Qui o si rifà l’Italia, o l’Italia muore.

Chiunque venga a contatto con me appena il tempo necessario a vedermi finire un bitter nazionale, un futurista Campari, è pronto ad affermare che non sono un’uomo di questi tempi, che appartengo al passato. Più verosimilmente, nel caso rispondo che forse l’ho saputo render mio, il passato. Quando ero piccolo pregavo mio nonno di portarmi a Porta Portese la domenica, quando facevano ancora il vero mercato. Mi piaceva l’atmosfera e dovevamo cercare dei soldatini che avessero la sua stessa età. Uguali a quelli con cui giocava lui. Erano di stagno, piatti, con uno spessore appena accennato e la divisa grigioverde degli italiani di Caporetto. Costavano poco e lo facevano sorridere. Sorridevo con lui, anche se non erano così belli, un po’ sgarrupati, privati della vernice di tante battaglie scampate su un gradino. Vecchi di sessantanni. Quando fischiettava il “Piave Mormorò”, gli chiedevo di insegnarmene le strofe, e un po’ me le cantava. Poi mi diceva di starmene buono. E’ morto giovane mio nonno. Durante l’ultima guerra era piccolo e quindi fu balilla, mi raccontava delle marce, delle sfilate e di un piccolo Fez nero, non lo adorava, ma adorava marciare. Rimase orfano di padre e mantenne chi doveva. Ha fondato la sua vita sul lavoro, come l’Italia; non per passione, per necessità.

Oggi quei soldatini di stagno, dei quali uno è privo di una gamba, come nella favola di Andersen, stanno dentro una vecchia scatola di legno intarsiato, dove tengo un passaporto assetato, un codice fiscale poco utile, e la tessera elettorale che adoro esibire con rispetto ossequioso.

L’altro mio nonno ha 90 anni, è il più anziano della sua via, e nel paese dove è nato e dove ha fatto ritorno lo salutano tutti, come fosse il sindaco. L’ultima volta che sono andato a trovarlo me lo ha dimostrato. Mio nonno era partigiano. L’ultima volta che sono stato da lui aveva conservato un libro per me: narrava le storie dei partigiani dello splendido Maremmano. L’ho letto in una notte. Poi sono dovuto ripartire, perché la vita di un giovane scorre in fretta e non sa darsi pace.

Oggi è il 17 marzo, l’anniversario dell’Unità d’Italia. Al ridosso dell’approvazione della riforma dell’istruzione dell’ultimo governo che ci siamo meritati, ho sentito esibire al telegiornale la notizia del passaggio di una circolare “anche” nelle scuole italiane che invitava a festeggiare in maniera “informale” questa ricorrenza. Scorrevano intanto le immagini del Presidente delle Repubblica (finalmente rispolverato dall’anonima posa di un mese) che prestava omaggio al milite ignoto sull’altare della Patria. La banda della Marina suonava le note del “Piave mormorò”, quella che fischiettava mio nonno, e io mi sono domandato: Come si può domandare “informalità” alla festa di 154 anni di unità di una Patria? Come si può non esigere passionale rispetto e basta. Del resto a me l’espressione informale mi urta solo nel sentirla pronunciare, penso alla degenerazioni di quelli che prendendola alla lettera finiscono a passeggiare il sabato sera in tuta perché stanno più comodi. Tutto finisce per degenerare, per questo bisogna sempre iniziare proponendo il meglio che si può, e poi giù a scendere, a scadere. E’ stata la parola informalità dunque che ha infestato la mia immaginazione di bambini delle elementari che in maniera informale mischiavano Fanta e Coca-Cola nei bicchieri di carta a ricreazione, quelli che si portano per le festicciole in classe – “Cosa festeggiamo maestra?” – “L’Italia informale”. E’ presto per raccontare del mormorio del Piave quando passarono i primi fanti il 24 maggio. Non si racconta di Giovanni Battista Perasso, soprannominato Balilla, il sedicenne genovese che scagliando un sasso contro un ufficiale austriaco a capo delle truppe che occupavano la città, scatenò la rivolta che finì col liberare il capoluogo ligure dal controllo austro-ungarico nel 1746. E’ presto. Allora ho pensato alle scuole medie, dove la socializzazione secondaria scopre la politica e la pubertà, con primi i brufoli e i primi baci. I drappi tricolore appesivi per legge pendono sciatti e dimenticati. Si insegna Dante là, finché ce lo permetteranno i benpensanti, ma non si saluta la bandiera oggi. E’ un gesto troppo americanista, non c’appartiene come il loro capitalismo. Nessuno racconta dei sui colori: di quando nel 1794 due studenti bolognesi, Giovanni Battista De Rolandis e Luigi Zamboni insorsero portando sul cuore le coccarde uguali a quelle dei rivoluzionari parigini, diverse nel verde pantone, il colore della speranza, quello delle divise della guardia civile milanese che morì per l’Italia, accanto al bianco della monarchia unificatrice e sognata, e al rosso delle mille camicie dei volontari che da Quarto salparono alla volta di Marsala. Garibaldi, disse loro – “ O generosi cui da ribrezzo l’oppressione del giogo della servitù. Venite, io non posso offrirvi nè caserme nè munizioni: vi offro fame, freddo, sole, battaglie e morte. Ma chi ama la Patria mi segua.” Qui si fa l’Italia, o si muore. No, troppo interventista, troppo guerrafondaio, troppo presto. Allora ho pensato al Liceo, che è vissuto nell’adolescenza che forgia l’animo del nostro futuro. Le scarpe da ginnastica slacciate, informali, le scritte sui banchi, informali, le chiacchireinformali dei professori di parte, che devono correre con i loro programmi ( e la nuova riforma non li cambierà, ne loro ne i programmi). Se si concedono due parole sull’Italia sono sempre e solo per lamentarsi della loro categoria professionale. Poi parlano di politica si, in maniera informale. O è bianco o è nero, storia e daltonia. Qualcuno potrebbe citare le parole del vate: “A Balilla insorgere e risorgere”, qualcun’altro no, canterà “Bella Ciao”. In entrambi i casi qualcuno si indignerà. Quelli che insegnano si dividono ancora nel dire che mio nonno era un mostro vestito da soldatino per la sfilata del regime infame, e quegli altri che pensando che mio nonno era un infame a difendere l’idea della libertà di esprimere un’idea differente, combattendo gli alleati diventati occupanti rancorosi. Chi è politicallycorrect non si sporca le mani con la storia, corre di corsa alla conferenza di Yalta, che poi c’è l’estate, poi ci sono gli esami. Di insegnare l’Italia di dopo sarà un problema di qualcun’altro, con la sua costituzione, ignorata e fortemente antifascista, con la sua storia controversa, piena di ombre ingombranti, piena di misteri, piena di morti ancora una volta. Se ne occupino i professoroni dell’Università di raccontare a tutti quelli che continueranno di quell’Italia difficile da spiegare, difficile da farci i conti quando erano giovani, loro. E chi non continuerà gli studi la ignori, oppure si faccia una sua idea da solo, ma solo se gli va.

Ma noi dobbiamo trovare lavoro. La meglio gioventù cerca lavoro, e va a fare economia e commercio o ingegneria gestionale, non può tutta perdere tempo a studiare l’Italia, quello è un vezzo da intellettuali: “Qui o si lavora o si muore”, di fame. La nostra eccellenza lo sa, e parte, fugge via. E noi da dove ripartiamo? Io riparto da qua; dai miei nonni, dal loro esempio, dai nostri morti, dalla nostra storia, dai nostri diritti, dai nostri mentori, dai nostri inni e dalle nostre canzoni. E’ ingiusto insegnare il patriottismo nel XXI secolo? E’ anacronistico? Rischia di sfociare nel nazionalismo? Non mi interessa. Non oggi, oggi è l’Unità d’Italia, patria di un popolo di poeti e di artisti, i più grandi, di eroi , di santi, forse pochi ormai, di pensatori, di scienziati, e gridarlo forte scienziati, di navigatori, di trasmigratori (da ricordare con misericordia, anche se è difficile) di ribelli, di lavoratori, di brava gente. Si, di italiani brava gente. Guardo il cielo, ne sento il rombo, cerco di scorgere quelle 8 frecce tricolori e spero di imbattermi nella loro scia che adoro fin da quanto ero bambino. E a chi dice che sono 200mila euro buttati, bhè che il mio codice fiscale serva a portare la tutti i miei soldi, per lasciarmi ancora con la bocca aperta rivolta al cielo, mentre qualcuno porta omaggio a chi ha fatto l’Italia. Non li porti a finire negli omaggi di chi oggi viene intercettato al telefono mentre vende gli appalti per l’EXPO. Perché l’Italia da Mussolini è cambiata parecchio, perché la strage di Capaci, forse, ha cambiato qualcosa, ma da Mani Pulite non è cambiato niente. Spero perdonerete il mio fervore, magari antiquato, magari patetico: ma qui o si rifà l’Italia, o l’Italia muore.

 

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