Italiano in Libia. Suggestioni dell’a(r)mato Rimbaud

Per iniziare, vorrei spendere qualche riga sull’argomento trattato da Davide nel suo precedente post (caro Davide, prendo solo uno spunto). Su questo dilagante delirio dell’essere qualcuno, del Je suis, che tanto mi ricorda il delirio del nominare con cui Gianfranco Contini metteva a fuoco una caratteristica della poesia di Montale. Non si trattava di una previsione provocatoria, un poeta che fa il giurato del Grande Fratello, ma della tendenza a oggettivare emozioni e significati racchiudendoli in un portacipria o nell’odore di ciambelle bruciate. Peccato, se presenziassero in televisione, i poeti guadagnerebbero due soldi, dato che carmina non dant panem. E neanche companatico, come diceva Vito Riviello.

Nell’era del posto-quindi-sono, basta avere il dito svelto e una buona connessione internet per sentirsi al mondo, è scontato ma vero. Posto perché non ho un posto, mi sembra una chiosa che tenga. Allora penso a questa formuletta del sono-qualcuno e a una caotica carrellata di sono illustri, dallo storico Ich bin ein berliner di Kennedy (ma quello era un politico, per giunta in piena guerra fredda) fino a Charlie Hebdo. Poi ci sarebbe l’altra faccia della medaglia, quel JeSuisMohammed che ha riempito le pagine social di tanti musulmani. Salvo che, vivendoci in un paese islamico, posso dire che Mohammed si chiamano 5 maschi su 10. Altri 3 rispondono al nome di Ahmed o Emhemed, che non sono altro che varianti ipocoristiche del tema. Il confronto non tiene.

Se poi la devo mettere sul piano della letteratura (che serve a due cose: a portarsi a letto le donne, come asseriva con sapienziale cinismo mio zio Franco, o, come in questo caso, a trovare argomenti quando la vena è scarica, come più o meno ha detto Alfonso Berardinelli) mi riparo nel rimbaudiano Je est un autre. Non è che l’enfant terrible della lirica moderna fosse meno figo perché non usava l’hashtag. Dopotutto è un cancelletto, un simbolo del telefono che non ho mai capito a cosa servisse fino a che non mi sono iscritto a twitter per avere elementi probatori dello stolto cyber-bullismo di Gasparri. Meglio il cancellino, se non altro ha un’utilità, almeno nel mio lavoro. Ad ogni buon conto, all’hashtag è decisamente preferibile l’hashish. Così uno se ne va a dormire invece di scrivere stronzate.

Allora ispiriamoci al Marchese del Grillo. Io so’ io e voi nun siete un cazzo. Senza arroganza, ma solo con la goliardica licenza di citare un personaggio del cinema. Oppure accontentiamoci di ciò che non siamo, così torniamo a Montale e il cerchio si chiude.

Ho detto la mia, gratuitamente. Mi sono lasciato andare. Succede anche a me, che non sono nessuno. Soprattutto quando, come in questo momento,  mi capita di pensare con un pizzico di lucidità in più perché ieri sera ho finito l’hashtag.

A voler esser intellettualmente onesto, questa tirata è solo un espediente retorico, mi importa poco dei fenomeni di pietistica idiozia di massa accelerati dalle nuove vetrine informatiche. È solo una mezza paginetta funzionale all’introduzione della figura di Rimbaud, quel genio che esordì come poeta e finì commerciante d’armi in Africa, di fucili Remington in disuso provenienti dalla vecchia Europa, per essere precisi.

Io non sono Rimbaud purtroppo, ma due cose mi legano a lui: il concetto di sregolatezza di tutti i sensi e, mio malgrado, il binomio Africa-armi.

Essendo antimilitarista non rientra nei miei piani l’import-export di strumenti di morte, né mi interessa spaventare amici e parenti. Chi mi conosce sa bene quanto mi facciano ridere certe cose. Quello che vorrei sottolineare raccontando quanto segue, invece, è semplicemente un tassello di relativismo culturale e il dovere -che dovremmo condividere tutti, nella vita reale- di immedesimarci in contesti diversi cogliendone le peculiarità, specie se diametralmente opposte alle nostre. Insomma, tutto quello che l’hashtag seguìto da JeSuis vorrebbe manifestare e che, al contrario, ipocritamente nega.

Vediamo un po’ che cosa mi torna in mente. Immaginatemi con le grinze di un risolino beffardo sulle labbra, non prendete troppo sul serio certe cose.

Una volta ero nel mio alimentari di fiducia, gestito da un algerino di mezza età che non vedo ormai da mesi. Ero intento a comprare mandorle e datteri quando un gentile e apparentemente innocuo vecchino con tunica e lunga barba rossastra mi avvicina e scambia qualche parola con me in inglese. Di punto in bianco mi fa “se mi fai arrivare dall’Europa una coppia di pastori tedeschi ti regalo un kalashnikov, ne ho una cassa piena”. Devo aver fatto un’espressione interdetta, se poi ha pensato bene di mettermi in mano due proiettili per dimostrarmi che era tutto vero. “Grazie del pensiero buon uomo”, gli ho risposto cordialmente, “ma non mi ci vedo ad andare all’università con un fucile da assalto a tracolla. Gli studenti potrebbero prendermi per uno troppo autoritario”.

Senza contare che poi la bandoliera è come la cintura di sicurezza dell’automobile: rovina i cappotti da un lato solo.

Un’altra volta ero in un caffè e un tizio con cui a volte in passato avevo scambiato qualche chiacchiera mi ha fatto una proposta niente male. “Sai, io compro dall’Italia pezzi di ricambio Iveco e imparare l’italiano mi farebbe comodo”. “Bene, te lo posso insegnare, tempo libero ne ho”. “Quanti soldi vuoi?” “Niente, figurati, lo faccio per passione, ho già uno stipendio”. “No, non posso accettare, devo darti qualcosa. Qui tutti sono armati, saresti più sicuro con una pistola. La vuoi?” “No, grazie, sai com’è, la notte generalmente la passo con gli amici, non esco per ingaggiare scontri a fuoco come un pistolero del west”. Quindi ha rilanciato “hai ragione, qui solo con una pistola sei un ragazzino. Preferisci forse un rpg?”. Per chi non lo sapesse è un lanciarazzi anticarro da spalla.

E ancora. Un paio di mesi addietro sono andato in banca per appurare se avessero ricominciato a trasferire soldi all’estero. “No” è stata la risposta. Quindi ho chiesto al vicedirettore se ci fossero metodi alternativi, dato che anche western union aveva interrotto i servizi di spedizione e il tasso di cambio del mercato nero aveva raggiunto dei picchi incredibili. “Non esistono altri mezzi, anzi no, uno c’è. Unisciti ai ribelli e vai a combattere a Bengasi per liberarla. Così la banca ricomincerà a operare a pieno regime”. Bè, che dire, complimenti per l’originalità, considerando che gli scambi con il direttore della banca a Roma si limitavano al banalissimo “il suo conto è in rosso”.

L’ultima è stata qualche giorno fa. Erano circa le 3 di notte e ero sotto casa in macchina con un amico, di ritorno da una cena. Si parlava della situazione nel paese, che nell’ultimo periodo sta precipitando. Stavo per salutarlo e andarmene a dormire quando ha infilato una mano sotto al sedile e ha estratto una pistola. Me l’ha messa in mano e con un sorriso complice mi ha detto “se le cose peggioreranno e sarà difficile uscire dal paese, ce n’è una anche per te, basta chiedere. Sei un nostro amico, ti rispettiamo e non ti lasceremo solo”. Cosa volere di più?

Chiarisco che nonostante tutto ciò armi in casa non ne ho. E qui a Misurata non ci sono sparatorie né violenze per strada. Sì, d’accordo, qualche smitragliata e qualche boato ogni tanto si sentono. Ma sono più che altro innocui fenomeni folkloristici.

Vorrei lasciarvi con una domandina.

Immaginate se in una a caso delle città italiane gli automobilisti girassero con un mitra o una pistola in macchina. Sareste qui a leggere? O sarebbe assai più pericoloso se andassero in giro con una copia delle Opere complete di Rimbaud nel cruscotto, magari con testo originale a fronte?

 

 

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