Parigi vista da Paris plage

Se cammini lungo la Senna andando verso il centro incontri Paris plage. Tanto quanto la più tradizionale notte bianca di Parigi, quel fazzoletto di sabbia incarna lo spirito libertario della borghesia francese, uno spirito di solidarietà verso chi resta in città, l’idea di estendere il piacere anche a chi non può permetterselo (a patto di non avvicinarsi troppo ai banchi del cibo). È lo stesso spirito di altre estati, quella romana ad esempio, che non si celebrano più. Ma lasciamo andare i paragoni e concentriamoci su una città che sembra non voglia lasciare nulla al caso neanche in tempi di terrorismo: sport, cultura, relax per tutti.

Così, lungo la camminata che costeggia la spiaggia è un susseguirsi di occhi che osservano ma anche di mitra, militari e polizia, una marcia accompagnata dal canto registrato degli uccelli delle campagne francesi. Una contraddizione macroscopica o la semplice routine?

Forse tutte e due. L’impressione è che lo spirito libertario resista, viaggi sulle gambe e nella mente delle persone, ma non possa persistere. La spinta propulsiva all’apertura appare sempre più debole, il sospetto corre lungo Paris plage. Ed è un vero peccato.

Non ci resta dunque che sperare, persino al di là del merito, in quei progetti che avevano avuto avvio prima di questa nuova società terrorizzata. È il caso del progetto “Grand Paris” che amplierà i confini, e forse anche le opportunità, della città, portando, con un effetto secondario, nuova linfa ai progetti culturali e sociali nelle periferie. L’idea sarebbe di integrare sempre più le banlieue nella vita urbana, contaminando le periferie con gli stili di vita del centro.  Manifestazioni estive come Paris plage potrebbero moltiplicarsi superando la barriera della cintura storica parigina. È certo però che assieme alle opportunità cresceranno anche i prezzi delle case, i costi della vita, e con ogni probabilità una buona parte degli abitanti delle odierne banlieue saranno spinti più lontano da Parigi.

A naso guadagneranno quasi tutti, i vecchi proprietari delle case che rivenderanno a prezzi eccezionali, i nuovi proprietari che potranno godere di un trasporto rapido con il centro e di abitazioni moderne, i commercianti, le agenzie immobiliari e persino i centri culturali che vedranno crescere gli iscritti provenienti dal centro città.

Ovviamente lungo il percorso si porranno degli inconvenienti e ci saranno dei soggetti sociali che pagheranno le spese di Grand Paris.  Forse alla valutazione, tanto di moda oggi, degli impatti della riforma bisognerà aggiungerne uno, l’impatto sul terrorismo come fenomeno politico e sociale.

 

Una Piazza che incide

Continua la mobilitazione contro la Loi Travail che modifica lo statuto del lavoro in Francia.
L’energia della piazza, di Place de La Republique, è riuscita a valicare i confini della sfera pubblica francese per approdare nel resto d’Europa dove la questione è stata in buona parte già affrontata dalle classi dirigenti. Eppure oggi Parigi è in grado di riportare ovunque l’attenzione sul tema dei diritti del lavoro lasciando pensare a tutti, francesi in testa, che la partita possa essere riaperta.

La Parigi di queste ore, che esprime ancora una volta il carattere combattivo e resistente di un popolo, è un laboratorio. Qui, attorno a questa battaglia, complice l’affannoso respiro del socialismo di governo di Hollande, sembrano unirsi le spinte della nuova economia, dalla comunicazione veloce, dal gusto per le opportunità offerte dalla rete, dalla ricerca del consenso attraverso il marketing, con le rivendicazioni più rabbiose degli esclusi. La banlieue, la stessa “attenzionata” dalle forze dell’ordine per prevenire gli attacchi terroristici, si confonde, soprattutto nei tanti scontri con le forze dell’ordine, con il prodotto più tipico della Parigi post-industriale, tutta servizi, di inizio secolo, quella generazione bobo (Bourgeois-bohème) ricca delle contraddizioni e delle ipocrisie del nostro tempo.

Non c’è mitizzazione nell’immaginare i figli dei migranti di terza generazione ritrovarsi accanto ai liceali benestanti, che pure un futuro ce l’avrebbero, per trarre le conseguenze di una riforma che raccoglie più consensi in Parlamento che nel Paese. Da Place de La République pare poter sbocciare una nuova politica che nelle modalità comunicative e di partecipazione potrebbe ricordare il movimento degli Indignados, in buona parte confluiti nel progetto di PODEMOS, ma che nei fatti indica una possibile via, non ancora del tutto percorsa nel panorama delle forze politiche europee anti establishment: la mobilitazione comunicativa per issues.

Ciò implica un rinnovamento dei linguaggi e degli strumenti d’azione. Condensare modernità e tradizione per dare slancio e prospettiva a un semplice, eppure terribilmente complesso, NO.

Un sito, nato a ridosso dell’approvazione a tappe forzate del progetto di legge da parte del governo, racconta meglio delle parole questa capacità informativa e creativa http://loitravail.lol.
La natura politica ancora una volta è nel gesto e nell’immaginazione.

OnVautMieuxQueCa (MeritiamoDiPiù)

Il primo post è una presentazione, e una confessione. Non sono mai stato per il racconto di sé, né in terza né in prima persona, ho sempre preferito che a dire di più fosse la modulazione dei registri linguistici, la capacità di variare i comportamenti in contesti differenti, una narrazione, una descrizione, la sequenza delle parole. Tutt’al più ho fatto ricorso al politicizzato “noi”. Questo fa di me un anti-blogger? Il mio atteggiamento, devo ammetterlo, sarebbe davvero curioso e mi esporrebbe giustamente a una forte contraddizione. L’idea invece è quella di aprirsi alla molteplice varietà degli avvenimenti e degli interlocutori che attraverso questo spazio spero d’incontrare valorizzando le esperienze, i sentimenti, le ragioni di chi se ne sta lontano dalla sua terra. Per orientarmi tenterò di seguire solo una semplice regola che forse potrebbe incontrare il favore di qualcuno e ridurre l’iniziale imbarazzo: non contrapporre le parole ai fatti.

Segue post vero e proprio.

Settimane fala Francia è stata attraversata da una breve ondata di manifestazioni sfociate in scioperi (e il contrario). La scintilla che ha mobilitato gran parte della sinistra e dei sindacati è stata la proposta del ministro del lavoro Myriam El Khomri di modificare alcuni importanti punti che regolano il diritto del lavoro francese. Non vale la pena soffermarsi sull’analisi minuziosa delle modifiche che vanno, tutte o quasi, verso una riduzione di determinati diritti per garantire una maggiore flessibilità e produttività del lavoro, ma può essere utile soffermarsi sulla modalità che hanno opposto studenti e sindacati al governo e ad una riforma sostenuta dalla Confidustria francese (MEDEF) e da uno dei suoi più importanti referenti, il ministro dell’economia Emmanuel Macron.
In un paese dai riti fortemente codificati nel quale la classe dirigente è storicamente selezionata sulla base di una preparazione tecnico burocratica alla carriera politica acquisita perlopiù in scuole d’élite, a ribaltare il tavolo è bastata una petizione on line partita da una militante femminista in rotta con il partito socialista. Più di 850 mila firme in meno di una settimana hanno fatto in modo che i sindacati seguissero la mobilitazione e il governo fosse costretto, dopo le tante dimostrazioni organizzate in tutta la Francia, a riesaminare il provvedimento.
Dalle rivoluzioni tradite del mondo arabo fino alla vecchia Europa, da Teheran 2009 alla Parigi del post 13 novembre, la “disintermediazione” dei conflitti come quella dei rapporti sociali si conferma ormai una realtà capace di trainare la mobilitazione e di modificare il corso degli eventi.