Il Paese della mamma di Anastasia

Parigi, sotto il perpetuo controllo del Grande Fratello dell’intelligence internazionale, è investita da un’ondata di controlli e di arresti preventivi che stanno facendo mormorare molti riguardo alla violazione di quel concetto di liberté sul quale si fondano le radici dell’intera nazione, ma la vita va avanti. Bruxelles, invasa dai militari a guardia degli obiettivi sensibile e dai gattini di #BrusselsLockdown per confondere i terroristi, è blindata, ma la vita deve andare avanti. E a Roma? Beh Roma al solito non succede niente, è immobile, ma tutti sono confusi: dalla rapida successione degli eventi e dalla “mamma di Anastasia”, o meglio, dalle mamme di Anastasia. Ecco perché in un posto già immobile di suo qualcosa si è fermato.

Nelle ultime settimane mi sono sentito parecchio disagio: non tanto perché Angelino Jolie è il nostro Ministro degli Interni e i servizi segreti (che dovrebbero sventare gli attentati) sono alle sue dipendenze; e nemmeno tanto perché in ogni bar, o ristorante, o angolo della strada in cui io mi sia trovato a sostare, mi sono imbattuto puntualmente in gente che straparlava di terrorismo, Jihad e terza guerra mondiale manco fossi perseguitato da un falshmob dove i partecipanti simulano il G20 scandendo con cazzate e luoghi comuni a turno. Il motivo per cui mi sono sentito a disagio deriva dal notare come in molti, troppi, punti di ritrovo della città: di norma sovraffollati fino all’asfissia da giovani e meno giovani anche in pieno inverno, non ci sia più anima viva. Suggestione? Forse, pensavo inizialmente. Ma quando ti squilla il telefono e dall’altra parte c’è gente che ti da forfait per l’attesissima inaugurazione del posto x, magari troppo vicino a Pzz. San Pietro, oppure ti avverte che pacca la festa y, perché è troppo in centro, si fa largo una spiazzante verità: dopo gli attentati di Parigi i giovani italiani hanno paura degli attentati. Sono dei rammolliti, e le ansie delle ritorsioni terroristiche che ormai prosciugano da settimane i contenuti dei nostri telegiornali (che non si è capito bene per chi giochino: se per la sana informazione o per lo share di una nuova televisione del terrore) li hanno permeati, sopraffatti. Sono bastati gli approfondimenti del TG a piegarli, non un colpo sparato. Le preoccupazioni delle mamme questa volta hanno la meglio: li hanno convinti a correre ai ripari tra pantofole e plaid.

Quando due settimane fa ricevetti su whatsapp una nota vocale che, dopo l’allarme bomba alla stazione metro di Lepanto, intendeva diffondere le informazioni scottanti per la sicurezza nazionale di cui era entrata in possesso la mamma di Anastasia, che lavorerebbe al Ministero degli Interni – E questo, a parte gli scherzi, dovrebbe seriamente preoccuparci sul piano assunzioni, analisti e ministeriali – confessando ad amiche e figlie la reale “entità del rischio attentati “per metterle in allerta, mi preoccupai immediatamente: per la stupidità della gente che mi circonda. Citando loschi occultamenti da parte delle istituzioni, dichiarando che la smentita su una bomba era una macchinazione dei media: ” perché in realtà quella bomba c’era” e asserendo che loro ( i terroristi) “vogliono colpire i giovani come voi”, la mamma di Anastasia metteva in guardia due teenager dall’IS e dal frequentare i luoghi della movida romana. Le invitava a diffondere il più possibile il consiglio di restare a casa, o meglio, di rimanere nella sedicente zona bunker “Cassia” (dove per mia fortuna vivo e dalla quale al sicuro vi scrivo) e tutti ci cascavano passandosi preoccupati il messaggio.

Cestinata immediatamente la bufala come patetico tentativo da parte di una madre per non far uscire la figlia quel sabato sera, ho provato subito a fare un test con la mia di mamma, mentre intanto la stessa registrazione mi arrivava da chiunque. Ebbene il test dette esito positivo: mia mamma ci era cascata subito. Lì ho percepito la vera natura e entità del problema: la mancanza d’informazione adeguata mista all’ansia del momento (per non dire la stupidità). L’allarmismo e la preoccupazione hanno svelato in poco il reale stato delle cose: una città impietrita davanti alla sola evenienza. Questa è la cifra del paese.

A pensare che in un paese che fa parte del G8, durante il consumarsi di un’intricata crisi internazionale che potrebbe portarci sull’orlo della Terza Guerra mondiale, il nostro purtroppo Presidente del Consiglio è stato costretto da due mamme che non volevano perdere d’occhio le figlie ha fare una smentita pubblica di una nota vocale per citare l’accaduto su giornali e telegiornali e per frenare il dilagare dell’allarmismo prodotto da questa bravata da deficienti abbastanza mature, viene un po’ da ridere. A pensare che da noi il fondamentalismo e la guerra santa pensano di combatterle stando chiusi dentro casa e #uscendo i presepi nelle scuole. Lanciando un’altra crociata, l’ennesima per strumentalizzare un altro po la cosa con la scusa che il Natale e la religione non possono essere messe in discussione, perché fanno parte delle nostre radici culturale (?), invece di limitarsi a prenderle per quello che sono: una festa tramandata e pianificata nel giorno del Sole per salvaguardare l’unità dell’Impero Romano ai tempi della diffusione del Cristianesimo, e una pratica religiosa molto diffusa in una stato laico per costituzione, viene un po’ da ridere. Ma a pensare che in un paese che è stato solo minacciato, mai colpito dall’ISIS, i giovani, che sono lo spirito della vitalità per eccellenza, stiano già dando forfait per paura dell’avversario, incominciando, anche se lentamente, a cambiare le proprie abitudini, dandola vinta ai terroristi così, invece di prendere esempio dai giovani parigini che hanno visto morire dei loro compatrioti ma trovano la forza per andare avanti fregiandosi del motto “Nous n’avons pas peur”, beh viene po’ da piangere.

Per quando il rischio sia evidente, e la nostra preparazione ad arginarlo inadeguata: l’unica soluzione dovrebbe essere lavorare su noi stessi riflettendo e sfidare a viso aperto la paura che ci vogliono mettere. Se il governo perde tempo a fare bei discorsi, dicendo che – “il problema terrorismo va risolto con investimenti su sicurezza e cultura” – dato che stanno a pezzi tutte e due, e stanzia 4 miliardi di euro da dividere nelle suddette, di cui però la metà andranno totalmente sprecati nei 500 euro per i diciottenni che strizzano l’occhio all’elettorato al primo voto, piuttosto che fare qualcosa di utile contro la minaccia reale; io dico che forse i soldi per la cultura dei giovani italiani potrebbe essere un buon inizio, ma serve ben altro: serve qualcosa di più profondo e di più diffuso. I giovani italiani invece di regalie futili e di mamme preoccupate per la loro libertà hanno bisogno di responsabilità e di coscienza civica. Tempo fa, ma anche più recentemente, diciamo continuamente, mi trovo a citare i giovani israeliani, così dediti, così responsabili: servono il loro paese indipendentemente dal loro sesso, ne conoscono a fondo la loro storia, conoscono il rischio che si corre nel difendere qualcosa, e per questo forse apprezzano di più la vita dopo. Abitano sull’ultimo bastione dell’occidente, perennemente in guerra e tirano avanti. Ecco forse ai giovani italiani più che tessere pagate dai contribuenti per andare a concerti e teatri di loro gradimento, dovrebbero imparare qualcosa dai giovani figli d’Israele: che vadano a lezione con frequenza obbligatoria da loro. Forse i giovani italiani, piuttosto di avere sconti per musei e biblioteche dove secondo l’ISTAT non vanno comunque, nemmeno gratis, dovrebbero investire del tempo nell’ascoltare in conferenza i racconti dei giovani che sono cresciuti nei Balcani negli anni ’90: di quando sentivano distintamente le bombe a grappolo della NATO che cadevano, ma si facevano coraggio, e continuavano a vivere, ad uscire, ad andare avanti. Che la frequenza anche lì, sia obbligatoria.

Il nostro Paolo Borsellino diceva: “chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ha paura muore una volta sola”. Ma del coraggio di Borsellino, sapessero tutti chi era, ci si ricorda una volta l’anno: come dell’essere buoni a Natale. Ecco forse i giovani italiani invece di ascoltare le preoccupazioni delle mamme, che ricordano, ma non insegnano gli Anni di piombo o lo Stragismo, o di ascoltare le preoccupazioni che istigano i telegiornalisti, che potrebbero insegnare a capire e invece passano il tempo ad amplificare il nulla per fare ascolto, avrebbero bisogno di confrontarsi con giovani come loro, di esperienze diverse, che gli parlino dalla stessa altezza e gli ricordino quanto loro siano fortunati. Che li invitino a trovate il coraggio, all’essere uomini, non eroi, solo uomini. Ecco forse questo potrebbe bastare a scoraggiare chi vuole mettergli paura, e a farli crescere.

 

 

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