e parenti per Natale e sapere che si è giustificati sempre e comunque per rimanere a dormire fino a tardi e girare per le stanze in pigiama.

Casa è dove ci si sente liberi di poter praticare la professione per cui si ha studiato a lungo, dove ci si sente sotto osservazione meno per la giovane età quanto più per la propria onestà. Casa è poter tornare a passeggiare lungo i viali di dove si è trascorsa l’infanzia.

Senza rimuovere ‘tradizione’ e ‘stabilizzazione’, bisogna notare ad ogni modo che ‘opportunità’ ed ‘esperienza’ son diventate le nuove chiavi di lettura dei moderni flussi migratori intra-europei. Non si tratta di frenesia dei millennials, ma solo di una nuova evoluzione del mondo. Alle volte, però, quei versi danteschi riecheggiano ancora. Insorge un po’ di amarezza, allora, perché a differenza del grande poeta, noi suoi connazionali non abbiamo tutti un bando che ci impedisce il rientro, ma è la patria stessa in qualche modo a renderlo più difficile.

Intervista a Eleonora Ossola, direttrice commerciale a Timbuktu Labs, la start up delle Bambine Ribelli

Da quando è uscito non si è parlato d’altro. Anzi, da quando sono usciti: i due libri delle Bambine Ribelli (Good night stories for rebel girls 1 e 2) sono stati un vero e proprio caso editoriale, un successo del crouwfunding. Non siamo qui a dirvi i numeri, che tanto quelli li trovate poco più sotto.

Adesso vogliamo presentarvi la nostra Italian del mese: Eleonora Ossola, 33 anni, nata a Tradate (Varese) ma cresciuta tra la ridente Venegono Inferiore e NYC, Milano e Londra. Anche lei è parte della grande famiglia delle Bambine Ribelli. Dopo aver lavorato circa 10 anni nell’editoria e 8 in radio, infatti, attualmente si trova a Londra dove è Global Sales Director a Timbuktu Labs, la start up delle rebel girls.

Tra le sue passioni c’è anche la danza, il suo primo amore: dai 4 ai 19 anni ha studiato danza classica tra Varese e Milano, mentre a NYC ha studiato contemporanea alla Martha Graham School of Contemporary Dance. E poi la radio, ovviamente, la musica e le storie. Soprattutto quelle al femminile.

Ciao Eleonora! Iniziamo subito dal tuo lavoro come direttore commerciale di Timbuktu Labs, la start-up delle Bambine Ribelli. Di cosa ti occupi nello specifico e come sei arrivata a farlo?

Sono direttrice commerciale a Timbuktu Labs, sono capo del sales team e responsabile delle vendite dei nostri libri in lingua inglese. Praticamente il mio scopo è quello di assicurare che i nostri libri siano in tutte le librerie, di tutto il mondo!
Conoscevo il fenomeno Rebel Girls appena uscito perché non si parlava di altro nel mondo dell’editoria, ma sono entrata in contatto con il team di Timbuktu grazie ad una mia amica che ha ricevuto una newsletter dove si diceva che erano alla ricerca di un sales director. Ho quindi risposto all’email e atteso… dopo qualche settimana è arrivata la risposta, poi il colloquio via Skype e da lì è scoccata immediatamente la scintilla.

Ma soprattutto: che emozione è far parte di questo progetto così forte e inclusivo? So che sei tornata da poco da un viaggio per Shanghai per Rebel Girls e da uno per Francoforte. La tua vita con questo lavoro è cambiata così tanto oppure è sempre stata con la valigia in mano?

Timbuktu rappresenta esattamente dove voglio essere ora: un gruppo di talenti che lavorano per divulgare un messaggio ben preciso, ovvero che il genere non deve limitare le opportunità di una persona. A Timbuktu si respira un’aria molto stimolante: si lavora senza sosta e l’entusiasmo è sempre palpabile, ma chiaramente in un ambiente così dinamico e veloce non si scappa allo stress. Ma se si ama quello che si fa e se lo scopo è chiaro allora la stanchezza e la paura passano in secondo piano.
Stavo aspettando un’occasione così. Ero stanca di lavorare per grandi aziende dove difficilmente ti senti partecipe delle cose. Aspettavo di potermi sentire responsabile e di poter mettere a frutto le mie qualità per uno scopo che sentivo mio, e finalmente ho incontrato la famiglia delle Rebel Girls.
Da quando vivo a Londra ho sempre viaggiato molto, ma da quando lavoro per Timbuktu sono praticamente sempre in giro. Tra pochi giorni partirò per Los Angeles dove abbiamo la sede principale, e da lì poi andrò in Australia dove stiamo aprendo un centro logistico di spedizione dei nostri libri.
Quando comunichi con tutto il mondo è essenziale viaggiare per conoscere le persone con cui lavori ed entrare in contatto con le culture e dinamiche locali.
Però attenzione, viaggiare per lavoro non è come andare in vacanza. A volte non hai nemmeno il tempo di mettere il naso fuori ed esplorare le città dove ti trovi. Spesso sei solo e passi moltissimo tempo sospeso in aereo (sono in grado di passare 10 ore a guardare film senza chiudere occhio). Però è un ottimo modo per assaporare come si vive altrove.
Ho amici commerciali che per esempio non amano viaggiare così spesso. Non è per tutti.

Good Night Stories for Rebel Girls” è forse uno dei libri che ha avuto più successo economico in una campagna di Crowfounding lanciata su Kickstarter. Ad oggi, con il volume numero 2 nelle librerie di tutta Italia (e non solo!), a cosa pensi sia dovuto questo enorme interesse? È la riscossa del potere femminile?

Good Night Stories for Rebel Girls è il secondo libro più venduto nella storia del crowdfunding, battuto da Good Night Stories for Rebel Girls 2! Abbiamo appena lanciato il nuovo titolo I Am A Rebel Girls che ha raggiunto il target su Kickstarter in solo 8 ore!
Sono tanti i motivi per cui i nostri volumi hanno avuto così tanto successo (hanno venduto oltre 3 milioni di copie in meno di due anni e sono stati tradotti in oltre 47 lingue – sono numeri folli!). Senza dubbio le autrici Elena Favilli e Francesca Cavallo hanno saputo riconoscere e colmare un grande vuoto che mancava nell’offerta editoriale di sempre. La tempistica è stata perfetta, infatti il crowdfunding del volume 1 è uscito in America durante la campagna elettorale di Hillary Clinton alla presidenza e poco prima del movimento #metoo. La qualità dei libri è eccezionale: dal design alle illustrazioni, dal format al contenuto. Il lavoro di marketing e comunicazione è un altro punto di forza di Timbuktu che, oltre a produrre e distribuire i propri contenuti in maniera totalmente indipendente, è in contatto diretto con i priori lettori e followers. Oltre ai prodotti in se, anche l’approccio di lavoro e il business model di Timbuktu Labs sono completamente rivoluzionari e innovativi.

Qualche anticipazione su quello che verrà dopo: cosa dobbiamo aspettarci noi fan di Bambine Ribelli? Ci sono altri progetti o altri temi che state sviluppando? Magari anche in patria?
Ci sono moltissime idee chiaramente. Al momento posso dire che il 5 dicembre uscirà I Am A Rebel Girl: A journal to start revolutions. E’ rivolto a tutte le rebel girls nel mondo: è arrivato il momento di essere le bambine ribelli che avete sempre voluto, reclamare il vostro spazio nella società e dare voce alla rivoluzione che è in voi! Ovviamente uscirà anche in italiano.
A primavera dell’anno prossimo uscirà la seconda serie di podcast, dopo l’incredibile successo della prima.
E poi… e poi stay tuned e stay rebel!

Prima di Rebel Girls hai avuto diverse esperienze lavorative, come quella di Responsabile internazionale delle vendite della Scholastic, una casa editrice tra le più rinomate. Potresti raccontarcele brevemente? Inoltre: credi che in Italia non avresti potuto trovare le stesse opportunità professionali, ci hai provato, oppure faceva parte di un tuo progetto lavorare in un altro paese?
Ci ho provato eccome, in Italia. Nel mondo della radio mi è stato detto che, per quanto brava, non ero un nome conosciuto e quindi le possibilità si riducevano drasticamente.
Per quanto riguarda il publishing, ho lavorato per una casa editrice Milanese (Tsunami edizioni) la quale mi ha permesso di esplorare e fare i primi passi nel mondo dell’editoria. Sono tuttora molto grata a Eugenio, Max e Donatella per avermi preso con loro. Purtroppo però in Italia le possibilità sono limitate e si valorizza molto poco chi fa i libri.
Ho quindi deciso di dare una svolta alla mia vita e venire a Londra… come vedi l’ambizione (a volte estrema) non mi manca. Scholastic per me è stata un’esperienza fantastica perché mi hanno sempre dato la possibilità di proporre e seguire progetti nuovi, fidandosi del mio giudizio.
Ho anche avuto la fortuna di lavorare a fianco di colui che è poi diventato il mio primo mentore in campo professionale, Gordon Knowles (Managing Director a Scholastic). Gordon è stato il primo a insegnarmi le dinamiche dei mercati internazionali e a capire davvero il mio potenziale. Siamo rimasti molto amici.

Tornando sul personale: la tua vita lontano da casa è iniziata molto presto, quando avevi solo 19 anni. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Ho deciso di lasciare l’Italia la prima volta a 19 anni per andare a studiare a NYC. La mia grande passione è sempre stata la danza e volevo assolutamente farne una professione, una volta finiti gli studi obbligatori. Purtroppo però per fare la ballerina professionista, oltre a tanta disciplina e passione, ci vogliono anche certe predisposizioni fisiche che non avevo e quindi… non sono scesa a compromessi e ho deciso di prendere altre strade. A malincuore ho finito il primo anno a NYC e sono tornata in Italia. Difficile, ma è stata la scelta migliore per me. Una volta a Milano mi sono iscritta all’Università e li ho vissuto qualche anno barcamenandomi tra studio e lavoro (ho co-condotto Passengers su LifeGate Radio e altri programmi satellite). Sono laureata in Lingue e Letterature Straniere (russo, francese, inglese e spagnolo).
Ho lavorato qualche anno a Milano in editoria ma la totale desolazione lavorativa che regna in Italia mi ha schiacciato. Sono molto critica nei confronti dell’Italia perché è un paese che non da’ possibilità. C’è come una coltre di apatia nel mondo lavorativo italiano che mi ha sempre molto depresso.
Quindi ho dato le dimissioni, ho fatto le valigie e a gennaio 2013 sono venuta a Londra a lavare pavimenti mentre facevo uno stage gratuito per una casa editrice (giusto per entrare nel mondo editoriale inglese). A settembre 2013 sono stata assunta a Scholastic per coprire a una maternità e dopo 2 anni ero Manager del dipartimento ELT. Sono rimasta a Scholastic circa 4 anni. In 4 anni a Londra ho fatto quello che in Italia neanche in 10.
Oggi sono felicissima perché sento che sto investendo le mie energie in qualcosa in cui credo molto, quindi ogni sforzo vale la pena e vedo il segno delle mie azioni.
Il futuro mi ha sempre preoccupato poco, qualsiasi cosa mi si prospetta davanti la saprò gestire. Sono molto pragmatica.

Due delle tue passioni, la danza e la radio: com’è differente anche solo l’approccio a queste due professioni in Italia rispetto che a Londra o in America? Parole come “meritocrazia” o “opportunità” non entrate a far parte della quotidianità?
La danza e la radio sono le mie più grandi passioni, premettiamo, ma non le uniche. Oltre ad adorare la musica (sono cresciuta a pane e musica classica ma sono sempre in costante ricerca di brani che non conosco), mi piace moltissimo relazionarmi con le persone e raccontare storie. Sono molto curiosa. Molto.
Infatti… Sin da bimba ho avuto mille hobby e tra le varie cose ho studiato ci sono il pattinaggio sul ghiaccio, recitazione, tip tap, baseball, chitarra classica e pianoforte. Al momento la mia grande valvola di sfogo è andare nuotare, soprattutto se in acque aperte. Qui a Londra vado nel Tamigi (dove balneabile) o alla piscina all’aperto di London Fields.
In generale in Italia si valorizza poco il talento e la passione, mentre si da troppo spazio a meccanismi malsani e molto conservatori. Posso dire  che a Londra c’è la possibilità di provare, sperimentare ed essere presi sul serio. C’è molto meno pregiudizio e più elasticità mentale. Ovviamente c’è anche molta più competizione e la gara può essere spietata, ma se la si guarda dal punto di vista positivo dello stimolo a fare meglio, Londra è una città viva e che brulica di idee e talenti.

Adesso la tua vita è stabile a Londra, forse una delle mete più amate degli expat italiani. Com’è realmente vivere lì? Ci sono miti da sfatare? Ti senti ben accetta oppure hai dovuto superare dei pregiudizi?
Come ho accennato sopra, Londra è una città stimolante. Dopo 5 anni io mi sento a casa.
Miti da sfatare: gli inglesi non sono freddi, sono solo più onesti (anche quando ti dicono di non avere voglia di interagire) e si mangia benissimo. Con il fatto che a Londra convivono moltissime culture diversi, trovi ottimo cibo da ogni dove. Il tempo ecco, quello è tragico come si racconta: diluvia ed esce il sole nella stessa ora, però si sopravvive.

E per quanto riguarda la Brexit: Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione, magari più “diversi” rispetto a prima?
Brexit = confusione. Direi che al momento non si capisce molto cosa accadrà. Sicuramente sarà molto più complesso per gli europei entrare in UK dopo Marzo 2019 però attendiamo di scoprire il risultato finale…Nel mentre la vita di tutti i giorni non è cambiata molto, no.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
In tutta sincerità no, non ho intenzione di tornare in Italia. Mai dire mai, ma al momento non lo vedo proprio possibile.
L’Italia è un paese stupendo se si pensa alla storia, alla cultura, al cibo, alla lingua… Ineguagliabile. Mi mancano i laghi delle mie zone, il profumo dei boschi, il pane fresco della panetteria in piazza, le campane della domenica, il bianchetto al circolino con amici e gli anziani del paese che ti conoscono per nome… Ma la situazione politica attuale mi spaventa tantissimo e non so se riuscirei a riadattarmi a quel clima di negatività e chiusura mentale. Ogni tanto scherzo con i miei genitori e gli dico “Ragazzi iniziate a imparare l’inglese perché io non torno, sarete voi a trasferirvi su da me!”.
Spesso sento dire che gli expat hanno girato le spalle al loro paese e che sarebbero dovuti rimanere a cambiare la situazione. Innanzitutto ci sono persone che hanno voglia di tornare a casa dopo un’esperienza all’estero e questo è un enorme dono che si fa al proprio paese perché si importa una ricambio di energie vitale. E poi io la vedo proprio al contrario: è a noi che il nostro paese ha girato le spalle quando non ha deciso di investire sui giovani, sulle idee, sui talenti, sull’educazione e sulle possibilità di carriera.
Costruirsi una vita all’estero non è sempre facile, anzi. Ma vale la pena provare.

Intervista ad Alessia Marcantonio, traduttrice audiovisiva a Londra. Come trovare lavoro in Uk in tempo di Brexit

Per l’intervista di questo mese torniamo a Londra, terra di expat. Dal 2012 questa è la casa della nostra Italian del mese Alessia Marcantonio, 25 anni originaria di Sulmona.

In questi 6 anni fuori casa Alessia ha alternato lo studio a lavori da commessa. Tra l’ottobre 2013 e l’aprile del 2017 ha conseguito la triennale in Lingue e Culture Moderne studiando da non frequentante all’Università de L’Aquila. In quello stesso momento era a Londra, dove lavorava in negozio e preparava gli esami prima e dopo il turno, per poi tornare in Italia per le sessioni. Una vita in bilico tra due mondi.

Giusto il mese scorso ha terminato il MSc in Traduzione Audiovisiva. E adesso inizia la parte più difficile: la ricerca di un lavoro che sia contestuale al titolo di studio. Un problema solo italiano? Scopriamolo insieme!

Ciao Alessia! La tua vita in Inghilterra è iniziata molto presto, subito dopo la maturità. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Sì, è stato ben sei anni fa! La ragione principale è stata che non sapevo quale facoltà scegliere dopo il liceo. Avevo troppi sogni e dovermi limitare a seguirne uno solo sembrava una scelta più grande di me. Sono partita con l’idea di prendermi un anno sabbatico e schiarirmi le idee, ma quando Londra ti prende diventa impossibile lasciarla. Più che soddisfatta sono grata, non riesco ad immaginare che tipo di persona sarei oggi se non fossi partita per Londra nel 2012. Avevo sogni più “infantili” e li ho un po’ persi per strada, ma ho comunque trovato la mia “vocazione” nella traduzione audiovisiva, ed è un qualcosa che non sapevo neanche esistesse fino ad un paio di anni fa. Quindi sì, sono soddisfatta, grata e fiera della mia scelta.

Si parla molto (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti una di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La mia storia non è iniziata come una “fuga”, perché la mia scelta era scaturita dal desiderio di partire e non dal bisogno, e tante persone iniziano la loro esperienza estera come me, perché si sentono “a casa lontano da casa”. Purtroppo però, tra le persone che ho conosciuto qui, sono molto più numerose quelle che sono partite perché in Italia facevano fatica, con o senza un titolo universitario. Per quanto io ami Londra, sono più che consapevole dell’infinità di lati negativi che vivere qui porta con sé, e se penso a tutte quelle persone che sono qui per necessità e non per scelta… deve essere molto dura, per loro. Basterebbe solo qualche opportunità e speranza in più, qualche riconoscimento, più meritocrazia e meno ingiustizia, e sono sicura che eviterebbero volentieri di partire.

Parlando degli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Inghilterra, con un anno di erasmus a Leeds e la specialistica a Londra. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra sistemi educativi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

Facendo la triennale da non frequentante non ho avuto modo di vivere la vita universitaria italiana a pieno. In ogni caso, sicuramente l’università in Italia offre un bagaglio culturale incomparabile a quello inglese. I libroni da cinquecento pagine che spaventano tanto gli studenti italiani forniscono inevitabilmente una preparazione e conoscenza molto più vasta, mentre in Inghilterra gli argomenti che si arriva a toccare nell’arco di un semestre sono più limitati. Oltretutto, il numero di ore di lezione è di gran lunga inferiore rispetto alle università italiane, il che può essere positivo quando si ha a che fare con lezioni che si sovrappongono inevitabilmente e giornate interminabili in aula, ma è anche molto negativo se si pensa a quanto poco si riesce a fare in due ore settimanali per ogni corso. Il lato positivo principale è che, invece di leggere libri lunghissimi, ci si concentra su ciò che servirà effettivamente una volta fuori, è tutto più orientato a preparare al lavoro invece di riempire di dati e fatti e conoscenze fine a se stessi. Anche il metodo di studio è molto diverso: non ci sono libri da schematizzare e memorizzare, né esami orali di fine corso. Si legge molto, si fa ricerca autonoma, e si scrivono saggi, commentari e analisi cercando di renderli il più originale possibile, o si fanno presentazioni davanti a tutta la classe. So che posta in questo modo sembra che l’università inglese sia molto più semplice, ma la verità è che sono difficoltà molto diverse. Per me, ad esempio, è molto più semplice preparare un esame nella maniera italiana. L’università inglese assomiglia molto ai nostri licei, dove le date delle scadenze sono fisse e devi rispettarle a tutti i costi: se non consegni il saggio in tempo, rischi di non passare il corso, e se non passi il corso spesso significa ripetere l’anno.

Una domanda su Londra – possiamo dire la meta preferita di noi expat italiani. Com’è realmente vivere lì?

Vivere a Londra è dura. Gli stipendi sembrano alti, ma l’affitto e l’abbonamento per i mezzi pubblici sono molto cari e resta ben poco a fine mese. Si perdono ore infinite sui mezzi, per andare a lavoro, per vedere gli amici. Ci si sente molto soli, perché vedersi per un caffè con un’amica richiede giorni di preavviso, e certe volte passano mesi prima di vedersi, perché incontrarsi richiede tempo e di tempo ce n’è poco. La convivenza con coinquilini da tutto il mondo (e di tutte le età) è sempre problematica, spesso ci si trova a dividere cucina e bagno con molte persone con cui ci si limita ad un saluto cordiale, e si finisce per essere molto soli anche in casa.
Gli amici che trovi a Londra, però, non li trovi in nessun altro posto. Sono persone che hanno attraversato le tue stesse difficoltà e le tue stesse scelte. Che ti possono capire davvero. Sono persone coraggiose, con sogni molto grandi e tanto talento ancora da sfruttare. E Londra offre meraviglie che nessun altro luogo offre: parchi, strade, cultura, musei, festival e musical in ogni angolo. C’è sempre qualche evento in corso da qualche parte, c’è sempre un qualcosa di nuovo ancora da scoprire, che sia un secret club o un’opera teatrale o un qualche angolo bellissimo di città nascosto in stradine secondarie. I ristoranti offrono cibo da tutto il mondo a prezzi decenti, così che un minuto sei a Londra e il minuto dopo sei in Thailandia, Giappone, Brasile, Italia. Londra è immensa e non si arriva mai a guardarla tutta, ad assaggiarla tutta, a capirla tutta. Per me, avere tutto il mondo a portata di underground merita decisamente tutti i sacrifici.

Se si parla di Londra e Inghilterra, non si può tralasciare la questione Brexit. Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione?

È ancora troppo presto per sapere qualcosa! In questo momento la situazione sembra tornata alla normalità (sarà la quiete prima della tempesta?), ma immagino che per chi si trasferisce ora ci siano molte difficoltà, dato che già da qualche anno è sempre più difficile per noi stranieri fare cose come aprire un conto in banca o registrarsi dal medico. Per noi che siamo qui da tempo, invece, è ancora tutto “regolare”. Bisogna dire, però, che il periodo subito dopo il voto di giugno 2016 è stato duro. È vero che Londra è un mondo separato che aveva votato in gran parte per restare, ma gli episodi di razzismo non sono mancati. Avevo letto di molti Italiani che si erano ormai stabiliti in Regno Unito e che dopo quel referendum hanno fatto le valigie e hanno preferito andarsene, e non mi è difficile da capire: la mattina dopo il referendum ero a fare colazione in un pub di Leeds, mi sentivo come se un muro mi fosse crollato sulla schiena, mi guardavo intorno e pensavo: l’Inghilterra è la mia casa, ma la metà di queste persone non mi vuole qui.

Passiamo ora al lavoro: sappiamo che sei alla ricerca nel settore di audiovisual translation, ma di cosa ti vorresti occupare nello specifico? E soprattutto: credi che in Italia non si riesca a trovare un’occupazione simile, ci stai provando, oppure lavorare all’estero è quello che vuoi sopra ogni altra cosa?

Mi vorrei occupare di adattamento per il doppiaggio e sottotitoli, soprattutto per serie tv e film, ma anche per documentari, reality show ecc. Per ora si sta rivelando molto duro cominciare, perché per la lingua italiana c’è molta concorrenza (per i liceali alle prese con la scelta universitaria: non scegliete Lingue, siamo troppi! / scegliete Lingue è bellissimo!) e la maggior parte del lavoro è svolto da liberi professionisti, per cui si entra nel circolo vizioso del “richiedono esperienza / nessuno mi fa fare esperienza”. Sto cercando a Londra per ora perché trovare lavoro qui è sempre più semplice, ma spero di riuscire a tornare in Italia non appena avrò abbastanza esperienza alle spalle. Ma a giudicare dalle poche offerte di lavoro che ho visto in Italia (tutte al nord, prevedibilmente) non sarà un’impresa facile.

Come si fa a cercare attivamente lavoro a Londra? Esistono centri per l’impiego, annunci nei giornali, online…? Penso alle modalità italiane, con mille cv inviati e poche risposte ricevuti: sono problemi comuni?

Ci saranno differenze a seconda del tipo di lavoro, ma la ricerca si svolge principalmente online, sia su siti di annunci (come Indeed, Totaljobs, Reed, Monster, Linkedin…) sia sui siti specifici delle compagnie. Ci sono anche numerosi job centre gestiti dal governo, ma personalmente non ne ho mai fatto esperienza perché mi sono sempre trovata bene con la ricerca online, o anche portando curriculum porta a porta quando cercavo lavoro come commessa. Sicuramente è molto più comune che in Italia trovare cartelli all’entrata di negozi, bar e ristoranti in cui scrivono che cercano personale, e da lì ad essere chiamato per un colloquio, soprattutto quando si ha un po’ di esperienza sul cv, ci vuole poco. Purtroppo il problema dei mille cv inviati e poche risposte rimane quando nel cv manca esperienza nel settore, però sicuramente ci sono strade alternative che si possono percorrere (ad esempio, lavorando in un negozio si viene a conoscere bene il brand e si può fare domanda per essere spostati a lavorare negli uffici della compagnia, e così si fa esperienza di lavoro d’ufficio).

In Inghilterra ci sono più collegamenti tra università e aziende? Siete facilitati in qualche modo nella ricerca di lavoro? Parole come flessibilità, meritocrazia, possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età, sono già entrate nel vocabolario comune inglese?

La meritocrazia e la possibilità di far carriera fin da giovani sono fatti quotidiani qui. Non importa quanti anni hai, anzi, spesso non viene neanche scritto sul cv. Così come non si usa mettere la propria foto sul curriculum, perché non è ritenuta rilevante alla scelta del candidato. Per quanto riguarda il collegamento con l’università, come dicevo l’impronta generale dei corsi stessi è basata sul preparare alla vita lavorativa, e di conseguenza l’interesse di professori e staff è quello di poter dire che una grande percentuale di laureati trova lavoro entro tot mesi. Le università generalmente hanno un dipartimento a cui gli studenti possono rivolgersi per avere un aiuto nella preparazione del cv, lettere di presentazione, colloqui, ecc., oltre ad avere un sito di annunci rivolti principalmente ai neo laureati. Quello che sto trovando più utile, nel mio campo, è il collegamento diretto tra professori e compagnie: quando ex alunni, ora professionisti nel campo, cercano persone per il proprio team o vengono a sapere di posizioni aperte nella propria compagnia, mandano una mail ai professori, che a loro volta la girano a studenti e neo laureati.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Ci vorrebbero più opportunità, più meritocrazia e più giustizia, e persone disposte a giocare secondo le regole; se questo fosse applicato fin dal sistema scolastico, e parlo dei giovani quanto dei professori, le competenze non mancherebbero!

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Spero di tornare in Italia prima o poi, ma temo anche che significhi rinunciare a delle reali possibilità di carriera, possibilità che con i nostri studi, sforzi, capacità ed esperienze ci meriteremmo appieno (parlo al plurale perché so che ci sono molte persone come me!). Per ora continuo a cogliere occasioni ovunque esse si trovino, ma spero di ritrovare presto la strada di casa!

Un’esperienza a cinque e più stelle: il racconto dal London Film Festival

Polvere di stelle e glamour: i red carpet sono conosciuti come un’esperienza da incanto. Oltre ai privilegiati ospiti, gli accecanti flash a mitraglietta sono le spie della presenza di un altro gruppo presente: i media costeggiano il tappeto di premiere e gala per raccogliere un po’ di quella polvere di stelle ed illuminarci qualche pagina del loro giornale o studio radiotelevisivo.

Trascinata dall’entusiasmo e dal mio perenne desiderio di imparare, per la prima volta quest’anno sono stata coinvolta nel reportage del London Film Festival. Ho abbracciato l’esperienza a dir la verità con molto poco glamour, in scarpe da ginnastica e capelli raccolti a coda di cavallo last minute. Ma ripensando a quei miei due giorni di corse e trepidazione, non è difficile notare il salto nella formazione acquisita in campo.

Il Festival del cinema – anche conosciuto semplicemente come il BFI dal maggiore ente patrocinante, il British Film Institute – sbarca sul territorio inglese un mese e mezzo circa dopo che il fratello maggiore di Venezia ha fatto mostra della pregiata mercanzia. I quattordici giorni prevedono molteplici proiezioni delle pellicole in prossima uscita e premiere giornaliere. Presso i giardini dell’Embankment, vicino all’omonima stazione della metro che dà sul camminamento lungo il Tamigi, viene eretto un enorme tendone. L’altro principale posto che si fa bello per l’occasione è la piazza di Leicester Square, incubo della security per gli innumerevoli punti di entrata e la facile aggregazione di turisti e fan. In aggiunta ai cinema, pochi altri spazi sparsi che vengono occupati per particolari eventi.

Uno degli aspetti che mi attrae sempre molto in una calca simile della stampa è osservare gli esperti in azione: quali macchine fotografiche hanno, se c’è pronto il computer al loro fianco per un montaggio rapido, quanta aggressività mettono nella presentazione del microfono. Diverse agenzie, diversa preparazione.

Sebbene distante dall’area fotografi, i click sfrenati degli scatti erano i primi campanelli di allarme per l’arrivo di “qualcuno d’importante”. Da quel momento in poi, in tempistiche più o meno allungate, questo signor, signora o signorina avrebbe approcciato la media line. Oppure, si dedicava in parte o del tutto allo stuolo di ammiratori urlanti posizionati lungo l’altra sponda del red carpet.

All’interno del team per il magazine con il quale collaboro, ho rivestito sia il ruolo di cameraman che di intervistatrice. Sebbene mi fossi trovata già in precedenza a lavorare in entrambe le vesti, la frenesia e il concentrato qual è un evento del genere, hanno alzato non poco il livello di difficoltà.

Rapidità e veloci riflessi, oltre ad una bella dose di confidenza, erano i fondamentali ingredienti. Se non si scende in campo già attrezzati, ci si deve preparare presto ad acquistarli a colpi di domande.

Dai registi che rivelano esperienze personali molto forti dietro ai loro progetti, ad attori iper-entusiasti di chiacchierare con la stampa, dai pr con la manina già tesa per interrompere l’intervista dopo neanche cinque secondi dal suo inizio, ai selfie delle star. I giornalisti e reporters in erba che si trovavano alla nostra destra e sinistra diventavano quasi i colleghi di una vita, almeno fino a quando il proprio turno di avviare la registrazione si avvicinava, e la tensione saliva. L’obiettivo era di intrattenere l’intervistato quanto più a lungo possibile di fronte alla propria videocamera. Ed è qui che entrava in gioco la velocità unita a buone razioni di determinazione.

Per quanto riguarda maneggiare la videocamera, non potrò mai incolpare abbastanza le mie mani tremanti. Aggiustare l’altezza del monopiede, assicurarsi che luci ed ombre siano accettabili sul soggetto e che l’inquadratura sia non troppo ravvicinata, richiede movimenti fluidi (per evitare strattoni nel filmato) ed una certa rapidità. La regola da ricordare è semplice: un lieve spostamento del corpo macchina equivale ad un effetto terremoto nella registrazione. Date le premesse, avendo giusto una manciata di secondi prima che la star iniziasse a rispondere, ho dovuto addestrare le mie esitanti dita a diventare leggere come una libellula e rapide come una gazzella.

Passando invece al ruolo di intervistatrice, credo sia uno dei momenti più unici. Sebbene alcuni degli ospiti possano assumere atteggiamenti snob, l’interazione che si instaura con il giornalista è molto umana. Il dialogo diventa presto una conversazione rilassata. E stupisce quanto spesso le domande più ovvie si rivelano le più efficaci.

Ci sarebbero molte parole per descrivere l’emozione di trovarsi a meno di un braccio di distanza da giganti quali Steve Carell o Patricia Clarkson – un caso eccezionale è stato Timothée Chalamet, il quale ha completamente ignorato la stampa per dedicarsi ad abbracci e foto con i fan. Ma sarebbe una bugia dire che la magia dell’esperienza sia dovuta solo a loro. L’impaziente attesa, la sudata preparazione, le risposte dei vari talenti presenti, l’ascolto delle domande dalle altre testate, l’empatia con gli il resto del team: i livelli della persona coinvolti sono svariati.

Sebbene non un’ammiratrice dell’espressione in questione, ‘crash test’ forse è la formula idonea per descrivere il mio stato a quel tempo. L’adrenalina in corpo fa sparire ogni sensazione di spossatezza, ma poi rilascia la stanchezza in un carico unico alla fine. Come il crash test, l’ondata di informazioni e impressioni arriva tutta insieme. Ma da quei pochi secondi, feedback alla mano, insegnamenti vari e convinzioni diventano molto chiari.

Quand’è che troppo diventa…troppo? Di anniversari importanti e altre cose da expat

2 ottobre 2018, aeroporto San Francesco d’Assisi, volo Ryanair direzione Londra Stansted. Sei anni e una manciata di giorni dalla prima volta che presi quel volo. Come allora, anche oggi sono seduta accanto al finestrino. Come allora, anche oggi guardo le montagne intorno a me e Assisi alla mia sinistra mentre l’aereo decolla.

Ci sono tante cose che ho imparato in questi anni di viaggio: l’orario di chiusura del gate è quasi sempre indicativo dell’orario di apertura dello stesso; a Perugia cercano di farti fare i controlli di sicurezza prima possibile, ma poi ti ritrovi ad aspettare quasi un’ora in una sala piccola e con poche sedie; le Alpi e servono a farmi capire che sto entrando o lasciando l’Italia e mi indicano, nel primo caso, che mancano circa 40 minuti all’atterraggio; a Stansted c’è sempre vento e quindi devo rassegnarmi a un atterraggio movimentato.

La prima volta che presi questo volo mi dissi che con il tempo sarebbe diventato più semplice lasciare la mia bella Umbria. Me lo sono ripetuto costantemente, nel corso di questi 6 anni, ogni volta che mi sono ritrovata a guardare Assisi dal finestrino dell’aereo. Stavolta no, non me lo dico. Non me lo dico perché ho deciso di smettere di prendermi in giro. Non diventerà mai più semplice, ed è ora di accettarlo. Non sono più una ragazzina di 22 anni, ma una donna di quasi 30.

Questo è ormai il mio sesto anniversario a Londra ed è chiaro che la nostra è diventata una relazione tossica. Mi è già capitato di averne, di relazioni così, di quelle che ti chiedono troppo, costantemente, che ti prendono tutto quello che hai e ti restituiscono il tanto che basta per spingerti a rimanere. Sono almeno due anni che mi sono resa conto che il e Londra abbiamo ormai un rapporto del genere. Due anni che stringo i denti e che mi dico di andare avanti, un altro po’. Ma quand’è che diventa troppo? Quando arriva il momento di accettare che una relazione sia finita?

Ci ho messo tanto a capirlo, Londra in fondo mi ha dato tanto. Mi ha fatto realizzare sogni d’infanzia, di quelli che pensi che rimarranno sempre fantasie; mi ha permesso di raggiungere l’indipendenza desiderata; mi ha trasformata da una ragazzina a una donna e, soprattutto, mi ha fatto conoscere colui che tra pochi mesi diventerà mio marito.
Eppure, quando penso a Londra non vedo questo, non più ormai. Vedo gli addii, che devo dire così troppo frequentemente, vedo le giornate che passano sempre troppo velocemente, le ore perse in treno per spostarsi da un posto a un altro della città. Vedo il mio appartamento così piccolo che non mi permette di ospitare la mia famiglia a Natale, il mio compagno che prepara la cena tutti i giorni perché io rientro a casa alle nove di sera. Londra è, per me, un sacrificio giornaliero e questo non posso più permetterlo.

Allora perché rimanere? Ho sempre odiato le persone che si lamentano della propria vita senza fare nulla per migliorarla. Potrei trasferirmi in un’altra città del Regno Unito, una più piccola dove la vita non sia così frenetica. Non ho paura di ricominciare, dopo l’esperienza fatta a Bruxelles so che non sono troppo “vecchia’’ per farlo, che quella forza è ancora dentro di me. Cosa mi trattiene a Londra? L’incertezza.

Il 24 giugno il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione europea. Quel giorno ha avuto conseguenze enormi sulla mia vita. Non parlo di conseguenze economiche, che anche si sono già iniziate a sentire, con la sterlina che ha quasi lo stesso valore dell’euro, i prezzi che sono saliti a fronte di stipendi immobili. La conseguenza maggiore che la Brexit finora ha avuto sulla mia vita è stato il rendermi impossibile immaginarmi il mio futuro nel Regno Unito. Posso mai io, europeista convinta, vivere in un Paese dove la maggioranza (risicata) delle persone ha deciso di uscire dall’Ue? Posso vivere in un Paese con prospettiva di crescita per il 2019 superiore soltanto all’Italia? Ma soprattutto, mi permetteranno di viverci, in caso io volessi?

Il 24 giugno 2016 mi sono sentita profondamente delusa da un popolo e un paese a cui avevo dato tutta me stessa. Un popolo che mi era sembrato sempre politicamente più saggio e responsabile del mio e che invece si era fatto abbindolare da tante promesse che erano, e si sono rivelate, troppo belle per essere vere. Quel giorno mi sono sentita avvolta dall’incertezza. Tutto quello che avevo sperato di costruire nel Regno Unito sembrava venir messo in discussione. Quella villetta con giardino, dove avere finalmente cene di Natale con tutta la mia famiglia, avrei ancora potuto comprarmela? Aveva senso comprarsi casa in un paese quando non sapevo se sarei stata la benvenuta di lì a 2 anni e se, soprattutto, l’economia avrebbe retto a un tale shock? Aveva senso affrontare le spese di un trasloco da Londra quando forse avrei avuto bisogno di lasciare il Paese di li a poco?

Dicono però che possiamo rimanere. Poi dicono di no. Poi dicono che non è necessario richiedere ora la residenza permanente perché il processo dopo la data della Brexit sarà più semplice, ma tutti mi consigliano comunque di farla, non si sa mai. Ma attenzione, occorre mettere tutti i documenti necessari e anche qualcuno di più, perché non si sa mai che decidano di rifiutarla e allora sei nei guai. Il Paese crescerà dopo la Brexit per via della possibilità di scambi commerciali con altri paesi, ci ha ripetuto il governo. Ora però ci dicono di star facendo scorte di medicine e che ‘’ci sarà una quantità adeguata di cibo per tutti’’. Ci saranno 350 milioni di fondi in più per la sanità pubblica, avevano promesso. Due anni dopo, il sistema soffre del calo di arrivi di medici e infermieri europei ed è al limite del collasso. Così è continuata la nostra vita negli ultimi due anni e mezzo. Un bombardamento quotidiano di informazioni allarmistiche e contrastanti. Cosa fare quando non si sa dove andare? Come posso scegliere una strada o un’altra se non so dove conducono?

E così, vado avanti, un altro po’…solo un altro po’…o almeno spero.

Intervista a Cecilia Gragnani, attrice e produttrice a Londra. Il suo ultimo spettacolo? “Diario di un expat”

Succede a volte che la propria storia, le emozioni e tutti i successi e gli insuccessi diventino punto di partenza per creare qualcosa di grande. Qualcosa che possa stare in piedi sulle sue gambe, da solo, magari anche in mezzo a un palco teatrale e circondato da gente felice.

Per Cecilia Gragnani, italiana orgogliosa di 34 anni oltre che devota (e nostalgica) tifosa del Milan, è successo proprio così: dopo aver studiato a Milano, aver frequentato la Sorbona di Parigi ed essersi laureata in Lettere moderne, nel 2008 ha deciso di trasferirsi a Londra per proseguire gli studi teatrali all’accademia Drama Centre – Central Saint Martins. Da allora, lavora fra l’Italia e l’Inghilterra come produttrice e cantante.

E il suo ultimo spettacolo, Diario di un Expat, racconta proprio di chi arriva nella capitale inglese per inventarsi il futuro che ha in mente. Di chi vuole diventare inglese rimanendo però fortemente italiana, tra mille mestieri – in condizioni che un italiano in patria non accetterebbe mai – incontri con personalità diverse e multiculturali e la minaccia della Brexit che aleggia sempre nell’aria.

Ciao Cecilia! Raccontaci qualcosa di te e della tua storia da Italian: cos’è che ti ha portata a Londra e come mai hai deciso di stabilirti lì? Una sorta di London calling oppure una necessità?

Sono sempre stata curiosa e affascinata dagli altri paesi, durante l’università ho vissuto un anno a Parigi e ho anche pensato di andare a vivere in America per un pò. Sono arrivata a Londra – dov’è attualmente la mia casa – perché è la città del teatro e ho sempre sognato di studiare qui. Nella capitale inglese arrivano una quantità enorme di spettacoli da tutto il mondo e questo è estremamente stimolante. Inoltre, il teatro qui viene utilizzato per raccontare il mondo nelle sue trasformazioni attuali: ci sono veramente tanti spettacoli, work in progress e piattaforme dove si scrivono e si condividono storie che riguardano l’oggi. Per quanto riguarda la mia esperienza, a Londra ho fatto un master di due anni e poi, dopo qualche periodo di alti e bassi, ho deciso di restare per avere più opportunità e ho da poco preso la doppia cittadinanza.

Oggi Londra è una delle mete più ambite da tantissimi giovani italiani, ma l’Inghilterra offre veramente così tante opportunità oppure ci sono dei miti da sfatare? Dov’è che noi italiani potremmo prendere spunto per migliorarci?

Credo che oggi Londra sia in parte mitizzata. Certo, a differenza dell’Italia ci sono veramente molte opportunità in ambito culturale. E soprattutto, a Londra si può vivere facendo cultura, perché la cultura è considerata come una di quelle industrie che dà lavoro. In generale, qui le capacità e le competenze sono più riconosciute, anche se esistono comunque casi di classismo e favoritismo che non diventano mai la norma. Ma lo stile di vita non è affatto migliore rispetto a quello italiano: le persone, i giovani, arrivano a Londra perché è un luogo dove si può fare carriera e dove si incontrano persone da tutto il mondo. E per quanto riguarda il mio ambito, in Italia ci sono spettacoli veramente interessanti ma le strutture e i fondi sono pochi. Ma una cosa in comune c’è tra i due paesi: anche in Inghilterra, quella teatrale resta una professione complicata.

Ma per voi italiani a Londra cosa cambia con la Brexit ora? Che clima si respira in questo periodo?

E’ cambiato tutto. Io da poco ho preso la doppia cittadinanza ma è stato un percorso lungo e molto costoso. Probabilmente l’avrei presa lo stesso ma più avanti, con i miei tempi e non sotto minaccia. Londra è in parte una bolla anche perché qui la maggior parte ha votato per rimanere in Europa. Ma appena si esce da Londra e ci si confronta con gli abitanti di altre cittadine si avverte che l’ostilità è forte. Fino alla Brexit non mi era mai capitato di sentirmi come una straniera, mi ero sempre considerata un’europea in mezzo ad altri europei. Ma adesso, dopo il referendum, la percezione è molto cambiata: anche solo il processo per avere la cittadinanza è stato faticoso non solo a livello burocratico ed economico, ma soprattutto per quanto riguarda l’identità e il senso di appartenenza ad un luogo ed una comunità.

Si parla tanto di fuga di cervelli senza spesso comprenderne il vero significato. Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause che spingono sempre più giovani a partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Partiamo da un presupposto: penso che la maggior parte degli italiani che vivono all’estero, se potessero fare quello che fanno nel loro paese, tornerebbero subito. In molti di noi c’è il desiderio di tornare. Le strade e le decisioni sono chiaramente individuali, ma la sensazione generale è che in Italia sia complicatissimo arrivare ad avere anche una minima stabilità, soprattutto per chi si inserisce nel mondo del lavoro e dopo vari anni è sempre allo stesso punto. Per quanto riguarda l’ambito artistico, purtroppo non c’è paragone fra l’Italia e il Regno Unito. C’è più sostegno agli artisti, a chi prova a creare progetti propri, c’è un sindacato che ci supporta e il lavoro teatrale non è considerato come un hobby ma una professione come le altre.

Prima di parlare del tuo lavoro, la formazione. Sappiamo che hai studiato a cavallo tra Italia, Parigi e Londra: potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi paesi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

E’ difficile fare un confronto perché gli studi che ho fatto nei vari paesi erano in momenti diversi del mio percorso formativo, e la mia esperienza inglese è stata soprattutto a livello performativo – quindi non posso parlare dal punto di vista scolastico tradizionale. Comunque, in pillole di esperienza, credo che la formazione di base italiana resti la migliore perché la più completa e la più approfondita. Perché insegna non soltanto delle nozioni fondamentali, ma anche un modo di pensare che è a 360 gradi. Ricordo di essere rimasta colpita quando a Parigi ci venne data una bibliografia scarsa per un corso universitario: mi aspettavo veramente molto di più!  Il sistema inglese mi pare invece molto pratico e indirizzato all’avviamento professionale, a creare un ponte tra studio e lavoro, un aspetto e una buona pratica da cui forse potremmo trarre ispirazione in Italia.

Raccontaci di quello che fai ora a Londra, del tuo lavoro e della tua carriera. Da voi parole come orari di lavoro flessibili, meritocrazia, responsabilità, opportunità anche per i giovani, sono entrate nel vocabolario comune oppure sono un problema condiviso?

Sono parole che fanno assolutamente parte del vocabolario comune, vengono discusse e rinnovate ma non sono delle conquiste quanto più delle certezze. Il mio lavoro è particolarmente flessibile perché non esiste una giornata tipo. Per molti forse questo può essere disorientante, ma a me piace molto. Fino a qualche anno fa la mattina era dedicata ai miei progetti e il pomeriggio ad insegnare in varie scuole. Ora sono molto fortunata e riesco a vivere del lavoro di attrice e produttrice.
Lavoro principalmente da casa, vado a fare i provini quando ci sono, faccio molti voice-over per cui spesso vado nei vari studi a registrare, mi chiudo in una stanza per settimane a provare se abbiamo uno spettacolo, vado a vedere più spettacoli possibili e viaggio molto. Per un anno e mezzo sono stata in tournée con uno spettacolo con Federico Buffa e ho amato molto la possibilità di visitare luoghi diversi grazie a questo lavoro. Ora appena posso mi muovo. Sono appena stata a Sheffield per una residenza teatrale, la mia compagnia ha vinto un bando per sviluppare il nostro prossimo lavoro. Il mese prossimo sarò a Milano e Parma per un progetto italiano. Cerco di continuare a lavorare in entrambi i paesi.

Parliamo del tuo ultimo spettacolo, “Diary of an Expat”: di cosa parla e perché hai sentito il bisogno di scriverne? Da cosa nasce questo progetto e quanto tempo ci hai lavorato su prima di vederlo andare in scena?

Lo spettacolo racconta l’incontro-scontro fra un’espatriata italiana e Londra, El Dorado contemporaneo ambito da sempre più generazioni di giovani europei. Cerchiamo di raccontare con leggerezza che cosa significhi trasferirsi in un altro paese, quale sia il rapporto con il luogo di origine e di arrivo, il peso emotivo di diventare cittadino di un’altra nazione. In particolare cerchiamo di esplorare il ruolo che tutto ciò ha sulla propria identità e senso di appartenenza.
Ho iniziato a sviluppare il progetto più di un anno fa. Era nato com progetto per l’Italia poi è stato più semplice raccogliere fondi in Inghilterra e dopo la Brexit abbiamo deciso che era importante parlare di emigrazione europea qui in UK. Abbiamo fatto vari studi e sessioni di residenza e di condivisione con il pubblico, poi siamo stati selezionati per partecipare al festival di Edimburgo dove abbiamo avuto la possibilità di condividerlo con un pubblico più ampio.

Nel tuo spettacolo parli di mobilità, di mille mestieri, di una capitale multietnica…sono vantaggi o svantaggi? Pensi che sia diventata questa ormai la normalità per i giovani di tutto il mondo? In più: credi che potresti esportare il tuo spettacolo anche nei teatri italiani?

E’ una domanda complessa e che richiederebbe una lunga discussione. Sono convinta che la mobilità abbia i suoi pro e contro, ma credo che la possibilità di vivere e lavorare in qualsiasi paese europeo sia una risorsa più che un problema. Sono cresciuta e ho potuto vivere all’estero grazie al programma Erasmus ed è stata un’esperienza fondamentale. Mi domando che cosa succederà ai giovani delle prossimi generazioni se l’Europa diventerà sempre più chiusa. Credo in generale che qualunque occasione di entrare in contatto con culture e persone diverse sia un arricchimento.
Per quanto riguarda il mio progetto, sto lavorando proprio adesso alla versione italiana. Sarà molto diversa dalla versione inglese perché la protagonista cambia di ruolo (dall’immigrata alla nativa) e questo ribalta tutte le dinamiche, per cui lo stiamo riscrivendo.

Essere una giovane attrice, produttrice a cantante in Inghilterra: che consigli daresti a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?

Innanzitutto, bisogna avere ben chiaro il motivo per cui si sceglie di intraprendere questa strada ed essere consapevoli degli ostacoli. Se si hanno delle idee di progetti e proposte culturali, in Inghilterra è più semplice realizzarle ed essere sostenuti. Ma ripeto: in Italia come a Londra, questa rimane una professione molto complessa e sfaccettata. A mio parere, il modo più utile e nutriente come esperienza da fare in generale – e anche per il teatro, ovviamente – è viaggiare. Viaggiare e confrontarsi con le altre tradizioni teatrali locali.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Sto lavorando con il mio gruppo teatrale ad uno spettacolo sulle donne esploratrici del passato di cui si parla ancora poco. S’intitola “Miles Apart Together” e ruota intorno alle imprese di Annie “Londonderry” Kopchovsky, la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, Bessie Coleman, la prima donna afro-americana a diventare pilota e la prima donna al mondo ad avere una patente internazionale come pilota, e Junko Tabei, la prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest nonché la prima a completare l’ascesa delle Seven Summits.
Testeremo la struttura di questo nuovo spettacolo a Novembre al Voila! Europe Festival a Londra. Si tratta del primo passo di un progetto più grande dedicato a donne che con le loro imprese hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei diritti e delle libertà delle donne. Sarò poi in Italia per un progetto a cui collaboro come regista e drammaturga su Kubrick con Federico Buffa e la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma. E poi: vorrei tanto portare la versione italiana di Expat in giro per l’Italia, in teatri e spazi non teatrali.

Ho fede nella tua fede

Cercando casa il primo anno che mi sono trasferita a Londra, trovai un alloggio studentesco ad un paio di fermate della metro dalla mia nuova università, con vista sullo stadio di Wembley. Arrivata fisicamente sul posto, dopo qualche giorno mi accorsi che i tanti ristoranti e negozi vari del quartiere avevano un qualcosa di asiatico – particolarmente asiatico. Scoprii in breve che l’area era a predominanza indiana. Il che, però, non significa solo locali per il kebab in fila indiana sulla strada principale o vetrine di abbigliamento addobbate con Sari e Shalwar kameez.

Vicino alla grande arena di Wembley si trova il municipio, cuore dell’amministrazione e delle attività locali organizzate dal comune. All’interno dello stesso edificio, vi è la biblioteca. Non che mi aspettassi gli scaffali ricoperti di tomi in italiano con una striminzita sezione dedicata alle lingue straniere, ma camminare per la prima volta tra corridoio con libri in hindi, arabo, e polacco, fece comunque una certa impressione. Da allora, ho visitato altre tre biblioteche nello stesso municipio, e la storia si ripete, ora aumentando i ripiani per il turco, ora per il russo. Nella zona in cui mi trovo ora, ci sono molti volumi in portoghese, quasi eguagliati in numero da quelli in francese.

È in questa stessa zona che sono entrata per la prima volta in un tempio hindu, sulla medesima strada dove – a solo un paio di palazzi di distanza – si affaccia anche una moschea. Al di là del fiume Tamigi, verso sud, Vauxhall, nel quartiere dove stanno costruendo nuovi uffici per Google, la predominanza della popolazione è di colore. Ci sono più chiese cattoliche, evangeliste e del rinnovamento. Il carattere comunitario tra le famiglie è molto forte.

A due passi dall’Abbazia di Westminster si erge la Cattedrale di Westminster, la cui differente denominazione della fede è facilmente identificabile grazie al colore dei cartelloni esposti fuori, con nome e orari delle messe: rossi per cattolica, blu per protestante. La volta di questo edificio sembrerebbe un capolavoro di artista: nera come la pece, buia e cupa come l’inferno delle Scritture. Peccato che stiamo parlando del soffitto, dove il visitatore dovrebbe essere accolto dalle candide tonalità del paradiso. Non si tratta in effetti di un capolavoro: la volta, come altre cappelle laterali, non è finita. La Cattedrale di Westminster è la chiesa madre per i cattolici del Regno Unito, ma è stata costruita solo a partire dal 1895, ed i soldi necessari al completamento delle decorazioni interne sono ancora in fase di raccolta.

Viaggiando per qualche altra città dell’Inghilterra, il profilo del paesaggio rimane più o meno uguale. Non ci sono palazzi alti – anche nella capitale, i famosi grattacieli sono limitati alla City o alle periferie, dove si costruiscono nuove case in continuazione. Non ci sono cupole, ma guglie di chiese in stile gotico. Qualche volta si intravedono le statuine degli esterni dei tempi hindu. O, come vicino a Regent’s Park a Londra, le bianche e lisce mura delle moschee. Camminando nei quartieri nord della capitale, mi sono ritrovata a fissare continui flussi di adolescenti con payot e kippah, spesso seguiti da adulti con l’altro tipico cappello ebraico nero a falda.

Venendo da un paese cattolico come l’Italia – con libertà di religione sì, ma con una lunga storia e tradizione intessuta con la fede – una tale miscela di culti mi prese alla sprovvista. Come fare a combattere quelle vocine nella testa che scattano quando si sale su un autobus dove son sedute due donne con indosso un burqa, grandi occhiali, e guanti neri, che lasciano scoperto si e no qualche millimetro di pelle intorno agli occhi? In tutto questo mare magnum di pensieri, simboli, e architetture, una lezione si fa strada, un po’ alla volta, diventando convinzione, abitudine, e infine un credo in sé. Trovandosi in questo rimescolio di religioni, i vari nuclei approfondiscono la loro fede, vi aderiscono liberamente, cercando meno fantocci da attaccare, nemici da cui difendersi, barriere da innalzare, quanto una vera ancora a cui guardare.

Sarà per questo che mi è capitato di incontrare in questa terra dei cattolici piuttosto radicati – e qualcuno radicale – come pochi in Italia: alcuni quasi estremisti, ma tanti osservanti dal cuore aperto. Sarà per questo che camminare fianco a fianco con Musulmani non solo non mi mette a disagio, ma quasi non mi suscita più neanche quella necessità di esaminarne il vestiario. E portandomi dietro l’abitudine, mi sorprendo ora delle reazioni quasi di shock di amici e conoscenti nelle stesse situazioni lungo le strade di Roma. Sarà per questo che quando si fa il digiuno – per la Quaresima o per il Ramadan – non si deve ascoltare il tono canzonatorio dei compagni di tavola: fino a quando si tratta di scelta personale, tutto viene rispettato.

L’intenzione qui non è solo di fare un elogio alla libertà di culto. Alla base degli atteggiamenti osservati, si trova una forte comprensione di identità. La storia inglese è sempre stata caratterizzata dalla multiculturalità, e forse lascerebbe turbati se, dopo tutti questi secoli, ci si trovasse di fronte una società xenofoba – come qualche segnale è stato lanciato allo scoppio della Brexit. Questa è la loro identità: l’hanno abbracciata e ne han fatto uno stendardo. Qual è quella dell’Italia?

Sheffield si pronuncia come Vigata

Maggio 2018 ha segnato il ritorno sulle scene del gruppo indie rock Arctic Monkeys con il sesto album Tranquillity Base Hotel & Casino. Oltre ad un calendario pieno di date bloccate per un nuovo tour mondiale, la band è riemersa tra i media con performances live in talk shows, comparse radio e tv, nuovi video YouTube e via dicendo.
Qualche tempo fa, ho trovato un’intervista che il frontman Alex Turner aveva fatto con la presentatrice di BBC Radio 1 Annie Mac, a ridosso dell’uscita del nuovo disco. L’artista, mai stato famoso per esser piuttosto loquace, appare molto più sciolto e a suo agio rispetto al passato. Mi rendo conto allora – o meglio, me ne interesso veramente per la prima volta – di tutte quelle variazioni di pronuncia tipiche delle regioni centro-settentrionali dell’Inghilterra. La lampadina si accende in particolare alle ripetute “my house”, “my room”, con il pronome personale pronunciato /mɪ/ invece che /maɪ/.

Il che mi rimanda con la mente al mio viaggio verso Nord dell’anno scorso, dove il treno di parole chiuse degli abitanti di Newcastle mi faceva ridacchiare ogni tre per due. O, ancora più indietro nel tempo, a quando le vocali distorte della politica scozzese Nicola Sturgeon mi facevano sudare freddo, al pensiero che avrei dovuto fare un resoconto in classe di un dibattito di cui non avevo capito quasi nulla. Sappiamo bene che ogni nazione nella sua estensione geografica presenta numerose varianti linguistiche, non importante se piccola o grande – basti pensare alla Svizzera, che, con l’aggiunta della divisione in cantoni, offre un interessante panorama filologico.

Trovarsi faccia a faccia, orecchio a orecchio con queste differenze, può creare confusione, ma anche simpatia. Il patrimonio italiano tra quelli Europei, a mio parere, risulta ancor più originale per via dei substrati dialettali e per l’antica storia di evoluzione fonetico-grammaticale non solo delle regioni, ma di zone via via più piccole, tanto che sappiamo ci sono aree definibili isole linguistiche – vere e proprie isole del tesoro per gli studiosi!
Dialettale, però, nell’immaginario comune rimarrà sempre sinonimo di ignorante. Nel bel paese poi, in particolare se associato al Meridione.

«C’è una serie televisiva che a me piace tanto. Aspetta come si chiama…ah, si! Il Commissario Montalbano!» mi disse una persona nata e cresciuta in Inghilterra, con zero conoscenza della lingua italiana quando ci presentarono ed io rivelai la mia origine. Al sopracciglio alzato che mi scattò alla sua confessione, l’uomo mi chiese conferma che non si stesse confondendo con qualche altra serie, e se si trattasse proprio del poliziesco ambientato in Sicilia, fornendo poi ulteriori dettagli come il maldestro Catarella e l’abitazione sul mare del commissario. Cercando sul sito della BBC, effettivamente c’è un’intera pagina dedicata alla serie inspirata dai racconti di Camilleri, con tutti gli episodi in lingua originale, accuratamente sottotitolati in inglese.

La mia curiosità quel giorno è comune rimasta insoddisfatta: come apprezzare al cento per cento quel capolavoro che implica tante espressioni tipiche delle Sicilia? Non è una novità che opere in dialetto siano apprezzate al di là della frontiera. Colpisce però il fatto che continuino ad esserle – antiche e contemporanee – e, soprattutto, che questo avvenga spesso e volentieri proprio con quelle zone che disprezziamo in casa.

Tornando ai Monkeys, a Sturgeon e ai tanti nordici che lavorano, visitano, passano per la capitale inglese, per quanto la loro pronuncia regionale possa renderli qualche volta motivo di risatine, tuttavia li identifica per la loro provenienza e aggiunge alle conversazioni un argomento in più di cui parlare e confrontarsi. ‘Di dove sei?’, ‘Come mai qui?’, ‘Che cosa c’è di tipico lì?’, ‘Le ferrovie devono essere un vero dramma per raggiungere casa!’.
Fa riflettere invece quando in Italia la calata meridionale o l’accento settentrionale facciano scattare immediato il bollino di classe con conseguente assunzione di certi atteggiamenti. L’etichettatura, sembriamo rassicurarci tra di noi, necessariamente viene da stereotipi ben convalidati dai fatti di cronaca e dalle statistiche.