Intervista al fondatore di Elliot for Water, Andrea Demichelis, l’Italian che trasforma le ricerche online in gocce d’acqua

Imprenditore digitale ecologico. Andrea Demichelis, classe 1993 originario di Laigueglia (Liguria), è uno di quei giovani che ha deciso di fare del proprio lavoro un progetto di ricerca innovativo, unico nel suo genere. Qualcuno li chiama “lavoratori 2.0”; per noi, è l’Italian del mese.
La storia di Andrea inizia a 19 anni quando, finita la scuola superiore e fatte le valige, decide di andare a studiare a Parigi alla Eslsca Business School. Durante l’ultimo anno di università l’illuminazione e quindi, dopo una parentesi di un anno e mezzo in Piemonte dedicata allo studio dello sviluppo del motore di ricerca, la nascita di Elliot For Water, un “Google” ecologico che crea acqua ogni volta che si cerca su internet. Con sede a Londra.

Il suo progetto? Portare acqua potabile a 1 milione di persone entro il 2025.

 

Ciao Andrea! Partiamo subito dal tuo motore di ricerca che dona acqua potabile: com’è nata l’idea di questo progetto? In pratica, di cosa si tratta?

Elliot For Water è l’innovativo motore di ricerca che trasforma la ricerca sul web in un aiuto globale umanitario, usando il 60% del profitto per realizzare progetti legati all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Si può dire che ogni click sia una goccia d’acqua. Per realizzare i progetti sul campo ci appoggiamo a ONG locali come Well Found, un’associazione non profit di Londra con esperienza decennale, che opera nel territorio della Guinea-Bissau e del Burkina Faso. In poche parole Elliot For Water è come Google, la differenza è che ogni volta che cerchi qualcosa stai donando acqua potabile, senza però spendere un solo euro. L’idea è nata dal fatto che sentivo di dover fare qualcosa che avrebbe potuto aiutare molte persone, avere un impatto positivo nel mondo, e non solo qualcosa che mi avrebbe reso ricco.

 

Quali sono gli obiettivi e quanto, per adesso, è stato raggiunto? Lavorare sul digitale – come stai facendo te – e sfruttare le infinite potenze della rete: credi sia questo il futuro che attende i giovani?

Il mio obiettivo è quello di portare acqua ad 1 milione di persone entro il 2025. In questo momento stiamo lavorando sul primo progetto di acqua potabile, che ha luogo in Guinea-Bissau, e sarà un grande passo riuscire a realizzarlo.

Io penso che si stia andando verso quella direzione, si. Con questo, però, non voglio dire che tutti devono lasciare lavoro e studi per buttarsi a fare gli imprenditori online, ma solo che ci sarà bisogno di avere una conoscenza di tutto quello che sta succedendo in rete, e delle nuove tecnologie, perché sicuramente questo permetterà di avere enormi vantaggi competitivi, in ogni settore lavorativo.

 

Ma quanto è competitiva l’Italia, rispetto agli altri paesi, sul digitale e sulle nuove tecnologie? Si potrebbe fare di più? E cosa, semmai.

Dal punto di vista digitale ho l’impressione che l’Italia si trovi spesso a rincorrere, che aspetti che la tecnologia o l’innovazione di turno diventi “di moda” in altri paesi, per poi seguirne il trend. Basta vedere le criptovalute, quante persone in Italia le conoscono, al di fuori di chi lavora nel settore? Credo che per fare di più basti poco: aprire le nostre vedute e accettare il cambiamento accompagnandolo e crescendo insieme.

Quello che mi sembra di vedere, e parlo esclusivamente per il mio settore di lavoro, è che il nostro sia un paese abbastanza vecchio, e pesante, in cui difficilmente si fanno passi in avanti verso l’innovazione, e se si fanno sono molto lenti e tra mille difficoltà. Prendiamo solo il caso delle start-up: sia a Londra che a Parigi, per esempio, si trovano letteralmente accelleratori e Hub ogni 50 metri, tra un po’ ci saranno più programmi di aiuto per giovani imprenditori che idee da sviluppare. In Italia, invece, i programmi di questo tipo sono molto meno sviluppati e conosciuti, e quindi è normale che chi si voglia affacciare a questo settore sia più portato a trasferirsi all’estero.

 

Come “Italian” oggi con Elliot for Water sei a Londra, ma sappiamo che prima lavoravi dall’Italia. Come mai questo cambiamento? Quali sono le opportunità che all’estero ti hanno aiutato ad emergere (e che non hai trovato in Italia)?

In realtà in Italia ho fatto solo il periodo di sviluppo perché ero li quando ho avuto l’idea, ed è li che ho incontrato il ragazzo che ha sviluppato il motore di ricerca. Prima di iniziare a lavorare su Elliot vivevo a Parigi, quindi ero già fuori dall’Italia, e dal mio punto di vista la scelta di dove far nascere il mio progetto sarebbe ricaduta semplicemente sul paese che avrebbe potuto darmi più vantaggi, e questo è stato Londra. Ho provato ad aprire la società in Italia, onestamente, ma i costi, sia iniziali che di gestione, erano insostenibili per un ragazzo appena uscito dall’università. Un altro fattore che ha giocato a favore del Regno Unito è stato il fatto che da noi non esistono città con un ambiente così internazionale e così aperto alle start-up come Londra.

 

Quali sono le maggiori differenze che hai potuto notare tra il nostro mondo del lavoro e quello in altri Paesi? Punti di forza e aspetti negativi, ovviamente!

Londra è decisamente più aperta al mondo delle Start-Up, la burocrazia è più snella e i vari procedimenti molto più veloci. Io personalmente non penso si possano mettere a confronto, sono due animali completamente diversi, o almeno per quello che riguarda il mio settore. Se un ragazzo fosse interessato a lavorare nella moda, per esempio, sicuramente la situazione sarebbe molto diversa.

 

Credi che la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della cosiddetta “fuga di cervelli”?

Probabilmente si, ma immagino sia così in tutti i paesi, e sinceramente non lo vedo come un problema. Io penso che ogni persona si trasferisca nel paese che può dargli più possibilità in base a cosa vuole fare nella vita. Io che sono un imprenditore che lavora nel digitale mi sono spostato a Londra, ma un americano che vuole concentrarsi nel settore dei vini, per esempio, avrebbe molte più possibilità in Italia che nel Minnesota, e penso sia giusto che abbia il diritto di farlo.

 

Parliamo ora della tua formazione: avendo studiato sia in Italia che in Francia, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

In Italia ho studiato fino al liceo, appena finita la quinta mi sono trasferito a Parigi e mi sono iscritto in una Business School, quindi non ho i mezzi per confrontare i due sistemi educativi. Però posso dire una cosa, nel sistema in cui ho studiato ogni studente sceglie il proprio Major, del quale è obbligato a seguire tutti i corsi, mentre tutto il resto delle classi è scelto dal ragazzo in base a cosa vuole fare nel futuro, e questo lo trovo molto più intelligente e utile che livellarci tutti ugualmente. Io e te, per esempio, possiamo entrambi studiare Finanza, però se io voglio concentrarmi sulle energie rinnovabili mentre tu su Macroeconomia, mi sembra giusto che entrambi possiamo avere la possibilità di focalizzarci di più su materie che servono al nostro percorso personale.

 

Perché secondo te oggi sempre più giovani decidono di partire? Quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Su questo argomento c’è da fare una distinzione. A mio parere ci sono due tipi di persone che lasciano il proprio paese: i cittadini del mondo, come me, e chi lo fa per necessità.

Ora, nel mio caso io sono Italiano di nascita, amo il mio paese più di chiunque altro, e guai a chi me lo tocca, però non sento la necessità di avere confini. A me piace viaggiare, stare in ambienti internazionali, vivere in un paese dove non si parla la mia lingua, e conoscere altre culture.

Per questi motivi io non sto scappando, sto solo vivendo la mia vita come se il mondo fosse la mia nazione. Nel secondo caso, invece, bisognerebbe vedere settore per settore, capire perché chi davvero vuole rimanere in Italia sia costretto ad andarsene, e cercare di migliorare la situazione in modo che questo non accada più.

 

Che consiglio daresti a tutti quei giovani che hanno un’idea e non sanno come metterla in pratica? Credi sia davvero necessario fare bagagli e andare altrove?

Molto dipende dal settore in cui si vuole lavorare, però non penso sia necessario partire, abbiamo molte Start-Up anche in Italia. L’unico consiglio che mi sento di dare è semplicemente di fare quello che ci si sente, senza doversi ritenere in debito con nessuno. Se si ha voglia di partire, che si parta, se si ha voglia di restare, che si resti. A mio parere il problema sussiste solo nel momento in cui chi vuole rimanere non ha la possibilità di farlo.

 

Cosa potrebbe fare l’Italia per attrarre di più i giovani (sia italiani che di altri paesi), sia in ambito lavorativo, universitario e umanitario? Quali sono i gap da colmare assolutamente?

Immagino questa sia la domanda da un milione di euro! Onestamente non ho una risposta, ma penso che aprirsi all’innovazione, lavorare sulla burocrazia, anche con l’aiuto del digitale, e prendere spunto da tutti quei settori in cui siamo i migliori al mondo, sia un buon punto di partenza.

 

Per seguire Andrea e il suo progetto dell’acqua a portata di click, potete seguirlo su  www.elliotsway.com o su twitter @Andrea_e4w.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

Intervista al team di Buildo – startup 100% internazionale, 100% italiana!

Nuovo mese, nuova intervista: questa volta, di stampo corale. Gli italians che vi presentiamo oggi sono un gruppo di 16 giovani expats che da Chicago sono tornati in Italia portandosi dietro la loro creazione: Buildo, un hub per programmatori e startuppers di livello. La loro è la storia di chi, tornando in patria, ha avuto successo. Ce la racconta Luca Cioria, 27enne di Monza con alle spalle percorsi di studio e lavoro negli Usa (a Philadelphia e Chicago) e a Parigi dove ha lavorato per Google. Adesso ha fatto campo base a Milano, dove nella software house Buildo si occupa un po’ di tutto, dagli aspetti più ingegneristici al project management fino alle vendite.

 

Ciao Luca! La vostra è una di quelle storie che infondono ottimismo: siete 16 expats che hanno avuto la possibilità di tornare a lavorare in Italia. Nello specifico: da Chicago te e il tuo team avete deciso di tornare a Milano per portare avanti la vostra start-up Buildo. Potresti raccontarci qualcosa in più sul vostro progetto e sulla scelta di tornare nel nostro paese?

Infondere ottimismo è l’obiettivo principale della nostra campagna, siamo contenti di avervi trasmesso questo sentimento. Relativamente a Buildo, siamo una società di software engineers, che per intenderci vuol dire che siamo degli smanettoni dei linguaggi di programmazione.

Nonostante si parli degli Stati Uniti come a un qualcosa di simile a un paradiso terrestre, non è esattamente così. La loro cultura lavorativa, che estremizza il sacrificio per i soldi e che pregiudica le relazioni sociali, è un punto debole di cui spesso non si parla.

Dell’Italia ci mancava la brillantezza delle persone, oltre che il cibo e le buone abitudini. Inoltre il nostro Paese, certamente con le sue difficoltà, ha ancora rispetto del lavoro e permette di vivere in un ambiente complessivamente più sano.

 

Facciamo un passo indietro: come sei arrivato a Chicago? Quali scelte ti hanno portato a lasciare l’Italia?

La decisione di andare a studiare e lavorare negli USA l’ho presa da bambino, seguendo l’esempio di parenti che si erano trasferiti negli Stati Uniti. La cosa, come puoi immaginare, mi aveva sempre affascinato. Crescendo, ho capito che l’istruzione e il lavoro (in particolare nel mondo tech) potevano essere migliori laggiù. Di conseguenza, quando è arrivata l’opportunità di partire, l’ho presa al volo: la University of Illinois, dove ero studente, aveva ottimi ranking e buone connessioni lavorative. Ho fatto “armi” e bagagli e, preso il vaporetto, sono partito.

 

Da expat, sappiamo che tornare in Italia è una scelta difficile. Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia e quali le difficoltà maggiori da superare per arrivare a competere con gli altri paesi?

Vivere negli USA mi ha permesso di conoscere un nuovo metodo di apprendimento, molto più pratico rispetto al nostro, e mi ha dato la possibilità di confrontarmi con il livello medio americano. Da qui è nata la convinzione che in Italia, grazie ad università come il Politecnico di Milano e la Bocconi, il livello medio di scolarizzazione sia in realtà superiore.

Di un’altra caratura è stata invece la mia esperienza a Parigi per Google: una città stupenda e un’azienda quasi da sogno, che mi hanno insegnato tantissimo in molti ambiti che oggi applichiamo a Buildo.

Cambiando argomento, non sono così d’accordo sul fatto che sia difficile tornare in Italia. All’inizio era una scommessa, ma vi assicuro che – quando si riesce a creare il proprio spazio – la qualità della vita è ottima, a mio avviso superiore a quella degli USA. Inoltre, anche se in Italia si guadagna oggettivamente meno, il costo della vita è spesso proporzionato allo stipendio. Ciò che andava meglio negli Stati Uniti erano le opportunità di network, molto articolate, soprattutto se paragonate a quello che abbiamo qui a Milano.

Per concludere, relativamente alle difficoltà nel competere con altri paesi, sviluppare la notorietà del brand è un punto chiave per noi in questo momento, soprattutto volendoci confrontare con una concorrenza globale. Non è infatti facilissimo esporsi ai mercati esteri, visto che l’Italia non è competitiva nei prezzi rispetto a nazioni come India o Polonia e non è ancora percepita come leader di qualità in questo mercato, nonostante l’offerta ne avrebbe le caratteristiche.

 

La vostra è una società molto “particolare”: avete un team composto quasi esclusivamente da ex expat ed il vostro punto di forza si basa sul poter assicurare un lavoro sicuro agli expat “di rientro”. Potresti spiegarci meglio l’idea che sta alla base di questa vostra politica?

L’idea si basa sulla triste realtà che molti giovani sono costretti a cercare lavoro all’estero, non trovando in Italia le giuste condizioni per rimanere. Visto che la consideriamo oggettivamente una cosa triste, ci battiamo ogni giorno per cercare collaboratori anche al di fuori dei confini Italiani. Ovviamente gli stipendi all’estero sono più alti, alla luce però di un costo della vita maggiore. Cerchiamo di offrire ai nostri collaboratori tutto il necessario per rendere la nostra offerta interessante: ad esempio, organizziamo degli offsite con cadenza semestrale (di recente abbiamo trasferito l’azienda per una settimana a Tel Aviv e successivamente a Tenerife); mangiamo quotidianamente assieme, grazie all’impegno del nostro happiness manager, che ha l’unico scopo di rendere felice la convivenza fra employees; puntiamo molto sulla soddisfazione lavorativa, e quindi investiamo il 20% del nostro tempo in attività di ricerca per stimolare la crescita e mantenere vivo l’interesse verso il nostro lavoro.

Come avrai intuito, cerchiamo di creare un’esperienza complessiva che punti alla felicità di chiunque lavori in Buildo.

 

Qual è il valore aggiunto di avere nelle proprie fila italiani che hanno avuto esperienze all’estero? Da dove vengono, e cosa cercavano, i vostri expat? Ma soprattutto: cosa hanno trovato migliore in Italia rispetto ad altre parti del mondo?

Francesco Negri, nostro senior software engineer, viveva a Londra. Molti altri vivevano a Chicago. Cristian Veronesi, nostro business developer, viveva a Bruxelles, Eric Camellini in California e Francesco Giordano a Tenerife.

L’aver approcciato una cultura diversa è molto utile. Per darti un esempio, il modus operandi e le competenze acquisite all’estero stanno creando un caleidoscopio di opinioni molto efficace a Buildo, evitandoci la mono-opinione. Inoltre, visto che buildo cerca clienti anche all’estero, è fondamentale conoscere i propri interlocutori!

Tornando in Italia abbiamo ritrovato le abitudini Italiane che, almeno a me, mancavano tantissimo. La maggior parte di noi non ha un motivo preciso per cui è tornata, ma un generico senso di star meglio qui, con le nostre abitudini, gli amici, la famiglia.

 

Uno dei temi a noi cari è quello della mancata meritocrazia che porta sempre più persone a lasciare l’Italia per portare altrove le proprie competenze. Vivendo all’estero avrai avuto modo di toccare con mano la questione: cosa ne pensi? È un problema che può essere risolto? (Se si, come?)

Ogni paese (purtroppo) è non meritocratico a suo modo. Ci sono paesi che magari non lo danno a vedere: prendi per esempio gli Stati Uniti, con le sue politiche discriminatorie nei confronti della classe sociale più povera. Certo, ci sono le borse di studio per i migliori, ma sono pochissime e sono praticamente inesistenti al liceo, fondamentale per essere poi ammessi in università prestigiose. Di conseguenza, è molto difficile scalare fra classi sociali.

L’Italia ha sicuramente dei difetti da questo punto di vista, ma non credo sia così diversa dalla media. Noi nel nostro piccolo tentiamo di assumere i migliori. Oltre a questo, abbiamo una struttura organizzativa che premia la competenza e non l’anzianità. Sarebbe bello se più aziende ragionassero in questo modo.

 

Cos’è che, secondo te, attrae maggiormente i giovani all’estero?

Ovviamente, la facilità nel trovare lavoro. Se si paragona l’Italia al resto del mondo è scontato che sia più probabile trovare lavoro fuori dai confini d’Italia. Fosse altro che per una questione di grandezza geografica e di numero di aziende presenti in Italia e di numero di aziende presenti nel resto del mondo. Il nord Italia, dove abbiamo sede, vive una ripresa solida. Proprio per questo, speriamo che in futuro molti meno giovani si trasferiscano all’estero per necessità e, proporzionalmente, vada crescendo la fetta di chi lo fa per scelta.

 

E cosa potrebbe fare l’Italia per rendersi più attrattiva agli occhi dei suoi stessi ragazzi? Parliamo in ambito lavorativo, universitario, umanitario… quali sono i gap da colmare assolutamente?

L’Italia potrebbe rendere più facile la vita agli imprenditori, che poi daranno lavoro ai ragazzi. Ma credo non sia sufficiente abbassare le tasse, ormai molti giovani si trasferiscono all’estero pur avendo opportunità lavorative in Italia. Credo che si debbano creare incentivi per le aziende che investono sulla formazione dei dipendenti. In questo modo le opportunità lavorative in Italia diventerebbero più stimolanti, il livello di competenza medio salirebbe e si innescherebbe un circolo virtuoso.

 

Per tutti i giovani che vorrebbero tornare in Italia ma che hanno paura di non trovare lavoro (o le giuste condizioni di lavoro), che consigli puoi dare?

Di essere determinati e di non lasciare le cose a metà dell’opera, ricominciando a lamentarsi subito dopo essere tornati. È importante tenere in mente l’obiettivo finale e saper affrontare le difficoltà. Poi, per chi non è soddisfatto di quello che trova oggi in Italia, c’è sempre una soluzione intermedia: molte aziende offrono infatti la possibilità di lavorare da remoto.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? buildo potrà innescare una sorta di circolo virtuoso tra società/aziende/start up che cerca di riportare gli expats in Italia e di valorizzarli?

Continuare a crescere in termini di dipendenti e fatturato è sicuramente uno degli obiettivi per Buildo da qui ai prossimi anni. Il secondo traguardo che abbiamo in mente è quello di spingere al massimo la nostra vision lavorativa, che pone al centro l’individuo. Il risultato di tutto ciò potrebbe essere proprio il circolo virtuoso di cui tu hai fatto menzione, anche se siamo ancora agli inizi di questo percorso.

 

E cosa aggiungere se non che la storia di Buildo ci insegna che tornare, costruire un progetto vincente e farlo crescere, non sono cose impossibili? Tanto impegno, caparbietà e forse pure un po’ di testa dura e notte insonni – e magari anche un pizzico di fortuna, che non guasta mai – sono gli ingredienti vincenti della storia di successo di questi ragazzi. “Non lasciare le cose a metà”, insomma.

Dal canto nostro, noi c’auguriamo di conoscere sempre più storie “di ritorno” e di ragazzi felici!

Intervista a Stefania Betti – Italians “di ritorno”. Bruxelles – Italia sola andata.

Per l’intervista del mese abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Stefania Betti, Italians di 28 anni originaria di Rieti da poco rientrata in Italia dopo ben sei anni di lavoro a Bruxelles. La sua è una di quelle esperienze capace di infondere autostima e positività: finita la triennale a Perugia, nel 2011 Stefania è approdata per la prima volta a Bruxelles e da qui non si è più fermata. Dopo aver vissuto ad Urbino, ad Angers in Francia, in provincia di Macerata, a Milano e di nuovo a Bruxelles, adesso ha iniziato una nuova avventura: tornare in patria. Attualmente si trova ad Ancona dove lavora come Business Developer per GGF Group, “una realtà marchigiana stimolante e in crescita – racconta Stefania – con un team di persone dai profili diversi da cui ho molto da imparare”.

 

Ciao Stefania! Per te dire che sei un’Italian non basta, è poco. Sappiamo infatti che da circa due mesi sei tornata in Italia dopo un totale di 6 anni di lavoro a Bruxelles. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Devo ammettere che non ho mai immaginato di passare la mia vita all’estero, e che ho sempre vissuto le mie esperienze fuori come dei passi per crescere e riportare qualcosa “a casa”. Bruxelles mi ha dato tanto (e mi piace pensare che anche io abbia dato qualcosa a lei), ma dopo tanti anni iniziavo a sentire la mancanza di quelle piccole abitudini, della concezione della vita e del calore che in Belgio non ho mai totalmente trovato.

Quando si inizia a vivere all’estero si è presi da un’euforia che ci fa vedere tutto sotto la magica luce della novità, ma quando poi si arriva alla inevitabile routine, quando le persone con cui hai legato vanno via, quando inizi a sentire un piccolo fastidio che ti spinge a cambiare qualcosa, allora ti tornano in mente le cose belle dell’Italia che hai lasciato, e si fa avanti l’idea di provare a tornare e fare di tutto per essere parte di quel cambiamento che tutti ci auspichiamo per l’Italia. Avrei cambiato lavoro comunque, e quindi a dicembre ho deciso di provare a mandare qualche CV anche in Italia.

 

Attualmente sei Business Developer per un’azienda che si occupa di Customer Experience e Business Analysis ad Ancona: in cosa consiste il tuo compito? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?

È indubbiamente una vittoria.

Le difficoltà sono tante, a livello personale e a livello pratico.

Partiamo dal lavoro, dove invece che di difficoltà parlerei di sfide: è un contesto nuovo, devo ancora imparare le dinamiche interne e come usare al meglio le mie capacità per dar valore al mio ruolo e contribuire al successo dell’azienda. Il mio compito oscilla tra una figura di marketing e una figura commerciale: questo implica che devo rimettermi a studiare il mercato italiano e i suoi andamenti, le aziende competitors e come la mia azienda si è inserita nel contesto attuale, dove vuole andare, come vuole crescere, chi approcciare e come. Ovviamente tutto questo rappresenta uno stimolo molto importante e una spinta a livello personale.

A livello personale è difficile re-inserirsi in dinamiche sociali che dopo tanti anni all’estero si sono un po’ perse: ci si abitua a tutto, ma il passaggio da un’abitudine all’altra non è mai immediato. A livello pratico mi sto scontrando con la burocrazia: non che in Belgio fosse meglio, assolutamente. Ma a volte qui in Italia si sfiora l’impraticabilità totale. La cosa che mi manca, invece, è il respiro internazionale, parlare una lingua diversa dall’italiano e conoscere persone da tutto il mondo, ma probabilmente questo è legato alla dimensione della città dove mi trovo adesso.

 

Molti dei giovani italiani che partono per l’Europa o ancora più lontano dicono di farlo perché qui in Italia, la loro casa, non c’è lavoro o è difficile trovarlo. Tu ci sei riuscita, invece: che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

Parlando con i miei coetanei vedo che c’è molta rigidità rispetto ai ruoli che sono disposti ad accettare e alle città dove sono disposti a spostarsi.

Non dico che sia facile, io stessa ho mandato oltre 50 CV per ottenere 3 colloqui. Il mio consiglio è di iniziare dal basso con l’idea di arrivare in alto, essere disponibili a spostarsi e a fare dei sacrifici all’inizio. Una cosa molto sottovalutata da chi dice di non trovare lavoro è imparare a fare marketing di sé, lavorando sulla redazione del proprio curriculum e delle lettere di presentazione. Insomma, occorre avere una mente aperta e accettare il cambiamento.

Inoltre le esperienze lavorative che si fanno durante gli studi sono a mio avviso fondamentali: non tanto per metterle sul CV (non è sempre necessario) ma per capire cosa ci piace e cosa non ci piace, come confrontarsi con i diversi ruoli aziendali, come comportarsi con le persone, e soprattutto in cosa si è bravi e in cosa no.

L’esperienza all’estero aiuta molto a trovare lavoro in Italia perché ci permette di candidarsi per posizioni che vanno oltre lo stage e che richiedono esperienza comprovata: ma è necessario sapere che tornare può significare ripartire da ruoli diversi e da stipendi più bassi.

 

Ma facciamo un passo indietro: la tua esperienza all’estero comincia durante gli studi con un master universitario a Angers in Strategie di Internazionalizzazione. Ma spiegaci meglio: come sei arrivata in Francia? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello francese?

È corretto, ma prima di Angers c’è stata Bruxelles, in entrambi i casi per questioni di Erasmus. Ho scelto di fare l’Erasmus studio durante la specialistica perché mentre da noi al secondo anno si hanno meno esami e si ha tempo per scrivere la tesi, spesso le specialistiche all’estero durano solo un anno: questo mi avrebbe permesso di fare contemporaneamente la specialistica italiana a quella straniera, spesso chiamata Master, mentre mi orientavo per la stesura della tesi. E così è stato.

Onestamente ho trovato molte difficoltà ad adattarmi al sistema francese, a partire dal fatto che gli esami sono principalmente scritti e che il materiale didattico è molto ridotto e spesso è costituito solamente dagli appunti presi a lezione, cosa che a mio parere riduce sia le competenze che la capacità analitica e critica dello studente. Inoltre, in Francia non è necessario passare tutti gli esami per essere ammessi all’anno successivo, ma basta avere la media della sufficienza a fine anno. Insomma, ritengo che il nostro sistema universitario sia più valido per quella che è stata la mia esperienza ad Angers e qualche anno prima a Brighton, dove però sono stata solo un mese.

 

Dagli studi al lavoro, dalla Francia a Bruxelles: com’è lavorare come responsabile promozione e internazionalizzazione presso la camera di commercio belgo-italiana? Di cosa ti occupavi e come sei riuscita, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico ambito da molti?

È un lavoro bellissimo, non ci sono dubbi.

Immersa in un contesto internazionale, si viaggia molto, si creano delle bellissime relazioni professionali, dà molta soddisfazione. Spesso si ignora che le Camere di Commercio Italiane all’Estero siano degli enti privati di diritto del Paese dove sono costituite, perciò delle vere e proprie aziende nelle quali si entra non tramite concorso pubblico ma per capacità ed esperienza.

Non sei la prima persona che mi chiede “Come sei riuscita ad entrare in Camera?”, e questo implica che ancora c’è l’idea, magari inconscia, che alcuni lavori siano inaccessibili a persone “normali”.

Per molto tempo ho risposto a questa domanda dicendo: “sono capitata al momento giusto”, ma non credo più che sia vero.

Credo di aver lavorato sodo, e se pure era il momento giusto, so di essermelo meritato. Ho iniziato con uno stage, sono poi diventata responsabile per le Fiere e gli Eventi, e quando mi sono stati affidati altri compiti oltre alle fiere (B2B, incoming, outgoing, docenze, progetti, social media) ho cambiato titolo.

La stessa cosa posso dire adesso: ho trovato un lavoro che mi piace in Italia in un’azienda valida perché ho risposto ad un annuncio nel momento in cui l’azienda stava cercando, ma evidentemente avevo anche le competenze che l’azienda stava cercando. Ora sta a me giocarmele tutte per rimanerci.

  

Inoltre, parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare visto il tuo ultimo lavoro: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Credo ci sia tanta disinformazione in Italia rispetto all’Unione Europea, e poca formazione rispetto all’Europrogettazione e i Fondi Europei.

La Camera di Commercio Belgo-Italiana si è sempre molto impegnata ad invertire il trend, ma l’azione andrebbe fatta capillarmente da più enti, e soprattutto in Italia bisognerebbe essere disposti ad accogliere suggerimenti.

Personalmente ritengo che l’Europrogettazione sia un tema che in futuro farà parlare ancor più di sé, in termini di opportunità create e posti di lavoro generati. L’Italia, soprattutto il sud, è indietro rispetto al resto d’Europa per progetti presentati e vinti, e credo sia dovuto a due problemi principali.

Per prima cosa, un campanilismo che purtroppo esiste in Italia, e che preferisce il “portare acqua al proprio mulino” al bene comune, e in seconda battuta una sorta di presunzione di saper scrivere progetti europei benissimo da soli anche al primo approccio, e riluttanza ad investire nella consulenza di un europrogettista qualificato.

 

Bruxelles è terra di expat, avrai conosciuto tantissimi giovani italiani e tantissime storie differenti sul perché abbiano lasciato l’Italia. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italians a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

Credo sia solo uno dei motivi, in realtà.

Parlando con altri expats a Bruxelles e altrove, mi sono resa conto che si va all’estero anche per accrescere le proprie competenze, per mettersi alla prova, per crescere, per confrontarsi per realtà diverse o semplicemente per fare un’esperienza. A volte si parte per l’estero senza neanche aver provato prima a trovare lavoro in Italia, cosa che suggerisce una scelta deliberata di andare a vivere all’estero a prescindere dalle opportunità o dalle aspettative.

Ovviamente il problema della meritocrazia è molto sentito, ma posso assicurarti che non è un problema solamente italiano. Da noi probabilmente è accentuato anche dalla difficoltà in generale di trovare lavoro, ma è un tema delicato da trattare. Sentiamo spesso storie di persone validissime scartate a favore di un forse meno valido parente o amico, ma questo porta a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece anche in Italia esistono aziende dove la meritocrazia è altamente riconosciuta e valorizzata.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?

Una volta persa la fiducia, è molto difficile riconquistarla.

In Italia iniziare a lavorare può essere difficile, e questo scoraggia la maggior parte delle persone che ci prova: stage mal pagati, contratti senza garanzie, poco ricambio generazionale e poche prospettive concrete, salvo ovviamente eccezioni da lodare e prendere ad esempio.

Chi rientra parte da una posizione leggermente avvantaggiata, sa già cosa vuole e se la gioca con competenze e spirito di adattamento.

Onestamente ho notato un cambiamento rispetto alla mia generazione: i ragazzi ora possono usufruire di molti programmi di alternanza scuola lavoro, possibilità di stage già da molto giovani, borse di studio per accedere a master con tirocinio garantito e altro ancora. Ovviamente non basta avere l’opportunità, ma bisogna guadagnarsi il posto alla fine dell’opportunità, e questo spesso è sottovalutato.

Non tutti i settori funzionano allo stesso modo, e le politiche dovrebbero essere adeguate: c’è differenza tra scuola, start-up, imprese commerciali e ad esempio il settore della ricerca o quello medico, per non parlare del giornalismo. Le dinamiche andrebbero analizzate e sarebbe opportuno cercare di capire di cosa ha bisogno ogni settore per poter crescere e quindi generare posti di lavoro reali. Non so perché l’Italia non stia già facendo tutto questo o perché sia ancora così complicato trovare lavoro per la mia generazione e soprattutto per la generazione prima della mia, e non ho le competenze necessarie per fare un’analisi economico-politica. Quello che nel mio piccolo vedo è che alcune politiche occupazionali cozzano con altre, orientarsi tra le forme contrattuali è impossibile, e mancano garanzie sia per il datore di lavoro che per l’aspirante lavoratore.

 

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile? Se dovessi fare una classifica dei problemi da risolvere, cosa metteresti sul podio?

Sì, credo che sia un futuro auspicabile e possibile, ma lo vedo ancora abbastanza lontano. Spesso quando racconto di essere tornata in Italia per una scelta consapevole mi sento rispondere che sono fuori di testa, che ho sbagliato, che me ne pentirò e che stavo sicuramente meglio dove stavo, o peggio ancora che sono tornata per amore o perché qui avevo lavoro garantito (entrambe cose non vere, tra l’altro)

Chi mi dice tutto questo, però, spesso non è mai uscito neanche dalla sua città natale e non conosce le difficoltà che si hanno a costruire una vita in una città diversa, figuriamoci all’estero. Il vero problema sta nella mentalità di tutti noi, nei nostri preconcetti e nella sfiducia diffusa che genera malcontento anche solo per sentito dire. Questa credo che sia la difficoltà maggiore: ridare fiducia alle persone.

 

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo, di piantare di nuovo le tue radici qui? Oppure ti attende presto una nuova avventura?

Mi fai una domanda davvero difficile.

Una vita come la mia ti porta ad abbandonare il superfluo e il materiale a cercare la stabilità nei rapporti umani e in te stessa piuttosto che nelle cose o nei luoghi. Devo dire che l’idea di rientrate è stata accompagnata da una certa voglia di fermarmi da qualche parte, e che il lavoro che ho adesso mi piace molto, come anche il contesto socio-culturale in cui mi trovo. Ma in tutta sincerità non so dirti se qui è il posto dove starò per sempre, o se starò per sempre in un posto. “Se non ci piace dove siamo, possiamo spostarci. Non siamo alberi.” Citazione di Snoopy, niente di meno.

 

Una riflessione che vorresti condividere con chi si trova nella tua stessa posizione o con chi vorrebbe tornare in Italia?

Il messaggio che vorrei trasparisse è che dovremmo essere come fiumi e non come le montagne. Si dovrebbe scorrere e prendere quello che la vita ci dà con serenità. Tra i miei coetanei vedo tanta sfiducia ma anche poca voglia di fare, tanta rigidità e poco entusiasmo. Ci si concentra tanto sulle difficoltà dell’Italia e non sulle opportunità, o ci si arrende con facilità e a volte si tradiscono i principi che uno ha dentro da sempre per un’apparenza di stabilità o per una realtà confortante, a discapito di una felicità che poi si cerca per tutta la vita senza successo. Non voglio essere naif e dire che in realtà è tutto semplice e tutto è possibile, ma vorrei che chi legge la mia storia pensasse: cavolo ma allora qualcuno ce la fa a tornare, anche per un po’ e non ma chi te lo ha fatto fare di tornare in Italia, stavi tanto bene fuori.  

 

Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

Intervista a Mary Franzese, confondatrice e CMO di Neuron Guard

Forse Mary la conoscete già, o forse avrete sentito parlare di Neuron Guard, ma per tutti quelli che vivono in un universo differente dal nostro, o che non sono avvezzi ai social network, ci penseremo noi. Partiamo subito col raccontarvi che grazie a Mary, dopo ben sei anni, l’Italia – o meglio, una giovane italiana – è tornata di nuovo a comparire tra le dodici finaliste del Premio Europeo dedicato a donne e innovazione, l’EU Prize for Women Innovators (ed. 2017). Direi niente male, ma partiamo da principio.

Mary è una brillante trentunenne italiana, nasce a San Giuseppe Vesuviano (NA) e vive, fino al diciottesimo anno di età, ad Ottaviano (NA). Oggi vive a Modena per Neuron Guard, ma non si è fatta scappare qualche altra tappa in giro per il mondo tra Buenos Aires (Argentina), Shanghai (Cina) e Turku (Finlandia), per motivi di studio e perché no, un po’ di sana curiosità e spirito avventuriero, perché di certo non possiamo dire che le manchi il coraggio. Lo stesso che, insieme alla passione, l’hanno portata a dove è oggi: co-fondatrice e CMO di Neuron Guard, start-up innovativa impegnata nello sviluppo di un dispositivo medico salva-vita che mira a rivoluzionare il trattamento dei danni cerebrali. il loro motto? “Time is brain.. Freeze it!”

Curiosi di scoprirne di più? E allora, cominciamo!

 

 

Ciao Mary! Per prima cosa vorrei ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, sappiamo che non é facile ritagliarsi del tempo, soprattutto in questo periodo cosi frenetico – ed eccitante – della tua vita, quindi grazie!

Cominciamo subito col dire che scoprire il tuo progetto tra i 12 candidati al EU Prize for women innovators, ci ha subito fatti innamorare! Erano ben sei anni che nessun talento italiano veniva candidato a questo premio, ma raccontaci di più…

Tutto è iniziato grazie a dei tweet e ad alcune email di amici che mi invitavano a candidarmi per il Premio EU Prize for Women Innovators perché quest’anno, per la prima volta, la Commissione Europea deciso di premiare anche le giovani donne, con età massima di 30 anni, che hanno co-fondato startup. Non ho resistito un attimo e mi sono detta “facciamo conoscere il talento femminile italiano e Neuron Guard anche in Europa”. E così è stato. Avevo tanta voglia di mostrare il lavoro portato avanti in questi miei primi quattro anni con Neuron Guard, un progetto imprenditoriale di cui mi sono appassionata sin dalla prima volta in cui Enrico mi ha presentato la sua idea, decidendo coraggiosamente di condividerla con me per aiutarlo trasformarla in realtà. Una startup che ha la missione di salvare vite umane, e l’ambizione di trasformare radicalmente il modo in cui si interviene per il trattamento di patologie quali ictus, arresto cardiaco e trauma cranico. Sono orgogliosa di essere italiana, e sono molto fiera di rappresentare le giovani innovatrici della nostra terra in Europa.

Opportunità come questa non solo permettono di mettere in luce il talento femminile, spesso purtroppo sottovalutato o poco enfatizzato nel mondo del lavoro, ma danno anche l’opportunità di riscoprire i veri talenti, giovani e meno giovani, che possono fungere da forza motrice nella società. Credi che in Italia si debba fare di più per mettere in risalto ed offrire migliori opportunità a questo tipo di talenti?

Credo che in Italia ci si debba lamentare di meno e gioire di più dei successi altrui. Mi è capitato di recente di leggere forti critiche sulla mia persona e su altre ragazze che come me erano state scelte come miglior imprenditrici under 30 solo perché, a detta di questo vocio, ex studentesse di Università private. Mi chiedo: ma la gente, prima di giudicare, sa per caso i sacrifici che ci sono dietro queste scelte? Non si deve essere necessariamente “figli di” per ottenere dei riconoscimenti. Prima di digitare qualche parolina di troppo, inviterei le persone a cercare opportunità di confronto e di crescita. L’Italia è lenta, e noi italiani siamo troppo burocrati, non ammettiamo scelte “errate” e siamo sempre sul chi va là per addossare le colpe a qualcuno. Perché non ci diamo una mossa, ci rimbocchiamo le maniche, e iniziamo a LAVORARE facendoci in quattro per il nostro futuro? Pensando a noi, penseremo alla nostra comunità e al benessere del nostro Paese.

Sappiamo che non molto tempo fa sei stata a Bruxelles, terra di expat, per un congresso #unconventional proprio per parlare del tuo progetto. Cos’hai notato di diverso dagli ambienti italiani, se di differenze ce ne sono?

La forte dinamicità ed il continuo confronto. Quando partecipo agli eventi all’estero ci sono sempre tante domande a ravvivare le sessioni di Q&A. In Italia, invece, tante volte si partecipa agli eventi tanto per postare una foto sui social e dire “c’ero anche io”. Dobbiamo imparare a fare networking, a sfruttare queste occasioni per dire la nostra e per entrare in contatto con le persone che seguiamo come modelli di ispirazione. Poi, ti dirò: anche una chiacchierata con il vicino e la vicina possono trasformarsi in opportunità di business. Homo faber fortunae suae dicevano gli antichi romani, ed io oggi dico “datevi da fare” che dalle occasioni sprecate non è mai emerso nulla.

Noi parliamo spesso di questione intergenerazionale, di un problema che frena i talenti e drena risorse. Tu cosa ne pensi? Cosa faresti per migliorare le cose, se pensi vadano migliorate?

Credo nella necessità di dare spazio ai giovani meritevoli e talentuosi, così come penso sia necessario un supporto di modelli di riferimento senior con esperienza. I due mondi devono lavorare insieme, comunicare e scambiarsi costantemente informazioni, perché ciascuno di loro ha tanto da insegnare all’altro.

Come forse saprai, il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, beninteso se potessi, per invertire la tendenza?

Snellirei il sistema scolastico con meno anni di scuola superiore, potenzierei lo studio delle materie STEM, punterei più sulla pratica che sulla mera teoria, sfrutterei al massimo le potenzialità del digitale per dare ai bambini la libertà di creare/codificare e agli adulti quella di lavorare da qualunque postazione. Da ultimo, intensificherei il legame scuole-aziende da consentire un più facile accesso al mondo del lavoro.

La meritocrazia c’entra qualcosa in tutto questo? Pensi che in Italia ci si sia davvero scordati di cosa sia il merito, o la trovi una retorica stantia e poco funzionale a migliorare le cose?

La meritocrazia c’entra ma non del tutto. Lo scorso Febbraio è stato presentato dall’OCSE il rapporto “Economic Survey of Italy 2017”, ed il suo segretario generale, Angel Gurria, ha palesato forti preoccupazioni circa l’aumento della povertà tra i giovani e l’incremento del tasso di disoccupazione. Dobbiamo fare in modo che il nostro Paese si risollevi da questa crisi e cresca affinché ci sia voglia di viverlo. Il Governo deve favorire la crescita della produttività e degli investimenti, perché se il nostro sistema economico funziona, in pochi si chiederanno della questione meritocratica. Saremo tutti impegnati a lavorare per noi, e per il nostro Paese.

Restando in tema giovani talenti, spulciando il tuo profilo online ci siamo accorte che fai parte anche tu, come la nostra fondatrice, del team di adviser dell’Innovation Hub dello IULM, a Milano. Come sei approdata a questa nuova esperienza? Come intendi aiutare i “giovani innovatori” in quanto adviser?

Io vivo per i giovani ed amo stare tra i giovani. Sono felice di trascorrere del tempo con loro, di lasciarli liberi di comunicarmi le loro idee, di osservarli mentre sognano ad occhi aperti. Condividere esperienze quali anche lo Startup Weekend a Caserta mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco e di capire che non voglio che loro commettano i miei stessi errori. Non voglio che siano imprudenti, superficiali o frettolosi nel voler raggiungere “tutto e subito” senza i mezzi adeguati. Le situazioni devono essere analizzate, studiate e poi affrontate. La passione, la tenacia ed il coraggio a loro non mancano.

E adesso vado forse un po’ fuori tema, ma non posso astenermi. Donne e imprenditorialità innovativa in Italia, oggi. Per alcuni é una mission impossible, tu che – diciamolo – ce l’hai fatta e coon ottimi risultati, cosa ne pensi?

Io ce la sto mettendo tutta per farcela. Nulla è impossibile se si crede davvero in quello che si fa. Bisogna crederci e mettere insieme quello che aiuta nel raggiungimento degli obiettivi. Bisogna essere tenaci, coraggiose e pazienti, perché come spesso accade, le cose più belle arrivano solo con il tempo e dopo aver fatto tanti sacrifici.

Che consigli ti sentiresti di dare a dei giovani professionisti che desiderano avviare la propria azienda o carriera professionale in Italia?

Quello di cui sopra, oltre a studiate, studiate, studiate! Vale tanto per le donne quanto per gli uomini. Per me non vi è differenza alcuna. Siate curiosi, leggete, documentatevi. Noi donne fatichiamo di più, ma se ci uniamo agli uomini e chiediamo anche aiuto a loro nel favorire questo nostro percorso di crescita, sono certa che sarà possibile avviare qualunque tipo di carriera.

Concludiamo invece con una domanda di rito. Che consigli daresti invece, ai policy makers italiani al fine di combattere quella questione intergenerazionale che così fortemente drena talenti e frena risorse, con un impatto a dir poco negativo sul sistema italiano e, forse ancor più drammaticamente, pesa sui giovani professionisti del nostro Paese?

Fate spazio ai giovani talentuosi e volenterosi di mettere il proprio sapere al servizio del nostro Paese!

In bocca al lupo, Mary! E grazie infinite.

Intervista a Adele Posani, maestro flautista all’Edward Said National Conservatory of Palestine

Per l’intervista di questo mese vi proponiamo una storia diversa, sia nella forma che nella sostanza. Questa volta abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali, a favore di una ben più costruttiva chiacchierata che, diciamocelo, a volte può risultare molto più utile e comprensiva. Conosciamo dunque la nostra Italians Adele Posani, 28enne romana oggi musicista, 3 master alle spalle, insegnante di flauto, musica d’insieme per fiati, storia della musica presso l’Edward Said National Conservatory of Palestine nelle sedi di Betlemme e Ramallah.

Adele non si considera un cervello in fuga, anzi: “Ho sempre avuto la tendenza (o la nevrosi?) a spostarmi – ci racconta la musicista – vivevo a Roma ma il conservatorio era a L’Aquila, poi ho vissuto a Pescara, poi a Ferrara, poi a Milano, poi a Lugano. Avrò cambiato una ventina di case”.

La domanda sorge spontanea, e quando chiediamo ad Adele come è arrivata in Palestina, la risposta nasce semplice allo stesso modo: “Ho visto l’offerta su internet e ho deciso di fare domanda. In realtà, la Palestina non è poi così diversa dall’Italia, sono entrambi paesi mediterranei e questo, per come la vivo io, ha più rilevanza che essere parte dell’Unione Europea o no. La musica è molto viva qui, i concerti raramente sono senza un pubblico interessato, anche se spesso non educato come siamo abituati in Italia”. Anche se la musica è un linguaggio universale, qualche problema in più rispetto all’Italia c’è: “L’aspetto più frustrante del dover insegnare musica classica occidentale in un paese arabo è il fatto che il bagaglio culturale è molto diverso. In Italia, chiunque abbia studiato musica anche solo a scuola, conosce i nomi di Mozart, Rossini, Verdi e altri, sa, a grandi linee, che cosa sia un’opera, una sinfonia, una sonata. Qui no. Ma conoscono a menadito l’intero repertorio di canti tradizionali”.

È vero anche che, mai come negli ultimi anni, la professione del musicista è cambiata radicalmente. E sul problema della (mancata?) meritocrazia in Italia, Adele nella sua esperienza musicale ne parla così: “Le audizioni per orchestra sembrerebbero l’espressione più autentica di meritocrazia in ambito musicale, in teoria. Eppure in pratica: chi accede alle audizioni si trova davanti ad una commissione che magari ha già ascoltato altri 20 candidati suonare la stessa cosa, o magari nessuno, e quindi non sa realmente come fare paragoni e cosa aspettarsi dopo”.

Questo è solo un esempio. Poi, ci racconta Adele, c’è l’aspetto sociale: “Chi non ha avuto accesso a una scuola prestigiosa, chi non ha avuto il sostegno economico, chi ha dovuto affrontare traumi, chi ha subito abusi … Come si può parlare di “merito” senza considerare tutto questo? Non è più onesto dire che l’azienda assume la persona che ritiene renderà maggiori profitti? Questa è la verità, il profitto, non il merito”.

Idee certamente forti, ma d’altronde quello che la musicista vive tutti i giorni nella sua nuova casa non è da meno. “I giornali italiani non parlano di tutto – spiega – avere un mitra puntato in faccia quando vai a comprare il latte; ragazzini di 11 anni arrestati, picchiati, costretti a firmare una confessione scritta in una lingua che non sanno leggere; non avere un passaporto; gli allenamenti dei soldati “dal vivo” nei campi di rifugiati; essere rifugiati nel proprio paese; il gas lacrimogeno, le bombe di suono, le bombe di puzza. L’ansia e il senso d’impotenza possono corroderti dentro”.

Restando nell’ambito dell’insegnamento musicale, invece, abbiamo chiesto ad Adale quali sono le tendenze e le differenze che lei stessa ha potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero. Sarebbe stato possibile, restando in Italia, cogliere le stesse opportunità?

“No, ovviamente in Italia non avrei potuto insegnare in un Conservatorio. Prima cosa perché in Italia stanno chiudendo o si stanno trasformando in qualcosa di diverso, più simile al concetto di liceo musicale. L’accesso a questi posti di lavoro è garantito da un sistema a concorso, o comunque per graduatoria: e questo mi sembra l’unico modo se si vuole garantire la famosa meritocrazia”.

Cambiando area geografica, sappiamo che quest’estate Adele andrà per la seconda volta in Bolivia, dove insegna e fa concerti. Qui la situazione è diversa: “Voglio tornarci perché le opportunità sono attraenti e si può costruire molto. C’è una sete di cultura che ho visto raramente. La Bolivia è un paese affascinante, le facce delle persone sono espressive, gli sguardi raccontano storie senza tempo, ma sicuramente arcaiche. L’orgoglio di un popolo, povero economicamente ma ricco di storia, si percepisce prima di arrivare, ma è un orgoglio modesto, anche se non ha senso. Questo è forse l’aspetto più controverso e interessante”.

E per un musicista, invece, la situazione in Italia com’è? “Non credo che ci siano esperienze obbligatorie per un musicista, penso però che il mondo accademico musicale si stia chiudendo molto, ho molti colleghi che credono fermamente che il lavoro in orchestra sia l’unico, per essere un musicista rispettato. Ho colleghi che si ossessionano su audizioni e audizioni, che alla fine hanno ben poco a che fare con la musica. L’orchestra ha sicuramente un’attrattiva importante nelle aspirazioni di un musicista, ma credo che non molti si siano realmente posti la domanda più importante: questo è veramente quello che fa per me? La musica è un mondo vastissimo per fortuna, e si può essere musicisti e vivere di musica in mille modi diversi. Il difficile è trovare quello giusto per te”.

Almeno per il momento, la strada di Adele Posani sembra essere ben delineata nella sua mente: “Non credo che tornerò in Italia. In Palestina mi trovo bene ma so che la mia carriera non si può fermare qui. Probabilmente cercherò di coltivare le possibilità che si sono aperte in Bolivia e in Sud America in generale. So anche che prima o poi vorrò fare un dottorato, un po’ per ampliare le mie possibilità lavorative un po’ perché prima o poi sentirò la mancanza dell’ambiente accademico, anche se per ora questo sentimento è molto distante”.

Chissà se, presto o tardi, sentiremo di nuove le sue storie di note felici o di acciaccature provenire da tutte le parti del mondo. Per adesso, non resta che augurale un grande in bocca al lupo. Confidando che, quel bagaglio culturale che raccolgono e si portano dietro tutti gli Italians sparsi nel mondo, servirà un giorno per risolvere problemi e per creare le condizioni necessarie per vivere bene anche in Italia.

Intervista a Giulia Liberati – ricercatrice a Louvain la Neuve

 

Oggi chiacchieriamo con Giulia Liberati, 34enne italiana in Belgio. Nata a Roma, già da bambina Giulia ha presto fatto le valigie, destinazione New York prima, Stoccolma poi, con la sua famiglia. Crescendo, ha sempre colto l’occasione per non privarsi di nessuna nuova, eccitante esperienza. Prepara la tesi della sua laurea triennale a Varsavia grazie ad una borsa Erasmus; trascorre 3 anni a Tübingen (Germania) durante il periodo di dottorato e da 4anni vive nella capitale belga, facendo la spola con Louvain la Neuve.

Giulia inizia la sua carriera professionale nell’ambito della ricerca a Roma, nel 2008, alla Facoltà di Psicologia della Sapienza, grazie a una borsa di collaborazione universitaria. L’anno successivo iniziato il suo dottorato, dove ha potuto occuparsi di  interfacce cervello-computer (dispositivi per la comunicazione e la riabilitazione motoria di pazienti con deficit motori, che si basano sulla classificazione di segnali cerebrali, ci spiega).

Poco dopo aver discusso la tesi di dottorato, Giulia presenta il suo lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve, dove è potuta entrare in contatto con una docente e alcuni ricercatori della Facoltà di Psicologia dell’Université Catholique de Louvain, dove ha svolto il suo primo post-doc. Successivamente, Giulia ottiene una posizione da Research Assistant alla facoltà di Medicina della stessa università (con sede a Bruxelles) ed è lì che ha iniziato a occuparsi di percezione del dolore.

 

Quando le chiediamo di dirci di più, uscire dal mood puramente biografico delle – necessarie – presentazioni, Giulia ci racconta: “Non ho mai considerato la mia scelta di lasciare l’Italia una “fuga”, come spesso viene definita la decisione dei ricercatori di lasciare il proprio paese. In Italia mi sono trovata bene e ho anche avuto la fortuna di fare ciò che mi piaceva e di essere sempre retribuita per il mio lavoro – cosa purtroppo non scontata in ambito accademico. Piuttosto, nel mio caso, trasferirmi è stata una questione di opportunità, legata sia a collaborazioni e a offerte di lavoro interessanti, che a motivi più personali, dato che anche il mio compagno vive a Bruxelles.

Che dire, cominciamo?

 

Parliamo un po’ meglio dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata a Roma e che ora vivi a Bruxelles. Raccontaci di più su questo cambiamento, su come sono andate le cose. Coincidenza o progetto?

Pochi giorni dopo la discussione della tesi di dottorato, sono stata invitata a presentare parte del mio lavoro in un seminario all’Università di Louvain la Neuve. Questo mi ha permesso di entrare in contatto con alcuni docenti e ricercatori della Facoltà di Psicologia, che poco tempo dopo mi hanno offerto una posizione. Ho deciso di prendere un appartamento a Bruxelles, anziché a Louvain la Neuve (che dista 40 minuti di treno), perché preferivo vivere in una città più grande. Prima di trasferirmi, Bruxelles non aveva mai rappresentato la meta dei miei sogni, anche perché la conoscevo poco. Devo dire che oggi sono però estremamente soddisfatta della mia scelta. Bruxelles è una città molto viva e al tempo stesso a misura d’uomo. Anche il mio ambiente di lavoro è stimolante e piacevole. Insomma, non mi lamento!

 

Sappiamo che ti occupi di ricerca, ma dicci di più sul tuo lavoro! Spulciando i tuoi social sono approdata sull’hashtag #NocionsLab e ho scoperto che ti occupi di percezione del dolore, raccontaci di più!

Dal 2014 lavoro come ricercatrice nel Nocions Lab (http://www.nocions.org/), diretto dal Prof. André Mouraux, all’Institute of Neuroscience dell’Université catholique di Louvain. La principale linea di ricerca del laboratorio, che ha sede a Bruxelles, è lo studio dei processi cerebrali che sono alla base della percezione del dolore negli essere umani. In particolare, le mie sperimentazioni si svolgono nell’ospedale universitario di Saint-Luc, dove lavoro con pazienti con elettrodi impiantati nel cervello. Questo mi permette di registrare direttamente l’attività elettrofisiologica legata alla percezione di stimoli dolorosi. Di recente, ho ottenuto un finanziamento FNRS (Fonds National de la Recherche Scientifique), che mi permetterà di continuare a lavorare in questo ambito per i prossimi 3 anni.

 

Restando nell’ambito ricerca e università, di cui anche noi ci siamo occupati, quali sono le tendenze e le differenze che hai potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero (Belga, per l’esattezza). Credi inoltre che in Italia avresti potuto avere le stesse opportunità?

La prima lampante differenza tra università italiana e belga è di tipo economico. Per quanto in graduale diminuzione, i fondi per la ricerca messi a disposizione in Belgio sono nettamente superiori rispetto all’Italia. Innanzi tutto, a parità di costo della vita, gli stipendi dei ricercatori sono decisamente più alti qui. Inoltre, ci sono maggiori possibilità di partecipare a convegni internazionali, di pubblicare su riviste scientifiche open access (il cui costo può essere anche di migliaia di euro), di acquistare strumentazioni più all’avanguardia, e di usufruire di numerosi spazi dedicati alla ricerca (in Italia avevamo un’unica stanzetta che poteva – su prenotazione – essere adibita a laboratorio). Queste possibilità, che non dipendono dalla professionalità e competenza dei ricercatori, influiscono pesantemente sulla qualità della ricerca e sulla reputazione di un laboratorio.

Un’altra differenza che ho riscontrato è che nell’università belga non si lavora gratis, mai. Non esiste che un dottorando lavori senza borsa. Non esiste che un ricercatore tenga un corso solo perché “fa curriculum”. La ricerca è vista come un lavoro vero e proprio, e un lavoro non è tale senza retribuzione. In Italia, purtroppo, viene spesso dato per scontato che la passione e la determinazione possano compensare la mancanza di una retribuzione dignitosa.

Infine, il Belgio accoglie molti più studenti e ricercatori stranieri rispetto all’Italia. Esiste un’iniziativa, quella della cosiddetta “mobilité internationale”, che prevede agevolazioni per chi viene da università straniere, in modo da favorire gli scambi inter-universitari. Al tempo stesso, gli studenti e ricercatori belgi sono fortemente incoraggiati a trascorrere dei periodi di formazione in università estere. In Italia, nella maggior parte delle università (anche se non tutte), le possibilità di accogliere studenti e ricercatori stranieri sono spesso limitate: non sempre esistono corsi in inglese, e la burocrazia costituisce in molti casi un ostacolo insormontabile per chi non parla italiano.

Non so cosa sarebbe accaduto – per quanto riguarda la mia carriera accademica – se fossi rimasta in Italia. Nel caso mi trovassi attualmente a lavorare come post-doc in Italia, sicuramente guadagnerei di meno e non avrei accesso alle strumentazioni e ai dispositivi che utilizzo ora nella mia ricerca. Probabilmente dovrei dedicare ancora più energie alla ricerca di fondi e alla stesura di progetti per ottenere finanziamenti (cosa che comunque già faccio), e questo sicuramente toglierebbe tempo alla sperimentazione e alla ricerca vera e propria.

 

Passiamo adesso al tema “giovani e lavoro”, passando per il sistema universitario italiano. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato in Italia e all’estero? Noi spesso abbiamo parlato di un mancato link tra università italiane e mondo del lavoro, cosa ne pensi?

Sicuramente aver intrapreso un corso di laurea specialistica improntato alla ricerca (psicologia sperimentale) mi ha favorito nel lavoro. Contrariamente a quel che spesso si dice, io trovo la formazione in Italia molto buona dal punto di vista teorico. Trovo anche che in Italia si studi di più sui libri rispetto ad altri paesi come la Germania o il Belgio (dove spesso gli esami vengono preparati solo sugli appunti e i manuali sono facoltativi). Ciò che però purtroppo manca nell’istruzione italiana è l’applicazione pratica delle nozioni che vengono apprese. Per esempio, in molti paesi, fare esperienze di laboratorio fin dai primi anni di università (indipendentemente dalla scelta di proseguire poi nella ricerca) è la norma per le discipline scientifiche. Mi sembra che in Italia ciò rappresenti più l’eccezione che la norma.

 

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni?

Il sistema meritocratico in Italia funziona limitatamente. Il principale problema è la mancanza di trasparenza, come nel caso dei concorsi universitari farlocchi in cui “ufficiosamente” si conosce già il vincitore. Si tratta di un meccanismo molto ipocrita. Sarebbe più onesto a questo punto affidarsi alla cosiddetta “chiamata diretta”, per cui si può assumere chi si desidera, salvo poi rendere conto del proprio operato (una procedura abbastanza comune all’estero). Senza trasparenza e senza criteri oggettivi di valutazione è purtroppo difficile capire se a vincere sia il merito.

Detto ciò, esistono in Italia ricercatori eccellenti, riconosciuti come tali a livello internazionale. L’impressione è che le persone brave comunque emergano, ma facendo più fatica, sia perché i fondi per la ricerca sono limitati e la competizione è più spietata, sia perché effettivamente in alcuni dipartimenti vengono favorite qualità diverse dalla bravura, quali il servilismo al professorone di turno.

 

Si parla spesso di eccellenze italiane all’estero e di fuga di cervelli con una retorica spesso noiosa e superficiale, secondo te come andrebbe approcciato il problema, sempre che per te si tratti davvero di un problema?

Non ho mai sopportato la retorica dei cervelli in fuga. Spostarsi di laboratorio in laboratorio, quando si fa ricerca, non è una fuga, ma un processo di formazione necessario. Andare all’estero dovrebbe essere incoraggiato e non visto come il segnale che nel proprio paese si è fallito. Il vero problema è che una volta all’estero, spesso ci si accorge che le condizioni sono migliori e non si ha più il desiderio di tornare.

Si dà poi spesso per scontato che quelli che partono siano quelli “bravi”, quelli che “ce la fanno”. Eppure, non è che tutti quelli che scelgono di lavorare all’estero siano geni. Come già detto, si stratta di una questione di opportunità. Se si hanno legami sentimentali / figli / genitori a carico, decidere di trasferirsi a lungo termine in un altro paese diventa quasi impossibile. Ci sono ottimi ricercatori che continuano a svolgere bene il proprio lavoro in Italia, così come esistono ricercatori mediocri che riescono a cogliere delle opportunità all’estero.

Sento anche spesso dire che i ricercatori italiani all’estero dovrebbero, a un certo punto, decidere di rientrare nel proprio paese, per favorirne lo sviluppo. Non sono d’accordo neanche su questo. Il ricercatore non è necessariamente un martire votato al sacrificio. Può capitare che, dopo tanti anni all’estero, una carriera avviata e spesso la costruzione di una famiglia, si preferisca continuare a vivere fuori dall’Italia. Penso che il vero problema non siano i ricercatori italiani che scelgono di lavorare all’estero: nella maggior parte dei laboratori internazionali lavorano ricercatori di nazionalità diverse. Non sono solo i ricercatori italiani a trasferirsi all’estero! Il vero problema è che, salvo alcune eccezioni, l’università italiana non è in grado di attirare ricercatori stranieri – per lo meno non in numero uguale ai ricercatori italiani che si spostano all’estero.

 

Perché, secondo te, sempre più giovani preferiscono partire e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia e un ricambio generazionale quasi nullo, o credi sia più che altro una scelta?

In linea di massima, oggi i giovani sono più aperti a fare nuove esperienze rispetto al passato, viaggiare costa meno e trasferirsi è meno drammatico. Nella ricerca, lavorare in diversi laboratori costituisce un vantaggio perché si instaurano nuove collaborazioni e si apprendono tecniche diverse. Sono davvero pochi i giovani ricercatori che non hanno mai trascorso un periodo all’estero, anche se breve (e questo non è un fenomeno solo italiano, ma esteso a tutto il mondo).

Sinceramente, io non conosco nessuno che partendo dall’Italia abbia pensato “mi trasferisco per sempre”. In genere si parte pensando di star fuori per un periodo più o meno breve, soprattutto per fare nuove esperienze. Ciò che poi spesso accade è che all’estero ci si trova bene, le opportunità di carriera sono migliori, si creano nuovi legami, e alla fine non si ritorna più.

 

Supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro sistema, personalmente credi esista una soluzione, cosa consiglieresti al “sistema” e ai decision makers italiani per impedire questa fuga di competenze?

Finché non si investirà sulla ricerca, finché i ricercatori non saranno pagati decentemente, finché non saranno messi a disposizione gli strumenti e gli spazi per svolgere la ricerca, e finché i criteri di selezione non saranno del tutto trasparenti, difficilmente chi ha una carriera avviata all’estero sceglierà di tornare in Italia.

 

Più nello specifico, domanda facile forse per un’italiana in Belgio dove la comunità italiana é tra le più grandi, cosa pensi della questione della migrazione qualificata? É davvero un problema o pensi possa trasformarsi in una spinta motrice alla professionalizzazione dei giovani italiani (ed europei)?

Sicuramente per i giovani italiani, e in particolare per i ricercatori, può essere una spinta motrice alla professionalizzazione. Come già sottolineato, l’ideale sarebbe però avere altrettanti ricercatori stranieri che accettino di portare le loro competenze in laboratori italiani, cosa che ad oggi accade molto limitatamente.

 

E per finire, domanda di rito. Torneresti in Italia, adesso? Essere lontani é davvero cosi difficile o é diventata quasi una normalità?

Ora come ora no! In effetti, sto progettando di comprare casa a Bruxelles, dove mi piacerebbe stabilizzarmi. Amo molto l’Italia, dove comunque vivono i miei familiari e i miei amici più stretti, e torno sempre molto volentieri quando posso, anche perché per fortuna è possibile volare da Bruxelles a Roma spendendo relativamente poco.

 

 

The Italians meets Kosmonauts – Intervista a Marco e Andrea Nasuto, autori del docufilm Kosmonauts – What does it mean to be Italian?

Forse Andrea e Marco li conoscete già, dei due fratelli Nasuto e del loro primo documentario – Made of Limestone – ne hanno parlato Quartz, l’Università di Cambridge, CUNY University, Wired, il Corriere della Sera, il Sole24Ore, La Repubblica, The Huffington Post, Il Post, Linkiesta, e il Fatto Quotidiano.

Bella lista, eh?

Il loro primo documentario ha ricevuto pure l’endorsement di Roberto Saviano, che non ha esitato a definirli “due talenti geniali della documentaristica”, e  a questo giro non non possiamo che essere d’accordo!

Ma chi sono Marco e Andrea Nasuto? Il primo è un ingegnere aerospaziale con master in Aerospace alla University of Manchester, con una tesi sui voli suborbitali realizzata con un vero e proprio astronauta, mentre il secondo ha una laurea in Finance alla Bocconi, ha studiato alla University of Toronto, Waterloo, e infine Data Science a General Assembly (New York). Insomma, due Italians coi fiocchi.

Non poteva non essere amore a prima vista!

Ma cosa succede quando i fratelli Nasuto – un bagaglio enorme di esperienza e una domanda in valigia su cosa significhi essere italiani oggi – incontrano quelli di The Italians? Beh lo scoprirete presto… Con questa intervista inauguriamo la partnership per la realizzazione del documentario “Kosmonauts – what does it mean to be italian? A data-driven docufilm about identity: to build a life in this world without fearing it”, convinti che sarà un bellissimo viaggio… possibilmente fino allo spazio, destinazione Italia.

E per intraprendere al meglio questo viaggio, abbiamo deciso di far conoscere anche a voi Andrea e Marco come si deve, con un’intervista-chiacchierata grazie alla quale possiamo davvero presentarvi questi due prodigi della documentaristica fai-da-te-e-fallo-per-bene.

 Dopo la solita operazione d’indagine (non chiamatelo stalking!) per conoscere meglio i nostri partner e amici, e dopo le presentazioni “ufficiali”, abbiamo subito capito che per questi due la vita dell’expat non era solo un modo di dire, o un tormentone legato alla “fuga dei cervelli” che tanto piace alla stampa nostrana. Tutt’altro: sappiamo infatti che di esperienze all’estero i due ne hanno fatte parecchie e con grande successo. Non abbiamo potuto non chiedergli da dove e quando è nata l’idea di intraprendere questo viaggio lontano dall’Italia, ma sempre alla scoperta del loro (e del nostro) Paese.

Insomma, ci siamo chiesti e gli abbiamo chiesto: com’è nata l’idea dei cosmonauti?

Marco: Crediamo che il seme all’origine di Kosmonauts sia il confronto con la diversità. Le cucine, gli incontri, le incomprensioni, gli amori, le difficoltà linguistiche, diverse architetture, diversi modi di stare al mondo. Costruire una nuova casa altrove necessita apertura, compromessi, perdite ed acquisizioni. Più in generale, mettersi in discussione. La gioia nel sentirsi più aperti, in pieno divenire, porta anche un senso di smarrimento. I rientri in Italia per le vacanze segnavano un distacco silenzioso. Nessuno mi aveva avvertito del cosiddetto “reverse cultural shock”. L’appartenere a casa ma anche il non appartenervi più. Chi sono?

Ricordo di aver cambiato molto la mia alimentazione. Ero a Manchester e non mangiavo pasta da mesi. Non mi mancava. Da grandissimo amatore della pasta, la cosa era uno shock. Mi sono chiesto “ma non è che non sono più italiano?”. Questo aneddoto insignificante è stato, per me, la punta dell’iceberg, il formale incipit del viaggio. Esplorare l’identità italiana era un’idea animata da un voler trovare qualcosa di solido, inconsciamente trovare una definizione alla quale ancorarmi.

Due fratelli, mille interessi diversi ma un unico destino comune: film-makers e data-scientists. Storytelling e data analysis, ma come fate a coniugare le due cose? Scienza missilistica, architettura, design dell’interazione, econometria, urbanistica, astronauti… manca altro all’appello?

(Risate) No, per ora no. Come disse Carla Harris (Morgan Stanley) in un’intervista su Bloomberg “I Millenials avranno 4-5 carriere durante la loro vita”. Noi ci stiamo preparando in anticipo…

Storytelling e data analysis…Direi non solo data analysis ma data science. Ci sono diversi aspetti, diverse sfide che abbiamo dovuto affrontare per fare Kosmonauts:

  1. L’argomento: l’identità. E’ un macro tema enorme che non potrà mai avere una definizione strettamente scientifica, assoluta, inequivocabile. Questa la primissima sfida. Come muoversi tra le linee di una rappresentazione del mondo soggettiva e la volontà di lasciare più spazio possibile alla visione delle cose di chi guarda il film? Ancora, come legare diversi argomenti, descriverli in maniera analitica avendo sempre in mente quell’impossibilità di arrivare ad “una verità”? Ecco la seconda parte del problema.
  2. Costruire un impianto analitico, un framework. Per tutti i sotto argomenti abbiamo iniziato a leggere un quantitativo enorme di letture, per acquisire il cosiddetto domain knowledge. Nel frattempo analizzavamo dati. Dal report del ministero degli interni sulla criminalità in Italia, ad un lavoro ad hoc, da zero, utilizzando strumenti dell’intelligenza artificiale per analizzare la povertà e gentrificazione a New York, in particolare lì dove è nato il più grande fenomeno culturale giovanile degli ultimi 30 anni: l’hip hop e la street art.
  3. Armonizzare l’impianto con le storie reali e con la nostra storia: il lato emotivo del documentario.

In generale, sentiamo che i margini sono ancora ampi, non si smette mai di imparare.

Bene, la domanda sul rapporto tra data e storytelling ce la siamo giocata, ma siamo sempre più curiosi e allora scopriamo qualcosa in più sul docufilm Kosmonauts. Entriamo nella questione “identità”: chi sono i cosmonauti che voi descrivete? Che messaggio volete lanciare a questa nuova generazione di viaggiatori? Verrebbe da chiedersi… possiamo tutti noi essere cosmonauti (felici), oggi?

Il cosmonauta è l’esploratore per eccellenza, lo spazio, la barriera da superare. Questo il primo motivo dietro il titolo, il potere simbolico del cosmonauta. L’altro motivo è che lo spazio è un luogo pericoloso, che richiama l’infinito, la diversità, le distanze. Ci vuole moltissimo coraggio per esplorare, per essere cosmonauti. Kosmonauts è un viaggio interiore, perché “cosa vuol dire essere italiani?” è chiedersi “chi sono?”. Ed i viaggi interiori, quelli nel profondo, sono i più ardui e spaventosi da fare. Di nuovo, il potere simbolico del cosmonauta.

Come ogni viaggio richiede, serve una bussola. “Bisogna perdersi per poi ritrovarsi”, ma all’atto pratico serve una bussola. Come ti costruisci una bussola? Da una parte c’è un lato analitico, di comprendere e misurare determinati eventi, la portata di alcune dinamiche, assimilare dei macro concetti logici. Dall’altra parte, c’è la bussola emotiva. Costruire una nuova casa cosa richiede? Sapere che è l’era della fluidità (dal lavoro alla mobilità) cosa richiede? Noi crediamo che si possa fare un training per diventare cosmonauti della vita. Non fornendo risposte ma ragionare assieme sulle domande, su un taglio ampio, inclusivo nel vedere le cose.

“Basta un pomodoro per descrivere il tutto”.

Parliamo della vostra sfida: l’Italia non è (ovviamente) solo il pomodoro, simbolo per eccellenza del ‘Made in Italy’. Eppure in pochi si chiedono veramente cosa ci sia dietro quel popolo che mangia (solo) pizza, pasta, lasagna e spaghetti… Dal Gargano al mondo, da Made of Limestones a Kosmonauts, quali passi avanti avete fatto? Siete riusciti a capire cosa significhi davvero essere Italians nel mondo, oggi?

Sentivo moltissimi italiani dire “che schifo la pizza inglese!”, “eh ma questa è la vera pasta italiana!” e così via. Ci sono milioni di esempi possibili che seguono questo schema. Moltissimi italiani fuori (e non solo) si nutrono di queste “àncore identitarie”. Dopo Kosmonauts dico che tutte queste espressioni non hanno alcun senso. Cioè, la pizza “inglese” può farti schifo, va benissimo. Ma non c’è nulla che può essere messo in una scatola. C’è un discorso sulla cornice temporale con la quale inquadri le cose, che è fondamentale. Questo protezionismo mentale è lontanissimo dal perché abbiamo la pizza oggi, dal perché vero e profondo della bellezza italiana. Credo essa risieda proprio nella diversità. Geneticamente lo siamo. Siamo il popolo più variegato d’Europa. Linguisticamente, è impressionante il numero di “lingue locali” (i dialetti). Per non parlare della cucina, dei paesaggi, della teatralità di vita che riempie l’Italia.

Tutte queste cose nascono dal fatto che siamo estremamente diversi, variegati.

Immagina la cucina, ad esempio la pizza margherita. Visualizzatela quando era una novità. Il pomodoro, importato dal Perù, era considerato velenoso, di scarso valore, cibo per i più poveri. La pizza stessa è di probabile derivazione di questi pani di forma piatta provenienti dal bacino del mediterraneo. In termini estremamente rozzi, oggi diremmo gergalmente “una roba araba”. E’ un piatto meticcio, frutto di sperimentazioni, di persone che hanno rotto le regole, innovato. Questo schema dell’iterare, dello sperimentare contiene sempre apertura. Invece sento spesso, in tanti amici italiani, in tanti ambienti politici, l’abuso della parola tradizione. “Non tradire la tradizione”, “proteggere la tradizione”, “riportare in vita la tradizione”. Peccato che la parola tradizione viene dal latino tradere che significa “consegnare” e “trasmettere”, ma che è anche all’origine del verbo italiano “tradire”. Citando l’antropologo napoletano Marino Niola “La cucina è tradizione nel senso che è motore di ricerca e di contaminazione.”.

Una piccola curiosità: che effetto fa essere citati, tra gli altri, da Saviano in un editoriale di Repubblica che parlava della vostra terra e del vostro primo documentario? Vi aspettavate tutta questa visibilità?

L’intervista che rilasciò su Repubblica, parlando anche di Kosmonauts, ci fece l’effetto che può fare a chiunque capisca il peso di chi è Saviano. Ero in treno per Milano quando lessi all’improvviso il messaggio di Andrea con il link all’articolo. E’ emozionante.

E per concludere, quando gli abbiamo chiesto quali siano, a parer loro, i problemi maggiore da risolvere per i giovani italiani per fare in modo che non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi, i due fratelli ci hanno risposto: Il problema non è non sentire più la necessità di andare altrove per realizzarsi. Questa libertà vorrei potesse esistere sempre, paradossalmente anche in scala maggiore. La chiave è quella parola, “libertà”. Siamo liberi di scegliere dove realizzarci? Questa emigrazione è una non-libertà.”

E cosa possiamo aggiungere? Hanno già detto tutto loro, a noi non resta che aspettare l’uscita di Kosmonauts, da guardare nelle nostre case chissà dove in giro per il mondo, in compagnia di un bicchiere di vino e dei popcorn.

Nel frattempo, e a supporto del lavoro coraggioso di questi due ragazzi, voi potete supportare la loro campagna su Kickstarter qui: https://www.kickstarter.com/projects/133817763/kosmonauts-what-does-it-mean-to-be-italian e seguirli su Facebook qui: https://www.facebook.com/kosmonautsmovie/


Intervista a Beatrice Guarrera, Italians a Gerusalemme

Beatrice Guarrera ha 24 anni (25 a dicembre), un grande sogno nel cassetto ed una valigia piena di ricordi, esperienze, affetti e storie di vita che si è portata dietro fino a Gerusalemme. Il suo viaggio inizia da Roma, la capitale del mondo che è stata la sua casa fino a qualche mese fa.  Oggi Beatrice è collaboratrice per il sito web della Custodia di Terra Santa, una provincia religiosa dell’ordine dei frati minori che custodisce, studia e rende accoglienti i luoghi dell’origine della fede cristiana. Una vera comunità, insomma, capace di aprirti gli occhi verso nuove prospettive di vita. Il suo è sicuramente un percorso particolare per un’aspirante giornalista, ma l’esperienza di Beatrice è unica proprio per questo. E allora, non ci resta che immergerci nella lettura e scoprirne la storia.

 

Ciao Beatrice, grazie per il tempo che ci stai dedicando! Sappiamo che stai affrontando la tua prima esperienza da “Italians” a Gerusalemme. Ma partiamo dall’inizio: qual è la tua storia? Avresti mai immaginato che un giorno saresti andata a lavorare proprio lì?

Non lo avrei mai potuto immaginare in tutta la mia vita: trasferirmi non era nei miei piani. Sono nata a Roma e ho sempre vissuto qui: ho studiato in due università diverse (ma sempre in città), ho fatto degli stage in due radio, ho fatto parte di redazioni di giornali online e anche di un ufficio stampa. Dopo la laurea ho capito che per lavorare avrei dovuto imparare l’inglese e che mi sarebbe dunque servita un’esperienza all’estero.

Il mio sogno è sempre stato quello di fare la giornalista e di vivere di scrittura, di scoprire nuove realtà, di riuscire a raccontare il mondo che mi sta intorno e di capire quello che succede dentro le persone. Un racconto a 360°, insomma. In Terra Santa faccio quello che mi piace, anche se le notizie non riguardano sempre quegli argomenti sui quali avevo sognato di lavorare. Mi piace molto il giornalismo d’inchiesta, e adesso posso farlo relazionandomi però ad altri temi – in questo caso religiosi.

Come sei arrivata fino a Israele? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello del giornalismo?

È stata una sorpresa, non sono stata io a cercare questa esperienza ma è lei che ha trovato me! Dopo la laura mi sono messa alla ricerca di un lavoro e mi è capitata quest’occasione: un mia amica giornalista mi ha fatto sapere che alla Custodia di Terra Santa cercavano giornalisti italiani. Ho inviato la mia candidatura, ho fatto i colloqui via Skype e sono arrivata qui. Ho capito che sarebbe stata un’esperienza per cambiare mentalità, per crescere professionalmente e umanamente lasciando tutto dietro, la mia famiglia, la mia casa. Sono partita nel giro di pochissimo tempo, senza pensarci troppo, buttandomi. È stato uno shok, ma uno shok bellissimo perché è come quando arriva qualcosa di inaspettato che ti travolge in senso positivo, cambiandoti radicalmente.

Ora sto collaborando con la Custodia di Terra Santa, che è la denominazione della missione dei francescani che rappresentano la chiesa cattolica latina a Gerusalemme, e che gestiscono i luoghi santi che hanno a che fare con la vita di Gesù.

Raccontaci del tuo lavoro in Terra Santa: cosa vedi ogni giorno? Cosa sei chiamata a fare?

Ogni giorno racconto le attività in cui è coinvolto il Custode di Terra Santa, che è il capo dei francescani di Terra Santa: lui è spesso impegnato in messe solenni, feste particolari, commemorazioni, animazione dei luoghi santi. A volte c’è da andare a Betlemme alla Basilica della Natività oppure a Nazareth dove c’è quella dell’Annunciazione: bisogna raccontare queste attività per far capire quale sia il ruolo dei francescani in questi posti. Ma la loro presenza è anche altro: hanno dei conventi sparsi in tutto Israele e nel mondo. Svolgono attività di formazione, con scuole per bambini dove sono presenti sia musulmani che cristiani. Fanno attività di aiuto alla popolazione locale o più semplicemente si occupano di gestire le comunità di cristiani che si trovano in Terra Santa, un compito per nulla facile. Accanto a questo c’è anche l’aspetto culturale: c’è l’università dei francescani, lo Studium Biblicum Franciscanum, le biblioteche della Custodia di Terra Santa.

Io racconto tutto questo, insieme anche alle attività legate alle missioni e alle piccole comunità locali. Ci sono tante situazioni difficili che meritano di essere conosciute, come ad esempio quella di fra Ibrahim che vive in Sira, ad Aleppo. Gli ho fatto un’intervista in cui mi ha spiegato come riesce ancora a vedere Gesù fra le macerie, di come la sua fede non sia stata intaccata dalla guerra. Un altro esempio è quello di un santuario situato in un villaggio a maggioranza musulmano, dove fino a poco tempo fa c’era un solo frate, dato il rischio di essere presi a sassate per strada. Adesso la situazione sta cambiando piano piano e la presenza dei francescani serve proprio a questo: a dare speranza.

Da italiana che vive a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

Quello che posso vedere quotidianamente è che c’è una situazione di tensione: questo territorio non è in pace e lo si vede in tanti piccoli fatti, dai check point con militari armati alle persone che girano in strada armate. Può succedere di trovarti tra gruppi di ebrei che stanno cantando in ebraico davanti ad una moschea, oppure di capitare in altre situazioni di tensione in cui vedere un ebreo che cammina nel quartiere arabo può creare nervosismo. Sono pericoli di cui noi europei alcune volte non ci rendiamo nemmeno conto.  Io non ho mai avuto paura di andare in giro per la città, forse perché vivendo a Roma sono abituata a situazioni caotiche. Il vero problema a Gerusalemme è legato a chi sei tu – se palestinese o israeliano o musulmano, ebreo, cattolico – e in base a dove vai la situazione può diventare pericolosa. Ci sono quartieri dove non è facile o non è permesso entrare ai non residenti. Io stessa sono capitata in un quartiere dove alcuni bambini arabi mi hanno detto: “Dove vuoi andare? Qui non si passa”. Ma noi italiani, in generale, non siamo in pericolo. C’è un problema di barriere fisiche: c’è un muro che separa Israele e Palestina e ogni giorno ci sono uomini, donne e bambini che per andare al lavoro, a scuola o all’università, devono attraversarlo, farsi perquisire, passare i controlli. Quando si parla della soluzione di creare due stati, non si tiene conto poi del fatto che ci sono colonie ebree nei territori considerati sotto l’Autorità Palestinese. Eppure gli ebrei vivono lì magari da decenni: chi dei due popoli deve andar via?

C’è poi un problema poi di barriere mentali perché si è educati, in un certo senso, a odiarsi.

Però penso che il problema tra Israele e la Palestina sia fondamentalmente una questione d’identità, di appartenenza: a quale cultura si appartiene? A quale religione? A quale popolo? A quale stato? Ci sono arabi cristiani e arabi musulmani, ci sono arabi che si sentono israeliani e altri che sono palestinesi.

Ci sono cristiani israeliani che non si riconoscono sotto la bandiera con la stella di David, un richiamo alla storia ebraica. Anche tra gli ebrei la questione si pone, perché molti sono giunti da varie parti nel mondo: alcuni sono russi, altri ancora italiani. Alcune volte non è possibile mantenere le proprie diversità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il luogo. Per capire come si vive diversamente c’è un detto che dice: “A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte, ad Haifa si lavora”. La situazione non è solo relativa allo stile di vita, ma fa capire anche dove sono i posti di maggior criticità. A Gerusalemme capita di camminare in una via popolata di ebrei ortodossi e sentire il suono di una campana mischiato al canto di un muezzin. È questa convivenza così prossima che può creare tensione. Al nord o al sud dello stato di Israele, invece, è ancora diverso. Per non parlare poi dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tra gli stessi palestinesi non ci si capisce, non ci si conosce, a volte. C’è chi non è mai stato a Gerusalemme perché i palestinesi di alcune zone non hanno il passaporto e non possono spostarsi. Di problemi ce ne sono parecchi e le soluzioni in questo momento sono poche.

Qual è il valore di questa città e cosa può insegnarti nella crescita personale di tutti i giorni? La tua vita in Italia ti sembra ora più lontana, ne hai nostalgia?

Questa città mi insegna ad allontanarmi da tutte quelle che erano state le mie idee precedenti, da tutto quello che avevo anche solo potuto pensare riguardo alla questione israelo-palestinese. È una città che mi sta insegnando a non categorizzare, a non partire con idee precise ma semplicemente a guardare la realtà e a stare dalla parte della verità. La mia vita a Roma mi sembra lontana, ma sono sempre collegata a quella che era la mia vita di prima attraverso il telefono (ovviamente) e i social network. Anche questo è utile per far capire agli altri quanto sia necessario aprire gli occhi e la mente. È inutile partire con idee pregresse, si impara vedendo quello che succede e si impara anche grazie a persone straordinarie che ti cambiano la vita.

Cambiando argomento: perché, a tuo parere, oggi sempre più giovani preferiscono portare fuori Italia le proprie competenze già durante le superiori e in maggior parte durante l’università?

Molti ragazzi preferiscono andare fuori Italia e viaggiare perché è il mondo ad essere cambiato. Ci sono possibilità che prima non c’erano, anche dal punto di vista economico. Spesso si dice che il mondo è diventato “più piccolo”, è diventato più normale spostarsi e per questo lo si fa. In Italia ci sono cose che mancano in questo momento, certo. Per esempio nel lavoro finché non hai 28 anni o più, nessuno ti prende sul serio. Pensano che possono sfruttarti e pagarti poco. Molti ragazzi vogliono semplicemente avere una posizione lavorativa, trovare il proprio posto nel mondo, ma è difficile farlo in Italia. E si comincia ad andare all’estero è proprio perché in molti altri posti c’è più attenzione verso noi giovani.

Quali credi che possano essere delle possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La risposta è banale, ma non altrettanto banale da realizzare: dare loro un lavoro. Credo che tra tutti quelli che si spostano, molti avrebbero preferito rimanere in Italia, se avessero avuta scelta. L’obiettivo credo che debba essere sbloccare il mercato del lavoro e fare in  modo che ci sia un ricambio generazionale in tutti i settori.

Per un percorso più funzionale sarebbe utile intervenire anche sull’università, facendo in modo che quando si finiscono gli studi si abbia veramente in mano un titolo valido da spendere e non ci sia bisogno di fare master ulteriori o scuole di specializzazione. In questo momento, parlando di giornalismo, non c’è un’università che ti abiliti alla professione come pubblicista o professionista. Questo perché bisogna fare delle scuole specifiche, che però costano un occhio della testa e quindi rappresentano un modo per pagarsi una posizione nel mondo del lavoro. Non credo sia la cosa migliore da fare. Anche nel mondo dell’insegnamento c’è un problema analogo, dal momento che adesso non ci sono lauree abilitanti: se uno si laurea in lettere classiche non può fare l’insegnante, deve prima fare il TFA. Anche questo è sbagliato.

Ci sono diverse cose che andrebbero cambiate dal punto di vista universitario e dal punto di vista delle istituzioni per coinvolgere e valorizzare i giovani.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? È una “vocazione” personale?

Lasciare l’Italia, per me, è stato andare verso un’occasione di vita che ripartisse da zero. Un’occasione capace di aiutarmi ad affrontare sfide inaspettate e solite paure. Adesso sono alla ricerca di una posizione lavorativa che mi permetta di fare quello che mi piace, e non per forza con uno stipendio altissimo. Qui riesco a scrivere e fare la giornalista, che è il mio sogno di sempre. Mi spinge la voglia di non perdermi niente, di prendere tutto quello che c’è, di assimilare il più possibile imparando nuove lingue e vivendo con persone molto diverse da me.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Mi piacerebbe tornare in Italia, non per forza stare a Roma, ma tornare. Potrebbe anche non succedere, perché non so cosa succederà, ma ho imparato che tante cose belle arrivano in maniera totalmente inaspettata. Ho capito che programmare a lungo termine a volte significa quasi illudersi di poter sapere cosa succederà. Credo che, se trovassi lavoro in Italia, tornerei volentieri perché amo il mio paese e perché non ho necessità di rimanere all’estero. Non sono una di quelle persone che getta fango sull’Italia solo perché non ho trovato occasioni che mi permettono di restare a casa. Tutti quelli che hanno trovato un lavoro fuori e che parlano male del nostro paese dovrebbero invece tornare per aiutarci a trovare una soluzione dall’interno. Chi è che ha voglia di migliorare un paese che sta male? In pochi, forse nessuno. E invece bisognerebbe farlo, tutti, insieme.