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Estero better. Casa best.

Dalla finestra della mia camera, in una casa nel nord di Dublino, fisso con sguardo assente ma consapevole la gente passare, odo l’indistinguibile vociferare, vuoi per il sovrapporsi delle voci, vuoi per quell’accento tipico degli irlandesi nel parlare una lingua, resa così ancora più straniera. Lo strillo dei gabbiani mi avvicina al mare del mio Paese, mentre una macchina che va contromano mi riporta lontano migliaia di chilometri dal suo odore. Ah, testardi anglosassoni con le loro manie e la loro guida a destra.

Finalmente l’estero, finalmente la scelta di partire, di mettersi in gioco, finalmente il coraggio di mettere quel piede fuori dalla soglia di una casa, che era divenuta troppo piccola ed opprimente. Finalmente lontano dallo stagnante lamento di anime pigre, quasi speranzose che le situazioni sociali precipitino nell’abisso per non doverne sopportare la fatica dell’impegno, o peggio ancora, la responsabilità della colpa.

Quando a 19 anni mi accingevo ad iscrivermi alla Facoltà di Scienze Politiche, la scelta di andare a vivere all’estero era già maturata in me. L’idea era un’esperienza Erasmus, probabilmente una delle ultime innovazioni degne di nota nell’ambito universitario, che se anche è servito ad aumentare le entrate dei bar di mezza Europa, tra un party e l’altro lasciava allo studente il tempo per misurarsi con culture e modi di vivere completamente differenti, ma soprattutto, per quelli che ne hanno saputo sfruttare l’occasione, il tempo per conoscere un po’ di più se stessi. Io non feci l’Erasmus. Per scelta, per colpa, per sfortuna. Lasciai passare un treno, di cui ancora oggi sento il fischio nei giorni di rimpianto. Decisi allora che quell’esperienza in un modo o nell’altro l’avrei fatta, avrei preso quel biglietto aereo e sarei andato, finalmente, a vivere all’estero.

Nel frattempo mi laureai alla triennale e poi presi la mia Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali. La voglia di andare a vivere all’estero piano piano scemava, non ne vedevo più la motivazione e l’utilità, anzi, iniziava a crescere in me il pensiero che il restare nel mio Paese sarebbe stato un bel segnale, un modo per andare controcorrente. Resto e miglioro le cose. Si, ma quali? Come? Mettere in ordine una mansarda che nessuno apre da anni è un’impresa già di per sé, figurarsi poi se bisogna farlo al buio e magari con le mani legate.

Volo solo andata. Destinazione futuro. Non più una scelta, una necessità. La voglia di ottenere quel futuro che credi di meritarti, quel futuro per cui hai passato notti insonni a ripetere pagine di libri e libri, che il più delle volte neanche ti interessavano. Ti fermi a chiederti come possa essere più facile trovare un lavoro all’estero, nonostante la difficoltà della lingua, l’ignoranza delle leggi, delle abitudini e dei costumi. Come possa essere possibile vedere tanti giovani connazionali in gamba, sacrificare affetti, abitudini, passioni per ottenere quel meritato lavoro, che dovrebbe essere loro garantito nel proprio Paese e che invece sembra assumere sempre di più i connotati di una prigionia sentimentale.

Mi duole dirlo, ma all’estero si vive meglio, è vero. L’efficienza della burocrazia, dei trasporti pubblici, del sistema sociale, che qui vengono dati per normali, sono un obiettivo lontano anni – forse decenni – in Italia. Ciò nonostante non mi accontento, voglio il panettiere sotto casa con il mio stesso accento, voglio la partita della mia squadra da vedere insieme ai miei amici, voglio passeggiare per la mia città e saper dare indicazioni stradali ai turisti che me le chiedono, voglio sentire i sapori dei cibi con cui sono cresciuto, ridere perché capisco il senso delle battute, andare a cena con i miei genitori senza doverlo organizzare settimane prima, conoscere quell’angolo di città nascosto dove portare una ragazza appena conosciuta, voglio svegliarmi la mattina, andare a lavoro e tornare a casa, a casa mia. Quella casa di cui conosco i difetti e riconoscono i rumori. Voglio avere una scelta. Voglio che avere un buon lavoro e vivere nel proprio Paese, siano due cose che non si debbano escludere l’una con l’altra. Voglio quel futuro che la mia generazione merita, quel futuro che ora più che mai, mentre dalla mia finestra in una casa nel nord di Dublino continuo a vedere le macchine andare contromano, sembra essere lontano, troppo lontano, da quella che nonostante tutto rimane casa.

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