L’Isis a Frittole.

Qualche giorno fa un amico mi ha chiamato per andare a fare una gita al mare, in un posto bellissimo e incontaminato a circa 2 ore di traballante guida tra le dune da Misurata. Con la sopravvenuta calda primavera, che nella Libia costiera dura giusto quei pochi giorni che servono al corpo per prepararsi alla canicola estiva che da maggio moltiplica le mosche e scolorisce i cartelloni pubblicitari di compagnie aeree che non volano più qui da un pezzo, non è raro che il venerdì, dopo i bagordi del giovedì sera, si organizzino dei safari. Carne di agnello, tè scuro, pane, pomodori, taniche d’acqua e un piccolo compressore per sgonfiare e rigonfiare le gomme sono l’arredo di base dei portabagagli di pick up e jeep. Una sorta di paniere istat delle scampagnate libiche. Poi, certo, se qualcuno all’ultimo momento, prima di chiudere lo sportello, ci infila anche un kalashnikov non c’è nulla di strano. Anzi, quasi quasi ti fa stare più tranquillo.

Io e il mio amico eravamo già arrivati da mezz’ora all’appuntamento. Aspettavamo gli altri della compagnìa per proseguire per un tratto di deserto: mi ha spiegato che bisogna sempre affrontarlo insieme a minimo un’altra macchina, visto che qualsiasi cosa accada, dal comune insabbiamento a un guasto, intorno non hai niente che possa tornarti utile.

Superata una salita siamo giunti sul picco dell’ultima altura prima che la strada sterrata che insegue dolcemente la terra svanisca nella distesa inconsistente di sabbia. Una specie di frontiera. Il tempo assoluto, la completa mancanza di rovine e macerie, i nostri usuali punti di riferimento della storia. Il deserto, sfocato all’orizzonte dalla tremula calura che pare lamentarsi danzando sulla terra, svogliato digrada verso il mare, sempre meno arancio e più tendente al giallo, e sbatte a volte su rocce ròse dal vento che millenni di sole hanno annerito facendole sembrare pietra lavica. L’acqua cristallina, chiazzata di smeraldo e oltremare, che s’allontana verso l’Italia. Verso il miraggio dell’Italia.

Scorgiamo da lontano la Vitara dei due amici. La mitica Suzuki Vitara. Sul finire degli ’80 i giapponesi pensarono a una jeep in miniatura da città. Una specie di smart dei fuoristrada. Apparentemente inutile. Ma invece, mi hanno detto, un mezzo perfetto per le scorribande nel deserto. Scomoda come poche altre invenzioni umane, soprattutto i sedili posteriori. La conosco così bene perché quando ero ragazzino ce l’aveva mia zia e ricordo ancora il culo indolenzito e le gambe addormentate nei soli 9 minuti da scuola a casa sua.

Dietro di loro una macchina. Il mio amico mi guarda e mi fa “c’è anche Mohammed (nome di fantasia), è uno del Daesh”. Il nome arabo dell’Isis. “Come del Daesh?” chiedo. Sapendo che è un totale cazzone pensavo che il mio amico scherzasse. “Sì, sì, è un simpatizzante, ma è tranquillo, a volte si unisce alla nostra compagnìa anche se non condividiamo le stesse idee”. Anzi sono diametralmente opposte. La cosa mi iniziava a intrigare.

Forse è la volta buona che riesco davvero a mettere a fuoco questo spauracchio che spaventa mezzo mondo, ho pensato.

Arrivati nella località prestabilita, siamo scesi dalle macchine. Mohammed ha salutato i ragazzi in modo affettuoso e poi si è presentato a me con un accento inglese notevole, tipico di chi ha soggiornato a lungo in UK. Capelli corti, barba curata, le unghie tagliate corte, i denti bianchissimi. Aveva una busta dalla quale penzolava la manica di una muta da sub. Sono rimasto colpito dalla meticolosità delle sue numerose azioni. Un maniaco dell’ordine. Si è spogliato per indossare l’attrezzatura da immersione ripiegando ogni capo come una madre esperta.

Nel frattempo cercavo tutte le occasioni possibili per parlare con lui. Mi ha ringraziato per aver scelto di lavorare in Libia nonostante l’instabilità del paese. Quando, alla domanda canonica “da quanto sei qui?”, ho risposto “da novembre 2013”, pulendo la maschera ha alzato lo sguardo e ha commentato “allora ti evito la lista delle cose che devi provare, sicuramente la saprai lunga”. Poi ha imbracciato l’arpione e si è avviato verso la battigia. Ha avuto un atteggiamento cordiale, posato, estroverso.

Un figlio colto della borghesia mercantile cittadina, avrebbe detto Pasolini. Insomma, un ragazzo che ha studiato all’estero, che viaggia per lavoro e che non avrei mai collegato all’Isis se non lo avessi saputo prima. Lontano anni luce dal nostro immaginario collettivo.

Solo un piccolo particolare lo ha tradito: quando il mio amico gli ha scattato una foto in tenuta da sub, lui si è coperto il volto con una mano mentre con l’altra si è fatto immortalare in un gesto fin troppo eloquente (per chi lo conosca). Immaginate un saluto romano, ma con il pugno chiuso da cui si erige soltanto l’indice. L’indice alzato della mano destra è il simbolo della professione di fede di un musulmano, ma solo quando prega. Quella posa di fronte a un obiettivo, invece, è il segno dell’appartenenza allo Stato Islamico.

All’appressarsi del tramonto siamo ripartiti. Ero in macchina con il mio amico e naturalmente ho preso l’argomento, mangiato dalla curiosità. “Non mi aspettavo una persona così aperta, non dico che mi avrebbe dovuto minacciare, ma un atteggiamento meno espansivo non mi avrebbe sconcertato”. “Vedi, lui è un musulmano molto osservante, radicale. E proprio in virtù di questo da un lato vede di buon occhio la creazione dello Stato Islamico; ma, dall’altro, è contrario all’uso della violenza gratutita e crede fermamente della pacifica coabitazione tra differenti credi e etnie, così come insegna il Corano” ha precisato il mio amico. “Sì, va bene, ma mi sembra tanto una paraculata…come fai a parteggiare per un’ideologia che basa la sua propaganda sulla violenza efferata dichiarandoti contemporaneamente estraneo all’efferatezza?” mi è sembrata una domanda più che opportuna. La risposta è stata questa “io e gli altri ragazzi abbiamo discusso per ore con lui su questo punto, gli abbiamo fatto notare la stessa incongruenza, ma lui rimane fermo sulla sua convinzione: coloro che usano la violenza sbagliano, ma sono un male necessario per raggiungere il fine sperato. Lui ripete sempre che in ogni religione ci sono persone che uccidono i diversi, non è giusto ma non dovrebbe scandalizzare. La forza è giustificata solo per rispondere all’attacco. Se domani, per esempio, tu facessi qualcosa contro la sua libertà di credere nel Califfato, non esiterebbe a ucciderti. Qui in città, su circa 500 mila abitanti, il 3% non è contrario al Daesh: di questo 3%, l’1% che era davvero pericoloso, è stato espulso a forza. Gli altri sono pochi e non sono una minaccia reale”.

In teoria, una specie di riedizione riveduta e corretta del più superficiale e decontestualizzato machiavellismo. In pratica, il solito modo (che non ha bandiera) di perseguire obiettivi politici e economici strumentalizzando tutto ciò che crea consenso e aggregazione.

“Beh, la prossima volta che ne parlate digli che comunque ‘sta cosa noi la facciamo dalla notte dei tempi, ci sono arrivati un po’ tardino…” è stata la mia battuta. Il mio amico ha riso e ha concluso “glielo dico da sempre, hai ragione, lo sai che io la penso in tutt’altro modo”.

Ora, non voglio fare né l’apologeta buonista né il frikkettone scemo, però questo è stato un grosso ulteriore insegnamento su come i fenomeni che ci accadono intorno, lontani e non, siano talmente complessi che il problema reale è il modo in cui ce ne facciamo un’idea sommaria e anche caricaturale, non il fenomeno in sé. È complesso, non complicato: andrebbe capito e analizzato a fondo prima di abbozzarne delle spiegazioni ad effetto. Altrettanto propagandistiche, per giunta.

Mi vengono in mente i recenti fatti di Milano. Ma ci vorrebbe troppo spazio per parlarne.

Ad ogni modo, considerando che per il calendario islamico siamo nel 1436, se domani mattina mi svegliassi a Frittole non mi stupirei più di tanto. Dovrei solo essere previdente e documentarmi su quale scienziato arabo andare a cercare per tentare di spiegargli il treno.

 

 

1 commento
  1. Alessandro
    Alessandro dice:

    “Taqiyya — L’inganno religioso

    A causa dello stato di guerra tra dar al-Islam e dar al-harb, les ruses de guerre (le astuzie di guerra), cioè, il mentire in modo sistematico all’infedele, devono essere considerate una parte essenziale delle tattiche Islamiche.”

    – Ecco l’origine della “non violenza” del Mohammed: bugia, atta a mimetizzarsi, rendersi innocuo agli occhi del nemico, attaccarlo meglio. Si, di macchiavellico c’è molto. Ma molto più di quanto non si dica qui…

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