Vivere all’estero & portafogli: penny risparmiati sono penny guadagnati

Mi alzo e la prima cosa che vedo dopo aver spento la sveglia è un SMS automatico della banca che mi avverte che mi è stata depositata la paga del mese – ‘SOGLIA SUPERATA’ . E’ fine mese, è pay day, ed è sempre una sensazione di festa mista a sospiro di sollievo che fa dire a colleghi giovani e non: “Oh, birra dopo l’ufficio stasera allora?!”. In viaggio verso lavoro, tra una fermata e l’altra della metropolitana, usando il Wi-Fi delle stazioni, apro un paio di pagine sul telefono: apro ASOS e lo richiudo subito, apro Rightmove (piattaforma di agenzie immobiliari) per controllare se ci sono nuovi bilocali nella zona in cui sto cercando e, guardando gli affitti e i depositi, mi sento subito in colpa per aver fatto scorta di costosi avocado la sera prima.

Soldi e spese non sono esattamente uno degli argomenti più facili, o più socialmente accettabili di cui parlare in compagnia di amici e famiglia, specie all’inizio di una carriera / vita ‘adulta’. Come mezzo mondo sa, città come Londra sono armi a doppio taglio: piene di stimoli e tentazioni ma costose da far impallidire un fantasma. Pur con uno stipendio decente, che convertito in Euro, e applicato alla vita in Italia farebbe dire a chiunque “bell’inizio alla tua età!”, mi ritrovo a Googlare cose come “creare budget personali”, “tassi d’interesse sui conti risparmio”, oppure – per quando mi sento più avventurosa – “fondi investimenti per under 30”. In quest’ultimo anno e mezzo, sono diventata molto più responsabile finanziariamente, molto più accorta, accarezzando quella mentalità più zio Paperone che Paperino che stuzzica le mie manie di controllo.

Ci lamenta spesso in certi circoli di come la scuola (italiana ma ovunque è così, ve lo assicuro) non prepari a pagare tasse, a paragonare e scegliere prodotti bancari, a investire e risparmiare – partendo dall’importanza dei fondi pensione. Cose che però sono inevitabili nella vita, e finiscono per diventare un campo minato nel momento in cui s’inizia a diventare completamente indipendenti. Tuttavia posso dire che l’ambiente qui nel Regno Unito favorisce una certa auto imprenditorialità nel gestire le proprie finanze, sostenuta da agevolazioni governative e non verso i giovani che vogliono impegnarsi a mettere via qualcosina per il futuro. O ripagare i debiti d’onore delle università inglesi – argomento controverso che non mi permetto di toccare.

Ci sarà una spiegazione storica senz’altro, sicuramente dettata dal retaggio della Sterlina (nei secoli pre-Brexit per lo meno, e post-Brexit chissà), dell’importanza della City come una delle capitali della finanza globale, sarà l’etica protestante che ha nei secoli soppresso l’equazione ‘denaro = cosa sporca’. In lingua inglese, è un fioccare di editoriali sul Financial Times o The Economist di manuali di sopravvivenza per Millennials che vogliono essere finanziariamente stabili, blog di ragazzi e ragazze che vogliono sentirsi appagati nel lavoro che fanno e al tempo stesso vogliono assicurarsi di avere un futuro solido, coprirsi le spalle di fronte alle instabilità della macroeconomia targata anni ’10, lo spauracchio di affitti, mutui e carte di credito. Sì, la mia nuova passione sono approfondimenti di questa natura, quando prima la mia ricerca media su Internet era ‘rossetti rossi freddi o rossi caldi?’ (Scherzo. Forse).

L’atteggiamento intraprendente dei miei coetanei inglesi mi ha fatto abbandonare scetticismi magari tutti italiani (la bankehh!!1!), magari tutti miei, nei confronti di questo argomento delicato, che nessuno di noi – emigrati e non – può permettersi di soprassedere. Iniziative per i giovani rivolte all’educazione finanziaria sono un buon punto di partenza guardando a programmi per chi è ancora nella scuola dell’obbligo, ma bisognerebbe in generale favorire una cultura meno timida e più onesta sulla questione ‘denaro e come gestirlo’ anche per noi nella fascia di età 20-30. Una raccomandazione che va di certo di pari passo a necessari cambiamenti sistemici in Italia, in come il mondo del lavoro, le aziende e il settore finanziario stesso si rapportano con i giovani, nelle opportunità a disposizione. Il mio consiglio iniziale è riconoscere che l’argomento non deve essere taboo, e che è meglio prenderne dimestichezza fin da subito: dalle emoji di banconote 💵 📈 ai fogli Excel, vi prometto il futuro voi stesso vi ringrazierà per la lungimiranza.

SE ‘STAY HUNGRY’ E TU LO SAI…

Questo è un post molto sofferto – dove vi racconto del lato più banale se volete dell’Italian emigrato. Il lato quasi di hangover, quello dove le cose non luccicano in toni marmo bianco-oro rosa, del ‘welcome to my beautiful life’, ma dove nemmeno sono disperate. Sono e basta. La vita normale tipo, quella che magari non rafforza la convinzione che la vita all’estero sia un susseguirsi di party con la Regina d’Inghilterra e start-up rivoluzionarie. Noi Italians non siamo sempre in corsa disperata per il prossimo grosso passo/progetto – proprio no, e lo scopro a spese mie. Bravo Steve (Jobs), grazie millissime, ci dai queste idee (‘Stay hungry, stay foolish!’) e poi te ne vai e io non posso prenderti a schiaffi.

La fame che ho nella testa non è molto sana: è fatta di processi e attese come antipasti, ma cerca e sogna risultati come se fossero la sola portata principale. Ed è forse, in tutta onestà, un lato che devo affrontare con una buona dose di senso critico. Si finisce per vivere all’estero come un avamposto di se’ stessi, con un bagaglio di amicizie e famiglia sempre più leggero come presenza fisica, che rimane sparso a incastro su altre latitudini e zone orarie. Ci vuole, e lo ammetto con orgoglio, una buona dose di testardaggine e determinazione per non restare troppo fermi in un posto.

Perché quando ci si ferma, si pensa. Nel mio caso, si pensa troppo. “E ora che sono qui dove volevo essere?” Non che abbia vissuto, fino ad ora, lo studio in Asia, in America, il lavorare in Europa (continente e non, per stabilirsi poi nell’isola del ‘non’) col fiato sospeso di chi deve ingozzarsi senza un domani, senza valutare e riflettere. Per carità, spesso negli ultimi anni è stato il contrario: un susseguirsi di riflessioni, riflessioni ponderate ma lampo perché spesso dettate da scadenze, opportunità che se non afferri al volo che fai, aspetti?

Io sarei capace di smettere di preoccuparmi soltanto se mi dessero una botta forte in testa. Chill. Ma che chill. Nella mia fretta di fare e ansia di arrivare, quei continui scatti da centometrista disperato, non mi sono quasi mai chiesta cosa sarebbe significato stabilizzarsi a un passo più mantenuto, da corsa lunga.

Diventa la vita di tutti i giorni, dettata da ritmi che non conoscevi ancora quando tutto era un susseguirsi di appelli e aerei da incastrare, bandi e graduatorie, piani studio e stage extracurriculari, serate di aperitivi e (finte) clausure in biblioteca. Anche se sei all’estero, diventi quell’imperturbabile individuo che sono stati, a loro tempo, i tuoi genitori, quando non ci si spiegava bene la loro assenza per sette, otto, nove ore al giorno dal lunedì al venerdì.

Ora che la carriera si avvia, il passo è cambiato, con orari da ufficio, carichi di lavoro in salita e impegni extra fissi e sobri di ogni settimana (la palestra, la birra con gli amici, i mestieri della domenica, le uscite per ‘fare due passi e sgranchirsi’). Nella mia isola di ogni giorno, mi sono ritrovata a non poter più organizzare ogni mossa da un mese per l’altro, a non dover fare magie per incastrare le mie famose ‘cose a caso’, ad avere sempre meno imprevisti, meno ignoto con cui misurarmi e meno domande di breve termine.

Io, ovviamente, dovendo problematizzare ogni cosa, vedo questa nuova fase con occhio sospetto. Fatico a cambiare quella parte frenetica che mi ha portato a Londra. E quindi, e quindi… Annaspo in cerca di sbocchi, oltre a tutta la dedizione che posso mettere nel mio lavoro: il volontariato, il book club, riprendere in mano lo studio di altre lingue, e se il dio Amazon mi sorride e non perde il mio pacco, pure il punto e croce. Il tutto per dire che ho scoperto una nuova virtù, che poco mi appartiene: la pazienza. Ma non la pazienza mordi-e-fuggi, dove poco manca a quello per cui si pazienta e in fondo si vede l’obiettivo, con quella mi sono sempre misurata. Piuttosto, la pazienza che non ha un vero volto, che si traduce nella laboriosità di ogni giorno, concedendo che questa a volte possa essere ripetitiva, nel trovare ispirazione, idee, capitale di tempo ed energie da spendere in progetti propri di ambizione e arricchimento.

La decisione di vivere all’estero si sta sedimentando con implicazioni che non erano visibili finora – in fondo è tutta questione di imparare e scoprirsi, o sbaglio? De-romanticizzando finalmente il mio status di Italian, in cui sono sicuramente molto meno glamour della studente-stagista cosmopolita di fino a un anno fa, mi rendo conto che sono qui per costruire, non per sbocconcellare. Sto navigando contro il mio cortocircuito dell’ ‘hungry and foolish ad oltranza’, e riscoprendo una Italian che quasi non conoscevo, ma con cui spero potrò convivere a lungo, sia in tempo di valigie sia in tempo di pace.

Ma all’estero un Italian invecchia o matura?

Il quarto di secolo! Cinquepercinqueventicinque! Il mio numero preferito dopo il 21, e anche a voi affetti da sinestesia, non sembra un numero colorato di giallo? Manca poco meno di una settimana e ufficialmente sarò lì, a dover ricordare un nuovo numero alla domanda ‘How old are you?’.

Ma ma ma… un attimo di prospettiva, per una piccola Italian trapiantata Oltremanica. C’è una differenza tra avere 25 anni in Italia e averne 25 all’estero, e sta molto in cosa è più o meno normale per il tuo coetaneo, in cosa ci si aspetta dal suo percorso studi e carriera – e quindi, di conseguenza, di cosa ci si aspetta dal tuo. Chiariamoci, se il tema vi fa roteare gli occhi causando cecità e dunque impedendovi di proseguire la lettura, potete congedarvi già qui e augurarmi un buon compleanno. Se vi causa nausea e ansia e tristezza fino a dovermi abbandonare qui, sappiate che lo capisco.

Nella classifica di cose ‘lamentarsi come mestiere’ ci sono sicuramente i compleanni, intesi come somma delle candeline sulla glassa. Improvvisamente non è più una scusa per mangiare una torta e compilare una lista regali, ma diventa una specie di ricorrenza auto-celebrativa/auto-commiserativa  in cui si paragona la propria immaginaria lista dei ‘DA FARE/FATTO’ con quella di chi ci circonda o di chi ci precede negli anni.

I 25enni inglesi – siamo onesti, parlo di quelli di più o meno simile pari estrazione sociale (mamma mia che brutto termine, giuro che lo intendo all’inglese, non gridate ‘classista!’, ‘borghese!’), più o meno simile grado di istruzione etc etc – sono spesso più vecchi di me. Motivi?

Non è un mistero che gli anni di studio in UK sono minori rispetto all’Italia. Paragoniamo (again, escludo chi si ferma alla scuola dell’obbligo):

  • 4 anni di superiori (vs. i 5 di liceo o simili)
  • 3 anni di ‘Triennale’ (99% dei Bachelor’s, che si finiscono in tre anni tre per motivi che includono: quasi impossibilità di rifiutare voti degli esami, si prende quel che si prende, nessuna tesi protratta a discussioni fuoricorso etc etc)

Tirando le somme, lo studente UK si laurea nell’estate/autunno dei suoi 20-21 anni, a volte con in mano già un contratto ottenuto in primavera durante la caccia di job fair  in job fair, o domande a graduate scheme (ambitissimi contratti tendenzialmente a tempo indeterminato riservati a laureandi e neolaureati) in settori sia pubblici sia privati. La Magistrale, il Master’s Degree che occupa uno, in rari casi, due anni, non è necessaria per trovare lavoro, e spesso viene posticipata come specializzazione dopo qualche anno di carriera, per approfondire una tematica specifica.

Quindi, a 25 anni, nella più rosea delle ipotesi, i miei coetanei hanno due, tre, quattro anni di esperienza nel mondo del lavoro. Non è questa la sede per filosofeggiare di cosa sia meglio, dei ‘eh ma loro sono più generalisti dei nostri laureatiiiih!!11!!’. Vi racconto soltanto di come i miei coetanei, quelli più fortunati, parlano di chiedere mutui e comprare la prima casa; di come alcuni si sentono pronti per un anno sabbatico con i soldi risparmiati in questi anni per viaggiare o andare a fare volontariato su altri continenti; di come si paragonino, nelle pause caffè in ufficio, i migliori fondi investimenti/fondi pensione, e ‘scusa hai sentito che Daniel si sposa tra 5 mesi???’. I 25 anni sono il loro momento di riflessione, misurarsi il polso e dire, ok, tutto sotto controllo – la crisi del quarto di secolo (che cercata su Google in Italiano elenca risultati che includono, ansia da prestazione, senso di soffocamento, smarrimento, sfiducia e altre allegrie).

Esempio di meme/post Anglofono che intasa feed su Instagram/Facebook/Pinterest/Limortacci:
onaging

Anche se magari si lamentano di questa ‘fretta’ intrinseca, sono coetanei che corrono, e sono sicura che ogni Italians in UK ne conosce una manciata o due. E sa anche che sono parametri di misura generalmente molto diversi dal coetaneo in Italia. Con chi possiamo identificarci? Quanto è giusto usare coetanei stranieri nel nostro nuovo Paese di ‘adozione’ come metro di paragone? E quanto è giusto invece guardare all’Italia? Ognuno fabbro della propria fortuna, certo, ma vivendo non in uno ma ben in due tessuti sociali diversi, a volte la prospettiva del proprio percorso e delle proprie conquiste si perde un attimo. Risparmiatemi i mini-violini della tristezza e apriamo un discorso sulla competitività demografica (e anagrafica), visto che la materia è ormai sulla bocca di tutti (menzione speciale per la freschissima campagna a favore delle nascite che ha raggiunto nella sua idiozia anche questi lidi, e vi giuro che questa bozza era nata prima!).

Per ogni richiamo ad affrettarsi a essere creativi tra le lenzuola e non aspettare la cicogna, a prendere quella dannata laurea senza troppo tempo fuoricorso che mamma e papà non possono sostenerti per sempre, vorrei si parlasse di cambiamenti strutturali all’istruzione a ogni grado e all’inserimento e gestione dei giovani nel mondo del lavoro. Cosa ci impedisce di discutere in modo costruttivo di idee e proposte come: accorciare le secondarie di primo e/o secondo grado; rendere competitive le lauree non-scientifiche (quelle che fanno tanto ridere i progressisti tutti ingegneriamedicinafisicaescienze) con moduli di business/IT; abolire il concetto di tesi riscritta fino allo sfinimento del relatore o del candidato; creare schemi di assunzione o inserimento a quote per tutti i gruppi disciplinari. Rimane fanta-economia (‘con i soldi di chiii?’), rimane fanta-politica (‘ma chi le voterebbe ste coseeee?’): rimane il Paese che sorride ai miei 25 anni, sospira romanticamente alla mia impazienza di carriera (ma si irrita del mio disinteresse al ‘Prestigio della Maternità’, e si chiede perché’ io non senta “[… ] un senso di incompiuto”, e mi avverte che seguendo “[…] la strada della “mammamogliemanager” la conseguenza sarà – comunque – un senso di perdita o di inadeguatezza.”).

Allora non mi rimane che scegliere di celebrare i miei 25 anni con meno crisi possibili – cercando di allontanare dalla testa e dai progetti a medio termine sia la fretta di Londra sia le misure italiane – e scegliere di invecchiare e maturare poco per volta, scegliendo i paragoni come vitamine a piccolissime dosi, a giorni alterni e mai più di una volta al giorno.

Brexit Referendum: “Tornatene nel tuo Paese”

Va bene, sì, ha vinto il Leave. “Speriamo di riuscire a farvi tornare tutti nel vostro Paese, con tutti i lavori che ci prendete e i servizi che sfruttate“. Ho dovuto quasi pizzicarmi il braccio e chiedere di ripetere, “Non ho capito bene scusa”. È stata una prova simil-esperimento sociale, avere a che fare con un caso di discriminazione e intolleranza di prima persona, senza nemmeno nominare il contesto completamente inopportuno dell’essere a una festa a casa di amici di amici. Già, spiegatelo voi, agli stranieri, che ci sono Italians di tutti i colori – anche con mozzarella skin e tratti che sanno davvero poco di “sorella segreta di Monica Bellucci”.  Ma certo, corredata da classiche battute anglosassoni sulle linee del “gli Italiani non sono bianchi anche se tu poi lo sembri”. Molte grazie, queste mi mancavano. Cosa si aspettano di sentire quando mi presento come Italiana?

Questo è successo ben prima del terremoto Brexit, un paio di mesi fa. Chi era con me ha scosso la testa, prendendomi per il gomito e tirandomi via dal cerchio di twenty-somethings con birre in mano, “non lo ascoltare, è chiaramente un idiota”. Già, non tutti i 18-25 hanno votato Remain, non tutti si sentono generazione Erasmus, e – dato poco citato – solo il 40% degli aventi diritto in quella fascia si è comunque recato a votare. Un trionfo di democrazia diretta, ci dicono qui, “mica come voi ex-fascisti che nella vostra Costituzione avete scritto che i referendum non possono toccare trattati internazionali, che poi, ascolta, l’UE è politica domestica ormai no?” – e salutiamo qui anche un bel paragone col Duce, grazie molte di nuovo.

Si è sempre l’immigrato di qualcun altro, e in questo si deve sottostare allo stesso miscuglio di pregiudizi, domande, risentimento e sospetti che inconsciamente ‘a casa nostra’ proiettiamo tutti su chi entra in Italia. Complice il caldo umido del mio nuovo appartamento – un piccolo ma accogliente terzo piano / loft / sottotetto – ho dormito notti agitate, a volte chiedendomi cosa mi faccia vivere in un Paese dove la chiamata al voto negli ultimi mesi ha dipinto me e quelli come me come chi ruba il lavoro agli onesti cittadini britannici, e contemporaneamente se la spassa vivendo di contributi statali, i  benefits… pagati coi contributi dello stesso onesto cittadino britannico.

Non importa alla retorica politica del momento che si lavori in un ufficio, in un ristorante o in un negozio, che si abbia esperienza o si sia solo alle prime armi: la divisione tra chi è benvenuto e chi meno, tra high skilled e low skilled verrà appena si aprono le trattative con Bruxelles (only the brightest and the best!, Vogliamo er mejo e sciò tutti gli altri!). Ora come ora, sarei un gatto di Schrödinger, se solo non vi fossi allergica.

Mi riesce davvero difficile applicare a me stessa quei vizi e virtù e stereotipi che ci si aspetta dalle categorie “immigrato” e “Italian” già da separate, figuriamoci nel nesso “immigrato italiano”. Di quale idealismo beato mi sono nutrita in questi anni?! Uno dei momenti di confusione, un senso di tradimento di cui non riesco bene a liberarmi. Non è un segreto che la campagna del Leave sia stata centrata sull’immigrazione di massa, nascosta dallo slogan ufficiale del “Riprendiamo il controllo del nostro Paese”, e alla fine in quel calderone ci sono per forza anche io giusto? Non sono certo un’eccezione – la burocrazia e le regole si complicheranno anche per me indipendentemente da quanto presto o tardi Cameron (o chi per lui) deciderà di far partire il countdown dei 2 anni di trattative per uscire dall’UE.

Allora, me ne torno nel mio Paese come mi è stato suggerito sia di persona da individui poco raccomandabili sia dal clima accusatorio e irritato dell’Inglese medio? “You will be fine“, mica ti deporteranno, “Londra tra l’altro mica è l’Inghilterra vera”. Vengo rassicurata ogni giorno, e ne sono convinta, complice una nuova carriera corredata da contratto a tempo indeterminato e residenza in un quartiere hipster e in piena gentrificazione in Zona 2. We will be fine.

Italians che collezionano tessere elettorali

Il 5 maggio i cittadini di Londra sono andati alle urne per le elezioni municipali, eleggendo un sindaco laburista, Sadiq Khan. Mr. Khan è stato poi celebrato poi sia qui sia nel resto del mondo come il primo sindaco musulmano alla guida di una città delle dimensioni e dell’importanza di Londra. Avendo seguito la campagna elettorale da vicino e il clima generale di Londra, si è sicuramente trattato di un risultato quasi scontato, ma comunque giustamente da celebrare vuoi per simbolismo vuoi per tifoseria accanita – se ne sarà parlato allo sfinimento ovunque immagino.

Io il 5 maggio, per le municipali di Londra, sono andata a votare. Con il domicilio registrato nel Borough di Lambeth, sono ufficialmente nei registri elettorali – solo per le municipali. Non potrò, per esempio, votare il 23 giugno al referendum per Brexit, e non potrei votare alle nazionali. Ma sono andata a votare per scegliere il sindaco, i rappresentanti di circoscrizione e l’assemblea cittadina della città in cui vivo. Mi piace ripeterlo con un certo orgoglio, una certa aria di compiacimento – e quasi vi mostrerei un dito sporco di inchiostro, se solo si votasse così e se non fosse un poco blasfemo verso immagini storiche più o meno recenti che raffigurano le battaglie per il diritto di voto.

A differenza di quella che percepisco come la maggioranza dei miei coetanei, non mi sono mai considerata come appartenente a un fermo credo politico. Sono cresciuta in una famiglia normale, senza spunti militanti di nessun tipo, mentre un liceo storicamente ‘impegnato’ cercava di trascinarmi in direzione ostinata e contraria, andando invece ad alimentare un disinteresse diffidente e moderato. Compiuti i 18 anni, ho fatto il mio dovere civico e votato in ogni elezione, qualche referendum, a volte saltato a causa di permanenze all’estero, ma senza mai scompormi più di troppo, senza mai perdere il sonno e la ragione riguardo a niente. Un classico approccio alla politica, di cui non sento di dovermi vergognare. Dal mio punto di vista, generalmente la spinta alla partecipazione politica di molti giovani italiani segue il classico arco del ‘si nasce piromani – si muore pompieri’: grandi passioni politiche, grandi attivismi che poi si spengono e regrediscono col passare degli anni.

Sto vivendo un percorso opposto, complici certe materie di studio, certi tipi di vissuto e altrettante discussioni in università e fuori. Il 5 maggio, per la prima volta, sono stata contenta di andare a votare, e non per feticismi esterofili. Ho trovato il desiderio non solo di rimanere legata al mio Paese e a interessarmi delle sue vicende, ma anche quello di riconoscermi e far sentire la mia voce dove mi trovo adesso. Ed è per questo che sono più irritata dal non poter votare in 23 giugno che dal non aver potuto votare al referendum italiano sulle trivelle di qualche settimana fa – ecco l’ho ammesso. Nonostante il mio passaporto e carta di identità, mi trovo a scegliere una nuova appartenenza – quella di un domicilio estero – che si aggiunge a quella di sempre, riconoscendomi come cittadina consapevole sia dell’uno sia dell’altro paese. Con i dovuti pesi e misure, so riconoscere le opportunità date dal poter partecipare alla vita politica di più di un paese – quasi sperando di moltiplicare in questo modo le possibilità che la mia opinione possa far la differenza.

Grazie alla mia orrida mania FOMO (fear of missing out, l’ansia da social media), sbirciando vari contatti su Facebook, ho constatato che non sono l’unica Italians che è andata a votare settimana scorsa nel Regno Unito. Questo mi rassicura e mi fa gioire per vari motivi: la partecipazione politica di noi Italians non è uguale al lamentarsi dello status quo e poi chiudere la chiamata Skype, ma si sta evolvendo per includere realtà variegate, che intrecciano l’Italia e gli altri paesi di emigrazione. In secondo luogo, mi sembra di riscontrare come la vita fuori casa acuisca il desiderio di cambiamento e di rappresentanza, contribuendo alla nascita di una nuova classe di elettori, il cui numero cresce esponenzialmente di anno in anno. Siamo sempre più informati e sempre più coinvolti, ci impegniamo per rimanere al passo di ogni cambiamento politico da entrambe le parti della frontiera, ovunque essa sia. Una tessera elettorale in più oggi, una proposta di legge domani e una campagna elettorale tra qualche anno – indistintamente da dove e in che lingua vorremo appendere i manifesti.

Natale con i tuoi… Pasqua con i tuoi

Mi stavo domandando con quale maschera, da quale paese straniero iniziare, ma dopo le vacanze di Pasqua ho trovato qualcosa che preme ancora di più. I rientri sono importanti tanto quanto le partenze. La prima faccia da Italian di cui voglio parlare è quella di quando il biglietto andata e ritorno ci porta a casa, dalla famiglia e dagli amici rimasti nella città o paese di origine. Non si può scampare, spesso e volentieri nemmeno quando ci si trova letteralmente dall’altra parte del globo. Ho sentito raccontare di trasferte natalizie dalla Cina, dall’Australia, solo perché il panettone a casa è stato tagliato nelle solite parti uguali, con una fetta apposta per te. Non si può dire di no insomma.

Quando si torna a casa ci si pone sempre di fronte al dilemma di come raccontarsi con chi non condivide la quotidianità un poco diversa del vivere all’estero. Ci sono gelosie, rancori, i non detti e una montagna di eventi e avvenimenti delle vite altrui persi e sentiti come racconti di terza mano. Ci si deve preparare a vedere tutti un poco più stanchi e un poco più vecchi, a sentirsi irriconoscibili a propria volta. Ma sono giorni di festa, a sentirsi quasi, a poco a poco, degli zii e zie d’America rimpatriati per le vacanze, in versione ‘Millennial’.

Quello di cui è difficile capacitarsi è spesso l’astio e il risentimento a cui assistiamo da Italians che tornano a casa per un breve periodo, o quando ci ritroviamo davanti articoli triti che elencano statistiche sul fenomeno dell’emigrazione – puntando il dito e lamentando lo stato delle cose. Una cosa che si ripete con la stessa cadenza dei servizi sulla prova costume e sugli esami di maturità. Magari non dovremmo basarci su questi exploit giornalistici e sui commenti altrui, specialmente se emergono dagli angoli più scontrosi dei social media. Sarebbe come leggere la sezione commenti di YouTube o credere a ogni singola recensione su Tripadvisor: nocivo e sconfortante. Fioriscono  articoli, generalmente molto condivisi, su testate conosciute, che raccontano i perché dell’emigrazione Italiana, e insieme a essi il fiume di commenti e di giudizi di chi non si trova d’accordo, di chi non comprende e soprattutto giudica senza filtri. Choosy e bamboccioni? E lenti a studiare e laurearsi, lenti a trovare lavoro, ma comunque sempre pronti a partire. Innegabile come tutto questo sia parte di una cultura generale che sembra inasprire le critiche e cercare scontri generazionali a ogni occasione. Ma noi Italians abbiamo la faccia di chi sta facendo un percorso difficile da identificare, nonostante i numeri delle partenze siano in crescita, e comunque veniamo tacciati di aver abbandonato a nave che affonda.

Dobbiamo essere la generazione dei sensi di colpa? Del volere biciclette e pedalarle? Nel momento in cui torniamo a casa per le agognate vacanze e incontri di famiglia e amici, non possiamo che sentirci al centro di una tensione difficile: l’orgoglio della famiglia, il paragone con il coetaneo, le censure che ci autoimponiamo per non apparire – minimizzando successi e fatiche per la paura di sembrare troppo finti e troppo diversi. Ci si rende piccoli piccoli tra un uovo pasquale e uno spumante stappato per non urtare le sensibilità, arrivando alla profezia così auto-compiuta di sembrare altezzosi e distanti. Ci ricordiamo di santificare le feste, amando il Paese che per come è e come potrebbe essere. Siamo timidi in patria, e armati fino ai denti nella competizione all’estero. Non guardate a queste facce spesso stressate come a smorfie che deridono chi non è con noi. Siamo pronti a costruire ponti e creare network, proprio come facciamo qui a The Italians, con blog come il mio e soprattutto con le proposte sfornate dal nostro Policy Lab, per abbandonare quella mentalità  ‘noi vs loro vs voi’ e impegnarci a cambiare le cose. A casa, in Italia, la nostra maschera la vorremmo davvero gettare: per ora ci accontenteremo di sembrare stereotipicamente affamati di cucina nostrana, mantenendo la stoica, cauta espressione, soddisfatta-ma-non-troppo, di chi vive le cose un po’ di qua e un po’ di là.

Ore 9: Ricorda fare foto rinnovo passaporto

Stamattina sono arrivata dieci minuti in ritardo in ufficio a causa di un appuntamento molto glamour: 6 fotografie (formato fototessera che deve spaccare il millimetro a 35x40mm, £9.99, ‘Miss, here is your change‘) per il rinnovo del passaporto. Mi dispiacerà abbandonare quel documento un poco bruttino e ormai maltrattatissimo, soprattutto perché perderò visti e bolli di una manciata di paesi diversi, la testimonianza del mio percorso e dei miei viaggi in quattro continenti. Un secondo passaporto a 24 anni è comunque, in fin dei conti, un buon segno.

Mi serve con una certa urgenza, per motivi di lavoro e per una remota possibilità: che il Regno Unito lasci l’Unione Europea, quest’anno, un giorno, si vedrà. In questo clima di ‘Brexit‘ e discussioni pro e contro l’Unione, sono pur sempre un’Italiana a Londra. Nonostante io non faccia ancora parte di quella che risulterebbe al Censo Italiano come ‘tredicesima città italiana per abitanti‘ – devo ancora affrontare la burocrazia per spostare ufficialmente la residenza – sento di essere ‘più qui che altrove’, e con ottime ragioni per rimanere nel futuro più immediato.

Sono arrivata presto a concepire la mia carriera e vita personale come non legata necessariamente all’Italia come unica opzione e casa. L’aver studiato in particolar modo Lingue prima e Relazioni Internazionali poi mi sta portando lontano, sicuramente avvantaggiata da un punto di partenza positivo per quanto riguarda supporto da parte della mia famiglia. La mia faccia da Italian l’ho truccata negli ultimi 5 anni, in cui ho arraffato due lauree nel tempo più breve possibile nei tempi dell’università italiana includendo studio e tirocinio all’estero. L’obiettivo: entrare nel mondo del lavoro su mercati ai miei occhi più attraenti di quello italiano, spinta dal sogno di una carriera globale.

Cosmopolita dunque? … la mia identità di italiana all’estero si è rafforzata proprio grazie a questa vita all’estero, quasi come uno scudo e una rivendicazione della mia identità che non avrei saputo ritrovare altrimenti. Per carità, non tacciatemi di vano patriottismo da osteria! Non mi sono mai sentita più italiana di quando ero in Cina, di quando dovevo affrontare gli stereotipi alla ‘The Godfather’ in California o di quando in Brasile ragazzi e ragazze del posto mi raccontavano orgogliosi di nonni e bisnonni emigrati da tutt’Italia. Molti Italians sembrano riconoscersi in un simile processo di riscoperta, altri invece si distaccano totalmente da questa etichetta a loro stretta. Per esperienza personale posso dire però che questi ultimi sono sempre poco numerosi, e spesso semplicemente frustrati e disillusi nei confronti di un Paese visto comunque con affetto. Insomma, la storia di molti ‘Italians in fuga’ che ci è stata documentata in video, in ‘istruzioni per l’uso’ e reti varie di supporto e assistenza. La mia idea per ‘Facce da Italians’ è dettata meno dal concetto di fuga e più da un’accettazione riconoscente delle opportunità che ho potuto ricavarmi.

E quindi come sono questi Italiani che partono? Come vengono visti e come si presentano? Mi sono trovata spesso a fare domande simili nel momento in cui riconoscevo il mio bisogno di appartenenza e alle diverse culture e storie che mi si trovavano davanti. Sento davvero il bisogno di condividere questo esercizio di riconoscimento dell’ ‘Italian’, perché’ vorrei aiutare a sfatare il mito dell’expat altezzoso, di chi guarda il coetaneo rimasto in Italia dall’alto al basso, il mito che fa dell’Italian emigrato un piacione e un piagnucoloso in terra straniera. Chiarire questo punto, sia tra chi è via e chi è in Italia, è un passo necessario a capire i bisogni, le aspirazioni e le idee di chi resta e chi va, con l’idea, un giorno, di informare chi le politiche su questi temi le fa.

Nel frattempo, sul mio passaporto ‘very Italian’, una nuova faccia, per i prossimi 10 anni.