Un lavoro in cambio della Primavera.

In Primavera è più difficile. Sarà il vento caldo che si leva, le giornate che si allungano, le foto dei tuoi amici al mare, vedere la tua squadra di calcio che gioca con la maglia a maniche corte o semplicemente la stanchezza di un inverno che sembra non voler finire, ma in Primavera vivere in un paese del Nord Europa è più difficile. A Dublino poi, non ne parliamo. Svegliarsi a metà maggio e confondere il cielo con quello di febbraio, lasciare l’imbottitura nella giacca, mettere kway e zuccotto di lana nello zaino, sperando che almeno oggi non debba utilizzarli. Dettagli, piccolezze?! Non per un italiano.

Proprio pochi giorni fa, mentre tornando da lavoro mi godevo una salutare e rinfrescante pioggia, chiedevo come fosse possibile che un paese come l’Irlanda, profondamente colpito dalla crisi del 2008, stesse riuscendo a riprendersi ad una velocità doppia rispetto all’Italia. La risposta l’ho ottenuta durante la mia quotidiana ed ossessiva ricerca di informazioni dal mondo, dimenticate puntualmente dopo un paio d’ore, nella quale mi sono imbattuto in un articolo del Sole 24Ore. L’articolo titolava: “Il futuro luminoso dell’Irlanda: la crescita accelera, disoccupazione giù. Il Governo: ora tagli alle tasse”. Incredulo, e dopo aver controllato che la fonte non fosse “Lercio”, ho deciso di leggerlo: tasto destro, apri in un’altra scheda.

L’articolo, che potete trovare qui, parlava della crescita del PIL, della diminuzione a ritmi inaspettati del deficit e del debito pubblico, della rapida crescita occupazionale e di quanto siano pazzeschi i politici irlandesi, che oltre a fare bene il proprio lavoro, vogliono ridurre le tasse ed alzare gli stipendi, già alti, peraltro. Fantascienza, utopia, sbronza da Guinness, tutto vero.

Questo è stato possibile anche grazie a delle manovre finanziarie, le quali hanno permesso ad aziende quali Google, Ebay, Apple, solo per citarne alcune, di creare i propri quartier generali – Headquarters, per la gente fica – qui in Irlanda. In questo modo si è potuto garantire alle aziende una tassazione fiscale di gran lunga minore a quella italiana -si parla di un teorico 12,5%, che in pratica è molto meno- e allo Stato uno spropositato aumento di posti di lavoro. Roba da botte piena e moglie ubriaca, insomma.

Per essere onesti, però, si dovrebbe anche parlare di un ulteriore sistema, come quello utilizzato da Google, con cui queste grandi multinazionali sono riuscite ad evitare di pagare miliardi di tasse, registrando la sede fiscale nelle Bermuda ed utilizzando l’Olanda come intermediario nelle transazioni degli utili d’impresa, creando così un triangolo di connessioni tra Irlanda-Olanda-Bermuda. Ma non è questo il punto, bensì quanto l’Irlanda abbia ricavato da queste riforme.

Dublino, la capitale, è una delle città più giovani al mondo, con ragazzi che provengono da Sud America, Asia ed Europa. Trovare un lavoro qui è semplice, nessuno te lo regala, ovvio, ma potete stare sereni –non nella concezione di serenità “renziana”- che una volta trovato qualcuno ve lo pagherà pure. La burocrazia funziona benissimo e se anche tante cose sono da migliorare, si percepisce nell’aria che veramente stiano lavorando per farlo.

E allora mi chiedo perché tutto questo non possa essere possibile in Italia. Perché devo vedere ragazzi fare la fortuna di altri paesi? Perché vedere investimenti pubblici italiani, venire riscossi da paesi stranieri? Mi bevo una Guinness, mentre cerco una risposta che non trovo ed una soluzione che non sembra essere a portata di mano. Pensando che, invece, potrei essere in un bar nel centro di Roma, a bere un bicchiere di vino bianco e respirando la Primavera, quella vera. Quella che ti fa alzare la mattina con la voglia di uscire in strada. Penso a Fabrizio De André che canta “Nella mia ora di libertà” quando dice “tante le grinte, le ghigne, i musi, vagli a spiegare che è primavera e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera”. Ecco, certo il paragone è esagerato e l’estero non è una galera. Ma sapere che la disonesta di pochi e, peggio ancora, l’incompetenza di tanti, costringano milioni di ragazzi italiani a perdersi la Primavera, fa apparire il tutto come una grande metafora, anche se in realtà neanche lo è.

 

 

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