Piero tra gli islamisti

Il viaggio, perdersi tra genti diverse e elacisticizzare i propri orizzonti, è da sempre un grande simbolo della vita umana. Rito di iniziazione, tappa di emancipazione, passaggio dall’età della conoscenza a quella dell’esperienza. E il viaggio, nei grandi miti culturali e letterari, coincide sempre con una ricerca. Del Graal, per esempio, o di Angelica. Una grande metafora del nostro affannarci sulla terra: operosi come formiche, testardi come mosche, indolenti come gatti. Non importa. Ma sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Non c’è bisogno di scomodare i teorici della letteratura o i luminari della narratologia.
E l’aspetto profondo è che non sempre sappiamo cosa troveremo o addirittura cosa stiamo cercando. A volte neanche ci accorgiamo di quale obiettivo abbiamo raggiunto. Io, dopo quasi due anni di Libia, l’ho finalmente capito. In una dimensione paradossale, però. Questo è il bello. Questa è la vita.

Conosco un ragazzo, che chiamerò S., trent’anni, magro come un chiodo, barba e capelli lunghissimi, bevitore indefesso, sempre sorridente e generosissimo, grande lettore di romanzi della grande tradizione europea ottocentesca. Lo sottolineo, perché da patito dei Miserabili di Hugo, quando incontro qualcuno che come me ne sia stato folgorato sento subito una sintonica attrazione, simile a quell’immedesimazione amorosa che Saba diceva di aver provato in gioventù per Leopardi.
Una di quelle persone rare che riescono sempre a insegnarci qualcosa e che per stima, emulazione o simpatia rendono chi gli sta attorno più sensibile, più scanzonato, più attento. Insomma, quelle persone che ci rendono migliori per il solo conoscerle. Una sorta di cristo, per aspetto fisico e per la grazia con cui si offre al mondo. E poi anche suo padre, come il mio, è un pittore.
Oltre a tutto ciò, è anche un bravissimo chitarrista e si occupa di radio e teatro.
Un po’ per gioco abbiamo iniziato uno strampalato scambio culturale, dal basso e improntato sull’unica forma di contrattazione equa, il baratto: io insegno a lui e ad altri ragazzi un po’ di italiano, lui mi insegna a suonare la chitarra. E da questa sinergia è scaturito quello che dovrebbe essere il fine di tutte le interazioni umane, vale a dire la creazione di qualcosa che ci renda più vicini all’altro, dando forma e sostanza a elementi sottoculturali negoziati e condivisi, mai imposti o dogmatici. I ragazzi mi hanno chiesto di scrivere dei testi in italiano da mettere sugli accordi di alcune ballate locali. Risultato: la sera ci incontriamo, ci facciamo un paio di bicchieri e poi cantiamo a squarciagola il testo originale in dialetto libico e quello rivisto in italiano.
Con la chitarra io ancora sono una mezza pippa, ma c’è tempo. Ho piena fiducia nel mio bravissimo insegnante, innamorato dei Pink Floyd e di Bob Dylan. E che, quando la sorella si è sposata, mi ha confidato di non stimare particolarmente il nuovo cognato. Perché quando glielo hanno presentato, la prima domanda che gli ha fatto è stata “Conosci i Dire Straits?” “No” ha risposto lo sposo. E S. ha chiosato “peccato, se non ascolti Mark Knopfler hai delle inevitabili carenze in termini di giudizio estetico”.

Dovendo preparare una lezione, qualche tempo fa ho quindi deciso di far lavorare questi studenti- amici sul testo di una canzone. Così magari poi l’avrebbero pure suonata.
Mi occorreva una traccia con tre requisiti fondamentali: la riproducibilità degli accordi con la chitarra, un argomento che catturasse la loro attenzione, una veste linguistica abbastanza semplice, essendo principianti.
Sulla scelta ha poi influito il mio gusto personale, perché quando faccio lezione mi voglio divertire anche io. E se posso trasferire contenuti non dozzinali e di qualità sento di rafforzare davvero quei ponti millenari tra cittadini mediterranei che troppo spesso dimentichiamo. E dei quali siamo il prodotto. Soprattutto oggi, nel III millennio d. C.

Per chi non lo conoscesse, Piero Ciampi è stato un cantautore livornese degli anni ’60-’70, anarchico, ubriacone e geniale. Alcuni forse avranno sentito le sue Te lo faccio vedere chi sono ioAdius. Io ho sempre considerato il suo capolavoro Ma che buffa che sei, che condensa in pochi versi la personalità dell’autore. Perché lo stile è sempre l’incarnazione formale di una certa visione della realtà. Più autentico della firma.
Dedicata a una donna amata, rovescia i canoni dello “stilnovo” musicale dei ’60: “Quel pugno che ti detti / è un gesto che non mi perdono. / Ma il naso ora è diverso / l’ho fatto io, e non Dio.” Rispetto alla grande stagione della musica italiana degli anni del boom, con i suoi mostri sacri laureati, Piero è un po’ l’outsider coltissimo ma lontano dalla vulgata. Una sorta di Cecco Angiolieri, tra gioco d’azzardo e sbronze, rispetto a Gino Paoli-Dante.
Quindi ho deciso di didattizzare una canzone di Ciampi, Il vino, che per farla breve narra per immagini eloquenti ma laconiche lo stato d’animo del bevitore abituale al risveglio, la mattina (se la cercate su youtube e la ascoltate è meglio). Inutile dire che è stato un successo, sia per la pratica del presente indicativo sia perché nel cuore della Libia ora ci sono ragazzi che intonano “Come è bello il vino / rosso rosso rosso / bianco è il mattino / sono dentro a un fosso”. Ne vado orgoglioso, lo considero un piccolo miracolo.
E a proposito di miracoli, c’è una ballata di Ciampi che si intitola Cristo tra i chitarristi. Per anni mi sono interrogato sul reale significato di questo testo di grande valore poetico e ora l’ho compreso. “Cantava per disperdere l’odio” recita il testo della canzone. Anche S. canta, suona e sorride per disperdere l’odio nel suo paese funestato dai conflitti. Eccolo il cristo tra i chitarristi. Cristo tra gli islamisti. L’oggetto della mia ricerca.
Ateo, libertario e pacifista, in un paese islamico conservatore in perenne stato di guerra ho trovato Cristo. Il mio cristo. Che non è di cioccolato come quello di Tom Waits né personal come quello di Dave Gahan.
È un musulmano, ha i tatuaggi e gli piace parecchio bere. E sarebbe piaciuto tanto anche a Piero Ciampi, che scrivendo Ha tutte le carte in regola per essere un artista lo ha inconsapevolmente descritto alla perfezione. Perché, come spesso ripete S., i grandi classici sono particolari e universali insieme, parlano a chiunque in qualunque luogo e in qualsiasi momento. Come Victor Hugo.
Ed è proprio vero. Altrimenti ora non potrei dire che c’è Piero Ciampi tra gli islamisti.

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