Per le prossime elezioni forse ci vorrebbe il televoto

Ormai il voto pare attività desueta, non lo si può negare. Tutta quella fatica per esprimerlo, quei sì che vogliono dire no e quei no che vogliono dire sì; tutte quei nomi, tra lo sconosciuto che tenta il colpo, e quello che se lo conosci ormai lo eviti. Tutti quegli volontari che puzzano di sezione e di muffa, anche se hanno appena raggiunto la maturità; che ti guardano come fossero la reincarnazione di Matteotti. Tutti quei cartoncini difficili da ripiegare, che devi barrare bene, per non fartelo sottrarre, dentro quelle vecchie urne piene di svastiche e falci e martello tratteggiate nel legno da qualche buontempone; piazzate dentro un’aula a caso, in quelle scuole di quartiere, che nel bene o nel male ti fanno capire quando sei invecchiato appena passi in rassegna quegli spazi pregni di gioventù: che prima ti sembravano enormi e pallosi, e adesso ti appaiono angusti e nostalgici. Quelle sediole minuscole dove ti dondolavi con destrezza e che adesso ti frutterebbero una semi-paralisi se solo ci poggiassi le natiche per due minuti. L’appuntamento è, era, fissato sempre in quei fine settimana che pensavi di trascorre beatamente al mare o in campagna, e che invece dovrai programmare anche in base a quel desueto evento. Non perché tu creda che il tuo voto valga qualcosa; lo sai bene quando vedi quelle masse informi di individui che al sabato fanno lo struscio in tuta per i centri commerciali, e rifletti sul fatto che il loro voto vale come il tuo, e loro di certo non hanno le tue stesse idee. Ma tu ti ostini per sentirti un bravo cittadino, e questo ti costa quella piccola rinuncia. Del resto sei tu poi il primo a lamentarti che non voti alle nazionali da 6 anni. Appunto, attività desueta il voto, lo avevamo già detto.

L’astensionismo elettorale è una piaga si sa, e ormai supera di qualche punto il 50% degli aventi diritto secondo i sondaggi di Ipsos. A giudicare dalle ultime occasioni, vedi le primarie del PD di Roma per esempio, si palesano dati ancora peggiori. Le gazebarie della Destra non sono andate nemmeno sui giornali praticamente. Sui social network invece imperversano puntuali tutti i maldipancia del paese, ultima la campagna per il referendum sulle “trivellazioni”, manco fossero tutti geologi, biologi marini ed economisti. Tutti hanno tempo per dire il loro sì, che vuol dire no, e il loro no che vuol dire sì, e anche per fare un po’ di morale femminista sullo slogan “Trivella tua sorella”: il fantasessismo; ma è tanto per non perdere l’occasione di palesare la propria totale mancanza di qualsiasi umorismo, e come si dice in questi casi “una risata vi seppellirà”.

La passione con la quale l’italiano si cimenta nel così detto ‘attivismo da poltrona’(Zygmunt Bauman) è evidente e onnipresente, e dovrebbe essere investita, ricondizionata e sfruttata. Non importa se riguarda la terra dei fuochi, le trivelle, o le delocalizzazione delle industrie. I nostri politici lo sanno, per questo trascorrono più ore negli studi televisivi che in Parlamento. Chi da Barbarona nazionale, chi dalla De Filippi, chi da Porro, chi da Floris: tutti i leader ormai hanno capito che l’opinione pubblica va presa, tenuta, dominata e convinta sul divano. Il campo della battaglia della politica ormai è lungo dallo schermo del tubo catodico allo schienale della poltrona: è lungo un tappeto, e su quel tappeto non va perso nemmeno un centimetro. Ammaliare, millantare, convincere, starnazzare, dire “mi lasci finire” e “io prima non l’ho interrotta” sono le nuove attività della militanza politica che si sublimano nelle ricerca di candidate con un bel musetto per bucare lo schermo e negli squadristi 2.0 che dopo le dichiarazioni in prima serata da tribunale dell’Aja, non si dimentichino mai di tirare in ballo la sacralità della famiglia, anche quando si parla di autostrade o di pollame. Di fatto non sarà un caso se il Premier ha scelto di confidare agli spettatori di Domenica Live la sua linea sull’intervento militare in Libia ancora prima di spiegarlo alle Camere. E allora come non averci pensato subito: il televoto. In Italia ci serve il televoto per mandare avanti il paese. Un paese “Interattivo”. L’italiano è così esperto di televoto: dai Talent show, ai sondaggi di SkyTg24, a Sanremo e il Grande Fratello, mette le faccine sotto gli articoli di giornale per evidenziare il proprio umore, e adesso ha anche tutte emoticon su Facebook, il maggiore, talvolta l’unico veicolo d’informazione che utilizza (e lo evidenziano bene quei contenuti irreali che smaschereno la più crassa ignoranza cavalcando l’indignazione). Di tutto questo, nel bene o nel male, bisognerebbe farne tesoro. Ma purtroppo per il politico da prima serata, per quello da blog, e per quello da “condividi se sei indignato”, vincere la battaglia sul divano non vuol dire vincere la guerra. Perché quando il campo di battaglia si amplia e irrompe la realtà; quando le truppe elettorali devono scendere all’area aperta, quando quel percorso pieno di insidie che separa l’elettore dalla scuola di quartiere dove lo attende l’urna, lo costringe ad alzarsi dal divano per esprimersi una volta per tutte, il voto di pancia, la battuta facile, l’applauso del pubblico ammaestrato per rafforzare il concetto, svaniscono… e le truppe si disperdono, tra la pigrizia, il mare, il traffico e il dubbio che quel loro voto, in fondo, non valga niente. Come al solito. Per questo quel voto andrebbe preso subito, lì, sul divano, dal divano. Il televoto è la soluzione per ridurre l’astensionismo. Un paese che si manifesta nel pieno della democrazia direttamente da casa, una nazione che sceglie con il vestaglione di flanella, la Peroni gelata, e il rutto libero. E cosa importa se correremmo il rischio di qualche “pianista”, lo corriamo tutti i giorni in Camera e Senato. Sarebbe fantozziano, sarebbe bellissimo, e sopratutto, sarebbe distruttivo.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento