Quando le Startup minacciano il corporativismo: Adesso tocca a CoContest

Tutte le volte che per telefonare a qualcuno lontano mi ritrovo ad usare Skype, mentre si susseguono quella buffa sequenza di rumori tra connessione e chiamata, penso sempre alla stessa cosa: chi lo avrebbe mai detto ai tempi delle interurbane con i minuti contati, ai tempo del mitico telefono fisso della SIP, il Sirio bianco, che oggi saremmo stati in grado non solo di guardarci, mentre siamo distanti un oceano, ma che ci saremmo potuti raccontare come avevamo trascorso la giornata da un continente all’altro, senza spendere un centesimo. Parlare con fidanzati, genitori, clienti, amici: fantascienza pura. Mentre nella case al mare tenevamo ancora i telefoni con la rotella, anche loro con quei buffi rumori per comporre il numero, Massimo Lopez nel tubo catodico chiedeva come ultimo desiderio di fare una telefonata per allungarsi la vita, e il capitano del plotone d’esecuzione gliela concedeva sempre. Il mondo era distante, ma tuttavia si accontentava del genio del passato, come sempre ha fatto, prima dell’ennesima innovazione: dalla vela al vapore, dal telegrafo di Marconi al telefono di Meucci, dall’unica Società Italiana per l’Esercizio Telefonico statale, alla privatizzazione di Telecom, alla liberalizzazione della telefonia fissa.

Federico, Alessandro e Filippo li conosco da quando eravamo teenager, e non ci stavamo nemmeno troppo simpatici, adesso sono a San Francisco, perché CoContest, la loro piattaforma di crowdsourcing per condividere progetti di interior design e architettura di interni sul web, è stata selezionata come unica italiana tra le 30 migliori startups del mondo nel 2015. Per questo sono stati chiamati nella Silicon Valley, l’incubatore di aziende d’alta tecnologia più ambito del pianeta. Purtroppo non li sto contattando per congratularmi però, li chiamo per farmi raccontare da loro e per raccontarvi come mai, ancora una volta, l’eccellenza italiana viene rallentata dall’alto papaverato della nostra odierna Repubblica delle Banane, anche quando ci si impegna stoicamente come hanno fatto loro a non lasciarci a tempo indeterminato per portare all’estero il frutto della loro inventiva e professionalità.

Sapete, è curioso come le frange più estremiste del nostro bivacco parlamentare ritrovino una coesione puntuale, trasversale e solidale solo quando c’è qualcosa che potrebbe mettere a repentaglio la loro diaria, i loro stipendi, o i loro interessi personalistici. Ed evidentemente questo è uno dei casi.

Ci vuole il coraggio dell’invidia, o un amore spassionato per l’immobilismo per spendere del tempo a muovere un’interrogazione parlamentare su questo progetto. Ma tant’è. Partiamo dall’inizio però : “Nulla, a parte la zecca, può fare soldi senza pubblicità.” Asseriva Thomas Babington. E’ per questo forse che i ragazzi di CoContest, nonostante le ottime recensioni e gli ottimi risultati raggiunti finora, si sono permessi il lusso di acquistare uno spazio pubblicitario sull’emittente privata Sky, quella che di solito ci fa pagare un abbonamento facoltativo (non un canone imposto) per guardare film e programmi, non per mostrarci delle pubblicità tra una pubblicità e l’altra. Quale problema ne è venduto? Che non sono proprio piaciuti ad un gruppo di parlamentari i disegni animati che compaiono nella pubblicità, quindi, in nome del corporativismo stagnate e delle pellicole d’animazione si sono voluti immolare. Si perché nella breve pubblicità vengono mostrati una giovane ragazza un po’ a corto di denari che preferisce rivolgersi all’innovativa piattaforma online, che la mette in contatto con architetti e designer che vengono da tutto il mondo, piuttosto che rivolgersi ad un architetto che viene disegnato come vecchio professorone dalla parcella onerosa. C’è chi dice luogo comune, c’è chi direbbe fedele riassunto della realtà. Fatto sta che qua nasce lo scandalo.

Non sono cattiva.. E’ che mi disdegnano così.” facevano giustificare Jessica Rabbit. Ecco, forse avrebbe preferito venisse aggiunta questa battuta a scanso d’equivoci, l’onorevole Serena Pellegrino di Sel: la prima firmataria dell’interrogazione parlamentare che ha chiamato a raccolta esponenti di Pd, di Fratelli d’Italia, Movimento5Stelle, e in secondo luogo i ministri dello Sviluppo economico e della Giustizia. Praticamente gente che di solito non va d’accordo nemmeno sul colore del cavallo bianco di Napoleone. Ah! Un inciso en passant: dei nove firmatari 6 sono inaspettatamente architetti. Insospettabile vero?

La Pellegrino, che a quanto mi è stato riferito dai giri della Buvette, è apparentemente nota solo per questo puntualissimo ultimo exploit, ha tenuto comunque a sottolineare, oltre al cartone animato che non le è proprio piaciuto poiché “mina ed è diffamatorio” della figura professionale degli architetti – Sarebbe da domandarle, dato il tasso disoccupazione giovanile del 30% che grava sulla categoria, data la modalità raccomandazione sempre in On del tirocinio nella suddetta categoria, e dati i ridicoli rimborsi di poche centinaia di euro che toccano a chi non è nipote o figlio di.. Quanti giovani architetti affermati ed economici conosce, e sopratutto come potrebbe metterci in contatto con loro li dove che ne so, domani decidessimo di ristrutturare il bagno. – Come  in ogni caso l’idea di questi tre giovani imprenditori romani rischi di mettere addirittura gli architetti in competizione tra loro. Insomma, in una frase svelato l’incubo del Socialismo Reale! Che però a quanto mi avevano informato non aveva mai regolato la nostra nazione. Alle basi dell’Interrogazione, ad oggi in attesa del dicastero della Federica Guidi, viene anche sollevato un cavillo più accettabile del personale gusto sui disegni animati tuttavia. Si contesta che : “nell’ambito della suddetta piattaforma, non è affatto chiaro chi certifichi le competenze dei designer e chi garantisca il cliente di avere a che fare davvero con un architetto, con un ingegnere, piuttosto che con un improvvisato”. Ricordando che l’Italia ha recepito la direttiva europea 2006/123/CE che introduce nei rapporti tra professionista ed il cliente/committente” le polizze di responsabilità civile, l’obbligo del preventivo e del relativo contratto con il committente/cliente. Soprattutto il recepimento della direttiva introduce il principio della trasparenza nei rapporti tra il professionista e l’utente”. 

Consapevoli di queste normative ovviamente, i fondatori di CoContest hanno prontamente sottolineato come difatti: “La piattaforma sia solo un’opportunità per mettere in contatto giovani designer e geometri che intendano gareggiare gratuitamente, all’insegna della meritocrazia, in gare interne al sito (..) Che poi in un secondo momento mette esclusivamente in contatto cliente/committente tramite indirizzo e referenze.” Tutto quello che viene dopo riguarda la sfera privata degli eventuali futuri contraenti. E’ subito indubbio il risparmio di tempo del cliente che può così consultare centinai di pareri comodamente dal suo ufficio, dove magari sta maturando uno stage senza rimborso spese, o risparmiando se non altro la benzina, stracarica di accise, che dovrebbe altrimenti consumare per consultare decine di studi d’architettura. Non c’è nessuna intenzione, assicurano, di voler sostituire o rimpiazzare architetti o ingegneri, poiché come viene sottolineato – “La maggior parte dei concorsi su CoContest riguardano esclusivamente l’arredamento; tuttavia, per ristrutturazioni più importanti non forniamo in nessun caso progetti esecutivi, ne tanto meno li realizzano… Diamo idee progettuali o al massimo progetti preliminari: chiaramente in fase esecutiva il cliente sarà costretto, come previsto dalla legge, ad assumere un professionista iscritto all’albo che faccia il sopralluogo, modifichi se necessario il progetto scelto dal cliente e lo integri per realizzare i documenti necessari all’ottenimento dei permessi“- Non vogliono rischiare che vengano giù tetti o piloni come nelle opere pubbliche di cui abbiamo purtroppo letto ultimamente sui giornali.

Citano poi una metafora divertente che potrebbe invitarvi a riflettere ulteriormente – “Sarebbe come dire, passatemi la metafora, che se la gente da un consiglio illegale su Yahoo Answer allora Yahoo è illegale perchè c’è la possibilità che le persone consiglino di porre in essere comportamenti illeciti.” – E in quanto a consigli, senza neanche andare a toccare la legalità, basta fare un giro sotto le Aswer riguardanti la contraccezione, le mestruazioni e la maternità; solo per farsi un’idea di quali sono i veri pericoli di Internet, non lo sharing di idee per il design d’interni.

In questi giorni molti hanno paragonando questo caso al recente caso Uber, la piattaforma statunitense che sbarcata in Italia sta minacciando gl’interessi di una categoria onerosa e inadeguata come quella dei tassisti: altra categoria che se non per il prestigio, ha sicuramente un ingente peso politico grazie al folto numero di cui si compongono le sue fila. “Come Uber infatti il nostro obbiettivo e quello di rendere più democratico, nel senso di più accessibile a tutti, e più meritocratico ,nel senso di permettere una selezione dei professionisti basata sulla qualità e sulla corrispondenza dei propri lavori ai gusti e alle esigenze del consumatore.” Due semplici assunti che dovrebbe contemplare ogni tipo di libero mercato. A quanto detto come non aggiungere la peculiarità non trascurabile quale la differenza tra la piattaforma Uber, d’importazione, e la piattaforma CoContest all’insegna dell’esportazione di due qualità per cui gl’italiani eccellono  in tutto il monto: originalità e design insuperabile. Attraverso questa piattaforma, infatti, tanti giovani italiani possono concludere progetti commissionati all’estero, portando quel tocco italiano nei punti più distanti del globo.

Insomma siamo alle solite, all’ombra del vessillo dell’arretratezza, quel che si evince è come il nuovo preoccupi perennemente gl’interessi del vecchio. Come in Italia abbiamo sostituito la lotta di classe, con la lotta politica, per finire in una sorta di Lotta Generazionale. Un paese dove i Gattopardi sono ovunque, sempre pronti a disporsi  strategicamente in campo quando qualcuno rischia di ledere i loro interessi. Difendere attraverso ogni espediente un concetto di corporazione anacronistico, anche a dispetto di quei giovani colleghi disoccupati  per i quali bisognerebbe provare empatia, e che invece si pretende si concedano gratuitamente agli stessi Studi d’Architettura che non li recluterebbero altrimenti. Ostruire gli sbocchi con contromisure immediate, anche a costo di annullare sul nascere quell’incremento di domanda in un campo che ha subito una flessione spaventosa, data la cieca pretesa di mantenere prezzi proibitivamente fuori mercato. A testimoniarlo come nel caso Uber: la scelta della nuova fascia di consumatori. Ma determinati interessi evidentemente vanno oltre.

La desolante realtà dei fatti è che io la casta degli architetti non l’ho mai sopportata, loro e quelle cicatrici indelebili che lasciano sui volti delle città una volta aggiudicatosi l’appalto prestatogli dal comune di turno,  e adesso li sopporto anche un po’ di meno. A noi del tanto idolatrato estero rimangono sempre solo gl’inglesismi e gli slogan, per quanto riguarda meritocrazia e innovazione, vogliamo rimanere l’eterna retroguardia. Chissà se al tempo ci fosse stata una categoria dei telegrafisti, altro che Skype, Internet ed interurbane: forse questo pensiero ve l’avrei dovuto comunicare con il segnale morse ●●●▂ ▂ ▂●●● . Era un finale ad effetto, verosimilmente in tal caso non ci saremmo davvero potuti porre il problema, non mi sarei trovato io a mandare il mio imbocca al lupo a questa encomiabile startup tutta italiana, ma sopratutto, non ci saremmo domandanti perché sentendo il Senatore Razzi che canta ” Famme magna’ “ nessuno abbia azzardato un’interrogazione parlamentare, o quanto meno canora.

 

 

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