Le tempistiche della scelta

 

“Ogni impresa sembra impossibile finché non viene realizzata.” (Nelson Mandela)

 

Ed eccoci finalmente giunti a giugno, con le sue giornate sempre più lunghe ed le frenetiche ultime settimane di scuola prima della placida accettazione che ormai la fine è vicina.

La maturità ha abbandonato il suo mantello d’ombra ed aspetta che le maree di studenti italiani si gettino disperati tra le sue braccia nella speranza di potersi lasciare finalmente gli anni del liceo alle spalle ed iniziare il loro viaggio indipendente nelle istituzioni universitarie da loro scelte.

O anche no, visto che in Italia la scelta dell’università può essere facilmente posticipata alla fine dell’estate per potersi godere pienamente la libertà guadagnata con le ore passate sui libri a memorizzare fatti che nella vita non torneranno mai più utili – tranne che in quei brevi momenti di nostalgia durante le sessioni esami in cui le declinazioni di latino sembreranno giochi da ragazzi.

Per esperienza, anche i maturandi intenzionati a sottoporsi agli esami di ammissioni in facoltà come Medicina hanno la tendenza a rimandare ad Agosto l’inizio dello studio intensivo: dopotutto molti degli argomenti sono ancora freschi nelle loro teste e rilassarsi un po’ dopo anni di terrorismo psicologico caratterizzato da frasi come “La maturità vi farà a pezzi,” fa solamente bene alla salute mentale.

Mentre in Italia la scelta dell’università è ponderata e supportata da interminabili giornate di orientamento durante l’ultimo anno di studi, in Regno Unito lo stress per l’iscrizione inizia addirittura il penultimo anno: studenti e genitori consultano i vari elenchi compilati da enti indipendenti e giornali per scoprire quali università hanno ottenuto i punteggi piú alti in varie categorie d’interesse. Partendo dal numero di laureati impiegati nei primi sei mesi dall’uscita dell’ateneo, questi elenchi collezionano dati sul livello di soddisfazione degli studenti per dare un’idea generale ai futuri iscritti su cosa potrebbero ottenere a livello personale e professionale durante i tre anni di studio.

Essendo un processo totalmente estraneo a quello solitamente raccontato ai liceali italiani, il primo impatto che ho avuto quando mi sono dovuta iscrivere io è stato traumatico. Grazie al mio caro amico Google ho scoperto che anziché contattare direttamente l’ateneo scelto mi sarei dovuta iscrivere al fantomatico sito della UCAS, che annualmente gestisce le pratiche di iscrizione di migliaia di studenti su tutto il territorio britannico.

Registratami al sito ed immessi i miei dati personali, il sito mi ha in seguito inviato una lista di tutta la documentazione necessaria per presentare la mia richiesta d’iscrizione a massimo cinque università da me scelte: innanzitutto un elaborato in cui spiegare le mie motivazioni per intraprendere una carriera universitaria – un documento importante sia per monitorare il livello di conoscenza della lingua sia per permettere all’ufficio ammissioni di conoscere meglio il candidato – la lista dei voti ottenuti negli ultimi tre anni di scuola superiore, ed una predizione del possibile voto finale di maturità controfirmato da due insegnanti.

Molto diverso dalla semplice pre-iscrizione ed immatricolazione a cui si era sottoposta mia sorella.

Ottenuti questi documenti, scritto il mio elaborato ed ottenuto – dopo settimane di inseguimenti – due referenze dalle professoresse di Latino ed Inglese, sono finalmente riuscita a mandare la mia candidatura ai cinque istituti di mia scelta prima della data di scadenza. Quest’ultima varia in base alla facoltà scelta: medicina, veterinaria ed odontoiatria sono le prime a dover ricevere le richieste il 15 di Ottobre; le altre solitamente accettano la documentazione entro il 15 di Gennaio dell’anno in cui si vuole iniziare. Alcune università, la maggior parte quelle che includono corsi a sfondo artistico, rimandano a Marzo la presentazione in modo tale da consentire agli aspiranti studenti di creare un portfolio per dimostrare le loro doti.

Mesi dopo, quando ormai mi trovavo già a Londra e cercavo di capire come non perdermi dentro la torre di amianto anni ‘70 della mia sede, ho scoperto che alcune delle università includono nel processo di iscrizione un colloquio con i candidati in lizza per poterne giudicare personalmente il carattere e la voglia di lavorare duramente per una laurea. Col senno di poi non sarebbe stata un’esperienza così malvagia, visto tutti i colloqui di lavoro che sono venuti dopo.

Le cose sono un po’ diverse quando si tratta di proseguire gli studi dopo la triennale. Le iscrizioni per i master sono quasi interamente gestiti dalle università, che quindi hanno creati portali appositi per presentare il materiale richiesto all’ufficio di competenza interno. Questo significa che si ha un contatto diretto con i membri dello staff fin dall’inizio, un rapporto più personale rispetto a quello instaurato con la piattaforma UCAS precedentemente.

L’aspetto negativo è che bisogna creare elaborati diversi per ogni corso a cui si vuole accedere: tutto a posto se si ha il tempo ma diventa più complicato se l’iscrizione va di pari passo con l’impegno rivolto al progetto finale del corso o alla stesura della tesi. In quel caso bisogna sfoderare tutte le abilità di multi-tasker acquisite col tempo.

 

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

Il problema delle fonti ritardatarie

“La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce” Jean-Jacques Rousseau

Trovare fonti autorevoli è una cosa difficile. Trovare fonti autorevoli ti rispondano prima della scadenza è praticamente impossibile.

La prima settimana da reporter del giornale dell’università è stato un susseguirsi di telefonate snervanti e continui messaggi su ogni piattaforma social disponibile: avessi avuto Snapchat all’epoca non mi sarei fatta particolari problemi pur di ottenere una semplicissima citazione da usare in un articolo.

Settembre 2014. Londra soleggiata, il che è già di per sé è un miracolo, ed un caldo post-estivo amplificato dalla presenza di 20 baldi giovani in una stanza mal condizionata piena di computer e stampanti in funzione. L’anno del referendum della Scozia – e che se lo sarebbe immaginata di finirci meno di due anni dopo – dei mesi di grande tensione tra Israele e Palestina – che poi quelli ci sono anche se le news non ne parlano, ma nel 2014 hanno fatto davvero paura – e dell’epidemia di Ebola che continuava a mietere vittime sul continente Africano.

Soprattutto era l’ultimo anno di triennale, quello che valeva la candela: i primi due anni erano stati un allenamento, un continuo stato di tensione e nervi che avevano portato a questa minuscola redazione dove, per sei mesi, dovevi sbatterti per costruirti un curriculum decente per un buon inizio carriera.

C’erano come minimo altri quaranta aspiranti giornalisti suddivisi tra due stanze con cui dovevi competere per ottenere almeno un anelato spazietto nel giornale che dovete aiutare a lanciare – perché quello vecchio, che era andato bene per gli ultimi otto anni, improvvisamente non piaceva più ai tutor quindi bisogna inventarsene uno nuovo – o sul sito online. Non c’era tempo per gli errori: tutto doveva essere perfetto ed il ciclo di notizie costante.

Ovviamente io, con quel fare un po’ smargiasso da Sabauda, ero partita con l’idea di fare un bell’articolo su come l’epidemia di Ebola stesse toccando le centinaia di studenti che stavano ritornando a Londra dalle vacanze estive.

In linea generale pareva una bella idea: la notizia dopotutto era corrente, c’era voglia di sapere cosa stesse succedendo ma senza dover leggere per l’ennesima volta un articolo ricco di roba trita e ritrita su come la malattia potesse diffondersi e gli effetti che poteva avere sulla gente.

L’aeroporto di Gatwick, in seguito ad un incremento di casi, aveva aumentato i controlli dai paesi di colpiti; il governo aveva emesso linee guida su come comportarsi su suolo britannico; la gente su Twitter si lamentava dei ritardi e delle code.

C’erano  tutti gli ingredienti per una storia perfetta.

Ma poi eccole, che si avvicinano come i Cavalieri dell’Apocalisse affamati di sangue e frustrazione: le fonti che decidono di non risponderti. Perché fondamentalmente io mica li contattavo per lavorare. Non sapendo cosa fare chiamavo il ministero dei Trasporti e quattro aeroporti diversi per divertirmi, eccerto.

12 ore, otto messaggi Facebook, nove messaggi diretti su Twitter e millemila telefonate dopo, la notizia non era più importante. I professori avevano deciso che il cambiamento in fondo sarebbe stato più stilistico che editoriale, quindi ci saremmo dovuti concentrare sulle notizie locali.

Ora, non dico che tra gli articoli scritti nelle prime 48 ore di vita della nostra rivista ci fosse un futuro premio Pulitzer, però è stato estremamente fastidioso dover abbandonare un progetto perché qualcun altro aveva deciso di cambiare le regole. Adesso mi rendo conto che è stata una fortuita lezione di vita.

Quei sei mesi di apprendistato, segnati da giornate di nulla totale seguite da ore di pressione soffocante, hanno fortificato la mia pazienza fino ad arrivare ad un livello disumano e mi hanno insegnato che alle volte bisogna aspettare. Aspettare per la storia giusta, le parole più adatte* per meglio trasmettere quello che veramente si è capito e si vuole passare ad altri. Mi hanno insegnato che non sempre la prima idea è quella giusta e che l’ispirazione prima o poi arriva per tutti.

La mia prima vera storia non vedrà mai le carta stampata, ma me la ricorderò sempre come una pietra miliare della mia carriera. Ne sono seguite molte – sui più svariati temi, partendo dalle recensioni fino ad arrivare ad un accoltellamento – e spero ne seguiranno altre.

* Questo non è assolutamente un tentativo di rientrare nelle grazie delle due editors di The Italians che purtroppo sono costrette ad aspettare a loro volta che l’ispirazione colga i loro bloggers. Assolutamente no, vi pare?

Alle volte ritornano

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.” (Pino Cacucci)

Parigi è sempre bella, anche se devo ammettere di esserci sempre stata d’inverno. Non ho mai visto gli alberi sugli Champs-Élysées verdi, né mi sono mai potuta godere il sole sulla Senna: no, anziché l’approccio romantico alla capitale francese – quello che si vede nei film – io me la sono sempre goduta imbardata da capo a piedi per evitare la laringite.

Che poi a Parigi fa anche più freddo che ad Edimburgo.

Come potete vedere dal mio ultimo post, lo scorso dicembre ho passato una settimana a Strasburgo durante la sessione parlamentare mensile.

Dopo essere finalmente riuscita a trovare una sistemazione che non richiedesse la vendita né del mio primogenito né di un rene, e dopo aver avuto una lunga conversazione telefonica con la povera Sabine dell’agenzia viaggi – in un francese che ha probabilmente fatto rigirare Rousseau nella tomba – sono finalmente partita alla volta di Francia.

Per poter arrivare nella sede francese del Parlamento Europeo sono dovuta passare per Parigi, dove ho imparato che avere amici in Erasmus fa sempre comodo anche se vivono in minuscoli appartamenti raggiungibili solo con un ascensore pericolosamente stretto.

Lunedì mattina, nascosta dietro due sciarpe, mi sono avviata verso Gare de l’Est per prendere il TGV direzione Strasburgo.

Arrivata in stazione dopo due ore e mezza è iniziata la corsa ad ostacoli: la capitale della regione Grand Est – precedentemente conosciuta con il più rinomato nome di Alsazia-Lorena – ospita uno dei più grandi mercatini natalizi d’Europa. Durante il mese di dicembre le strade della città si illuminano di banchetti ricchi di cibarie tipiche ed idee regalo per i meno creativi.

Per far si che i turisti possano godersi pienamente l’atmosfera natalizia, tutte le vie centrali vengono chiuse al traffico e i bus vengono deviati, inclusa la navetta che porta al Parlamento. Ovviamente, forse in omaggio ad uno degli stati fondatori dell’Unione, l’ufficio centrale ha comunicato il cambiamento di percorso una settimana dopo la sessione mensile, quando ormai ero già ritornata in Scozia.

Trovato un tram che portasse al palazzo Louise Weiss, sede ufficiale del Parlamento Europeo, sono finalmente riuscita ad arrivare a destinazione e mi sono potuta godere per qualche minuto la visione di decine e decine di persone inghiottite in questo gigantesco cilindro di metallo e vetro come fossero formiche richiamate dalla loro regina. Il dolore alla spalla causata dallo zaino che mi portavo appresso da circa otto ore mi ha poi ricordato che dovevo ancora ottenere il badge identificativo per poi andare alla mia scrivania.

Badge in mano – oltretutto venuto talmente male che anche io stentavo a riconoscermi – è iniziata la seconda sfida: trovare il palazzo con l’ufficio dedicato agli impiegati dei vari uffici informazione sparsi sul territorio europeo. Credo di aver attraversato tre ponti, sei fiumi, due pareti infuocate e cinque piscine riempite di piraña prima di riuscire a trovare anche solo un cartello con un accenno di indicazione… diciamo che una cartina sarebbe stata utile, ecco.

Dopo gli ostacoli al viaggio iniziale – accompagnati nei giorni successi da picchi acuti di labirintite – mi sono potuta godere a pieno l’esperienza al Parlamento.

Quasi tutti i dibattiti sono aperti al pubblico, anche perché ci sono molte scolaresche che vengono appositamente portate a Strasburgo per vedere come funziona realmente il parlamento, ed è sempre interessante vedere dal vivo i politici che così spesso sembrano distantissimi dalle persone comuni. Si possono osservare gestualità e comportamenti che spesso si perdono al di fuori dei live-streaming, regalando quindi l’opportunità di capire anche minimamente meglio queste persone.

Durante l’ultima sessione dell’anno ho anche avuto occasione di partecipare alla premiazione del premio Sakharov, che annualmente riconosce individui o gruppi che hanno contribuito alla cause dei diritti umani. A Edimburgo avevo partecipato ad una serie di dibattiti organizzati da studenti universitari per discutere chi, secondo loro, fosse più meritevole di ricevere questo riconoscimento, ed è stata una vera e propria emozione essere presente alla premiazione del 2016.

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar sono due giovani donne (21 e 19 anni rispettivamente) irachene della comunità Yazidi rapite, e sottoposte ad abusi e violenze da parte dell’ISIL. Riuscite a scappare dalla loro prigionia ed a raggiungere l’Europa, sono diventate il volto e la voce della loro comunità, condividendo la loro esperienza con il mondo per cercare di accrescere la consapevolezza delle sofferenze patite dalla loro gente.

Vederle parlare davanti alle telecamere ed agli europarlamentari – molti dei quali si sono spesso espressi negativamente contro i rifugiati scampati agli orrori della guerra e dall’ISIL – è stato un vero e proprio onore che ricorderò sempre. Queste due donne sono sopravvissute ad orrori inimmaginabili e che hanno coraggiosamente deciso di parlarne apertamente per evitare che ciò possa continuare a succedere, fregandosene altamente dei critici per continuare a concentrarsi sul loro attivismo ed il loro messaggio.

— — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —

Il tempo fuori dall’emiciclo parlamentare l’ho quasi interamente passato insieme ai due stagisti di Londra ed alla nostra addetta stampa, che ci ha mostrato i servizi messi a disposizione dei giornalisti dal Parlamento Europeo: oltre all’equipaggiamento tecnico, i reporter possono usufruire di un servizio di ricerca che permette loro di mettersi in contatto con l’europarlamentare più adatto per ogni tipo di articolo/intervista, due studi video e quattro studi radiofonici. Ci ha anche poi rivelato che ogni mese viene tutto spostato da Bruxelles appositamente per la sessione mensile, in modo tale che tutti i video seguano le linee guida filmiche decise dal dipartimento generale di comunicazione.

Dopo quattro giorni passati tra conferenze stampa, ore in biblioteca a completare ricerche, un quasi frontale con Federica Mogherini ed alcuni istanti di rabbia isterica – cortesemente offerti da Nigel Farage – sono dovuta risalire sulla navetta alla volta della stazione per poter tornare nel minuscolo appartamento a Belleville per un’ultima notte in Francia.

E poi un giorno parti e vai.

“Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere ma non importa, la strada è vita.” (Jack Kerouac)

Lunedí vado a Strasburgo. E voi penserete: bravissima, ma adesso cosa c’entra col tema del blog?

Fondamentalmente niente, ma in senso lato tutto. Perché io lunedí parto per il mio primo viaggio di lavoro, e per poter partire ho dovuto seguire l’iter burocratico stabilito dal dipartimento delle risorse umane, seguito da una catena di email con la Sig. Sabine dell’agenzia viaggi e culminando poi in una meravigliosa telefonata Edimburgo-Bruxelles nella quale ho tirato fuori tutta la mia conoscenza della lingua francese.

Fatto sta che dopo quasi due settimane di limbo – ma quindi parto? E i biglietti? Quale linea di budget ho? – adesso parto ed improvvisamente ho realizzato che la scuola è veramente finita. Non ci sono piú le giustificazioni di assenza, o i genitori che vanno a parlare coi prof.

Non proveró piú la sensazione mista tra euforia e terrore del tagliare il giorno delle interrogazioni di fisica, o le nottate sui libri di diritto dei media.

Ho iniziato a lavorare come stagista per il Parlamento Europeo ad Ottobre: come quando sono partita per l’università nel 2012, il mio trasferimento in Scozia è giunto un po’ inatteso, ma forse la sorpresa è stata dovuta al fatto che mi ero dimenticata di aver fatto domanda.

Definiamola la piacevole conseguenza di una crisi di panico causata dalla costante domanda: “Ah, ma quindi poi cosa fai dopo che ti laurei?” alla quale ho sempre voluto rispondere con un “Ah, ma quindi quando la smetti di fare domande del cavolo?”

Comunque… durante uno degli attacchi di panico causati dalla suddetta domanda mi sono ritrovata a fare quello che tutti i neo-laureati e laureandi si ritrovano a fare almeno una volta nella vita, ovvero la mega-ricercona su Google.

Ora, Google puó esserti amico come esserti nemico. La cosa importante è avere una specie di scaletta con le parole chiave piú ovvie legate ad una determinata area di specializzazione: nel mio caso, vista la mia istruzione e gli interessi personali, la scelta ovvia è ricaduta su “giornalismo”, “politica” e “internship”.

Ore dopo l’inizio della mia binge-session – che sarebbe probabilmente durata minuti se non mi fossi fatta distrarre da Youtube, ma lí sono scema io – mi sono ritrovata sul sito del Parlamento Europeo. Design semplice, molto user-friendly e soprattutto improntato sul coinvolgimento degli utenti grazie al trucchetto del colore blu, ma questa parte è probabilmente involontaria.

Trovata la sezione stage, mi sono trovata a contemplare le varie opzioni offerte, suddivise in:

● Graduate traineeship, anche dette Robert Schuman traineeships, offerte a candidati laureati con interessati ad un percorso generale, per giornalisti o dedicato ad un approfondimento sul lavoro del Parlamento in materia di diritti umani (stage Sakharov). Si possono svolgere nelle tre sedi principali degli uffici (Strasburgo, Bruxelles o Lussemburgo) oppure negli uffici informazione del Parlamento (EPIOs) che si trovano nei paesi membri;

● Training placements per studenti con diploma di scuola superiore o studenti universitari i cui corsi includono uno stage obbligatorio;

Per essere accettati in questi programmi bisogna sapere almeno una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea – Inglese, Francese o Tedesco. Se però decideste di fare richiesta per uno stage in uno degli EPIOs dovete dimostrare di parlare la lingua del paese selezionato.

Scelto il percorso giornalistico ho compilato il form – ovviamente creato per creare ulteriori crisi di nervi grazie ad un delizioso limite di quindici minuti di tempo per la compilazione – e premuto invio. Circa tre mesi dopo (la scadenza per il periodo Ottobre-Febbraio è a Maggio) ho ricevuto una mail che non definirei proprio di conferma vista la mia confusione per circa due mesi prima dell’inizio dello stage. È stata la riprova che la terminologia burocratica è confusionale indipendentemente dai limiti nazionali.

Il 1 settembre mi è arrivata l’approvazione ufficiale del mio stage ad Edimburgo. E sí, mi sono sentita un po’ Harry Potter.

La squadra è piccola, e anche l’ufficio è minuscolo rispetto all’edificio Pierre Pflimlin che ospita gli EPIOs durante la sessione di Strasburgo, ma la ridotta dimensione aiuta a sentirsi subito parte del team. Ho un mio ufficio, e dei colleghi disponibili che mi aiutano a districarmi nella complessa realtà delle politiche Europee e Scozzesi.

A Strasburgo – una delle “missioni” previste durante il periodo di stage – sarò invece circondata da altri stagisti con i quali affronterò i labirintici edifici delle istituzioni europee durante la sessione del Parlamento, cercando di sopravvivere alle masse di eurocrati che ogni mese invadono la capitale dell’Alsazia e visitando uno dei piú rinomati mercatini di Natale d’Europa.

Scintille di Ricerca

“Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” (W.B. Yeats)

Non so se avete notato la funzione offerta da Facebook da un anno a questa parte: si chiama On This Day e raccoglie tutti i post, foto e video pubblicati in un determinato giorno a partire dall’anno di iscrizione alla piattaforma.

La maggiorparte delle volte ci ritrovo status risalenti ai primi anni dell’adolescenza, quelli che uno rilegge e si genera in automatico una fossa e dopo ci si puó seppellire dalla vergogna; spesso a questi si aggiungono anche quelle belle foto tipiche del primo decennio degli anni 2000, quelle scattate nei bagni dei locali con le amiche tutte in tiro in abiti che adesso farebbero solo venire dei dubbi sul buon gusto collettivo degli adolescenti.

Altre volte invece trovo post sulla scuola, i dibattiti fatti con gli amici sul partecipare o meno alle manifestazioni – come quella volta che i miei amici sono tutti andati a protestare mentre io mi facevo interrogare di storia ed inglese. Grazie mamma, questa me la lego al dito – o le trattative sulle programmate.

Lo ammetto, diciamo che non mi sono mai ritenuta particolarmente fortunata in materia di scuola: alle elementari se non sapevi la matematica non eri nessuno – io pippa ero, e pippa sono fedelmente rimasta – mentre alle medie mi sono ritrovata ad avere come insegnanti un caso umano dietro l’altro. Come la professoressa di francese che, avendo giá dei problemi pregressi, abbiamo rischiato di mandare in manicomio.

Al liceo ho avuto la fortuna di ritrovarmi una banda di amici che purtroppo – tanto loro i miei articoli non li leggono mica perché sono tutti rinchiusi in casa a studiare – mi porto dietro ancora adesso. Insieme a loro ho affrontato cinque anni di crescita e maturazione che mi hanno portata dove sono adesso.

È anche grazie a loro se ho sviluppato un apprezzamento per la ricerca: diciamo che viene piú facile fare amicizia se sei bravo a fare le ricerche o se hai un’innata capacitá di sapere cose inutili che poi risultano invece essere utili – come sapere se esiste un film sul libro da cui la professoressa prenderá ispirazione per le domande.

Devo ammettere peró che, come molte cose nella mia vita, la mia passione per la ricerca è stata fondamentalmente influenzata dalla mia voglia di fare i dispetti.

Quando dico fare i dispetti mi riferisco al concetto che in inglese si esprime con “Do things out of spite”: la traduzione italiana non è fedelissima, ma indica in maniera generale il metodo che ho deciso di adottare per vivere la mia vita.

Io al liceo facevo schifo nelle versioni di latino, tanto che la mia professoressa aveva probabilmente raggiunto la conclusione che il debito ed io saremmo andati a braccetto per tutto il liceo… Io per ripicca ho iniziato a presentarmi alle interrogazioni con approfondimenti di letteratura latina e non ho mai avuto il debito a fine anno. Peró ancora adesso mi rode un po’ che la soluzione suggerita fosse sempre la stessa: studia di piú, mettici piú impegno. Io dopo cinque anni e centinaia di versioni mi fermo a “Gallia est omnis divisa in partes tres.”

Quando ho iniziato l’universitá a Londra – anche questa “out of spite” visto che mio padre era molto restio all’idea all’inizio – mi sono ritrovata in un mondo basato sulla ricerca.

Mi sento di ribadire che in questo caso posso basarmi solo sulla mia esperienza di vita universitaria in Gran Bretagna, ma è una cosa che ho sentito molto in entrambe le facoltá e universitá frequentate: qui si è spronati a pensare fuori dall’ordinario.

Purtroppo, o forse per fortuna, gli schemi non mi sono mai piaciuti e ho sempre pensato che le lezioni migliori fossero quelle che non avevano una struttura ben definita ma da cui si imparava divertendosi.

Uno dei miei professori preferiti al liceo era il mio insegnante di italiano del triennio. Un ex sessantottino con piú di trent’anni d’esperienza alle spalle, Il Prof basava le sue lezioni sul sarcasmo ed il nonsense. Ho pagine e pagine di sue citazioni e consigli che superano largamente i confini del sensato – del tipo: “Cavalcanti non c’è dubbio che sia un poeta con la P maiuscola. Guinizzelli non è altro che un poetucolo con la mezza.” – peró le sue sono le lezioni che mi ricordo meglio perché mi costringevano ad andare a casa ed immergermi nei libri per riuscire a creare un pensiero sensato da usare alle interrogazioni.

All’universitá ho trovato un professore simile, che probabilmente ho giá menzionato in qualche post precedente. Anche lui era piú anziano rispetto a molti studenti – cosa che è cambiata nella mia seconda universitá, dove i professori avevano in media cinque-sei anni piú degli allievi – anche lui prone al sarcasmo. I suoi seminari iniziavano sempre con un riassunto dell’ultimisimo episodio di Homeland o di The Newsroom, ed all’inizio nessuno di noi studenti capiva bene perché si ostinasse a parlare di serie tv.

Poi abbiamo realizzato che aveva un piano. Il mio primo anno di universitá é stato nel 2012, un anno in cui sono iniziate a cambiare molte cose sia per il giornalismo che per il resto del mondo: l’Inghilterra si preparava alla pubblicazione del Rapporto Leveson sulle basi etiche del giornalismo Britannico dopo lo scandalo sulle intercettazioni del News of the World, la Scozia annunciava la possibilitá di fare un referendum sull’indipendenza, mentre la Siria si preparava al terzo anno di guerra civile.

Partendo dalle nostre discussioni sulle serie televisive, il mio professore ci ha spronati a vedere le cose da punti di vista diversi, analizzando determinate scelte mediatiche in base all’impatto che avevano sulle trame delle serie. Le nostre capacitá analitiche si sono sviluppate in maniera trasversale rispetto al metodo a cui ero abituata al liceo: non ero piú costretta a seguire una determinata linea di pensiero e a sviluppare la mia opinione personale su quella, ma potevo creare una mia interpretazione dei fatti e delle loro conseguenze.

Questo modo “alternativo” di insegnare mi ha aperto gli occhi sul quantitativo di opinioni che ci vengono continuamente offerti e che alle volte non siamo in grado di apprezzare pienamente perché spinti a seguire gli schemi, a stare alle regole di un sistema che spesso rimane troppo indietro per le generazione che aspira ad istruire.

Come dice la citazione scelta per aprire questo post, la scuola dovrebbe incitare lo studente a scoprire di piú. L’istruzione è una scintilla che continua a bruciare e bruciare senza consumarsi mai, che spinge ad approfondire senza accontentarsi mai delle informazioni generali che ci vengono fornite.

E sono convinta che i giovani italiani, ovunque loro decidano di farlo, continueranno a brillare grazie alla loro voglia di ricercare nuove risposte a tutto ció che li circonda.

Casa é dietro, il mondo avanti.

“E adesso andate, e fate errori interessanti, fate errori grandiosi, fate errori gloriosi e fantastici. Rompete le regole. Lasciate un mondo più interessante grazie al vostro esserci stati.” (Neil Gaiman)

Mi sembra passato un secondo da quando mi sono imbarcata per la mia avventura inglese: mi ricordo come se fosse ieri l’emozione e l’ansia di quando ho riattaccato il telefono e sono corsa giù per il corridoio – lo stesso in cui pattinavo quando ero piccola, ed in cui facevo le gare di scivolata con mia sorella – per dire a mia madre che, nonostante tutto, sarei andata a
studiare a Londra.

E invece sono qui, ad un anno dalla laurea ed a qualche giorno dalla consegna della copia definitiva della mia seconda, ma forse non ultima, tesi per il Master. Le dovute celebrazioni, in concomitanza con il mio compleanno, sono già avvenute e tra qualche mese, se tutto va bene, dovrò indossare una nuova toga per ricevere un altro diploma.

Per quanto sia felice della fine di questo ennesimo percorso d’istruzione, che mi ha dato l’opportunità di crescere non solo intellettualmente, ma anche come persona, mi si presenta una prospettiva poco allettante per il mio futuro. La cerimonia di laurea.

La cerimonia di laurea Inglese si celebra in pompa magna. Non ci si presenta impreparati, tutto dev’essere calcolato nei  minimi dettagli. I biglietti – ovvio, mica si può andare così, senza prenotare, alla propria laurea – vanno prenotati come minimo due mesi prima, così come toga e tocco d’ordinanza. Per la mia laurea triennale l’outfit era molto sobrio: nera la
toga, nero il tocco, ma con un punto luce color viola dato dal cappuccio – sì, ci sono state rievocazioni di Dissennatori e Batman: per quanto adulti il mondo ci dica di essere, ci sono delle opportunità che non si possono far passare.

L’abito da sfoggiare non deve essere strettamente da cerimonia come mi era stato suggerito dagli amici, visto che c’è chi si è laureato in jeans e scarpe da ginnastica, ma visto che mia madre sfrutterà per anni le foto scattate in mancanza di quelle di matrimonio e/o pargoli, lo sforzo andava fatto. Quei tacchi andavano indossati per forza.

Ora, visto che sono amica di incurabili secchioni – e di una studentessa di medicina che ci metterà anni ad arrivare alla laurea, ma la sua è una pena autoinflitta – nel 2015 si sono laureati TUTTI i miei amici, quindi ho potuto osservare ripetutamente le differenze che hanno caratterizzato la mia cerimonia di laurea in Inghilterra e quella dei miei amici in Italia.

Prima di tutto, le sessioni laurea italiane hanno meno partecipanti, probabilmente perché ce ne sono diverse durante l’anno. In Inghilterra l’intero corso, se superati gli esami, si laurea allo stesso momento, motivo per cui le discussioni e proclamazioni Italiane si fanno in aule della facoltà mentre per quelle Inglesi bisogna prenotare un auditorium. Da 2500 posti, perché bisogna stare comodi.

In secondo luogo, la durata della cerimonia in Italia non è eterna. Trenta minuti, metti un’ora e poi puoi uscire e gridare per la gioia fino a quando ti ricordi che con la triennale non puoi farci niente e che ti tocca fare ancora due anni. In Inghilterra dopo la triennale puoi già lavorare se vuoi, ma il karma te la fa pagare facendoti stare seduto minimo due ore a vedere una parata di gente vestita tutta uguale – che poi in realtà sembrano vestiti uguali, ma cambia a seconda del livello di istruzione che hai. Tipo per il Master a me daranno un cappuccio più lungo ricoperto di velluto. Perché il velluto fa serio, direbbe mia mamma.

Dopo la loro proclamazione i miei amici hanno tutti fatto quello che tradizionalmente si dovrebbe fare ottenuto un diploma di laurea: si sono fatti fotografare con in mano la prima delle tante bottiglie di alcol di cui avranno bisogno per gli anni avvenire, per poi festeggiare in famiglia e, più tardi, con gli amici per sfogare l’eccitazione.

Dopo la mia proclamazione, trasmessa in diretta web per quegli ‘spilorci’ che non avevano voluto pagare £28 per venirmi a vedere camminare precariamente sui tacchi davanti a 300 persone, ho aspettato che mia sorella e mia madre svegliassero mio padre che si era appisolato dopo il laureando no. 150. Ho mangiato una caprese con la “mozzarella di bufala” – non era mozzarella e non mi convinceranno mai del contrario – sono salita su un bus e sono andata a casa a levarmi i tacchi.

Un anno ed una quasi laurea dopo e sono seduta ad una scrivania che da su un meraviglioso Arthur’s Seat illuminato dal tepido sole autunnale. Inaspettatamente Edimburgo è diventata una delle mie case lontane da casa, però non credo che la mia avventura Inglese sia finita. In fondo ha solo cambiato rotta.

Forse è solo un caso, ma mi piace pensare che questa nuova esperienza sia anche dovuta alle somiglianze che vedo tra me ed un personaggio molto speciale con cui condivido non solo alcuni tratti tipici, ma anche il mio giorno di nascita. Spero solo, caro Bilbo Baggins, di non mettere mai mano sull’Ultimo Anello.

Ars Libri la gioia delle letture non-fiction

“Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima”
(Marco Tullio Cicerone)

Io amo leggere. Da quando mia madre mi ha messo in mano uno di quei libricini per imparare a leggere all’età di cinque anni credo di non aver mai passato neanche un giorno senza leggere qualcosa.

Libri, giornali, blogs, ricette: qualunque cosa sia scritta bene – o male, perché in qualche modo si deve imparare a distinguere – io la leggo.

Prima di iniziare l’università ho attraversato, come molte altre teenagers come me, le più svariate fasi di amore per determinati generi letterari. Sono stata catapultata dall’ossessione per Harry Potter – non prendiamoci in giro: la fase Maghetto Inglese con gli Occhiali non passerà. Ma tipo mai. Ma neanche sotto maledizione crucio – a quella per Twilight. Sí, anche quella, perché abbiamo tutti avuto quattordici anni e anziché farmi le canne leggevo di gente che sbrilluccicava al sole.

Flash forward al primo anno della mia vita da universitaria e mi trovo ad affrontare categorizzazioni letterarie di cui non avevo mai sentito parlare: fiction e non-fiction.

Il termine non-fiction indica quei libri atti all’informare e sono basati su fatti, non immaginazione. Considerando la mia precedente esperienza, limitata alla lettura di Norberto Bobbio e Hannah Arendt durante le ore di filosofia, mi aspettavo tre anni di noia mortale.

Ho scoperto invece un grande amore.

Il primo anno di Giornalismo ho seguito cinque corsi, uno dei quali intitolato “Contextual Journalism”: ogni settimana dovevo presentarmi ad una lezione di un’ora in cui i professori ci spiegavano, passo per passo, la storia e l’evoluzione del giornalismo britannico ed internazionale.

Dopo la lezione era obbligatorio partecipare ad un “seminar”, ovvero un’altra ora di discussione monitorata da un professore in cui otto aspiranti giornalisti ascoltavano i risultati di ricerche approfondite fatte da altri due studenti sulla lezione della settimana precedente.

La cosa che più mi divertiva di queste lezioni – passato il primo periodo di panico vista la mia ignoranza sul normale svolgimento di simili sessioni – era la libertà che avevamo per approfondire l’argomento: c’erano delle liste di libri suggeriti, ma erano solo quelli. Suggeriti.

Potevo passare ore in biblioteca, scavando nei meandri più bui del web per scoprire delle particolarità sui grandi uomini e le grandi donne che hanno influenzato il giornalismo moderno. Fatti che nei libri prettamente scolastici vengono spesso omessi perché non pertinenti, o semplicemente inutili.

Per esempio: la prima giornalista Americana certificata, Ann Royall, ottenne un’intervista esclusiva con il Presidente John Quincy Adams perché era a conoscenza della sua passione per le nuotate mattutine nel fiume Potomac. La Royall si presentò un giorno sulla riva del fiume, prese gli abiti del presidente, e ci si sedette sopra finché non le concesse un’intervista.

Saperlo servirà mai a concludere una trattativa di pace? A sistemare l’economia? Probabilmente no, ma rimane una grande lezione di perseveranza e testardaggine da cui si può imparare a non mollare.

La maggior parte dei libri usati per le mie ricerche erano appunto lavori di non-fiction: fatti reali, tangibili, di cui si possono capire le ragioni e le conseguenze. E da buona giornalista – o forse da incurabile curiosa – io voglio sapere tutto, su tutto quello che mi circonda e su tutti quelli che fanno la storia.

Le facoltà britanniche, soprattutto quelle classificate come “humanities” – vedi: Arte, Antropologia, Giornalismo, Politica, etc. – si basano fondamentalmente sullo studio individuale e sulla ricerca autonoma. L’idea di base è questa: anziché costringere lo studente a seguire 32 milioni di ore in aula a seguire corsi o leggere pile di dispense per gli esami, in Inghilterra è lo studente a decidere come e cosa approfondire di una lezione.

Ovviamente, durante i corsi tradizionali, i professori toccano i punti piú importanti di un argomento e.g. Karl Marx e la dittatura del proletariato, ma ogni partecipante al seminar della settimana seguente porterà elementi diversi, arrichendo la conversazione e lasciando agli altri partecipanti nuovi punti di vista.

Questa libertà di scelta nell’istruzione, anziché essere caotica come ci si aspetterebbe, dà origine a dibattiti che possono cambiare la percezione di molti, o perlomeno spronare un individuo a pensare in modo alternativo al proprio. Cosí facendo si facilita la comprensione del prossimo e si inizia a capire, piano piano, i meccanismi che si nascondono dietro tutti i sistemi – politici, economici, sociali, etc. – che ci circondano.

Ed è per questo motivo che, nonostante io continui a riempire le mie povere librerie con libri di tutti i generi, i miei preferiti siano diventati quelli di non-fiction. Per continuare il dibattito che ho iniziato quando sono entrata all’università, e per completare la mia istruzione sugli altri e sul mondo.

Termino questo post con un ulteriore fatto storico interessante in cui sono inciampata preparando una lezione sull’evoluzione del ruolo dei corrispondenti di guerra.

Il conflitto piú lungo che sia mai esistito è durato ben 335 anni, ed è stato “combattuto” tra l’Olanda e le Isole Scilli senza neanche mai sparare un colpo: viene definita guerra nonostante la mancanza di battaglie, e la pace tra il paese europeo e l’arcipelago della Cornovaglia è stata dichiarata solo nel 1986.

La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.

E adesso? Riflessioni sulla Brexit.

“Questo è il nostro ultimo addio | Odio sentire che l'amore tra noi due finisca | Ma è finito | Ascolta solo queste parole e poi me ne andrò | Mi hai dato qualcosa in più per cui vivere | Molto più di quanto tu possa immaginare.” (Jeff Buckley)

Sono arrabbiata. Anzi no, perché questo aggettivo non racchiude neanche un terzo della frustrazione e tristezza con cui convivo da ieri mattina. Sono furibonda.

Furibonda non tanto per l’effettivo risultato del referendum visto che, in quanto fedele credente della democrazia, ho sempre supportato e difeso il diritto della gente di avere una propria opinione. Il popolo Inglese si è espresso e la sua decisione deve essere pertanto accettata.

La mia rabbia nasce da come tale risultato sia stato ottenuto. La campagna del Leave è stata condotta in modo quantomeno scorretto in quanto ha promosso un messaggio tanto xenofobo quanto basato su fatti sbagliati: Boris Johnson, Michael Gove, e Nigel Farage hanno sfruttato la paura degli immigrati scaturiti dalla crisi dei profughi, e le conseguenze della crisi economica del 2008.

Ai “leavers” sono stati promessi controlli incrementali sui confini britannici – da molti interpretati come una totale cessazione dell’immigrazione – e una rinnovata presa di potere da parte dei politici “derubati” dall’Unione Europea. Sono state promesse 350 milioni di sterline da iniettare nel servizio sanitario nazionale (NHS).

Insomma, ai Britannici è stato promesso il ritorno della Gran Bretagna libera dalla burocrazia ed i dettami di Bruxelles.

In particolare, gli Inglesi non amano che l’Unione Europea possa esprimere un’opinione sulle leggi varate dal Parlamento Britannico: l’ammontare delle tasse e l’Human Rights Act 1998 – la versione nazionale della European Convention on Human Rights (ECHR) – creano i principali problemi.

Personalmente, la posizione britannica sulla questione dei diritti umani è sempre apparsa quantomeno paradossale vista la forte prevalenza inglese tra i creatori della ECHR – generata dalla volontà dell’Europa di evitare eventi drammatici quali il genocidio nazista di ebrei, disabili ed omosessuali durante la Seconda Guerra Mondiale. Sir Patrick Stewart – famoso per la sua interpretazione di Charles Xavier nei film sugli X-Men – qualche mese fa ha anche sottolineato l’ipocrisia della situazione in un video pubblicato sul The Guardian.

Neanche ventiquattro ore dopo la proclamazione ufficiale dei risultati a Manchester e le promesse sono già state infrante. La mattina del 24 Giugno 2016 il leader dello UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) Nigel Farage ha partecipato alla trasmissione Good Morning Britain ed ha ammesso che gli agognati £350 milioni difficilmente verranno usati per l’NHS.

“No, non posso [garantirli], e non avrei mai fatto una promessa simile. È stato uno degli errori che penso la campagna del Leave abbia fatto.”

La questione economica – che ha rappresentato il punto fulcro della campagna Remain – ha comunque sempre avuto un ruolo di secondo piano per i leavers. È stata infatti l’immigrazione ad avere più peso sulla decisione di quel 51.9% di lasciare l’Unione Europea.

Testimonianza di ciò è un alquanto volgare e mal pensato poster creato dallo UKIP sul quale centinaia di migranti sono fotografati in fila ed accompagnati dalla scritta “Breaking Point” (Punto di Rottura). La fotografia è stata da molti paragonata a filmati prodotti dal partito nazista negli anni ’30, ed il poster è stato denunciato alla polizia in quanto “incita all’odio raziale.”

Vari esponenti della fazione conservatrice della campagna – capitanata dall’ex sindaco di Londra, Johnson, e l’ex ministro dell’Educazione, Gove – dopo il risultato hanno affermato che l’immigrazione verso il Regno Unito difatti continuerà e ci vorrà del tempo per stabilire nuove regole di controllo dei confini. Difficile da spiegare agli elettori convinti dell’immediata cessazione del flusso migratorio.

L’impatto dell’immigrazione, vista come fortemente negativa ed accompagnata da molti pregiudizi sulla capacità dei lavoratori europei di “rubare” il lavoro ai locali, è stata enorme. Guardando velocemente i dati più recenti sull’effettivo numero annuale di migranti in entrata in Inghilterra si vede però che le cifre sono state gonfiate a dismisura: su una popolazione attuale di 64.6 milioni gli immigrati nel 2015 sono 300,000 in più, un incremento dello 0,5%.

La terza promessa, quella di invocare immediatamente l’Art. 50 del Trattato di Lisbona che mette in moto il processo di uscita dall’Unione ufficiale, sembra seguire l’esempio delle altre due in quanto David Cameron, annunciando le sue dimissioni dalla carica di primo ministro, ha rincarato la dose confermando che spetterà al suo successore – nominato prima dell’annuale riunione del partito di Ottobre a Birmingham – dare l’avvio alle trattative con Bruxelles.

Come ho detto prima, credo nella democrazia ed è giusto che la popolazione venga ascoltata. Però, con una presenza alle urne di meno del 75% degli aventi diritti al voto, una vittoria totale dell’ideologia Leave mi sembra perlomeno inesatta. Infatti mancano 12,922,659 Britannici all’appello, tra i quali molti espatriati che o non hanno ricevuto le schede per il voto postale o le hanno ricevute troppo tardi.

Osservando le sezioni dei commenti su vari giornali britannici – sia pro che contro l’uscita dall’UE – rimango comunque allibita nel notare che il concetto di democrazia appare essere a senso unico per molti.

Gli espatriati difatti non avrebbero diritto di voto in quanto volontariamente emigrati in altri paesi; la Scozia, espressasi a favore del restare in Europa, non avrebbe diritto a chiedere a sua volta un referendum per continuare a farne parte perché legata al Regno Unito – unione confermata da un referendum del 2014, durante il quale il governo Cameron aveva però assicurato la continuata adesione all’UE in cambio della permanenza della Scozia – ed altre affermazioni che mi fanno seriamente dubitare della coerenza di alcuni.

Dei problemi causati dai risultati del 23 Giugno ha preso nota una petizione lanciata ieri pomeriggio sul sito del governo e parlamento del Regno Unito che ha raccolto più di due milioni di firme: si richiede l’implementazione di una nuova regola secondo la quale, per la vittoria ufficiale di Leave o Remain, sarebbe necessario tener contro della proporzione di votanti per stabilire una percentuale minima di voti per la vittoria.

I giornali inglesi hanno discusso l’esistenza della petizione e in molti stanno considerando l’effettiva possibilità di un secondo referendum. In questo i giornali italiani, La Repubblica in primis, mi fanno debolmente sperare in quanto hanno sottolineato che esiste un precedente, in Irlanda, dove un referendum è stato annullato da un successivo voto.

Per ora quello che è certo è che la frustrazione dei risultati è ampiamente condivisa dalla maggior parte dei giovani, sia Inglesi che Europei. Con il 75% delle preferenze, la popolazione di età tra i 18 e 24 anni ha dato una risonante preferenza all’Unione Europea.

Su Twitter come su altri social media, i giovani accusano donne e uomini con più di 65 anni di aver loro rubato il futuro. Ci – visto che le ripercussioni del voto ricadranno anche sulle migliaia di Italiani, Francesi, Spagnoli etc. che sognavano un futuro in Regno Unito – hanno messo un limite alla possibilità di dimostrare la nostra utilità, la nostra voglia di arricchire l’Inghilterra e l’Europa con la nostra creatività e tenacia.

Rimane però allarmante il fatto che quel 75% è anch’esso un numero fuorviante: difatti solo il 36% dell fascia 18-24 si è presentato ai seggi cosí mettendo a rischio non solo il loro futuro, ma anche quello dei giovani tra i 16 e 17 anni scesi ieri a Westminster per protestare la loro esclusione dal voto.

Prima del 23 Giugno prendevo in giro mia madre, che ha sempre vissuto in Italia e che l’Inglese lo ha imparato sulle serie di BBC ed ITV, perché per mesi mi inviava articoli di giornali sulla Brexit, ed andava in giro borbottando quando leggeva qualcosa sulla campagna Leave. Io, forse per ingenuità o per troppa fiducia negli altri e nei sondaggi, ignoravo la sua preoccupazione. Ho sbagliato.

Perché quando mio padre (in Italia) ed i miei amici/colleghi (in Inghilterra e Galles) mi hanno svegliata venerdì mattina ho capito come mai mia madre per mesi guardava con ansia i giornali. Lei, nata e cresciuta con il sogno di un Europa unita post-bellica, è probabilmente più incazzata di me.

Oggi non parlo da Italiana, né tantomeno da Inglese d’adozione. Oggi parlo – con molto orgoglio – da Europea. Perché è l’essere cittadina Europea che mi ha dato l’opportunità di vivere e studiare in Inghilterra, di poter espandere i miei orizzonti grazie alle moltitudini di autoctoni e altri stranieri che ho conosciuto in questi ultimi quattro anni. E mi sento seriamente derubata.

Ovviamente le ripercussioni più gravi – escluso il crollo della sterlina, che ha preceduto di ore la vittoria Leave – inizieranno a farsi sentire quando il Regno Unito avvierà il processo di uscita e le nuove leggi sugli spostamenti ed i diritti di residenza saranno varate. Fatto sta che le giovani generazioni devono iniziare a preoccuparsi oggi del loro futuro, prima di essere travolti dal cambiamento vero e proprio.

Nel frattempo, un po’ per intrinseca cattiveria, un po’ per pura e semplice meschinità, ho cancellato la Cornovaglia dai posti da visitare: dopo aver votato in maggioranza per l’uscita dall’Unione Europea, il consiglio della regione ha pregato l’UE di continuare a fornire fondi alla zona caratterizzata da un’economia debole.