Intervista ai fondatori di CONSELF srl

Oggi vi raccontiamo la storia di quattro ragazzi italiani che – udite! udite! – decidono di aprire la propria attività proprio nel nostro bel Paese, dopo diverse esperinze all’estero. “Cervelli di ritorno”, direbbero alcuni.
Tra studi ed esperienze in Italia, tra la provincia di Varese e Cagliari, tra il Canada e Glasgow, eccovi l’esperienza di Ruggero Poletto, Alessandro Palmas, Alberto Palazzin e Andrea dal Monte.

I nostri Italians, appena 30enni, si raccontano così…

 

Ciao Ruggero, sappiamo che con alcuni tuoi amici, oggi soci, hai fondato CONSELF, e sappiamo anche che il frutto del vostro lavoro ha potuto prendere vita grazie anche a ciò che avete appreso in Italia prima e all’estero poi: raccontaci pure la tua esperienza.

[​Ruggero​] Ciao a tutti. Come potete vedere, la mia vita è stata abbastanza frenetica fino ad oggi. Quello che, probabilmente, si nota subito è l’esperienza di 3 anni che ho fatto in Inghilterra. Dopo la laurea infatti, spinto dalla voglia di conoscere e di vedere il mondo, mi sono spostato a Manchester a svolgere un dottorato di ricerca, PhD in inglese. Quella è stata la svolta della mia vita: ho conosciuto moltissime persone da ogni parte del mondo, ho ampliato i miei orizzonti e soprattutto ho visto una logica di vita differente. Poi, dopo 3 anni fuori casa, ho deciso che, come dice Renzo Piano in una famosa intervista di Fabio Fazio, fosse giunto il momento di riportare in Italia quanto appreso, e così ho trovato lavoro presso un’azienda informatica di Cagliari prima, ed un’azienda di ventilazione di Brescia poi. In entrambi i lavori mi sono scontrato con quello che può chiamarsi il difetto “italia” più grosso e che riassumo nella frase: “​sono 40 anni che faccio così e va bene, perchè cambiare …​”.Ed eccomi quindi a fondare un’azienda come socio di 3 colleghi dove sperimentare ed evolvere sono le basi e l’essenza dell’attività.

[​Alessandro​] Cosa vuoi fare nella vita professionale? Che piano hai per raggiungere i tuoi obbiettivi? Queste sono due domande che tutti gli studenti frequentanti gli ultimi anni di università dovrebbero cominciare a porsi. Meglio presto, piuttosto che iniziare a ragionarci quando inizi a fare i primi colloqui, le prime proposte di lavoro. Senza una risposta a quelle due domande, anche valutare una proposta di lavoro non è semplice: è una occasione che ti porta più vicino ai tuoi obbiettivi? Come fai a saperlo senza averli definiti? Avrei voluto pormi prima queste domande, che si sono concretizzate piano piano, tra la fine del corso di laurea a Torino e il master a Glasgow. Essere sottoposto a tanto stress e stimoli ti obbliga a guardarti dal di fuori e a trovare la tua bussola personale. In questi contesti, dove trovi gente da Cina, USA, India, Australia, capisci che se vuoi ottenere quello che desideri devi lottare nel senso migliore del termine. E così anche se mi sarei potuto “accontentare” di un contratto a tempo indeterminato in una realtà delle più sicure in ITALIA, multinazionale che offriva diverse possibilità di carriera, ho scelto, a passi di importanza crescente, una strada diversa. La strada dell’avventura nel mondo professionale.

Cos’è che all’estero hai trovato e che in Italia invece non c’era, a livello formativo e professionale?

[​Ruggero​] L’esperienza all’estero è stata importantissima dal mio punto di vista. Vivere e non fare una semplice vacanza all’estero fa veramente vedere delle differenze tra il mio paese, l’Italia, e quello che ti ospita, l’Inghilterra nel mio caso. Non sono qui a decantare un paese o l’altro, ma una differenza degna di nota bisogna citarla. Avete presente il proverbio “​sbagliando si impara​”? In Inghilterra questo proverbio trova piena applicazione: mentre in Italia noto spesso che le persone, le aziende e i governi ripetano continuamente gli stessi errori e non vi sia mai un momento in cui ci si ferma e ci si chieda “​ma come posso migliorarmi rispetto a quanto fatto ieri​”, in Inghilterra questo proverbio è applicato nella sua forma più pura e positiva, attraverso un cambiamento continuo e progressivo delle persone e dei sistemi.

[​Alessandro​] Si sente dire spesso, ma a livello di conoscenze in Italia non abbiamo nulla da invidiare all’estero. E tantomeno dal punto di vista della scintilla, dell’intuizione scientifico/culturale. Ma sono convinto di una cosa: io vedo l’Italia spaccata in due, vedo da un lato l’Italia ingiusta, quella dei falsi invalidi, l’Italia degli appalti truccati e dei concorsi con raccomandati. Dall’altro vedo un’Italia brillante, con persone che hanno molta più voglia di impegnarsi di quanto non ne abbiano negli altri paesi. Gli italiani brillanti, sono quelli che lavorano con maggior impegno anche in contesti internazionali, sono quelli che sanno trascinare, sanno far sognare, sanno illuminare. Credo che il problema italiano sia che per logiche speculative purtroppo la prima italia, quella negativa, non permetta a quella positiva di spiccare il volo. Cosa servirebbe? Meritocrazia spietata. Quando dico spietata intendo che in tutto, dal lavoro alla vita quotidiana, debba essere premiato l’impegno come unico driver di progresso personale nella società.

Quand’è che avete deciso di tornare e riportare le skills apprese nel tuo/vostro Paese natio?

[​Ruggero​] E’ difficile dare una data esatta. Ma direi che due avvenimenti sono stati importanti: un’intervista di ​Renzo Piano ​che ho citato poco fa, ma anche la presa coscienza che lì in Inghilterra stavo ricreando la mia Italia attraverso una rete di amici con una situazione simile alla mia. E come si avvicina la fine del percorso di studi e si fanno scelte lavorative, quindi in qualche modo rivoluzionarie per le proprie vite, ho deciso che la mia volontà fosse di tornare in Italia e non di creare l’Italia da qualche altra parte.

[​Alessandro​] Nel mio caso tornare è qualcosa dovuto principalmente a fattori esterni al campo professionale. In Italia abbiamo delle “condizioni al contorno” perfette: dal clima alla cultura, tantissimi elementi costituirebbero l’ambiente perfetto per sviluppare la propria attività o portare avanti la propria carriera. E anche il modo di lavorare degli italiani brillanti di cui alla precedente domanda è un elemento di forza.

La mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro credi sia uno dei fattori fondamentali della fuga dei talenti italiani? O quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

[​Aberto​] Generalizzare credo sia riduttivo, sono molteplici i fattori che causano questa migrazione di massa. L’innovazione e la conoscenza stanno vivendo una globalità senza precedenti. Mi piace pensare che i talenti italiani non siano in fuga, siano invece alla ricerca di nuove esperienze, opportunità e idee. In questa visione, ogni paese deve essere sia un produttore che un consumatore di “cervelli”. L’Italia è un ottimo esportatore di talenti, ma non è abbastanza attraente nell’importarli.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? Quando eri/eravate all’estero quali sono le differenze che hai/avete notato in maniera più marcata?

[​Andrea​] In Italia purtroppo vedo in generale poca meritocrazia e molte persone fare strada grazie alle loro conoscenze ed ai loro contatti. E molte altre persone mantenere il proprio posto, di rilievo o no, anche se non hanno piu le motivazioni, anche se ci sono un sacco di giovani magari con poca esperienza ma pieni di entusiasmo e di voglia di mettersi in gioco. Questo avviene sia perchè magari una certa posizione è vista quasi come un diritto acquisito sia perche semplicemente c’è una certa immoblità al cambiamento e alla valorizzazione delle persone. Però la meritocrazia non è un concetto perduto, se una persona è scaltra prima o poi fa strada, anche cambiando lavoro/azienda se non si sente valorizzata.
Personalmente in ambito professionale ho conosciuto anche persone che puntano a valorizzare chi lo merita e le loro ditte saranno quelle che sicuramente usciranno a testa alta dal crisi. Anche in ambiente accademico è difficile non notare questa differenza quando si vede un sistema universitario immobile in Italia con sempre le stesse persone che insegnano da anni senza portare più un contributo alla ricerca mentre all’estero i giovani ricercatori italiani emigrati fanno carriera e ottengono riconoscimenti. Però anche qui in alcuni casi vedo dei cambiamenti, molti giovani professori che ho conosciuto sono molto preparati e competente e questo mi fa ben sperare per il futuro.

Se fossi restato in Italia senza mai spostarti, credi che il tuo attuale stile di vita sarebbe arrivato lo stesso?

[​Ruggero​] Sicuramente un’esperienza all’estero è fondamentale al mondo d’oggi. Ovviamente la risposta è no: non sarei lo stesso Ruggero, avrei oltre che meno conoscenze di aerodinamica, anche un modo di vedere il mondo assolutamente differente.

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese ecosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? Come mai sei tornato?

[​Alessandro​] Mi viene difficile pensare i mezzi per attuare il cambiamento, ma credo che la base debba essere questa: scelgo di stare in un posto quando sento che c’è un filo diretto tra il mio impegno e quello che raccolgo. E’ avere la certezza che, se mi impegno al massimo, avrò dei risultati in linea con quanto fatto. Sapere questo ti porta ad esporti maggiormente, a scommettere, perchè sai che, in un gioco pulito, vince chi è più bravo. E’ un termine che ripeto, meritocrazia.
Meritocrazia nei concorsi, meritocrazia nei finanziamenti, meritocrazia nei riconoscimenti.

Quanto pensi sia grave il fenomeno della fuga dei talenti italiani? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

[​Alberto​] I cervelli e i talenti devono potersi muoversi senza restrizioni e confini, non mi spaventa il fatto che gli italiani possano andare all’estero. Ogni paese esercita una forza d’attrazione sui “cervelli” ed è connessa a conoscenza, innovazione e capacità di offrire opportunità per realizzare le proprie idee. Il problema dell’Italia sta nell’essere un paese poco attraente; produce ed esporta ottimi talenti ma poi non riesce ad essere altrettanto efficace nell’attirare e importatore persone sia italiane che estere.

Siete contento/i della vostra attività, qui in Italia? Credi/credete che se foste rimasti all’estero le cose sarebbero andate diversamente? Come?

[​Andrea​] Sono molto contento dell’attività qui in italia. Ho l’impressione che la stessa attività all’estero avrebbe avuto una spinta molto piu forte, magari avrebbe attirato maggiore interesse, investimenti di maggiore entità ecc. Però forse non l’avrei vissuta con lo stesso entusiasmo, farcela in Italia lo vedo come un plusvalore ed un soddisfazione personale.
Potremmo riassumere tutto con poche parole: partire, imparare e – con una buona dose di coraggio – tornare! E tornare per costruire, migliorare, creare.

Ringraziamo i ragazzi di Conself per aver condiviso con noi la loro storia e ci auguriamo che i loro sogni e progetti crescano e possano dare fiducia e un po’ del loro coraggio a tanti altri giovani talenti italiani.
In bocca al lupo ragazzi e… a presto!

Intervista a Isabella Abate, Disbursement Professional a Bratislava

Oggi The Italians atterra nella fredda ma accogliente Slovacchia e più precisamente a Bratislava! L’Italians del mese è Isabella, origini campane, 26 anni e un passato accademico e lavorativo diviso tra Roma, New York City, Nizza, Berlino, fino ad arrivare a dov’è oggi.
A Bratislava Isabella lavora in IBM come Disbursement professional, ma non esclude cambiamenti e nuove avventure per il futuro… Ma cosa pensa delle sue esperienze passate, del suo Paese e delle opportunità che il suo continuo viaggiare le hanno offerto lo scopriamo adesso, con la nostra consueta intervista mensile.
… buona lettura!

 

Ciao Isabella, sappiamo che ormai da un paio d’anni vivi a Bratislava, dopo un’esperienza Berlinese presso l’istituto di cultura diplomatica, e che in Slovacchia lavori come Disbursement Professional all’IBM. Raccontaci come mai sei lì, com’è iniziata la tua storia.

Avevo appena finito il master in studi diplomatici alla SIOI e stavo inviando application in giro per il mondo. Mi é sempre piaciuto viaggiare e dopo le due esperienze di soggiorno all’estero a NY e Nizza, avevo voglia di iniziare una nuova avventura! Ho cosi concluso il mio tirocinio a Roma presso l’archivio Disarmo e sono stata assunta dall’Istituto di diplomazia culturale a Berlino. Dopo quasi un anno, stavo gia pensando di cambiare paese e vivere in un posto nuovo. Ho colto cosi l’occasione di tasferirmi a Bratislava dopo aver superato le selezionibdi ingresso in IBM. Ho scelto il lavoro prima di scegliere la citta!

 

Quali sono le opportunità che a Bratislava hai trovato e che in Italia invece non c’erano?

Bratislava é una città giovane, che deve ancora imparare ad essere una capitale! Ci sono molte multinazionali che hanno aperto i loro uffici qui non da molto tempo. La città é in crescita, ma si respira ancora, sotto molto aspetti, l’aria del post-comunismo.

Sicuramente il mercato del lavoro é molto dinamico e aperto ai giovani. Si cerca e si trova lavoro in poco tempo. Le vacancies sono molte, soprattutto per le entry level position in aziende prestigiose come IBM. Credo che questa sia la maggiore differenza con l’Italia e la ricchezza più grande per gli stranieri a Bratislava: la possibilità di non doversi accontentare del primo lavoro che capita

Intendi fermarti a Bratislava (SK) o il desiderio di tornare nel tuo Paese è ancora forte? 

Non ho mai avuto un forte legame con il mio paese di origine e la curiosità e i nuovi stimoli che provengono dall’estero, mi spingono a vivere in contesti sempre nuovi. É un po come se non smettessi mai di mettermi alla prova e la ragione per la quale non ho mai cercato lavoro in Italia.

 

A tuo parere la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della fuga dei talenti italiani? O quali sono secondo te le motivazioni di questo fenomeno?

Non credo questo sia il fattore determinante, piuttosto la poca propensione a riconoscere il merito ed il valore aggiunto di molti.

 

Paragonando l’Italia ai Paesi nei quali hai vissuto possiamo quindi dire che credi che in Italia la meritocrazia sia qualcosa di dimenticato? 

Mi rifaccio alla mia risposta precedente! All’estero c’é più competitività: le persone sono più semplici e disposte a mettersi in discussione. Si parte dal concerto del nulla ti é dovuto e tutto é da dimostrare.

 

Se fossi restata in Italia, credi che il tuo attuale stile di vita e la tua posizione lavorativa sarebbero arrivate lo stesso?

Nel mio caso concerto, no. IBM Italia non ha praticamente vacancies per gli entry level nel settore di supporto ai business partners. Probabilmente, avrei avuto più chances di lavorare nel privato in aziende più piccole, con contratti di apprendistato.

 

Quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e in Slovacchia?

Come ho già accennato, la principiale differenza è la dinamicità del mercato del lavoro in Slovacchia, caratterizzato da continue job openings (anche se con salari bassi) in diversi settori. Certamente, poi, essendo per la maggior parte entry level positions, le qualifiche richieste sono minori ed è più facile essere assunti, soprattutto per i giovani,

 

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese e cosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? E cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

Credo che in ogni stato ci siano problemi riguardanti il mercato del lavoro, sebbene le realtà siano diverse. Credo che un 50% dei giovani italiani che cercano lavoro all’estero lo faccia indipendentemente dalla situazione lavorativa in Italia e piuttosto per scelta. Certo, come ben sappiamo la disoccupazione giovanile è a livelli ben elevati (più del 42% secondo dati OCSE) e questo spinge una fetta importante della popolazione ad “emigrare”. Probabilmente, per incentivare il ritorno dei giovani lavoratori dall’estero bisognerebbe pensare ad investire sulle loro capacita’, ma questa é un’altra storia…

 

Skill e mondo del lavoro, capacità individuali ed opportunità. Concetti a noi cari e sempre al centro del nostro ragionamento e dei nostri progetti. Qualcosa che in Italia pare – purtroppo – lontano dalla realtà e che vorremmo riportare al centro del dibattito nel nostro Paese.
Nel caso di Isabella l’estero è stato una scelta, non un obbligo o l’ultima spiaggia, ma come lei stessa ci racconta, in Italia probabilmente sarebbe ancora alle prese con contratti di apprendistato e probabilmente, come lei stessa suggerisce, bisognerebbe ripartire proprio sulle capacità di ognuno ed investire affinché esse possano crescere e venire sfruttate, nel senso più nobile del termine, al servizio del Paese!

Ringraziamo Isabella per aver condiviso con noi la sua storia e i suoi pensieri, ora però aspettiamo di sentire cosa ne pensate voi! A presto!

Intervista a Lorenzo Newman, insegnante a New York City.

Terzo mese di interviste per The Italians e il suo blog. La rubrica ormai la conoscete, quindi bando alle ciance e cominciamo!

Protagonista di questo mese è Lorenzo Newman. Eccovi un veloce identikit di Lorenzo, prima di conoscerlo meglio: nato a Roma, cresciuto tra Roma, Bruxelles e Londra. Università a Dublino, Parigi e Londra. Lavora prima a Londra, poi a Roma, e adesso fa l’insegnante delle scuole medie nel Bronx. A Roma faceva, invece, il consulente gestionale.

 

Eccoci qui, Lorenzo, sappiamo che da un po’ hai “mollato tutto” e adesso fai l’insegnante alla KIPP Academy di New York. Ci racconti un po’ meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho avuto un’esperienza un po’ atipica. Trasferirmi all’estero non è una novità per me. Mio padre è americano e mia madre è italiana. Da bambino ho trascorso molti anni a Bruxelles e Londra. Dopo medie e liceo a Roma ho fatto l’università all’estero, vivere da italiano espatriato è una sfida che affronto da sempre.
Gli ultimi 2-3 anni li avevo trascorsi a Roma, occupandomi di consulenza gestionale per una multinazionale della revisione. Svolgevo progetti per la Commissione Europea, le Nazioni Unite e per la PA italiana. Mi sono divertito e ho imparato molto!
Nel mio tempo libero però, mi stavo interessando sempre di più al mondo dell’istruzione primaria e secondaria, leggendo molto e scrivendo sul tema per il Fatto Quotidiano, Quattrogatti, e altri. Ho capito che era il momento di dedicarmi a tempo pieno a questa passione, anche a costo di archiviare un’esperienza che mi aveva fatto crescere molto.
Lo scorso natale ho avuto il tempo per riflettere. Ho capito di essere in una posizione privilegiata: non avevo grandi legami sentimentali o obblighi economici; grazie a mio padre avevo un passaporto USA e la padronanza della lingua inglese. Insomma, cosa mi tratteneva dall’andare a New York – dove avevo sempre voluto vivere – per tentare l’avventura? I miei capi, mia madre, alcuni amici, erano inorriditi da questa decisione così impulsiva. Eppure, riflettendoci, sfruttare questa situazione per inseguire la mia passione mi sembra la scelta più responsabile e adulta che abbia mai compiuto.
Ora lavoro in una scuola pubblica nel Bronx. Insegno Storia Americana a tre classi di seconda media. La mia vita è molto diversa da quella, più comoda, che facevo a Roma. Vivo in un quartiere Puertoricano ad Harlem molto disagiato. Tutti i giorni prendo la metro delle sei di mattina per scuola. Mentre aspetto il treno mi tocca mandar giù un thermos di caffè annacquato americano. Cosa darei per un espresso al bar! Quando arrivo a lavoro il sole ancora non si è levato. Le mie giornate sono più brevi di prima ma mi sfiniscono emotivamente: i ragazzini mi fanno dare di matto molto spesso! Ogni giorno mi chiedo se sarò mai in grado di diventare bravo a fare questo mestiere e se ha avuto senso la mia decisione di cambiare vita in maniera così radicale.
Quando arrivo alla fine della settimana però, anche se non sono riuscito a tenere buoni i ragazzi in classe e non credo di avergli insegnato nulla, in fondo sono rinfrancato. Se mai c’è un momento della vita in cui tentare una un mestiere troppo difficile, in una città nuova e alienante, è proprio quando si ha 26 anni e zero responsabilità concrete.

 

New York quindi non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono, secondo te, le opportunità che nei Paesi in cui hai vissuto, sei riuscito a trovare? 

Ho avuto la fortuna di studiare in tre capitali europee – Dublino, Parigi e Londra, città nelle quali ho anche svolto lavori e stage più o meno formativi. E’ vero quanto si dice a proposito del ruolo sociale delle persone più giovani in queste società: soprattutto nel mondo anglosassone, ci si aspetta qualcosa di più da chi ha sotto i trent’anni, almeno rispetto alle attese in Italia.
In Irlanda, fin dai 18 anni mi sono sentito trattato da uomo. Ciò non significa necessariamente mi sia comportato da tale (anzi!). Però, ogni mia trasgressione accademica, professionale o sociale, ha sempre avuto delle conseguenze. Sento che invece, in Italia, si tende a perdonare un pò troppo alle persone della nostra età. Si giustifica tutto con la parola “ragazzata”. Sembra liberatorio, invece è una forma di oppressione. Per contro, all’estero sono potuto crescere umanamente perché ho avuto la libertà di commettere errori e subirne le conseguenze.

 

La grande mela, sogno di moltissimi e meta “non per tutti”. Com’è stato decidere di “mollare tutto” e partire per una città affascinante ma difficile come NYC? E – se possiamo – come ti sei trovato da ‘italiano a new york’?

New York non è per tutti. Sebbene avessi già trascorso metà della vita all’estero, adattarmi a questa città è stato ed è tuttora molto difficile. In primis perché si è troppo lontani dall’Italia per poter tornare a casa molto spesso. Londra, per quanto sia molto dispersiva e troppo fredda per tanti Italiani, è pur sempre a 2-3 ore e 50 euro di volo Ryanair da casa. Qui invece non esiste la possibilità di tornare a casa a rifiatare quando si vuole. Ora sono sei mesi che non vado in Europa e che non vedo i miei. E’ un’esperienza diversa. Questa distanza, nonché l’assenza di comunità di giovani italiani molto svillupate come invece avviene nelle città europee, ti spinge a vivere a pieno l’esperienza americana e a distaccarti molto da casa. Ti porta a essere molto riflessivo.

New York poi ti costringe a vivere una vita più solitaria. E’ più difficile legare. Gli Americani infatti hanno una mentalità molto diversa da noi, per certi versi inscrutabile. Trovo che tra Europei invece, in qualche modo ci capiamo, anche se non parliamo la stessa lingua. Noto che molti giovani Italiani a NY, me compreso, passano molto tempo da soli. A volte provo molta solitudine. D’altro canto, il senso di possibilità che ti da New York e sapere di poter decidere cosa fare da solo, al di fuori dalle subdole ma stringenti convenzioni sociali italiane, sono aspetti molto liberatori. New York può essere un pò opprimente ma anche estremamente emancipante.  

 

E’ vero, secondo te, che in Italia manca quel fondamentale link che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che decidono di portare altrove i loro talenti?

Non saprei dire con precisione. Di certo l’istruzione italiana, dalle primaria all’università, sta fallendo in una delle sue missioni chiave: formare persone in grado di lavorare efficientemente nel terziario, aumentandone la produttività. Basta guardare le rilevazioni PIAAC e PISA svolte periodicamente dall’OCSE: la nostra forza lavoro è tra le meno istruite tra i paesi ricchi. L’ho riscontrato anche di prima persona. Nel mio lavoro precedente in consulenza, faticavamo ad assumere nuove leve non per mancanza di volontà, ma perché pochissimi candidati – anche provenienti dai percorsi accademici più prestigiosi – si presentavano con le competenze di base che richiedevamo: un Italiano scritto e parlato perfetto, buone competenze numeriche e un buon inglese scritto e parlato.
Molti laureati italiani faticano a trovare lavoro a casa e cercano fortuna fuori. Spesso però li ritrovi dietro al bancone di Pret a Manger o Starbucks, anziché negli uffici. Sono persone volonterosissime, tradite da un sistema accademico che non li ha dato competenze sufficienti per poter contribuire all’operato di un’organizzazione.
Sospetto che non sia un problema che si possa risolvere con tirocini e neppure con una maggiore enfasi sul lavoro durante il liceo, come oggi si tende ad argomentare. Credo sia un problema prettamente pedagogico. Dovremmo ripensare l’istruzione, prima ancora di pensare a come l’istruzione debba interagire con il mondo del lavoro.

 

Parliamo adesso di meritocrazia. Credi che manchi anch’essa nel panorama italiano con cui le giovani eccellenze devono fare i conti per poter nascere e crescere?

Oltre al già citato deficit delle competenze, è chiaro che molte realtà produttive italiane peggiorano le chance di successo dei giovani italiani, privandoli di responsabilità, anche quando ne sarebbero all’altezza. Siamo ancora una società molto gerontocratica.
Quest’attitudine ha una ragione storica In passato non era strutturalmente importante che aziende pubbliche e private fossero meritocratiche. L’economia tirava. La produttività era alta, anche se il personale delle aziende non era selezionato sul merito. Un tempo eravamo più istruiti e quindi più produttivi della media europea. Inoltre, il nostro tessuto economico non dipendeva da lavoro terziario ad alto valore aggiunto. Per vendere, esportare e fatturare era sufficiente avere una manovalanza mediamente qualificata. Il merito non aggiungeva tanto valore.
Oggi questo non è più vero. Il nuovo scenario economico richiede che le aziende si dotino di competenze altamente specializzate per poter sopravvivere. La meritocrazia, prima ancora di essere un obbligo etico, sta diventano una forma di selezione del personale necessaria alla vita delle aziende. Credo che alla lunga saremo costretti a diventare più meritocratici se vogliamo campare. Sono ottimista!

 

Dopo UK e Stati Uniti, dicci, credi che l’Italia, da sola avrebbe potuto offrirti le stesse opportunità? Come mai?

L’Italia mi ha dato tantissimo professionalmente perché ho potuto lavorare con persone che mi hanno trasferito una passione sincera per il loro lavoro. Siamo guerrieri in Italia! Inseguiamo l’obbiettivo e cerchiamo di centrare la scadenza anche nelle situazioni più avverse. Chiaro, non ci riusciamo spesso. Eppure, rimango sempre colpito da quanto siamo forti e reattivi anche nei contesti più disperati.
Tra i professionisti che più ammiro, molti sono funzionari e dirigenti delle Pubbliche Amministrazioni Italiane. Si tratta di persone che si dannano per far funzionare la macchina, pur sapendo bene di operare in un contesto spesso Kafkiano e intimorito da qualsiasi forma di cambiamento organizzativo.

 

Sappiamo quindi che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche a Roma, alla FAO prima e come consulente poi, allora quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e in altri Paesi? E in base a queste, quali sono i consigli, se ce ne sono, che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

E’ una bella domanda. Sono sempre colpito in positivo dall’efficienza con la quale si svolgono progetti, riunioni, report e cosi via nel mondo anglossassone. Attenzione: questo è vero non solo nelle eccellenze; anche in una scuola media del Bronx si preparano riunioni in cui si prevede di dedicare a un punto dell’ordine del giorno sette minuti. Non cinque o dieci; sette. Questa professionalità è quindi più una caratteristica culturale che un risultato gestionale.
Inutile dettagliare un paragone con la macchinosità del lavoro in Italia, anche nei contesti più prestigiosi che ho visto.
Va detto però che gli Anglosassoni, a furia di essere così rigorosi, ogni tanto perdono completamente contatto con il mondo reale. Gli sfugge il gesto, il non-detto, l’implicito. A noi questo non succede: abbiamo un istinto strategico molto più acuto.
A causa dei maggiori contatti con l’estero, piano piano cambieremo anche noi, diventando via via più professionali. Il vero divario con l’estero che mi preoccupa è quello delle competenze. Trovo infatti che sia un po’ futile sperare che l’avvento di migliori politiche del lavoro e pratiche gestionali più aggiornate possano trasfomare il panorama economico. Queste sono delle cure meramente palliative se non riusciamo a creare una forza lavoro con le competenze che servono a un settore terziario sviluppato.

 

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani, tu cosa ne pensi?

Ne ho accennato prima. Penso che questo rispecchi sia il fallimento formativo della scuola, sia la tendenza culturale italiana a percepire gli under-30 come dei ragazzi e quindi a non responsabilizzarli.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Non sono troppo preoccupato. Per certi versi penso che l’Italia sia l’El Dorado. La nostra cultura è una risorsa vastissima che abbiamo appena iniziato a sfruttare. Mi aspetto che prima o poi il turismo e lifestyle che il mondo ci invidia possano, un giorno, trainare una ripresa economica. Quando accadrà, chi avrà trascorso periodi all’estero acquisendo competenze e lingue, sarà molto richiesto dal mercato del lavoro in Italia e avrà opportunità di tornare. 

 

Beh, che dire! Grazie del tuo tempo Lorenzo, ogni commento sarebbe forse superfluo, però… In bocca al lupo per la tua vita e la tua missione di insegnante a NYC!

Voi cosa ne pensate di insegnamento, questione generazionale ed eccellenze italiane all’estero? Raccontateci la vostra nei commenti o sui nostri canali social! 

 

 

Intervista a Oreste Madia, ricercatore a Leuven.

L’intervista di questo mese ci porta in Belgio e, no, non vi racconteremo la “solita” storia dei tanti expat che vivono a Bruxelles (che un giorno forse vi racconteremo…).
Oggi parleremo invece di ricerca scientifica e vita accademica, temi da sempre cari a The Italians. Ma adesso basta chiacchiere… Vi presentiamo Oreste, giovanissimo ricercatore, anche lui under 30. Dopo un tirocinio al CNR di Napoli, un’esperienza lavorativa al centro di ricerca IMEC a Leuven e un periodo di due mesi come visiting researcher all’Università Aalto di Helsinki, Oreste oggi sta svolgendo un Dottorando in Fisica alla KULeuven.

Cominciamo!

 

Ciao Oreste, dalla tua breve presentazione sappiamo che vivi e lavori come ricercatore in Belgio, ma raccontaci la tua “avventura” da Italians.

La mia avventura e’ iniziata nel 2009, come tanti, con il progetto Erasmus. Ho studiato per un anno all’Università Autonoma di Barcellona. Nonostante io volessi molto partire, almeno per un periodo, un grande merito va al mio ex professore Felice Crupi che nel corso di Ingegneria Elettronica dell’UNICAL incoraggia molto gli stundenti a provare esperienze all’estero.
Sempre grazie a Felice ho poi avuto modo di iniziare un tirocinio al centro IMEC, uno dei più grandi e importanti d’Europa,  e infine il dottorato di ricerca alla KULeuven.
In realtà la mia storia é molto simile a tanti altri miei ex-colleghi all’università della Calabria. Qui a Leuven esiste un folto gruppo di ex-studenti dell’UNICAL e tutti devono ringraziare Prof. Crupi per questo. Testimonianza di come volenterosi, ma spesso isolati, individui possano fare tanto per la propria gente.

 

Quali sono le opportunità che a Leuven – o altrove –  sei riuscito a trovare e sfruttare e che in Italia non hai trovato?

Per me questa é una domanda più semplice che per altri compagni “Italians”. Purtroppo la ricerca nell’ambito della fisica e della microelettronica in Italia non offre molte posizioni. I centri di ricerca e le università italiane non hanno la capacità di accogliere un numero, sempre crescente, di studenti che vogliono percorrere la carriera di ricercatore in questo campo.
Ad ogni modo gli istituti di un certo prestigio in Italia sono per la grande maggioranza situati al nord Italia e, da calabrese, la distanza da casa sarebbe stata praticamente la stessa: 1 volo diretto.
Da un punto di vista più specifico, la ricerca in Italia e all’estero viaggiano, seppur non esclusivamente, su due binari divergenti. Il sistema universitario italiano é cementificato.
I dottorandi sono spesso costretti a sorreggere enormi carichi didattici con il risultato di lasciare molto poco tempo per poter portare avanti la propria ricerca, formarsi e farsi conoscere nell’ambito scientifico.
Da dottorando a Leuven ho avuto modo di presentare il mio lavoro praticamente in tutta Europa, ho avuto modo di conoscere autentiche autorità nel mio campo e poter far conoscere loro la mia ricerca e le mie capacita’. Tutto questo sarebbe stato molto difficile in molte realtà italiane.

 

Prima o poi vorresti rientrare in Italia o ormai preferisci l’estero? Per quali ragioni?

Al momento direi che la probabilità che un giorno rientri stabilmente sia inferiore al 10% (ed e’ una stima generosa). Il tutto per i motivi sopra elencati.
Dato un panorama industriale concentrato sul manifatturiero, l’unica possibilità che l’Italia possa offrirmi e’ tentare di perseguire la carriera accademica. Anche considerando una immediata rivoluzione del mondo universitario italiano, non vedo prospettive da questo punto di vista. E questo e’ un gran peccato perché esistono un numero straordinario di competenze di altissimo livello (e come dicevo solo qui a Leuven se ne contano a centinaia) che il mercato del lavoro italiano non e’ in grado di recepire.
Chi ha un dottorato in campo scientifico di certo non può contribuire a un PIL che solo per una piccola, quasi trascurabile, percentuale é generato da ricerca e sviluppo.

 

Secondo te, la mancata corrispondenza tra formazione e mercato del lavoro esiste davvero ed è una delle ragioni di questa enorme fuoriuscita di talenti dal Bel Paese? O credi le motivazioni siano altre?

Posso parlare di quello che, almeno un po’, conosco.
Come detto prima, l’industria italiana, a maggioranza, non necessita di fisici o ingegneri microelettronici.  Le università formano menti che il paese non può utilizzare. E’ dai tempi dell’Olivetti che ciò avviene e le poche aziende ancora in vita affrontano problemi crescenti di fuga di capitali e ridimensionamento (vedi caso Micron Segrate di circa un anno fa’ che solo questo luglio si e’ risolto senza licenziamenti).
Ciò che preoccupa é che l’industria italiana é basata su settori ad alta esposizione verso le cicliche crisi economico-finanziarie e settori con bassa abilità  a rinnovarsi.
Mentre una gran parte di noi “italians” popola settori d’avanguardia, chiaramente basati sull’R&D, che invece competono a discapito delle “intemperie” mondiali.
In pratica ho l’impressione che l’emigrazione di questi anni sia frutto di un distacco generazionale, con Italiani figli del terzo millenio e un paese ancora ancorato alla nostalgia del boom economico degli anni 60.

 

Ti sentiamo parecchio felice della tua esperienza di ricercatore a Leuven, credi che seguire lo stesso percorso in Italia ti avrebbe regalato le stesse soddisfazioni? O meglio… credi sarebbe stato possibile anche solo intraprenderlo? 

Sò di per certo che non sarebbe stato possibile intraprendere questo percorso.
L’unica offerta ricevuta in Italia da neo-laureato non offriva garanzie di continuità che andassero oltre 1 anno di progetto.

 

Quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo della ricerca scientifico accademica in Italia e in altri Paesi?

Le differenze sono molte. La connettività in primis, il famoso Networking. Tutti i professori e ricercatori in Europa devono combattere per ottenere finanziamenti per la propria ricerca. Ma soprattutto nel mondo di oggi la ricerca non é fatta da singoli straordinari geni stile Einstein, ma da grandi team, ognuno con le proprie eccellenze, spesso lontani migliaia di km l’un l’altro.
Uno dei problemi della ricerca in Italia é un certo grado di isolamento di molte realtà. Chiaramente non sto’ includendo gli esempi di eccellenza che tutti conoscono, ma in Italia esistono migliaia di realtà relativamente isolate che drenano risorse a tanti altri istituti che invece potrebbero far molto meglio. Poi non posso non citare la mancanza di rinnovamento, indipendenza e intraprendenza. Tutti fattori correlati. In Italia siamo così malfidati che ogni posizione é selezionata per concorso nazionale, la cui mole burocratica viene paradossalmente spesso utilizzata per realizzare gli imbrogli che si propone di evitare.
Questo lascia poco spazio per la scelta di professori giovani e dotati (le chiamate dirette di personalità affermate nel proprio campo sono la norma all’estero ma quasi una blasfemia in Italia) e lascia poco spazio per la scelta degli studenti. Per esempio, io sono stato assunto a Leuven dopo una breve telefonata, in Italia avrei dovuto rispondere al concorso nazionale, con esami scritti, orali etc.
Le università devono essere lasciate libere di competere e i professori dovrebbero finalmente iniziare ad essere valutati regolarmente, come del resto accade all’estero. Se si compiono scelte sbagliate e la ricerca e produzione scientifica ne risentono, é giusto che i responsabili ne paghino le conseguenze.

 

Cosa pensi dovrebbe fare, secondo te, l’Italia per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? O magari anche per attrarre talenti esteri?

La domanda, quasi retorica, é: l’Italia vuole incentivare il ritorno di questi talenti? Non ci si può illudere di ottenere i benefici di una rivoluzione senza la rivoluzione stessa. E non si può pretendere una rivoluzione senza la disponibilità a sacrificarsi in prima persona.
In Italia dovremmo iniziare una grande discussione generazionale, che non sia appiattita su questioni politiche e tifo da stadio.
Far rientrare chi é partito, e attrarre altri con simili capacità, significa mettere l’università e la scuola al passo con il mondo senza dover assistere a scene da guerriglia nel centro di Roma. Significa ristrutturare il panorama industriale anche e soprattutto lasciando entrare chi ne ha la possibilità, senza che ci si scandalizzi che questa o quell’altra azienda sia stata “svenduta agli stranieri”. Significa, forse soprattutto, che per una volta i padri diano fiducia ai figli e facciano un passo indietro.

 

E per concludere… Sappiamo che avresti tantissimo altro da dire, e allora ti chiediamo di condividere con noi un tuo pensiero sulla situazione della ricerca in Italia. Tu che ci vivi “dentro”, cosa vorresti che l’Italia concedesse e permettesse di poter fare, ai propri ricercatori?

L’Italia dovrebbe dare libertà ai ricercatori.

Libertà di aprire una posizione di dottorato senza i “concorsoni”. Libertà di lanciare progetti di ricerca senza la risaputa mole burocratica che tutto frena. E dovrebbe anche garantire che solo chi effettivamente ne ha le capacità si trovi a dirigere gruppi di ricerca. Come detto prima, sistemi di valutazione del corpo accademico basati su criteri di produzione scientifica, sono in funzione praticamente ovunque. Così come sistemi di ripartizione dei fondi tra gli istituti pesati sulla qualità della didattica e della ricerca.

 

Beh, cosa aggiungere? Un enorme grazie ad Oreste e al tempo che è riuscito a dedicarsi, sappiamo che sta lavorando a dei progetti parecchio interessanti, di cui magari un giorno vi parleremo, o dei quali forse sentirete presto parlare fuori di qui. 

Vorremmo ricordarvi solo una cosa, un paio di punti che ci sembrano fondamentali: il distacco generazionale di cui anche Oreste ci parla e di cui noi abbiamo spesso parlato sotto il nome di “questione generazionale”, e la fiducia che le vecchie generazioni dovrebbero riporre nei giovani, due fattori indubbiamente legati tra loro e alla base di ogni qualsivoglia “rivoluzione” per non perdere i nostri giovani talenti.

Voi cosa ne pensate? Siete partiti anche voi? Fateci sapere cosa ne pensato con un commento o una mail! 

Intervista a Maria Chiara, produttrice cinematografica a Londra.

Una storia al mese, questa la nuova rubrica The Italians. Una volta al mese intervisteremo un Italians in giro per il mondo, giovani (e non solo) che vivono, studiano o lavorano all’estero. Piccole grandi storie di quell’eccellenza italiana all’estero e che ci piacerebbe veder crescere in Italia, senza fuggire via.

Perché allora non cominciare questa rubrica con la storia di un Italians che da anni vive nella meta preferita dai ragazzi italiani? Ecco a voi Maria Chiara, giovane Italians a Londra (ormai da parecchio…). Lei non è fuggita via, non è scappata, ma scopriamo insieme la sua storia e cosa pensa Maria Chiara dell’Italia e non solo.

Maria Chiara Ventura ha 26 anni, nata e cresciuta a Roma, si trasferisce in Gran Bretagna a soli 19 anni: prima a Bristol, dove per 3 anni ha studiato Sociologia all’ University of Bristol e poi a Londra per il master in Producing alla National Film & Television School, finito nel 2013. Ora Maria Chiara lavora per una casa di distribuzione cinematografica e allo stesso tempo produce film corti, alcuni di quali hanno vinto alcuni premi in vari festival in UK e USA.

E allora ciao Maria Chiara! Raccontaci com’è andata la tua storia made in UK.

La mia storia é un po’ particolare, nel senso che non sono scappata dall’Italia per necessità, sono sempre stata attratta dall’Inghilterra (non so neanche dire perché ma la lingua, la musica e la letteratura inglesi le ho sempre sentite mie…) e ho deciso di venire a studiare qui già da quando ero al liceo. Infatti é proprio per questo che a Roma avevo scelto di frequentare il Liceo Europeo, pensando che mi avrebbe aiutata o comunque dato maggiori possibilità. Verso i 16 anni, quando si trattava di concretizzare la scelta dell’università, ho iniziato a fare un po’ di ricerche ed ho optato per sociologia, dato che pensavo di voler fare la giornalista. Ho poi scelto le università a cui fare domanda in base alle graduatorie nazionali e durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda a sei università diverse, tra le quali poi ho scelto Bristol. Da lì non mi sono mai guardata indietro e, avendo sviluppato l’amore per il cinema e per la produzione grazie alle mie attività  extracurriculari all’università, ho deciso di buttarmi sul cinema. Ho quindi fatto domanda per il master a varie università in America e Inghilterra, riuscendo alla fine ad ottenere uno degli 8 posti al Master di Produzione alla NFTS. Dopo due anni alla NFTS ho fatto internships varie, lavorato sui set di film indipendenti ma anche di blockbuster come Frankenweenie e Alice In Wonderland 2: Through The Looking Glass (che uscirà nel 2016) e ora lavoro in distribuzione ma anche come produttrice indipendente, per ora di film corti e poi, si spera, anche di lungometraggi…

Cos’è che a Londra hai trovato – o pensavi di trovare – e che in Italia non vedevi, o magari non c’era proprio?

Come ho detto in realtà originariamente dall’Italia non sono andata via perché non trovavo, ma più che altro perché ero affascinata dall’Inghilterra e pensavo che la mentalità di qui fosse più adatta al mio carattere e la cultura più aperta ai miei interessi personali… come infatti e’ stato.

Intendi tornare a Roma prima o poi o la tua casa ormai é Londra? Come mai?

E’ da quando avevo 16 anni che volevo vivere a Londra e appena mi sono trasferita, a 22, mi sono subito sentita a casa e devo dire, non ho mai smesso. Mi piacerebbe poter lavorare di più con l’Italia, ma non credo che potrei tornare in pianta stabile, almeno al momento. Da un punto di vista professionale é complicato perché il mio lavoro si basa sui contatti e tutti i miei contatti sono qui, sia per quanto riguarda la parte di “business” dell’ industria cinematografica (case di produzione e di distribuzione, talent agencies, investitori, registi e sceneggiatori emergenti con cui collaborare…) che quella più tecnica: se dovessi produrre un film, anche un corto, in Italia non saprei a chi rivolgermi! In più farei fatica a tornare perché da un punto di vista personale mi sentirei “indietro”: per motivi spesso logistici la maggior parte delle volte, i film che escono in qui non escono in Italia per mesi; amo andare a teatro ma a Roma non trovo la stessa enfasi sul teatro che c’e’ a Londra (certo, ci sono ottimi teatri, ma a Londra l’intero West End e’ pieno e gli spettacoli hanno spesso come protagonisti star internazionali che purtroppo per la barriera della lingua, a Roma non potremmo avere). Inoltre amo i concerti, cerco di andare almeno una volta ogni due mesi, e spesso gli artisti che interessano a me in Italia non arrivano proprio oppure si fermano a Milano… insomma, non é colpa dell’Italia, ma abbiamo “interessi diversi”. Di certo mi fa sempre piacere tornare (soprattutto d’estate!) e sono fiera di poter chiamare “casa” due città fantastiche come Roma e Londra, ma le due mi danno cose diverse.

Sappiamo che hai studiato in UK, ma avrai sicuramente ancora molti amici a Roma che ti racconteranno delle loro (dis)avventure accademiche e professionali, cosa pensi che manchi all’Italia per dare ai ragazzi un adeguato impiego? E quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

Sinceramente non riesco a dare un  parere, molte delle mie amiche alla fine si sono spostate/ si stanno spostando o pensano di spostarsi, ma questo é dato anche dalle scelte di vita (e di percorso) che hanno fatto – lo studio del diritto internazionale oppure essersi specializzate in campi di ricerca che in Italia purtroppo non ricevono abbastanza fondi. Non mi sento di poter colpevolizzare l’Italia perché io in realtà non ho mai cercato lavoro full time, però quello che ho visto e sentito in Inghilterra é che c’é più flessibilità sin dall’inizio: fin dal liceo i giovani sono spinti verso le materie che più interessano e in cui riescono meglio, cosa che li guida poi verso un percorso universitario e lavorativo più ampio, da noi sembra che se si vuole trovare un lavoro si possa studiare solo legge, economia e medicina, le altre lauree vengono quasi derise… cosa che poi in realtà diventa spesso controproducente, dato che avendo tutti la stessa laurea, la competizione diventa problematica. In Inghilterra arrivano a lavori di altissimo livello (e alto compenso) anche persone che ha studiato storia, filosofia o lingue, e in fatti l’enfasi non é sulla materia studiata ma sugli “skills” e le esperienze di vita accumulati durante il percorso formativo, non solo nello studio ma anche durante esperienze lavorative, di volontariato o anche semplicemente viaggi.
La migrazione di massa credo sia il prodotto di vari fattori: una frustrazione data dal doversi inserire in un mercato del lavoro che quasi ti rigetta piuttosto che chiamarti ad entrare, ma anche da fattori positivi come il costo dei viaggi che si é abbassato notevolmente, le frontiere europee aperte e il fatto che noi italiani, a differenza degli inglesi, spesso parliamo due o addirittura tre lingue.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? E a Londra, lo studio e il duro lavoro pagano?

Di nuovo, non ho abbastanza esperienza per poterlo dire, spero di no. Quello che posso dire e’ che certe dinamiche esistono anche qui, nel senso che anche qui nepotismo e raccomandazioni mandano avanti chi ha meno esperienza… Per esempio, Bristol e’ una delle università migliori del paese,ma se ci si trova a competere con qualcuno uscito da Oxford e Cambridge, anche con meno esperienza e che magari ha studiato una materia che non c’entra nulla con il lavoro in questione, spesso e volentieri questi ultimi avranno la meglio. Senza contare che io, anche dopo un master a quella che l’Hollywood Reporter ha definito “the best film school in the world”, ho dovuto lavorare gratis per un anno e poi lavorare sul set iniziando dal basso, vedendomi a volte passare avanti persone con il curriculum meno pieno ma con l’albero genealogico giusto. In più qui c’e’ un’ulteriore suddivisione che in Italia non é altrettanto sentita: la classe sociale. Mi ci sono voluti anni per capire come questa pervadesse la società inglese: qui una persona viene “schedata” in base al proprio accento, a che tipo di scuola é andata, se é cresciuta in campagna o in città (e in quale campagna e in quale città!), e forse poi questa suddivisione non sarà utilizzata, ma ci sarà sempre una consapevolezza del fatto che la persona con cui si sta parlando é “posh” oppure “common”, soprattutto in ambienti considerati elitari come l’industria del cinema.
Forse quello che però bilancia questo aspetto e che viene insegnato qui (e con cui io all’inizio ho faticato a confrontarmi, forse proprio perché culturalmente diverso da ciò a cui ero abituata) é che se vuoi una cosa, un lavoro, devi andartelo a prendere. Il networking é incoraggiato, come anche il mettersi in contatto direttamente con le persone o aziende per cui si vuole lavorare. I giovani di qui hanno spirito di intraprendenza e una sicurezza di sé nel campo lavorativo che a noi non vengono insegnate. Forse é data dal fatto che loro iniziano a lavorare e fare “internships” dall’eta’ di 16 anni, per cui quando finiscono l’università hanno già una conoscenza delle dinamiche del mondo del lavoro e dei contatti e delle esperienze con cui iniziare ad orientarsi, cosa che a noi manca.

 

Credi che se non fossi partita, il tuo attuale stile di vita e la tua carriera sarebbe state le stesse? Avresti avuto le stesse opportunità?

Non credo proprio. Di certo non mi sarebbe venuto in mente di lavorare nel cinema, una cosa che in Italia vedevo come un hobby ma non un “lavoro”. Grazie al sistema universitario inglese, che oltre alla materia in sé permette e incoraggia a concentrarsi e coltivare i propri interessi attraverso attività extracurriculari ben organizzate e soprattutto incentivate dalla stessa università, permette di scoprire le proprie passioni ma anche di iniziare “sul serio”. Il fatto di essere partecipante attivo in una society dell’università (che può comprendere qualsiasi interesse e hobby, dalla società del teatro a quella della musica rock fino a quella della birra artigianale…) é considerata un’esperienza arricchente che viene messa sul CV a testimonianza di una molteplicità di interessi e di intraprendenza nel perseguire le proprie passioni. Ma non si tratta solo di trovarsi a giocare a scacchi o parlare di fumetti una volta a settimana, sono spesso esperienze formative tenute poi in considerazione nel mondo del lavoro. I giornali dell’università, per esempio: a Bristol a volte scrivevo articoli e recensioni per la sezione musicale del giornale e quella che al tempo (solo sei anni fa) era la mia redattrice, ora e’ una giornalista musicale e scrive per importanti siti e giornali come Pitchfork, NME, Guardian e Rolling Stone. Insomma, a differenza da quella che mi sembra l’università italiana, quella inglese e’ una vera e propria esperienza formativa a 360 gradi, piena di opportunità che sta poi alla persona cogliere (certamente c’é anche chi passa i tre anni solo a ubriacarsi, ma il fatto che ci sia un limite fisso di anni in cui si può rimanere io lo trovo positivo).

 

E ora dicci… Quali sono le differenze che hai potuto toccare con mano o che puoi osservare, tra Roma e Londra?

Vedi risposta 3, ma anche… Amo Roma ma la trovo un po’ stagnante, non sento lo stesso clima di innovazione e continua ricerca di qualcosa di più. Per alcuni Londra può essere estenuante: troppa gente, troppo lavoro, troppo grande, troppa scelta, troppi estremi… ma io, personalmente la preferisco. A Roma si può andare avanti quasi per inerzia, a Londra se non ti dai da fare resti indietro. Anche forse a causa della cultura inglese c’é molto pressione, ci si chiede continuamente “sto facendo abbastanza? Ho raggiunto gli obiettivi che, considerata la mia eta’, dovrei aver raggiunto?”…e’ stressante e frenetico come clima, però anche molto stimolante.

 

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese e cosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)?

Io credo sia una questione di mentalità diverse. Noi Italiani abbiamo molti pregi, siamo intraprendenti e flessibili, ci adattiamo bene, e abbiamo una cultura generale che a molti Europei (soprattutto gli inglesi), spesso manca dato che loro tendono a specializzarsi piuttosto che avere una visione d’insieme. Eppure da un punto di vista lavorativo siamo più indietro, quello che secondo me manca sono legami più  forti tra l’istruzione e il mondo del lavoro. Gli inglesi su questo vincono perché, come ho detto, iniziano prima.
Forse farebbe bene anche noi poter iniziare a fare esperienze lavorative dai 16 anni, per renderci conto di quello che ci aspetta dopo e di come uscire dall’università senza trovarci persi e confusi in un ambiente che sembra non ci voglia nemmeno. Certo anche lo stato potrebbe aiutare: per esempio qui le società vengono incoraggiate ad assumere giovani come “trainees” o “apprentices” e parte del loro salario é coperto dallo stato… ma questo presupporrebbe pagare più  tasse, quindi alla fine dovrebbe essere uno sforzo comune, una presa di coscienza pubblica. Inoltre, quello che a me piace della Gran Bretagna é la flessibilità nella formazione: il basarsi sulle capacità ma anche sugli interessi dei giovani piuttosto che cercare di farli entrare tutti nelle stesse tre o quattro categorie.


Quanto pensi sia grave questo fenomeno? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

Io non credo che la migrazione in sé sia un problema, alla fine siamo cittadini europei ed il fatto di poterci spostare dove ci troviamo meglio o dove le prospettive ci sembrano migliori e’ uno dei motivi per cui l’Europa é stata fondata, ma é anche frutto di un’intraprendenza da parte nostra che altre popolazioni magari non hanno.
Questo infatti va detto: il fatto che gli inglesi non si spostino altrettanto non é dato solamente dal fatto che sono necessariamente felici della propria situazione, i giovani faticano anche qui, ma spesso sono costretti a cercare soluzioni alternative e spesso non ottimali, ma non si possono (o non si vogliono) spostare anche perché non conoscono una seconda lingua.
Certo, la mia e’ una posizione particolare e privilegiata, non me ne sono andata per necessità ma perché volevo, rimango comunque fiera di essere Italiana, semplicemente qui ho trovato un’ambiente più consono alla mia personalità e alle mie esigenze, che ovviamente sono diverse per ciascuno.


Concludiamo con un’enorme grazie a Maria Chiara per averci regalato un po’ del suo tempo ed aver condiviso con noi la sua esperienza e le sue opinioni. In una sola intervista abbiamo parlato di tante cose: dalla voglia di partire, al mancato collegamento – in Italia – tra formazione e mercato del lavoro, topic affrontato anche dal nostro team formazione e del quale potete consultare analisi, ricerca e proposte nel nostro policy lab. Ora però sta a voi dirci la vostra! Siete partiti anche voi? Lottate per le vostre passioni e il vostro talento? Raccontaci la tua storia, lasciaci un commento o mandaci pure una mail, The Italians non vede l’ora di condividere le vostre storie!