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Fenomenologia del cappotto. Da Gogol all’Anisetta.

Il cappotto è un indumento che ho scoperto verso i trent’anni. Se sei vestito bene ti dà un tocco di professionale serietà; se sembri troppo giovane ti invecchia di quel poco che ti fa rimorchiare (un po’ come il capello brizzolato precoce) conferendoti anche una manciata di autorevolezza; se lo indossi sopra la tuta e le scarpe da ginnastica sembri un miliardario sceso al volo per comprare le sigarette sotto casa; se è liso e sgualcito, aggiunto alla barba di una settimana, ti fa sembrare un divorziato che dorme in macchina. E ancora, se è nero e calzi degli anfibi puoi essere scambiato per un punk ripulito, se invece è chiaro, sulle tonalità del beige, ti proietta in una sala corse con le tasche piene di ricevute accartocciate di scommesse ippiche. Tralascio la possibilità che sia verde vescica, ma solo perché non sono un professore di chimica del liceo.


Insomma, qualunque siano taglio e colore, il cappotto è uno status symbol. L’abito fa il monaco. È vero, non c’è niente da fare. Così come i luoghi comuni sono naturali conclusioni generaliste che ci aiutano a razionalizzare il mondo che ci circonda e le esperienze che in esso facciamo, allo stesso modo i vestiti comuni formano una griglia interpretativa a volte inconsapevole ma sempre eloquente. Lo aveva capito bene Gogol.
Io, per esempio, fin da bambino cerco di inquadrare le persone dalle scarpe che indossano. Le parole volano, le scarpe invece lasciano impronte di più facile decodifica. Ma forse è solo un lascito dell’abitudine a tenere gli occhi bassi per via della timidezza.
Qui in Libia porto un cappotto color cammello e quando lo acquistai mai avrei pensato che sarebbe divenuto la mia cifra e che avrebbe addirittura favorito il soprannome con cui ormai sono conosciuto dai compagni di bevute.
Infatti il cappotto lungo venne importato dai coloni italiani e divenne il capo d’abbigliamento privilegiato dagli anziani professionisti libici. In particolare dagli avvocati. Ce n’era uno, mi hanno detto, famoso qui a Misurata, un vecchietto sempre vestito con impeccabile stile italiano e che qualche parola di italiano la parlava pure. Era un avvocato divorzista, noto come Botalàg.
Ecco perché questo è divenuto il mio soprannome. Dalla Cina alla Libia, un cappotto e due ben differenti tipi umani: nulla meglio di questo aneddoto ritrae gli affascinanti percorsi che portano oggetti comuni ad assurgere a simboli. Un perfetto specimen delle imprevedibili suggestioni della connotazione. E un correttivo per il nostro endemico e ostinato eurocentrismo.
Io ne vado orgoglioso, sebbene per i miei amici chiamarmi così significhi in parte darmi del nonnetto. Avvocato senza laurea, nonno senza progenie, esperto di divorzi senza essere stato mai sposato. Paradossi da cappotto. Però essere identificato con la sbilenca antonomasia di una metonimia attraverso il cappotto mi ricorda tanto due dei miei eroi letterari preferiti. Quando non lo indosso, come il burocrate Basmackin di Gogol, perdo sansonianamente i paramenti da principe del foro. Quando lo indosso, invece, mi “trasformo”, un po’ come il protagonista de Il cappotto di astrakan di Piero Chiara. E c’è di più. L’intreccio del romanzo di Chiara scaturisce dalla vittoria di un torneo di biliardo: proprio giocando a biliardo mi è stata apposta la targhetta di Botalàg. Botalàg Romani per la precisione, con chiaro rimando toponomastico di italianissima fattura, sebbene i coniatori ne fossero completamente ignari.
Qualche sera fa ero con alcuni amici, tutti intorno ai 50 anni. In attesa che l’agnello cuocesse ci stavamo facendo un eufemistico paio di bicchieri di boha, una sorta di grappa che viene distillata illegalmente nelle case. Sei misuratini su dieci passano la notte trangugiandola allegramente. È buona, ma devi fidarti di chi l’ha prodotta, pena il rischio di stare male o addirittura morire, come accadde lo scorso anno a una ventina di persone a Tripoli. Ad ogni modo è più economica e di più facile reperimento di altri superalcolici venduti al mercato nero. Giusto per dare un’idea: una bottiglia di whisky di contrabbando costa tra i 130 e i 150 dìnari, un litro di ottima boha si aggira sui 15 dìnari.
Tra un sorso e l’altro si parlava di politica e delle operazioni in corso in Libia. C’era un tizio che non avevo mai visto prima: non molto alto, denti trascurati, pelle color bronzo, viso glabro, le mani tozze e callose da contadino. Aveva una tunica marrone e, data la giornata ventosa, sopra portava un cardigan blu scuro con il collo a v. Gli ultimi due bottoni sbottonati: facevo fatica a guardarlo senza ridere. Sembrava un incrocio tra un capomafia e una suora. Ma il suo abbigliamento improbabile, impreziosito da un paio di sandali impolverati e troppo grandi che mettevano in bella mostra l’alluce valgo, non è stato l’unico motivo di divertito stupore. Infatti, di punto in bianco, mi ha fatto una domanda che mi ha lasciato letteralmente basito.
“Noi non ce la passiamo bene affatto, ma pure voi in Italia non è che siate messi molto meglio. Cos’è sta storia dei rifiuti tossici che contaminano le verdure?”. Ebbene sì. Per chi non l’avesse capito mi stava chiedendo della Terra dei fuochi. Non saprei se è stato per via della mia spiegazione incentrata sulle collusioni tra criminalità e istituzioni o se semplicemente si è trattato di un lampo analogico con l’Italia, ma il discorso è scivolato sull’anisetta. Forse perché ai tempi del re veniva bevuta dalla comunità italiana o forse perché è nominata in una scena del film Il Padrino, film che qui amano e idolatrano, considerandolo una sorta di compendio antropologico (alla pari dei western di Sergio Leone, va detto).
Per chi non lo sapesse l‘Anisetta Meletti è un liquore all’anice, sorella della sambuca e del mistrà, cugina dei vari pastis e ouzo. Gli ho spiegato che noi la beviamo in differenti modalità: liscia, con la mosca o come correzione per il caffè. Ho anche provato ad appurare se conoscessero quello che reputo il distillato all’anice migliore in circolazione, il Varnelli. Niente. Ho invece evitato di raccontagli di quella volta in cui a Roma chiesi un Mistrà Pallini in uno di quei bar di quartiere con il mobilio fermo ai ’70 e un vecchietto che mi stava accanto, abbassando la gazzetta dello sport, guardò il barista commentando “ma ancora la fanno quella schifezza?”.
È stato Mohammed a chiarirmi la storia dell’anisetta “mi ricordo che gli anziani la chiamavano cappotto per senzatetto. Allora la provai e compresi il perché di quel nome: se ti ci sbronzi, puoi anche dormire nudo in una pozza d’acqua d’inverno”.
Insomma, a partire da un semplice cappotto, attraverso le tangenti della polisemia, mi resta un trittico d’italianità niente male: stile, divorzi e sbronze. Nulla da obiettare. Ci posso stare.

 

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