La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

Una famiglia di navigatori e viaggiatori

Mio padre mi ha insegnato, sin dall’infanzia, a guardare la mappa del mondo e collocarmi geograficamente in essa.
Dove sei ora? Dove ci troviamo? In quale paese, in quale città, in quale parte del continente, in quale pezzo di mondo? Sono sempre stata affascinata dalla grandezza del mondo, e soprattutto dall’immensità (e dall’essere infinito) dell’oceano. Qualcosa di non definito, ma che continua, fino all’infinito, e che tocca il cielo, e che non ha mai fine (o che, per lo meno, il nostro occhio non vede la fine). Questo mi permette di immaginare tanti mondi, tante persone, tante vite, tante nuove situazioni, e, perché no, seguire questo cammino di infinito oceano, infinito abbraccio al mondo.

Durante le elezioni presidenziali del Kenya, 8 agosto, ho osservato la popolazione keniota da Zanzibar, isola
appartenente, dopo varie dominazioni e protettorati, alla Repubblica Unita della Tanzania, nell’Africa dell’Est.
Sorvolando il Kilimanjaro, sono arrivata a Stone Town, la capitale dell’isola di Zanzibar, dopo un’ora di volo da Nairobi, Kenya.

Stone Town, patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2000, è una fusione di culture araba, africana e indiana, cuore del commercio di spezie durante il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Scoperta nel 1503 da Vasco da Gama e dagli esploratori portoghesi, la città è stata un crocevia di commercio marittimo tra mercanti arabi, cinesi, indiani e europei.

Conosciuta anche per la triste storia della tratta degli schiavi, pratica fortunatamente abolita durante il protettorato britannico nel 1842, è ancora possibile visitare l’ex mercato in cui donne, bambini e uomini venivano “trattati” e da dove partivano per essere malamente sfruttati nelle piantagioni di cannella, di chiodi di garofano, di pepe nero e di noce moscata. Un’opera d’arte di sculture rappresentanti gli schiavi del tempo è visibile all’estero della chiesta anglicana, costruita a seguito dell’abolizione della schiavitù.

Altra meravigliosa esperienza è il tour delle spezie, nella piantagioni di frutta e aromi speziati, con degustazioni e esperienza con i locali e la loro conoscenza approfondita delle piante e dei frutti, del loro utilizzo e delle loro proprietà benefiche per il corpo umano.


Da Stone Town si può prendere una barca e visitare l’isola, erroneamente chiamata “isola prigione” poiché veniva utilizzata per allontanare le persone malate, in quarantena. In quest’isola si possono vedere tartarughe giganti, da 1 anno fino a 133 anni, natura sempre attorno a noi.

Zanzibar è anche conosciuta come luogo turistico, di spiagge e acqua turchese, per viaggi in barca, buon cibo di pesce, aperitivi sulla spiaggia, bungalows di turisti italo-spagnoli, oceano cristallino e possibilità di assistere a tramonti mozzafiato, consapevoli che questo mondo, per quanto fantastico e sognante possa essere, cela un lato di povertà.

Fuori da questa ricchezza turistica, in cui le persone sono molto accoglienti e in cui, ci si sente a casa, in una grande
famiglia e avvolti da sentimenti di unità nelle differenze, la diseguaglianza di ricchezza, di qualità di vita e di potere d’acquisto sono evidenti. Usciti dai bungalows, ci si incontra e scontra con le case locali, molto semplici e carenti di decorazioni, piscine e attorniate da piantagioni in cui le persone lavorano per poter nutrire le loro famiglie.

La mia visione del mondo sta cambiando. Un mondo meraviglioso e da scoprire, sì, e di questo sono certa ogni giorno, ma al contempo con tante difficoltà e ingiustizie, specialmente vedendo le enormi disparità sociali, le disuguaglianze e la distribuzione irregolare della ricchezza (a proposito di queste tematiche, tornando a casa ho iniziato a leggere Joseph Stiglitz, economista americano e i suoi studi sul great divide, quello che ci divide é proprio questo, le diseguaglianze economico-sociali e come poter trovare soluzioni per colmare questa grande divergenza).
Vi aggiornerò su quello che scopro e su come agire per raggiungere impatti tangibili e concreti!

Grande rivelazione, viaggiare per credere, incontrare culture, nuovi modi di vivere, per creare nuove idee di sviluppo e di progresso, per cercare soluzioni concrete ai problemi locali. Insieme, continuiamo a viaggiare, a vedere, ad osservare, a studiare, ad approfondire, e a trovare soluzioni per un mondo migliore. Per il benessere collettivo.

Ciao, alla prossima avventura!

Cosa imparare dagli oceani

Ogni anno, l’8 giugno, i paesi di tutto il mondo celebrano “Giornata Mondiale degli Oceani” per sensibilizzare le popolazioni sui benefici che l’acqua può apportare all’umanità.

Secondo pubblicazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, gli Oceani sono la linfa vitale del nostro pianeta. Gli oceani sono una risorsa per la pesca, e quindi per la produzione di cibo, e l’acqua degli oceani mitiga anche il cambiamento climatico, mantenendo stabili le temperature. L’ossigeno che respiriamo ogni giorno è generato dagli oceani. Tuttavia, i nostri oceani si trovano in condizioni critiche e troveremo, se non agiamo ora, molta più plastica di quanti siano in pesci nella acqua.

Da New York a Nairobi, attività di sensibilizzazione e di apprendimento sull’importanza degli oceani si stanno ora svolgendo in tutto il mondo.

Qui a Nairobi, ad UNESCO, che si occupa di studio degli oceani, abbiamo organizzato una pulizia della spiaggia di Watamu, nel Sud del Kenya, per fare comprendere alla popolazione locale che l’acqua, gli oceani, e il riciclare la plastica (senza buttarla nel mare) può anche divenire un’attività economica e produttiva e può creare attività di lavoro alternativa, in un’economia mondiale che cambia ed è in constante movimento.

Giovani imprenditori all’opera allora, raccogliendo plastica e inventando un business entrepreneurship innovativo e creativo, dove la plastica diventa  oggetto d’arte e reddito.

Qualche dato in più ci dice che gli oceani coprono quasi tre quarti della superficie terreste e contengono circa il 97 per cento di acqua. Piu’ di 3,5 miliardi di persone dipendono dagli oceani per il loro reddito e la nutrizione, non da ultimo nei paesi in via di sviluppo. Gli oceani ospitano 200.000 specie identificate, anche se le cifre esatte sono arrivare fino a milioni.  Gli oceani sono importanti per il commercio e il turismo, e sono da sempre stati i migliori amici nella battaglia contro il cambiamento climatico, per assorbire l’anidride carbonica e il calore che gli umani rilasciano nell’atmosfera.

Purtroppo gli oceani nel mondo si trovano in una situazione crtiica, a causa della pesca eccessiva, dei rifiuti gettati nel mare e dagli acidi. Una pesca eccessiva significa che le specie piu’ resilienti prendono il sopravvento, cio’ che puo’ portare, ad esempio, a delle invasioni di meduse, e ancora di maggiori pressioni sugli stock ittici commestibili.

L’attiviita’ umana e’ responsabile per lo stato dell’arte, e quindi solo l’attivita’ umana puo’ risolvere questo problema.

Il divieto di sacchetti di plastica attuato dal Governo del Kenya ( ora andiamo al supermercato con le buste di tela) e’ un ottimo esempio di misure necessarie per proteggere il pianeta dai nostri rifiuti.

La plastica consumata in terra finisce eventualmente nell’oceano e a quel punto – sempre se non agiamo in fretta- ci sara’ piu’ plastica negli oceani che pesci. La plastica infatti, si trasforma, a poco a poco, in microparticelle, che vengono mangiate dai pesci e arrivano nei nostri piatti successivamente.

L’obiettivo di sviluppo sostenibile e’ proprio quello di proteggere l’ecosistema marino, ed e’ fortemente collegato alla riduzione della poverta’ (obiettivo  1, alla sicurezza alimentare, obiettivo 2, all’azione per il clima, obiettivo 13, produzione e consumo sostenibile, obiettivo 12, e un corretta, sicura e sostenibile fornitura di acqua 6).

Quello che sto apprendendo e mi appassiona è il coinvolgimento attivo della popolazione, di tutta la comunità, dei giovani, delle ONG, di tutta la società civile. In Africa si ha sempre voglia di ascoltare, di fermarsi un attimo per salutare, per imparare cose nuove, nuovi concetti, nuove metodologie di lavoro. Sempre. Questo engagement, questa voglia di stare sempre insieme, di vivere insieme, di condividere, l’ubuntu, l’ “essere tu perché tu sei parte di un noi”, di una comunità, mi coinvolge altrettanto e mi trasmette un’ energia di “ce la facciamo, insieme, ci riusciamo”. Una società pacifica, inclusiva e diretta, che dice le cose per come sono, che ti fa vedere la dura realtà, ma che ti accetta per come sei, e che trova sempre uno spazio per te, che tu sia musungu ( il termine per definire le persone di colore bianco qui in Kenya, senza accezione negativa, giusto per definire il colore) oppure no.

Per quanto riguarda invece a livello internazionale, tra governi e Nazioni Unite, un passo importante sono i partenariati pubblico-privato e il dialogo costante tra società civile, politici e accademici, per migliorare quello che non va, in termini di ambiente, cambiamento climatico, e protezione-conservazione degli oceani e delle risorse marine.

Un mare e un oceano pulito e’ il prerequisito per la sopravvivenza di tutti noi.

Vi lascio con un bellissimo libro che il nostro ufficio di UNESCO a Nairobi ha prodotto, e che illustra immagini disegnate da bambini dell’est e ovest dell’Africa, la percezione dei bambini del mare, l’ocean paradise, come alcuni lo chiamano, il paradiso oceano, e da cui ahimé anche io, non posso proprio fare a meno! Ecco il libro! http://unesdoc.unesco.org/images/0023/002338/233802e.pdf

Un abbraccio da Nairobi e alla prossima avventura!

 

La felicità dei bambini

Vivere in Africa è un’esperienza che ti cambia la vita. Essere a contatto con i kenioti, o con i senegalesi, o con i nigeriani, è un contatto umano che ti toglie il fiato. Pensiamo di essere diversi, Europei e Statunitensi, Brasiliani o Nigeriani, ma siamo fatti tutti della stessa pasta, dello stesso sangue del genero umano, e abbiamo tutti bisogno di protezione, accoglienza, affetto.

E con questo, dobbiamo essere in grado di sviluppare un’empatia e un’intelligenza emotiva cosi forte che ci possa permettere di affrontare qualunque situazione, faccia a faccia con la dura realtà e le condizioni di vita di bambini lasciati a loro stessi, con genitori deceduti per HIV, in un circolo interminabile di povertà.

La povertà è derivata dall’assenza di protezione sociale. A livelli politici e comunali, è necessaria la chiamata e l’azione dei governi di ciascuno stato per garantire il benestare della popolazione. A livello sociale, sono i leader e rappresentanti eletti in carico e responsabili per la presenza di infrastruttura sanitarie, di scuole e di mense per crescere una popolazione più forte e pronta a fronteggiare le nuove sfide globali. È importante conoscere la geografia, la storia, la matematica, l’economia, e le relazioni tra gli stati.

Una popolazione con accesso all’educazione è il futuro di una nazione. Le difficoltà emotive, strutturali di una famiglia e logistiche di un ambiente ( trasporti, supermercati, accesso agli ospedali) non devono e non possono impedire lo sviluppo e la fioritura di una popolazione. Lo stato deve intervenire, e le organizzazioni non governative possono fare molto, entrando direttamente a contatto con le persone. Gli organismi internazionali devono garantire e monitorare il lavoro tecnico e finanziario dei governi, affinché questi ultimi mettano in pratica le politiche necessarie a migliorare i servizi e il benestare della popolazione.

Leggendo il recente rapporto annuale della felicità 2017, non mi stupisco che non vi siano nelle posizioni top paesi africani. Il livello di felicità è basato su indicatori quali l’empatia, la compassione, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, l‘aspettativa di vita, il reddito, la good governance e l’avere qualcuno su cui contare in momenti di difficoltà. Qui c’è bisogno di good governance, di maggiore responsabilità e coscienza del futuro. Il Futuro è l’Africa. Ma l’Africa ha bisogno di una popolazione forte, sana, che sia in grado di studiare e che possa contribuire con l’intelligenza e la resilienza ad affrontare la vita vera, quella che richiede sforzi sovra umani per servire gli altri. Non a livello della sola comunità, ma aprendo gli occhi ad una solidarietà globale e all’accoglienza di popolazioni che sfuggono alla mancanza di speranza e alla perdita di vite.

Nello scenario dei nazionalismi, della Brexit e dei populismi europei, dobbiamo aprire gli occhi e guardare lontano, davanti a noi, molto più lontano, per poter alleggerire i pesi di milioni di persone che combattono, ogni giorno, a piedi nudi, attraversando chilometri di terra, per raggiungere i luoghi protetti e felici delle scuole, che hanno bisogno di essere migliorate, con migliori servizi igienici per i bambini, migliori mense e cibo genuino e gratuito per tutti, l’avvento e l’apprendimento di internet, degli smartphones e dei 4 G, di come gli strumenti della tecnologia e dell’informazione possano accelerare il progresso, lo sviluppo economico di un paese, di una regione intera, di un continente, da cui siamo tutti partiti, ma non ci ricordiamo più.

Resilienza e affrontare ogni giorno la vita, questa la sfida, e il guardare lontano, il sapere aspettare, agire al momento giusto e lanciarsi appassionatamente nel vortice della vita, che ci prende e ci aiuta, sempre. È necessario appoggiarsi gli uni con gli altri, chiedere, essere pazienti, dormire e mangiare per ricaricare le energie, ed essere pronti ad eventi e sorprese inaspettate. Con energia, determinazione, forza e coraggio, la felicità dei bambini è l’obiettivo più alto a cui dobbiamo ambire tutti. Dobbiamo essere felici, e dobbiamo trasmettere amore, speranza e aprire la mano all’immaginazione, per sognare mondi migliori, in cui il tenersi per mano da molti più frutti a lungo-termine, che il semplicemente correre verso un isolamento che ci porterà alla depressione sociale e economica, un tunnel buio da cui potrebbe essere molto difficoltoso uscire.

Per alleggerire gli animi, questa è la canzone a cui ho pensato scrivendo il pezzo,

Che Rumore fa la felicità: https://www.youtube.com/watch?v=Za0MWILUQcM

e qui alcune foto della visita del nostro ufficio nella slum di Kibera, in Kenya, la maggiore in Africa, per estensione e popolazione. I sorrisi ci sono ancora,la volontà di imparare c’è, serve solo energia e good governance. Siamo qui a lavorare per questo.

A presto,

Gaia

L’energia (solare) di Nairobi

Sono arrivata a Nairobi, chiamata la citta’ verde nel sole, capitale del Kenya, Africa dell’Est, da quasi un mese ormai. La temperatura è di circa 25-28 gradi durante la giornata, fresco alla sera e ci stiamo preparando al’inverno (18 -20 gradi). Respiro aria fresca, a 143 km dall’Equatore, molto verde intorno a me e persone gentili e affabili, che parlano inglese e Swahili.

Mi trovo qui per questioni lavorative: sono con Unesco nella pubblica informazione, e più nello specifico mi occupo di promuovere le attività dei cinque settori dell’Organizzazione delle Nazioni Unitie che sono l’educazione, le scienze naturali, quelle umane e sociali, la comunicazione e l’informazione ed infine la cultura.

“Habari Za Asubuhi” significa “Buongiorno”; “Asante Sana” invece “Grazie”. Queste sono le prime parole che ho imparato in Swahili, utili per connettermi ai Kenioti che guidano gli Uber per la città, molto trafficata a tutte le ore del giorno.

C’è molta vegetazione, alberi, piante, scimmiette, foreste e parchi nazionali, il sole ci riscalda e le persone parlano di elezioni presidenziali (agosto di quest’anno). I Kenioti qui si animano molto per la politica e amano uscire alla sera per parlare e guardare le partite del football inglese (tracce della presenza britannica in Kenya fino al 1963, anno della sua indipendenza).

I miei primi amici sono di origine pakistana e indiana. Ad oggi, dei 3,138 milioni di abitanti di Nairobi, 46,000 sono kenioti di origine asiatica, e tra gli asiatici la maggioranza proviene dalle regioni indiane del Gujarat, Odisha e Punjab.

La città offre molta musica (la scorsa settimana, per esempio, è stata la settimana del Jazz, organizzata e proposta da Safaricom, la compagnia telefonica maggiore in Kenya). Safaricom è un’azienda privata molto presente sul territorio, pioniera di M-Pesa (M per mobile, pesa significa denaro in Swahili), un servizio di telefonia che permette il trasferimento, deposito, ritiro e trasferimento di denaro, nonché pagamento di beni e servizi, tutto attraverso il proprio cellulare. Si tratta di una rivoluzione del finanziamento e della micro finanza, lanciato nel 2007 da Vodafone per Safaricom e Vodacom, i più grandi operatori di telefonia mobile dell’epoca in Kenya e Tanzania. Da allora il servizio M-Pesa si è espanso in Afghanistan, Sud Africa, India e nel 2014 in Romania, nel 2015 in Albania. Questo ha richiesto un’educazione finanziaria, permettendo un empowerment economico della popolazione, in grado di utilizzare i servizi finanziari e gestire le proprie finanze. Una rivoluzione tecnologica finanziaria senza precedenti.

Nel frattempo passeggio per le foreste, ascolto i suoni della natura, degli alberi e moltissimi uccellini cantare, e ci aggiorniamo presto con le nuove avventure dell’Africa dell’Est, dal Kenya, passando per il Madagascar, Zanzibar, Tanzania e Seychelles!

 

Karibu! Benvenuti!

 

 

Credi, Prega e Chiedi. I tuoi desideri verranno esauditi.

L’atmosfera di Natale in un paese musulmano é un po’ diversa da come ce la aspettiamo. Dopo la festa del Tabaski, a settembre, o anche chiamata Eid al-Adha, il momento religioso in cui si celebra il sacrificio dell’agnello da parte di Abramo, e di tutta la popolazione senegalese musulmana in questo caso, il Senegal ha appena festeggiato la festa del Magal di Touba, dove, nel terzo weekend di novembre, tutti i senegalesi musulmani si sono recati alla città sacra di Touba in pellegrinaggio per commemorare la partenza in esilio di Ahmadou Bamba in Gabon. Magal in wolof significa “rendere omaggio, celebrare, rendere magnifico”.

Parallelamente al calendario musulmano e delle feste religiose, i cristiani-cattolici si preparano alla celebrazione del natale con celebrazioni della messa la domenica, spiritualmente connessi agli altri credenti, e con mercatini e bazaar natalizi che propongono regali, oggettistica, abiti, borse, prodotti tipici, oli essenziali e decorazioni natalizie.

Il clima é sempre caldo, la neve non c’é, e la stagione della pioggia é terminata; si possono pero’ acquistare alberi di natale e le palline per decorare. Immaginano il mare sia una bella opportunità per incontrare amici e famiglia durante le vacanze natalizie, cucinando pesce e riso a casa o mangiando un buon piatto di pesce fresco, succhi di frutta e patatine fritte in spiaggia.

Le due religioni armoniosamente convivono, penso presto vedremo le decorazioni anche nella città, e le riunioni familiari o i viaggi per rientrare a vedere la famiglia, per ricaricare le energie e per ricominciare.

E’ interessante vedere come i differenti paesi marcano feste specifiche, che cosa scelgono di celebrare, e come si riuniscono, e come queste scelte influiscano direttamente sulla popolazione, la sua cultura e le sue tradizioni, e sulla mappatura e disposizione socio-geografica della città.

Penso l’apprendimento maggiore di questa esperienza senegalese sia stata di comprendere il ritmo di un paese, le differenti attività, e le dinamiche sociali. Qui sembra che il tempo sia dilatato, tutto va un pochino più piano, ma si vive di più e si apprezzano maggiormente le relazioni sociali e il contatto umano.

La notte dell’11 dicembre poi, abbiamo celebrato la nascita del profeta Maometto, canti religiosi dagli altoparlanti dei quartieri della città, nelle moschee, in cui si leggeva il Corano e si pregava per la pace nel mondo, perché i desideri di ciascuno venissero esauditi, perché Maometto possa far seguire i suoi precetti di uomini fedeli, responsabili, devoti alla pace e al rispetto degli altri, alla solidarietà e all’aiuto dei più poveri. Si è pregato molto affinché gli uomini (e le donne) di fede possano adempiere ai 5 pilastri dell’Islam (le due testimonianze di fede, le preghiere di rito, offrire elemosina, digiuno durante il mese del Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo).

Vedo molto somiglianza tra il Cristianesimo e l’Islam, come regioni monoteiste e come precetti e valori di altruismo, di fede e di correttezza, di profeti che, con il loro esempio, insegnano a noi uomini a vivere insieme sulla terra, nel rispetto e nella dignità, nell’aiuto e nell’ascolto, nella preghiera e nelle parole di incoraggiamento.

Il Senegal mi ha insegnato a vivere in comunità, ad apprendere a vivere “sulla stessa piroga” espressione per definire il vivere insieme ( qui è un paese dove i pescatori sono numerosi e le attività di pesca sono economicamente proficue), in pace e con un’attitudine positiva verso la vita e verso le situazioni. Qui la fede e il credere sono cosi forti che esiste più amicizia e meno paura dell’altro. Queste, a mio parere, sono le chiavi per una vita speciale, felice e senza inquietudine verso il futuro. Se vi sono preoccupazioni, ci si affida completamente al cielo e, nell’attesa, si crede nel meglio. Perché, come il mio amico Ahmed mi ha insegnato, nuotando sulla spiaggia di Ngor a Dakar nel giorno della nascita di Maometto. Se oggi si attende ma qualcosa non funziona, domani sarà sicuramente meglio. Perché il Signore ci mette davanti ostacoli che possiamo affrontare e superare, e ci da la forza per continuare, sempre apprendendo e facendo del bene agli altri.

Buon Natale a tutti e un abbraccio del Senegal!

 

Gaia

Rio de Janeiro, lo sport unisce il mondo

Quest’estate ho passato le mie vacanze in Brasile. Ho avuto l’opportunità di partecipare ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, dal 5 al 21 agosto 2016. Un evento senza precedenti che ha riunito milioni di persone, da tutto il mondo, per assistere all’evento multi-sportivo più importante della terra. Una platea gremita, tutti i riflettori puntati, tutte le televisioni mondiali, fan e non, tutti a tifare le squadre olimpiche dei continenti.

Li ho dato una mano come volontaria alla squadra social media di Rio 2016 in lingua spagnola, facilitato i giornalisti nella ricerca di informazioni in inglese e portoghese, e assistito gli atleti nel loro centro medico in traduzioni in francese con i medici.

Ho visitato la città di Rio, le spiagge di Copacabana e Ipanema, il giardino botanico, ho incontrato persone ospitali che, come i Brasiliani parlano di sé stessi, hanno le braccia aperte al mondo (come la statua del Cristo Redentore, simbolo della città che tutti abbiamo visto, per lo meno, in cartolina). Il calore umano è molto tangibile, le persone sono sempre pronte, con un sorriso, ad aiutarti e ad includerti nell’Abraço Brasileiro.

L’esperienza è stata formativa, molto movimentata, il team di volontari e con amici abbiamo avuto l’occasione di assistere ai giochi live, in maxi schermi e sentendo le emozioni delle persone da vicino. Il Parco Olimpico, dove si svolgevano la maggior parte della gare, ha ospitato culture, lingue e mondi diversi, tutti uniti nella ricchezza delle diversità e nell’unione dell’amicizia, del rispetto, della tolleranza, delle eccellenze olimpiche e dei sorrisi condivisi.

Il valore dello sport, del fair play e dello spirito di squadra mi hanno sempre accompagnato nella vita e il valore del lavoro duro e delle competenze per poter apportare il proprio contributo alla società mi è stato inculcato dalla mia famiglia e lo porto sempre con me. Ogni giorno possiamo imparare molte cose, riflettere e prendere cammini e azioni le cui conseguenze, ci porteranno comunque sempre alle nostre passioni, e ci permetteranno di seguire i nostri sogni.

Nonostante ora la situazione economica e politica in bilico per il grande amato Brasile, le persone continuano a pregare per un mondo migliore, e le loro azioni lo dimostrano, giorno dopo giorno, passo dopo passo, attraverso la loro buona volontà e il loro agire per il bene comune.
Sono rimasta piacevolmente sorpresa dai trasporti, le infrastrutture e i servizi. L’immagine dei media rappresentata Pre-Olimpiadi è completamente diversa da quella che realmente è stata. Il funzionamento degli impianti, e la positività nel constatare che la realtà è diversa dalla rappresentazione di essa prima che le cose capitino, è stato di grande sollievo.

Un grande lavoro di energia positiva è necessaria in questo mondo. E questa parte da noi, dalle nostre motivazioni e dal nostro voler bene al mondo, per potervi vivere e per migliorare, con tanta forza e coraggio, quello che vediamo non bello e non giusto.

Per questo ci vuole pazienza, ma, sul lungo periodo, i frutti vi saranno e, se comportamento è etico e corretto, considerando le responsabilità di ciascuno e il rispetto reciproco, chiave anche e soprattutto per gli atleti dei giochi olimpici, questo mondo, partendo dalle nostre comunità e da chi ci è vicino, sarà più vicino a come noi ce lo immaginiamo, pulito, felice e con meno sofferenze e più uguaglianza tra gli uomini.

Dobbiamo sentire il mondo, partendo da noi stessi.

E, come dicono i saggi Brasiliani, tudo passa e temos que ir para frente! (tutto passa, e dobbiamo andare avanti!).

Il Ramadan a Dakar

E la prima volta che mi capita di assistere e di vivere il Ramadan. É una sensazione molto strana, c’é più silenzio e più tranquillità nelle strade. Sicuramente più preghiera.

Questo mese é molto importante per i musulmani perché si tratta del mese in cui il libro sacro islamico, il Corano, fu rivelato al profeta Maometto. Come risultato, é il mese in cui si recita il Corano con più zelo e spiritualità, e con uno spirito nuovo. Ai musulmani viene richiesto di recitare il Corano in forma completa perlomeno una volta durante il mese. Di 600 pagine, questa impresa catartica può essere adempiuta attraverso la recitazione di 4 pagine prima delle quotidiane 5 preghiere durante l’intero mese.

Il calendario islamico é lunare per cui quest’anno le autorità ufficiali islamiche hanno decretato l’avvistamento della luna crescente lunedi 6 giugno, che segna l’inizio del nono mese del calendario islamico lunare. Dura 29 o 30 giorni – la data ufficiale sarà rivelata attraverso un altro avvistamento lunare nell’ultima settimana del mese e sarà festeggiata con la festività chiamata Eid Al Fitr – i musulmani devono astenersi dal cibo e liquidi (tra cui anche i chewing gum, fumare sigarette e simili) dall’alba al tramonto.

Qui a Dakar il Ramadan é iniziato martedi 7 giugno e un comunicato di uno dei giornali locali, Le Soleil, invita i credenti ad iniziare ufficialmente questo mese di sacrificio, perdono, uno dei quattro pilastri dell’Islam (il primo giorno tutti si scambiano le parole di perdono in wolof- la lingua locale: Balma Akh, perdonami, e la risposta Balnala, io ti perdono, seguito da Yalla Nagnou yalla boulé bale, io ti ho perdonato, e che Dio ci perdoni tutti) sono di grande conforto e di incoraggiamento a tutti per iniziare un buon mese.

A questo proposito, il Servizio Nazionale di Educazione e di Informazione alla Sanità in Senegal (SNEIPS), servizio collegato al Ministero della Sanità e dell’Azione sociale fornisce le 10 regole d’oro da rispettare durante il mese benedetto. Tra le regole vi sono quelle di rispettare la regolarità dei tre pasti (prima dell’alba – pasto chiamato Suhoor -, alla rottura del digiuno – pasto chiamato Iftar – si puo’ iniziare nuovamente a mangiare al tramonto – e, infine, tre ore dopo la rottura del digiuno). Mangiare molti cereali, frutta e zuccheri lenti prima dell’alba, idratarsi bene di acqua dopo la rottura del digiuno, evitando di abusare di bevande gassate, evitare i pasti troppo copiosi, troppo grassi, troppo salati alla rottura del digiuno, ma anche i dolci e alimenti troppo zuccherati. LO SNEIPS consiglia quindi di privilegiare frutta appena rotto il digiuno, ma anche muoversi dopo il pasto della sera, ridurre gli sforzi fisici intensi e rispettare i momenti di riposo. Grande lavoro per lo stomaco e per il corpo ad abituarsi ad una nuova metodologia di assunzione, tempi e digestione di alimenti. E soprattutto, il servizio nazionale senegalese invita la comunità islamica a recarsi dal medico per un check-up completo sul proprio stato di salute prima dell’inizio del Ramadan.

Per noi Italians il mese si prospetta molto spirituale, particolare, in concomitanza con il sole e la luna come elementi di riferimento per lo scorrere delle giornate lavorative, dove l’orologio non conta (penso di aver smesso di portarlo quando mi si é rotto negli Stati Uniti 6 anni fa), il ritmo di lavoro rallenta ma si intensificano le relazioni sociali e i luoghi di ritrovo post tramonto sono sempre più gremiti di giovani internazionali che seguono le partite della Coppa Europa (anche i Senegalesi hanno una passione per l’Italia), si ritrovano per guardare film insieme e dove si parla di più, non avendo a disposizione televisioni ma riunendosi con gli altri in luoghi pubblici.

La convivialità serale é più spiccata perché qui a Dakar molte persone mangiano in strada e ti invitano a sedere alla loro tavola a cielo aperto. C’é più stanchezza perché il caldo aumenta e non si può  né mangiare né bere durante la giornata. Dal lato positivo però, questo, a mio avviso, é un grande segno e atto di forza e coraggio dei nostri amici e vicini musulmani, che, con pazienza e misericordia, vivono questo mese come una palestra di vita, in cui si sviluppa un senso di autocontrollo in aree che includono la dieta, il riposo e l’uso del tempo, e in cui si impara ad evitare l’uso di male parole, le arrabbiature, la perdita di temparamento e comportamenti cattivi e dannosi agli altri. Il punto qui é di mostrare sottomissione a Dio e tenere la mente focalizzata sul piano spirituale.

E nel frattempo ascoltiamo la musica insieme e guardiamo dei film per aiutare i nostri amici a non sentire i morsi della fame fino al tramonto, tifiamo l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo, e celebriamo insieme il loro coraggio. Per un Dio buono che ci aiuta sempre, ma sempre e solo dopo che anche noi ci aiutamo da soli. Proprio come la nostra bella espressione italiana, che mia madre e mia nonna mi hanno sempre insegnato e ripetuto “Aiutati che il cielo ti aiuta”, e che qui in wolof, suona più o meno cosi, Yalla Yalla, bay sa tool, che significa letteralmente “Invoca Dio ma coltiva il tuo campo”.

Aiutiamoci ragazzi, e poi tutto avverrà. Sia che siate credenti o no. E il lavoro di squadra ci forgia e ci permette di essere persone più vere, più unite e ci permette di sentirci di più su questa grande piroga della vita. Con un grande sorriso, sempre.

Il fare squadra

Nella vita ho imparato che due é sempre meglio di uno, e che la squadra che gioca unita vince. Penso al maxibon due gusti, diversi ma complementari, come in una coppia, e nella squadra di calcio che si passa il pallone e insieme stabilisce la miglior tattica per fare goal, come in una squadra di lavoro, giocando con trasparenza e rispetto dell’avversario.

Il lavoro deve essere inteso come sforzo comune verso il raggiungimento di un obiettivo (o di vari) obiettivi in cui la passione per quello che si fa é indispensabile. Se mi piace scrivere, allora sarebbe bello trovare un lavoretto nel campo della comunicazione, se mi piace cantare sfondo e vado tutte le settimane a cantare con gli amici al karaoke nel bar della città, se mi piace ballare idem, in un locale in cui suonano musiche e melodie che fanno schioccare una scintilla nel mio ritmo del corpo, se mi piace fare sport cerco un gruppo di nuovi amici con cui allenarmi.

Ci complichiamo la vita alla volte e veniamo abbattuti dalla competizione che non vediamo, ma che sentiamo solo. Per tutte le persone
che conoscono le lingue, che hanno milioni di master e di dottorati, che hanno viaggiato e conosciuto, ma che ancora non sono soddisfatti di sé e vorrebbero essere di più. Non dare di più, intendiamoci. Non stiamo parlando della canzone “Si può dare di più” perché, in questo caso, tutti sono incoraggiati a dare di più in questa vita, ad imparare, ad essere tecnicamente preparati, ad essere teoricamente un pozzo di scienza e conoscenza e in pratica saper fare tutto quello che il capo chiede in ufficio. Con efficienza, con sorrisi e senza mai una goccia di sudore o una possibilità di stanchezza.

Quello che ci abbatte è sempre la paura del diverso, dell’avversario, del non fare abbastanza, del non essere abbastanza, di volere dare di più non ascoltandoci (in senso di corpo e mente) e continuando a correre all’impazzata verso degli obiettivi cartacei che probabilmente nel corso della nostra vita terrena e nel corso della nostra “leggenda personale” (citando sempre il mio amato autore Brasiliano Paulo Coelho) probabilmente non vedremo mai realizzati.

Il lavoro ci insegna che ci vuole molta pazienza, molto coraggio, molta motivazione per svegliarsi ogni giorno e credere fortemente in quello che si fa. Che si sta facendo qualcosa di utile per il mondo, o per il proprio paese, o per la propria comunità, o per i propri amici, o per la propria famiglia, o per la persona che si ama e con cui si vuole passare il resto della vita.

Ognuno ha la propria battaglia giornaliera, i propri sogni, i propri obiettivi. Ma se scegliamo, e ci battiamo per ottenere, un lavoro che ci “nobilita” (citando Marx) e in cui crediamo di poter dare e fare il meglio che possiamo, allora tutto il resto non conta. L’Amore per un lavoro, esprimendosi a suono di canzoni (“L’amore conta” di Ligabue) è tangibile nella volontà di unirsi agli altri, e, insieme, a dare il meglio per la creazione, lo sviluppo e la realizzazione di un progetto nella realtà, e non solo su carta e nell’immaginario della nostra fantastica testa (che spesso e volentieri immagina più di quanto dovrebbe, alienandosi dalla realtà e creando storie surreali – positive e/o negative – che possono ledere al nostro sviluppo mentale e alla nostra relazione sociale con gli altri).

UN InterAgency Games 2016 Malaga, Spain & Community building 832Queste riflessioni scaturiscono da un viaggio sportivo a Malaga, in cui ho avuto l’opportunità di nuotare con 4 colleghe straordinarie di lavoro (provenienti da Paesi diversi e lavorando tutte in Paesi diversi) ma collegate da una comunità di lavoro che attraversa paesi, barriere geografiche e socio-culturali. Ci siamo conosciute in loco e abbiamo messo tutte le nostre energie e la passione per lo sport nelle gare di nuoto. Ci siamo sostenute, appoggiate, ci siamo allenate insieme, condividendo tutto, abbiamo riso, gridato, ci siamo abbracciate, volute bene, abbiamo vinto insieme. Come noi, altri 1200 partecipanti, provenienti da tutte le agenzie delle Nazioni Unite nel mondo si sono incontrati – chi per la prima volta, chi veterani di gare sportive UN – per condividere momenti, lavorare insieme attraverso lo sport, attività ludiche e ricreative, per fortificare uno spirito di team che ci possa unire nelle nostre attività giornaliere, nella speranza di poter contribuire, anche con un piccolo granellino di sabbia – come mi sta insegnando questa Dakar sull’oceano – al progresso socio-economico del mondo – nel paese in cui lavoriamo. Con la consapevolezza che tutto – ogni nostra singola azione – é un’attività umana e che per questo, il progresso è possibile solo se le nostre azioni quotidiane sono svolte con rispetto reciproco, cura e delicatezza, empatia e forza interiore, con un pensiero aperto agli altri, a nuovi orizzonti, nuove tipologie di lavoro e un sorriso verso ciò che non conosciamo. Che l’Altro sia una finestra che non abbiamo paura di aprire e che invece sia un motivo di Gioia e di Sorpresa.

Il mondo ci riserva sorprese. Impariamo a vivere nel presente e non preoccuparci troppo di ciò che avverrà nel futuro. Lavoriamo con cura, e amiamo i nostri compagni di lavoro, come amiamo i membri della nostra famiglia, i nostri fratelli e sorelle, i nostri amici e i nostri partner.

“Segui il tuo cuore e arrivando alle stelle prova a prendere quelle” Irene Grandi, La tua ragazza sempre

I can see clearly now– Johnny Nash

Hundred Miles– Yall feat Gabrielle Richard

Aerodynamic– Daft Punk

La Cina e il Senegal: ambiente e infrastrutture

Dakar è una città molto piacevole: sole, oceano, isole da scoprire, molto pesce fresco e calamari, riso e patatine fritte.

Negli spostamenti preferisco usare i mezzi pubblici . Non tutte le zone della città sono perfettamente vivibili. Sono da migliorare ancora diversi servizi pubblici, il sistema fognario è in via di completamento e si vedono ancora pochi operatori ecologici e rari cassonetti per l’immondizia.

Le infrastrutture, molto spesso, sono in fase di avanzata costruzione: i progetti per la loro conclusione e inaugurazione (uffici, case o edifici adibiti a nuovi quartieri residenziali potenziali) sembrano non avere però tempi rapidi.

Poubelle_Blogpost2Ma esiste In questo quadro una volontà da parte dei giovani senegalesi di migliorare le condizioni della loro città , anche loro immaginano una città più bella, più respirabile, più pulita. Si sono organizzati partendo dalle piccole cose. Iniziative come i cestini dell’immondizia appesi al muro (vedi foto); si cercano di organizzare giornate di volontariato di giovani che raccolgono il “dechet” – la spazzatura.

In campo infrastrutturale la presenza della Cina si vede e si percepisce. La China Road and Bridge Corporation, una della quattro grandi aziende statali cinesi – finanziata dal governo della repubblica popolare dal 1958 e dal 1979 azienda formalmente istituita – é la prima ad essere entrata nel mercato internazionale in progetti di appalti e di amministrazione di progetti per la costruzione di strade, ponti, porti, ferrovie, aeroporti, gallerie e progetti di tutela acque, opere comunali. Questa azienda è presente anche in Senegal. In totale l’azienda madre cinese possiede 50 filiali e uffici in oltre 50 paesi e regioni in Asia, Africa, Europa e America.

Secondo i dati di UNCTbuildingAD e IMF, rispettivamente l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata in commercio e sviluppo e il fondo monetario internazionale, la Cina é il maggiore trader commerciale a livello globale con l’Africa, sorpassando la leadership degli Stati Uniti nel 2009. Cifre di 156,4 miliardi di dollari di commercio di beni con l’Africa (dati 2013) e 2,5 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri verso l’Africa (dati 2012). Secondo i dati del ministero del commercio cinese, il commercio sino-africano ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari nel 2010, e il volume del commercio tra Cina e Africa è cresciuto del 30 % durante i primi tre trimestri del 2010, segnalando – secondo il China Daily, – un nuovo record. I 5 partner commerciali maggiori della Cina sono l’Angola, il Sud Africa, il Sudan, la Nigeria e l’Egitto – secondo il Forum on China and Africa cooperation.

Nel corso degli ultimi decenni, la rapida crescita economica della Cina – ad un tasso di crescita annuale del 10 % per gli ultimi tre decenni fino al 2010- (ma oggi in lieve decrescita con problemi di maturazione del mercato) e la classe media in espansione ha alimentato un bisogno senza precedenti di risorse. La potenza economica si è concentrata quindi sull’Africa come cantiere per fornire risorse energetiche a lungo termine, necessarie per sostenere la sua rapida industrializzazione, bloccando le fonti di petrolio e altre materie prime in tutto il mondo.

La strategia cinese adottata in Africa è di win-win. Costruzione di ponti, strade e ferrovie in cambio delle materie prime africane, e creazione di lavoro per la popolazione locale. Nell’ultimo investimento cinese verso il Senegal, per un ammontare di 420 miliardi di dollari destinati alla costruzione di infrastrutture su un periodo di 4 anni, ha creato fra i 7000 e gli 8000 posti di lavoro temporanei e tra i 700 e gli 800 di permanenti. Critiche però sulle pratiche commerciali, e sull’incapacità di promuovere good governance e rispetto dei diritti umani si sono già fatte sentire dalla società civile senegalese.

Le speranze di un corretto comportamento economico della presenza cinese in Africa potrebbe far dimenticare quell’intervento che corretto non è stato da parte delle potenze occidentali nella corsa alle immense ricchezze africane dei due secoli trascorsi. La speranza dei giovani senegalesi , oggi, è non vedere confermati quei timori di associare ancora una volta nella loro storia le potenze occidentali alla Cina.

La nuova generazione dirigente non vuol più essere segnata da amarezza e delusione.