Italiano in Libia. Gozzano tra Toto Cutugno e Umberto Smaila

Insegnare italiano è ciò per cui mi pagano. Ma insegnare una lingua è un’operazione culturale, perché ogni lingua è un sistema di segni che crea e traduce simultaneamente contenuti sociali. Conoscere una lingua significa quindi essere in grado di decodificare tutti i puntelli fondamentali della cultura che essa veicola. Dunque di una identità. Basta sfogliare un manuale qualsiasi di italiano per stranieri per trovare i tipici marcatori identitari, quell’enciclopedia universale di conoscenze che rappresenta il made in Italy nel mondo nella sua accezione più generica e generalista. Che sfiora il luogo comune o il non-luogo comune, a seconda delle sensibilità.
La moda, la musica, le automobili, il calcio e la cucina. Eccellenze (a volte) in patria e biglietti da visita di garantito appeal fuori.

In genere si tratta di elementi identitari stranoti, saldi punti di appoggio e riconoscimento. Bocelli, Baggio, Armani, la Ferrari. In genere, ma non sempre. A volte ci si può imbattere in qualche sorpresa. Dopotutto anche Svevo alias Zeno, tra un’ultima sigaretta e un’altra, ha detto che la vita non è bella né brutta. Ma originale.
Insomma, oltre ad insegnare una lingua mi considero anche un mediatore culturale. Questo significa che, da espatriato, cosa sia l’identità, cosa la renda riconoscibile a noi e agli altri, come la mettiamo a fuoco sono interrogativi che per lavoro e per ricerca personale mi pongo quotidianamente. E con altrettanta frequenza trovo delle risposte: parziali, inaspettate, divertenti, assurde. Ma reali.

Giorni fa ero a cena con alcuni amici e si parlava, appunto, dell’identità di un popolo e dei fattori che la rappresentano. Kuruad, che ha una manciata di anni meno di me e fa il designer, mi raccontava di come sia difficile per lui ricercare uno stile identitario nel lavoro che fa, tra arte e comunicazione. E di come, circa tre anni fa, ai tempi della rivoluzione contro il regime di Gheddafi, lui e i suoi amici abbiano imbracciato le armi anche per motivi identitari. Una frase mi ha colpito molto “volevamo riprenderci la nostra storia, una storia millenaria che 42 anni di dittatura hanno di fatto provato ad annullare”.
Ero sul punto di rispondere nel mio inglese italianamente paraverbale, selezionando con attenzione i gesti, essendo anch’essi soggetti a sostanziali variazioni di significato geografiche, quando è scattato il clic di spitzeriana memoria. Una specie di illuminazione rimbaudiana.
Mi è venuto in mente il celebre emistichio gozzaniano “le buone cose di pessimo gusto”. Gozzano, con la sua ironia distaccata di poeta crepuscolare-ma-non-troppo, scimmiottava la chincaglieria che nei primi del ‘900 si impolverava sui mobili nei salotti borghesi (ma ancora negli anni ’90 casa di mia zia ne era un santuario). Status symbols di porcellana che dimostravano indubbiamente una cultura e quindi una identità. Nonostante l’estetica discutibile. Prendiamo la bomboniera: il concetto stesso di bomboniera. Un oggetto assolutamente inutile e dunque inutilmente costoso. Meglio quelle che si vendevano nei cinema. Ma per mia zia, invece, trionfo dell’arredamento e della sua storia individuale e famigliare sulla terra.

Insomma, pensavo a Gozzano ma in realtà lo visualizzavo con la voce di Toto Cutugno e la faccia di Umberto Smaila. Sì, non è una follia, né una creatura teratomorfa di ascendenza mitologica, il guardiano infernale del girone degli italioti.
Quando per strada incontro qualcuno, vengo scambiato per turco o per profugo siriano. Sempre, come nel più oleato dei canovacci della commedia dell’arte. Poi, quando dico la parolina magica “italiano”, il mio interlocutore fa gli occhi a cuore. All’inizio non capivo il perché di questo amore incondizionato dei libici per il nostro paese. Anzi, me ne stupivo a causa del nostro passato colonialista. Ora, però, lo so bene.
Preciso, a scanso di equivoci, che non sono né un nostalgico della dominazione in Libia né tantomeno dell’orbace. Sono un curioso di natura e mi piace mischiarmi alla gente perché mi interessano le persone, le loro idee e i loro punti di vista. Senza preconcetti e pregiudizi (per approssimazione relativa, ovviamente). Ma con grande fiducia verso l’alterità. Ragione per cui ho scelto di vivere e lavorare in questo paese “particolare”.
Kuruad, nel suo inglese perfetto, continuava a parlare. Io vagavo nelle mie reminiscenze e pensavo.

A quando un giorno, mentre stavo uscendo dall’università, ho avuto un’apparizione. Da una macchina ferma, guidata da un giovane con i capelli ingelatinati e l’aria impunita di un ragazzetto pasoliniano, proveniva a tutto volume il ritornello de L’Italiano vero del Toto nazionale numero 2 (il numero 1 è il calcio, anche se la schedina è in via d’estinzione). La intonava con convinzione, con il trasporto appassionato di un neomelodico. Mi è scappato un sorriso. Quello che reputavo nazional-popolare, quello che noi italiani con una punta di snobismo etichettiamo come trash o releghiamo al dominio del provincialismo e della macchietta, racconta e rinforza la nostra identità. La chitarra, buongiorno Maria, lasciatemi cantare. Elementi e criptocitazioni che ho ascoltato decine di volte qui.

Oppure a quella sera in cui ero a casa di altri amici, tutti sulla cinquantina, e c’era un bravissimo chitarrista che mi stava facendo ascoltare della musica tradizionale. A un certo punto Khaled gli ha fatto un cenno ed è partita l’esecuzione corale di Cercami di Renato Zero. Surreale. E poi abbiamo mangiato bacubca, cioè pasta cotta direttamente nella zuppa, in pratica una minestra. Oltre che bacubca (voce onomatopeica che mima il suono del liquido in ebollizione, che tanto sarebbe piaciuta a Pascoli), questo piatto è detto anche macaruna. E la marca è Divella.
Per non parlare delle volte in cui, sempre durante queste nottate all’insegna della condivisione goliardica, mi è stato chiesto che fine abbiano fatto Umberto Smaila, Colpo grosso e le ragazze cin cin. Inutile dirlo che mi sono esaltato. Non per dei capezzoli femminili coperti da piccoli adesivi a forma di ciliegie o banane, ma perché mai mi sarei aspettato di vedere nel panciuto e un po’ viscido Smaila un latore dell’italianità all’estero. Le vie dello stupore sono infinite.

Ecco perché, tornando in me, ho detto a Kuruad “vedi, l’identità è un concetto assai mobile, in costruzione, complesso, è il risultato di sincretismi e ibridazioni che ne fanno la ricchezza. E non bisogna mai darlo per scontato. Quello che per te è assolutamente normale e anche disprezzabile può comunicare più di quanto tu possa immaginare. L’importante è avere volontà di conoscere, capire e stabilire rapporti umani”. Al di là di etnia, credo e nazionalità. E di faziose strumentalizzazioni. Anche Gozzano, credo, direbbe lo stesso. Se non lo facesse, potrei sempre chiedere a Toto Cutugno di cantarlo in un nuovo tormentone, magari sul palco di Arab Idol.

 

Alessandro Boni

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