Ho fede nella tua fede

Cercando casa il primo anno che mi sono trasferita a Londra, trovai un alloggio studentesco ad un paio di fermate della metro dalla mia nuova università, con vista sullo stadio di Wembley. Arrivata fisicamente sul posto, dopo qualche giorno mi accorsi che i tanti ristoranti e negozi vari del quartiere avevano un qualcosa di asiatico – particolarmente asiatico. Scoprii in breve che l’area era a predominanza indiana. Il che, però, non significa solo locali per il kebab in fila indiana sulla strada principale o vetrine di abbigliamento addobbate con Sari e Shalwar kameez.

Vicino alla grande arena di Wembley si trova il municipio, cuore dell’amministrazione e delle attività locali organizzate dal comune. All’interno dello stesso edificio, vi è la biblioteca. Non che mi aspettassi gli scaffali ricoperti di tomi in italiano con una striminzita sezione dedicata alle lingue straniere, ma camminare per la prima volta tra corridoio con libri in hindi, arabo, e polacco, fece comunque una certa impressione. Da allora, ho visitato altre tre biblioteche nello stesso municipio, e la storia si ripete, ora aumentando i ripiani per il turco, ora per il russo. Nella zona in cui mi trovo ora, ci sono molti volumi in portoghese, quasi eguagliati in numero da quelli in francese.

È in questa stessa zona che sono entrata per la prima volta in un tempio hindu, sulla medesima strada dove – a solo un paio di palazzi di distanza – si affaccia anche una moschea. Al di là del fiume Tamigi, verso sud, Vauxhall, nel quartiere dove stanno costruendo nuovi uffici per Google, la predominanza della popolazione è di colore. Ci sono più chiese cattoliche, evangeliste e del rinnovamento. Il carattere comunitario tra le famiglie è molto forte.

A due passi dall’Abbazia di Westminster si erge la Cattedrale di Westminster, la cui differente denominazione della fede è facilmente identificabile grazie al colore dei cartelloni esposti fuori, con nome e orari delle messe: rossi per cattolica, blu per protestante. La volta di questo edificio sembrerebbe un capolavoro di artista: nera come la pece, buia e cupa come l’inferno delle Scritture. Peccato che stiamo parlando del soffitto, dove il visitatore dovrebbe essere accolto dalle candide tonalità del paradiso. Non si tratta in effetti di un capolavoro: la volta, come altre cappelle laterali, non è finita. La Cattedrale di Westminster è la chiesa madre per i cattolici del Regno Unito, ma è stata costruita solo a partire dal 1895, ed i soldi necessari al completamento delle decorazioni interne sono ancora in fase di raccolta.

Viaggiando per qualche altra città dell’Inghilterra, il profilo del paesaggio rimane più o meno uguale. Non ci sono palazzi alti – anche nella capitale, i famosi grattacieli sono limitati alla City o alle periferie, dove si costruiscono nuove case in continuazione. Non ci sono cupole, ma guglie di chiese in stile gotico. Qualche volta si intravedono le statuine degli esterni dei tempi hindu. O, come vicino a Regent’s Park a Londra, le bianche e lisce mura delle moschee. Camminando nei quartieri nord della capitale, mi sono ritrovata a fissare continui flussi di adolescenti con payot e kippah, spesso seguiti da adulti con l’altro tipico cappello ebraico nero a falda.

Venendo da un paese cattolico come l’Italia – con libertà di religione sì, ma con una lunga storia e tradizione intessuta con la fede – una tale miscela di culti mi prese alla sprovvista. Come fare a combattere quelle vocine nella testa che scattano quando si sale su un autobus dove son sedute due donne con indosso un burqa, grandi occhiali, e guanti neri, che lasciano scoperto si e no qualche millimetro di pelle intorno agli occhi? In tutto questo mare magnum di pensieri, simboli, e architetture, una lezione si fa strada, un po’ alla volta, diventando convinzione, abitudine, e infine un credo in sé. Trovandosi in questo rimescolio di religioni, i vari nuclei approfondiscono la loro fede, vi aderiscono liberamente, cercando meno fantocci da attaccare, nemici da cui difendersi, barriere da innalzare, quanto una vera ancora a cui guardare.

Sarà per questo che mi è capitato di incontrare in questa terra dei cattolici piuttosto radicati – e qualcuno radicale – come pochi in Italia: alcuni quasi estremisti, ma tanti osservanti dal cuore aperto. Sarà per questo che camminare fianco a fianco con Musulmani non solo non mi mette a disagio, ma quasi non mi suscita più neanche quella necessità di esaminarne il vestiario. E portandomi dietro l’abitudine, mi sorprendo ora delle reazioni quasi di shock di amici e conoscenti nelle stesse situazioni lungo le strade di Roma. Sarà per questo che quando si fa il digiuno – per la Quaresima o per il Ramadan – non si deve ascoltare il tono canzonatorio dei compagni di tavola: fino a quando si tratta di scelta personale, tutto viene rispettato.

L’intenzione qui non è solo di fare un elogio alla libertà di culto. Alla base degli atteggiamenti osservati, si trova una forte comprensione di identità. La storia inglese è sempre stata caratterizzata dalla multiculturalità, e forse lascerebbe turbati se, dopo tutti questi secoli, ci si trovasse di fronte una società xenofoba – come qualche segnale è stato lanciato allo scoppio della Brexit. Questa è la loro identità: l’hanno abbracciata e ne han fatto uno stendardo. Qual è quella dell’Italia?

Sheffield si pronuncia come Vigata

Maggio 2018 ha segnato il ritorno sulle scene del gruppo indie rock Arctic Monkeys con il sesto album Tranquillity Base Hotel & Casino. Oltre ad un calendario pieno di date bloccate per un nuovo tour mondiale, la band è riemersa tra i media con performances live in talk shows, comparse radio e tv, nuovi video YouTube e via dicendo.
Qualche tempo fa, ho trovato un’intervista che il frontman Alex Turner aveva fatto con la presentatrice di BBC Radio 1 Annie Mac, a ridosso dell’uscita del nuovo disco. L’artista, mai stato famoso per esser piuttosto loquace, appare molto più sciolto e a suo agio rispetto al passato. Mi rendo conto allora – o meglio, me ne interesso veramente per la prima volta – di tutte quelle variazioni di pronuncia tipiche delle regioni centro-settentrionali dell’Inghilterra. La lampadina si accende in particolare alle ripetute “my house”, “my room”, con il pronome personale pronunciato /mɪ/ invece che /maɪ/.

Il che mi rimanda con la mente al mio viaggio verso Nord dell’anno scorso, dove il treno di parole chiuse degli abitanti di Newcastle mi faceva ridacchiare ogni tre per due. O, ancora più indietro nel tempo, a quando le vocali distorte della politica scozzese Nicola Sturgeon mi facevano sudare freddo, al pensiero che avrei dovuto fare un resoconto in classe di un dibattito di cui non avevo capito quasi nulla. Sappiamo bene che ogni nazione nella sua estensione geografica presenta numerose varianti linguistiche, non importante se piccola o grande – basti pensare alla Svizzera, che, con l’aggiunta della divisione in cantoni, offre un interessante panorama filologico.

Trovarsi faccia a faccia, orecchio a orecchio con queste differenze, può creare confusione, ma anche simpatia. Il patrimonio italiano tra quelli Europei, a mio parere, risulta ancor più originale per via dei substrati dialettali e per l’antica storia di evoluzione fonetico-grammaticale non solo delle regioni, ma di zone via via più piccole, tanto che sappiamo ci sono aree definibili isole linguistiche – vere e proprie isole del tesoro per gli studiosi!
Dialettale, però, nell’immaginario comune rimarrà sempre sinonimo di ignorante. Nel bel paese poi, in particolare se associato al Meridione.

«C’è una serie televisiva che a me piace tanto. Aspetta come si chiama…ah, si! Il Commissario Montalbano!» mi disse una persona nata e cresciuta in Inghilterra, con zero conoscenza della lingua italiana quando ci presentarono ed io rivelai la mia origine. Al sopracciglio alzato che mi scattò alla sua confessione, l’uomo mi chiese conferma che non si stesse confondendo con qualche altra serie, e se si trattasse proprio del poliziesco ambientato in Sicilia, fornendo poi ulteriori dettagli come il maldestro Catarella e l’abitazione sul mare del commissario. Cercando sul sito della BBC, effettivamente c’è un’intera pagina dedicata alla serie inspirata dai racconti di Camilleri, con tutti gli episodi in lingua originale, accuratamente sottotitolati in inglese.

La mia curiosità quel giorno è comune rimasta insoddisfatta: come apprezzare al cento per cento quel capolavoro che implica tante espressioni tipiche delle Sicilia? Non è una novità che opere in dialetto siano apprezzate al di là della frontiera. Colpisce però il fatto che continuino ad esserle – antiche e contemporanee – e, soprattutto, che questo avvenga spesso e volentieri proprio con quelle zone che disprezziamo in casa.

Tornando ai Monkeys, a Sturgeon e ai tanti nordici che lavorano, visitano, passano per la capitale inglese, per quanto la loro pronuncia regionale possa renderli qualche volta motivo di risatine, tuttavia li identifica per la loro provenienza e aggiunge alle conversazioni un argomento in più di cui parlare e confrontarsi. ‘Di dove sei?’, ‘Come mai qui?’, ‘Che cosa c’è di tipico lì?’, ‘Le ferrovie devono essere un vero dramma per raggiungere casa!’.
Fa riflettere invece quando in Italia la calata meridionale o l’accento settentrionale facciano scattare immediato il bollino di classe con conseguente assunzione di certi atteggiamenti. L’etichettatura, sembriamo rassicurarci tra di noi, necessariamente viene da stereotipi ben convalidati dai fatti di cronaca e dalle statistiche.

Arrangiamento d’autore

La musica di Vivaldi rimanda ad una tradizione antica e altisonante. Solo il nome basta a richiamare alla mente archi e clavicembali dalle complesse armonie. Eppure, il concerto La Primavera, parte de Le Quattro Stagioni, è nella testa di tutti: un raffinato evergreen.

Recentemente ho avuto il piacere di riscoprire questo classico grazie ad un magnifico spettacolo allo Shakespeare’s Globe. Il rifacimento delle composizioni da parte di Max Richter (2012) era alla base dell’opera. Il concerto è stato poi ulteriormente riadattato per un complesso di sei elementi, con accurata selezione dei brani per una durata totale di circa un’ora e mezza.

Finn Caldwell e Toby Olié, le menti creative della compagnia Gyre & Gimble, hanno realizzato dei burattini mossi da un coordinato gruppo di cinque artisti. Lo spettacolo aveva luogo nel Sam Wanamaker Playhouse, uno spazio interno al Globe (non l’iconico grande teatro all’aperto), più intimo e, grazie alla sola illuminazione di candele e tenui faretti, molto suggestivo.

Leggendo le recensioni su Internet non è possibile farsi un’idea precisa della trama. È una narrazione visiva e musicale che segue l’evolversi universale della vita. I due protagonisti si innamorano ed hanno un figlio. Con l’arrivo della guerra, lui viene chiamato alle armi, dove perde la vita, mentre il bambino a casa apprende a muovere i primi passi. Crescendo, il ragazzo, che conduce una vita di successo ma priva di veri affetti, viene turbato dai fantasmi del passato, fino a quando non si riconcilia con la sua storia. E si torna, circolarmente, ad una tenera scena di amore a prima vista.

Il tutto veniva elegantemente “recitato” dai burattini, semplici, si direbbe, in quanto privi di definiti tratti facciali e costumi. Eppure, i movimenti e la grazia delle marionette seguivano l’energico andamento musicale in maniera suggestiva, con pieno coinvolgimento ed emozione del pubblico. Non pochi, immagino, saranno tornati a casa cercando l’album di Richter o, direttamente l’originale di Vivaldi, su Spotify o Youtube.

La figura del burattinaio, spesso relegata per noi alla tradizione popolare o per bambini, ricopre in realtà molti più aspetti di quanti ci si possa immaginare. Dal coordinamento dei personaggi animati sul set di film come Paddington al movimento sul palco di soggetti piuttosto complessi come il cavallo di War Horse, uno degli ultimi grandi successi del West End.

Tornando al rifacimento di Vivaldi, la scelta di unire musica classica, burattini ed una trama così apparentemente semplice, è stata rischiosa. D’altronde, il breve incarico del direttore artistico del Globe Emma Rice è stato costellato da simili decisioni. Come l’audace interpretazione di Sogno di Una Notte di Mezz’Estate o l’ultra-contemporaneo Romeo e Giulietta, o ancora l’ambientazione messicana di Molto Rumore per Nulla. È per questo che la commissione del teatro ha deciso di accorciare la durata del suo ruolo, terminando il contratto due anni prima del dovuto. Come dire: la troppa audacia della donna è stata ben ripagata.

Quando la notizia si sparse ormai quasi un anno fa, critica e esperti furono non poco divisi. È vero che alcune delle scelte artistiche avevano trovato una povera giustificazione nel desiderio di rinnovo delle opere del Bardo, ma l’originale approccio ed il facilitato accesso ad un più vasto pubblico che alcuni di questi adattamenti hanno consentito sono innegabili. Il punto di tutta la questione è che tutto ciò ebbe luogo nel sacro tempio del Globe. ‘Ai posteri l’ardua sentenza’: fu coraggio o un povero giudizio?

Shakespeare, nel bene o nel male, è stato rimaneggiato e riadattato così tante volte da chiedersi non se ma quando capiterà un’altra situazione del genere.

Il Regno Unito non ha paura di giocare con la tradizione. Il tessuto narrativo e i molteplici mezzi artistici vengono rimescolati e fatti interagire con libertà. L’aderenza o meno al testo originale viene dichiarata. Il pubblico e l’appuntita penna dei critici sono l’unico giudice ed eventuale sanzionatore.

I risultati alle volte sono di alta qualità e sorprendente freschezza, come l’acclamato moderno Amleto, con Andrew Scott, adattato e diretto da Robert Icke. Altre volte, il prodotto è meno esaltante, come fu il rifacimento teatrale di Ossessione, con Jude Law nel ruolo di Gino, diretto da Ivo van Hove.

Trasporre la pellicola sul palco, e non in piccoli teatri d’avanguardia, ma per grandi platee: è questo un trend molto recente e che sembra stia dando i suoi frutti, presentando nuovi approcci creativi e avvicinando un pubblico sempre diverso, sempre più vasto.

La rassegna estiva 2017 del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla ricevette più attenzione del solito da parte dei giornali italiani per l’offerta di una Carmen piuttosto fuori dalle convenzioni e dal previsto canone. La giovane argentina Valentina Carrasco fu la regista sulla bocca di tutti per aver portato in scena un allestimento dell’opera in un futuro non troppo lontano e macchiata di modernità fino all’inverosimile, con jeans and night club inclusi.

Ascoltando i commenti di chi vi aveva partecipato allo spettacolo e leggendo alcune testate da quest’altro lato d’Europa, la situazione sorprese anche me. Com’era stato possibile lasciare che costumi moderni e sceneggiature neanche vagamente mitizzate entrassero il sacro tempio delle Terme? Com’era stato possibile far assistere ad un pubblico in attesa del tradizionale balletto una trasposizione così spinta?

‘Ai posteri l’ardua sentenza’.

 

 

50 sfumature di caffè

Espresso, double espresso, Espresso Macchiato, Espresso Con Panna, cappuccino, Americano, Iced coffee, latte, Flat white, cortado, caramelatte, Latte Milano, caramelatte with semi skimmed milk, cappuccino with soya milk, mocha, white chocolate moka.

E la lista continua, soprattutto perché non siamo ancora passati ai tè. Gli accoglienti coffee shops inglesi, profumati di chicchi macinati e panne dolci, sono in realtà dei locali piuttosto trafficati. Non perdendo la freneticità di molti altri luoghi londinesi, i clienti entrano, ordinano una delle tante varianti nel menù – possibilmente con un’opzione personalizzata, che va dalla cream on top, al caramello doppio, al cioccolato in polvere – e portano via in uno dei bicchieroni di carta con tanto di coperchietto di plastica e stecchetto di legno a mo’ di cucchiaino.

Se invece è stato scelto il drink in, la bevanda viene servita in una bella tazza di ceramica, con piattino ed eventualmente vassoio, al modico prezzo di dieci pences in più sul saldo finale. Non è anomalo pagare con la carta di credito – soprattutto se contactless. E non è infrequente fermarsi a ricaricare il cellulare, finire un lavoro sul computer, o sostare oltre un’ora ad uno dei tavoli con presa o sui sofà del locale, ben a distanza dal bancone del servizio.

Earl Grey, Breakfast Tea, Green Tea, Assam Tea, Chai Tea Latte, Iced Tea, Herbal Tea, Camomile, Jasmine Tea.

Il tipico tè inglese viene servito in una teiera, lasciata al cliente così da potersi servire da solo, arricchendo la bevanda a piacere con zucchero e/o latte. Il tradizionale English Tea include una torretta a più vassoi con mini tramezzini, pasticcini vari, e gli immancabili scornes, accompagnati da crema e marmellata. Si tratta di una vera e propria merenda, delizia dei turisti ed evento speciale della famiglia.

Per quanto diffuso sia il tè in Inghilterra, la tipica bevanda sta lasciando sempre più spazio al caffè; si badi, però, in tutte le sue varietà e capricci. Paese che vai, caffè che trovi. Ed essendo una capitale multietnica e multinazionale, Londra ha accolto e fatto proprie (tutte) le varie modalità di preparazione e di consumo di questa bevanda.

Una macchinetta moka classica sembra essere uno strumento abbastanza costoso e poco comune nelle case inglesi. Più economico e veloce è il caffè solubile. Soprattutto in ufficio, la bevanda così lunga sembra durare per tutta la mattinata o pomeriggio, sempre fumante nelle capienti mugs, mantenendo un livello di caffeina sostenibile e necessario per portare avanti il lavoro. Un po’ come il caffè americano, ma meno acquoso.

Il caffè in filtro sembra stia lentamente scomparendo per la scadenza del risultato, anche se sia ancora l’ultima spiaggia in caso non ci siano alternative o per ritiri sperduti con pochi supermercati nelle vicinanze.

La French Press, o caffettiera a stantuffo, è molto di moda. Per la complessità richiesta nel miscelare la giusta dose di macinato e acqua – quest’ultima al punto giusto di calore, bollente ma non bollita – rimane una tecnica piuttosto fine, ma comunque più portatile rispetto alla moka Italiana, richiedente la fiamma viva di un fornello. L’unico inghippo risulta ancora una volta il macinato fresco: la Lavazza diventa oro – nel vero senso della parola – sugli scaffali dei supermercati inglesi. Ma buone alternative, a portate di tutte le tasche, sembrano essere anche il marchio Starbucks e Fair Trade.

La questione è molto semplice: non si può entrare in un coffee shop, ordinare solo “un caffè, grazie”, e aspettarsi la piccola tazzina da bere in un sorso o da finire scambiando quattro chiacchiere al volo con un amico in piedi vicino al bancone. Allo stesso modo, andando a trovare qualcuno a casa, l’offerta varia con tè, succo di frutta, e in ultimo caffè, il quale non è detto vengo preparato con una moka, avendo a disposizione così tante varianti.

La dinamica cambia, il consumo che se ne fa è diverso, il momento di condivisione che la pausa caffè rappresenta in Italia non è lo stesso. A detta della mia coinquilina, bisogna essere italiani per saper fare un espresso decente, non sciacquato, pur avendo la stessa macchinetta e lo stesso macinato. Ho provato a spiegarle la tecnica della montagnetta e del livello dell’acqua, ma qualcosa va sempre storto.

La tradizione nel nostro paese ha prodotto l’eccellenza ed il primato in un buon espresso. E non è un caso che la maggior parte di quelli che ordinano il ristretto e mini “single espresso” nei coffee shops inglesi siano sempre italiani.

Nel Chai Latte ho compreso l’aroma del tè indiano. Nel solubile, vedo la comodità di un caffè preparato al volo. Nella French Press ho trovato l’alternativa di compromesso, tra un caffè lungo ma con il macinato. Nella Mocha, capisco la voglia di mescolare gusti e ingredienti diversi, tra il dolce, il latte e la caffeina. Con i divani e le prese di corrente dei locali ho intuito il significato del binomio caffè/attività – che sia lavoro, studio, o programmazione – piuttosto che bevanda da pausa o digestivo post pranzo.

Qualunque sia la sfumatura scelta, c’è un caffè per tutti. In una società che sembra aperta e che accoglie e promuove il nuovo, la varietà nelle miscele e le molteplici modalità di preparazione rispecchiano una certa fluidità e, perché no, un certo individualismo e personalità nelle scelte e nei gusti.

Non privatemi mai, però, della mia Bialetti, please.

Differenze di volume

È un fatto curioso che la tradizione riporti il 23 aprile sia come data di nascita che di morte di William Shakespeare. Di sicuro, si sa solo che il famoso poeta sia stato battezzato il 26 aprile 1564. Miti e incerti scribi hanno fatto il resto perché i giorni coincidessero.

Sta di fatto che il Regno Unito è in festa ad aprile. Celebrazioni particolari si hanno in Stratford-Upon-Avon, città natia del Bardo, ma anche a Londra. Il Globe Theatre, meta sempre affollata di turisti e fan del teatro, organizza ogni anno un programma speciale per far memoria del drammaturgo.

Il primo aprile che ho trascorso nella capitale inglese, il teatro circolare aprì le porte gratuitamente a tutti coloro interessati a visitare il museo al suo interno e magari intrattenersi a sentire estemporanei monologhi dal palco. Caramelle con su scritto “Hamlet” (che allora si avviava per un tour globale della durata di due anni) e attività per bambini nello spazio teatrale al coperto erano alcune delle chicche della giornata. Il tutto, però, voleva fare da aperitivo ad una festa ancora più grande, l’anno seguente, quando sarebbero stati ben 400 anni dalla morte del poeta.

Mi fermo un paragrafo per dare qualche informazione in più di localizzazione. Il Globe Theatre si trova al Southbank, una zona centrale bagnata dal Tamigi – un po’ come a dire il Trastevere inglese. A costeggiare il fiume c’è un lungo camminamento collegato all’altra sponda da alcuni dei più famosi – e belli, soprattutto con le luci notturne – ponti di Londra, tra cui il Tower Bridge, il London Bridge, il Millennium Bridge, e via dicendo. Lungo questo percorso, il Globe è in buona compagnia: sul camminamento del Southbank si aprono anche le porte del National Theatre, del Southbank Centre, per non dimenticare i tornelli del London Eye.

Nel 2016, per celebrare il quattro-centenario del Bardo, sono stati installati 37 schermi lungo il Southbank. Il progetto, chiamato “The Complete Walkprevedeva la proiezione gratuita, per tutto l’ultimo weekend di aprile, di 37 video – della durata di 5-10 minuti – con scene tratte dalle commedie e tragedie di Shakespeare, girati sui luoghi reali di ambientazione delle pièces. Questo include, certo, Romeo e Giulietta a Verona, La Bisbetica Domata a Padova, e Coriolano ad Ostia Antica.

L’anno seguente, la British Library mise in piazza, a Trafalgar Square, dei QR codes che indirizzavano al download delle scannerizzazioni del primo folio di alcuni dei manoscritti di Shakespeare. Avere il pdf ad alta risoluzione del primo folio dell’Othello sul cellulare, lo confesso, fa una certa impressione. Per non parlare dello spettacolo Shakespeare Son et Lumière: una colorata animazione, di circa undici minuti, attraversava quasi tutte le opere teatrali di Shakespeare, proiettata sulla facciata della Guildhall Art Gallery e accompagnata da narrazione drammatica dei più famosi versi.

Insomma, non c’è modo di scappare al fascino del grande poeta qui.

Mentre ero in piedi di fronte alla gigantesca candela digitale proiettata sulla facciata del diciannovesimo secolo della Guildhall, accompagnata dall’altisonante “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, ripensavo al mio volumone di letteratura italiana.

Adoro le opere teatrali di Shakespeare, e ancor più adoro i vari riadattamenti e modernizzazioni delle sue tragedie. Ma proprio non riescono a prendere il posto di quel più antico “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”.

Attraversando la penisola, in qualsiasi secolo della storia italiana, si scopre una ricchezza inestimabile di versi e di personaggi da poterci coprire non uno, ma mille di palazzi con proiezioni digitali. Agli occhi spalancati di familiari ed amiche italiane che ascoltavano i miei racconti inglesi dei vari progetti culturali ai quali avevo assistito, presentavo anche la mia frustrazione e il desiderio di costruire scenari simili per un patrimonio ben più ampio e profondo di quello del Bardo.

La letteratura inglese ha sicuramente molto da raccontare al di là di Shakespeare, ma è curioso vedere come da quest’unico poeta – che sia realmente esistito o meno, a seconda della tradizione che si vuol seguire – ne è stato sviluppato quasi un mito, incantando le nuove generazioni e turisti da tutto il mondo.

Scherzando con alcuni colleghi qui, ricordo loro, di tanto in tanto, delle ambientazioni tutte italiane di alcune tra le più famose opere presentate dalla Royal Shakespeare Company. Ma sembra poco importi loro della Roma repubblicana o delle follie di Caligola, perché il Cesaricidio è uno degli avvenimenti più importanti e drammatici, in fondo, giusto? Altrimenti se ne sarebbero scritte tragedie anche al loro riguardo, come è stato fatto per la storia d’amore di Antonio e Cleopatra.

Come fare a dire che, si, in realtà ci sono volumi, versi, libretti, per tutte le fasi della nostra storia, per l’amore corrisposto o no, per la divisione dell’essere umano in centomila, per le storie d’onore e di sangue della mafia, che rivelano ben altro che il fascino di Al Pacino e Marlon Brando.

C’è il problema del dialetto, è vero, per molte opere. Ma l’inglese di Shakespeare, preso puro, non è molto più comprensibile dei primi sonetti Danteschi. Il medium – il termine stesso ci riporta alla tradizione latina – attraverso cui aprire i libri e raggiungere il lettore, è la chiave. La letteratura è attraente, la cultura affascina. Eppure, anche una rosa senza acqua e senza esser esposta alla luce del sole muore ed il seme rimane chiuso in sé.

L’invito e la speranza è che scaffali e vetrine siano sempre più aperti, in un dialogo con le nuove tecnologie e con la creatività delle nuove generazioni, per far sentire le opere più vicine ad un pubblico, vecchio e nuovo, che cerca, indaga, è curioso. C’è fame di cultura e di poesia, troviamo il modo di impiattarle.

Welcome on board! Cristiana Ferrauti – blogger #theitalians

Multimediale è la parola chiave per le nuove frontiere del giornalismo. Insieme a Multitasking e multiskilled, sono le tre parole per la sopravvivenza e la buona riuscita nella frenetica metropoli Londinese. La bussola di tutto, però, rimane un’insaziabile curiosità per le storie e la poesia della conoscenza.

Cristiana Farrauti ama specificare di essere romana, oltre che Italiana, perché nella Capitale ha imparato ad apprezzare ed amare la cultura in tutte le sue sfumature, dalle lingue antiche ai manoscritti, dagli affreschi alle maestose statue di marmo.

Classe ‘92, si laurea in Scienze Umanistiche alla Lumsa. Dopo un paio di mesi è all’aeroporto di Fiumicino con un biglietto di sola andata per Londra, pronta (o quasi) per un anno all’estero in vista del conseguimento di un Master in Giornalismo Multimediale alla University of Westminster. Il risultato è stato non solo una rubrica arricchita di amici dall’Asia, Europa dell’Est, o Irlanda, ma anche un portfolio colorato di collaborazioni varie con magazines e charities, che si tratti di recensioni, interviste, o lavori con i social media. Nonostante i prezzi esagerati di pasta e parmigiano, i caffè espresso un po’ sciacquati e la pioggia ininterrotta, la città diventa sempre più familiare e, al di là della stereotipica freddezza inglese, accogliente.

Proprio per rompere con gli stereotipi, Cristiana ci parlerà di qualcosa al di là del cliché finanziario della capitale. In punta di penna – perché la penna ferisce più della tastiera – vuole aprire lo sguardo sulla Londra che trabocca di spettacoli, di letteratura, e di multinazionalità.