Simmetrie di uno scontro tra (In)Civiltà

La crisi migratoria che stiamo vivendo ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che inevitabilmente abbiamo in comune.

Sono le 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 e Cristiano Ronaldo fa il suo ingresso nel club Gianni e Umberto Agnelli di Torino, la più bella sala dell’Allianz Stadium. Il migliore del mondo è un giocatore della Juventus. Con lui tutta la famiglia e il piccolo Cristiano Jr, che si diverte a fare facce buffe ai giornalisti, attenti a captare e registrare ogni singola parola del calciatore. L’Italia lo accoglie entusiasta, milioni di tifosi lo aspettano fuori, già da ore gridando il suo nome, esaltati nel vederlo con la divisa della Juve che lo veste alla perfezione.

Ore 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 Josepha é dispersa in mare al largo delle coste libiche. Intorno il Mediterraneo, il nero della notte che si confonde con le onde del mare, poi di nuovo la luce del giorno. Per due notti e due albe. Gli occhi di Josepha sono sbarrati, profondi come il mare e scuri come le notti passate aggrappata ad una tavola di legno. Ha visto una donna morire accanto al suo bambino riversi, con il volto coperto dall’acqua. Ha sentito la loro voce farsi sempre più deboli insieme alla loro forza. Nessuno li ascoltava, nessuno sapeva i loro nomi. A lei, avvolta in coperte termiche donategli dalla stessa ONG spagnola Open Arms che l’ha salvata, l’Italia chiude le proprie porte. La motivazione? Livello migratorio ad un tasso tale che ne impossibilita l’entrata.

È dall’inizio della modernità che alla porta dei popoli bussano profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui prospettiva è la fame. Per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati stranieri. Solo che oggi ci troviamo a fare i conti con un vero e proprio attacco di ‘panico morale’, il timore che questo “virus” infetti il benessere della società. Dalle promesse mancate della modernità è derivata la caduta delle illusioni: nessuno oggi crede più in un futuro accompagnato da un progresso infinito. Il 90% delle risorse e quindi della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione. I confini si sono aperti annullando le barriere spaziali trai continenti, mettendoci faccia a faccia con le incertezze dovute all’assenza di politiche sociali effettive. Ed ecco riaffiorare la paura irrazionale di ciò che è sconosciuto, lì pronta a dimostrarci così sfacciatamente come la modernità non sia in grado di gestire l’aspetto irrazionale dei sentimenti legati ai fenomeni sociali.

Quei nomadi, non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente, secondo le affermazioni del sociologo polacco Zygmund Bauman, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società e fragile il nostro benessere.

Non c’è dunque da stupirsi se nel 2017 la parola dell’anno, secondo la Fondazione Spagnola “Urgente”, sia stata “aporofobia” e che già dal settembre dello stesso anno sia stata inclusa nel Dizionario della lingua spagnola della Real Academia. Un termine che si riferisce alla paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, dal greco áporos (colui che è privo di risorse) e che letteralmente significa “rifiuto o avversione verso i poveri”. Coniato dalla filosofa spagnola Adela Cortina ed usato per la prima volta dalla stessa nel 1995 in occasione della Conferenza Euromediterranea di Barcellona, già infocata sui temi caldi dell’area mediterranea, quali immigrazione, crisi e disoccupazione.

Ci confrontiamo ad una società che definisce “xenofobia” o “razzismo” il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al loro indice di povertà. Secondo il rapporto pubblicato nel 2017 in Spagna 17 casi sono stati segnalati per aporofobia: il 47% delle violenze subite dai senzatetto è stato un crimine di odio da aporofobia e di queste persone almeno l’81% hanno subito violenza in più di un’occasione. I dati non variano di molto in Italia, dove la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), e la violenza nei loro confronti è in significativo aumento.

L’umanità non apprende e sembra aver dimenticato il proprio passato. In Italia sono lontani ormai i tempi in cui emigrare significava speranza, non si vogliono ricordare i tempi in cui intere famiglie si imbarcavano in veri e propri viaggi infernali in cerca di una possibilità di futuro oltre oceano. Ma soprattutto sembra non appartenerci più il tratto di diffidenza provato dai nostri connazionali appena sbarcati negli Stati Uniti o in Australia. La nostra generazione non l’ha vissuto, io non ho provato niente di tutto ciò sulla mia pelle. Barcellona mi ha accolto a braccia aperte e non ho mai sentito nemmeno per un momento né rifiuto sociale né repulsione per il mio status di migrante.

Mi definiscono ‘cervello in fuga’ ma non mi categorizzano per la mia provenienza geografica. Ma avrei potuto dire lo stesso se mi fossi trovata in una situazione di povertà assoluta?
La realtà dei fatti mi porta a pensare che no, gli atti particolari di empatia ed umanità di cui è capace l’essere umano mi fanno sperare che non è ancora troppo tardi. È ancora possibile fermare l’espansione di questo panico generalizzato che ci fa identificare il migrante o il povero come il nemico e non ci lascia vedere che i veri nemici siamo noi stessi. Dovremmo fermarci e riflettere sull’importanza che diamo alla vita in se e su cosa siamo disposti a fare per preservarla.

“Nessuno mette i propri bambini su di un barcone, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra” (Warsan Shire)

 

Tempo e Pazienza, le chiavi del successo dei team-work multiculturali

Imparo molto dall’Africa, e soprattutto dai miei colleghi. La nostra Direttrice, un esempio di donna Africana forte e coraggiosa, che si impegna ogni giorno per raggiungere l’educazione di qualità e inclusiva per tutti, che protegge l’Organizzazione e crede nel potenziamento dei talenti presenti nel Team, ci insegna che il tempo e la pazienza sono le chiavi del successo e del progresso dei team work-multiculturali alle Nazioni Unite.

Ci vogliono menti temprate dall’esperienza cuori pieni di volontà, la volontà di raggiungere un obiettivo insieme, per il bene di tutti, del team, della nazione, della regione e del mondo.

Molto spesso corriamo per raggiungere e non mancare una deadline, per rispettare gli imperativi delle relazioni con i media, con i partners, con i donatori, e ci dimentichiamo del collega seduto proprio accanto a noi, che magari lotta con un problema in famiglia o, più semplicemente, con qualche dubbio che vorrebbe risolvere.

L’attenzione costante verso i propri colleghi e il proprio team si riversa praticamente nello scambiare qualche parola di coraggio e di ispirazione ogni giorno, qualche consiglio e, non meno scontato, qualche sorriso. Quando poi, nella mobilità delle Nazioni Unite, i colleghi si muovono in altri paesi per altre opportunità di lavoro, siamo soliti ad organizzare una celebrazione per apprezzare, condividere tempo e riflessioni e ringraziare, perché il lavoro svolto da ognuno é essenziale.

Imparo quindi ogni giorno che quando ci sono delle incomprensioni, o differenti approcci al lavoro e anche piccole divergenze nella comprensione dei compiti di un programma per raggiungere gli obiettivi prefissati, é necessario parlare, coinvolgere e domandare. É necessario affrontare subito il problema, per poi non doversi trovare con progetti frustanti e relazioni interpersonali e professionali mediocri.

L’acronimo TEAM per me significa quindi “Together Everyone Achieves More”, che tradurrei con un banale solo all’apprenza: insieme possiamo fare di più,  ciascuno fa la sua parte, nel rispetto di tutti, e insieme il puzzle si costruisce, pezzetto a pezzetto. Non basta però solo il duro lavoro. Quello che comprendo é la necessità di una guida, di un vero Leader che possa ispirare il proprio team.  Una buona Leadership, con apprezzamento per il lavoro, una buona dose di work-life balance, attenzione e cura del proprio team, motivazione e sorrisi risultano in migliori performance e produttività. Più Unità nel Team significa poi Felicità e più Volontà di contribuiire con le proprie idee, alla buona riuscita di un risultato.

In un articolo della fine del 2017 di Forbes, uno studio mostrava che il personale di lavoro felice é più produttivo del 20 %, e non é il solo studio in materia, e forse é un esperinza che avete sperimentato anche voi. Sempre nello stesso studio, emerge poi che, quando poi si parla di commercianti, il profitto dell’azienda aumenta addirittura del 37 %. Ma cosa significa davvero essere felici al lavoro? Per me, significa essere produttivi ed impegnati, non solo affaccendati. Il termine inglese esatto é Engagement.

Si parla oggi di social media engagement, customer engagement, ma engagement é anche la parola che costituisce il marriage proposal, la proposta di matrimonio. Insomma, si tratta di vero “impegno”, si tratta di crederci, di sentire proprio un progetto, un obiettivo, il bene del team.

La scelta del lavoro é legata quindi, secondo la cultura anglosassone, ad un impegno attivo verso il lavoro, e pure verso le persone che fanno parte dell’organizzazione. Una sorta di “matrimonio”, che va alimentato con positività, parole di rispetto, cura e attenzione, di perseveranza e ascolto verso l’altro, evitando così stress e malintesi. Un viaggio verso la scoperta dell’altro, per raggiungere una sincronia di intesa e essere capaci di raggiungere obiettivi comuni, e farlo fianco a fianco. Necessità di pazienza e di dialogo e comunicazione costante, e scambio di opinioni per raggiungere la migliore soluzione – per tutti e per il bene di tutti.

E a proposito di engagement e dialogo… Devo adesso salutarvi e nel farlo ci tengo ad augurarvi un buon agosto, mese che personalmente passerò in Argentina per il Summit dei giovani del G20, discutendo del futuro del lavoro, dello sviluppo sostenibile, di entrepreneurship e del ruolo dell’Educazione e formazione nel XXI secolo (una promessa: vi scriverò!). E vi saluto quindi con questa meravigliosa citazione di Henry Ford, che traduce il mio pensiero: “Coming together is a Beginning, Keeping Together is Progress, Working Together is Success” – Riunirsi é l’inizio, Rimanere insieme é il progresso, Lavorare insieme é il Successo”.

Ciao, e alla prossima!

Il mondo è di chi se lo prende: una guida per trovare esperienze di lavoro in grado di farci crescere

Quando torno in Italia durante le festività, mi capita spesso di affrontare con i miei amici l’argomento “esperienze di lavoro”. Il profumo d’estate e di crema solare nell’aria, purtroppo, a ventun anni, non parla più solo di spensieratezza e giornate passate al mare ma porta con sé il peso delle prime responsabilità.

Sia chiaro, non mi reputo una persona che dedica tutte le sue energie al raggiungimento di un ideale di “successo” che ci viene propinato più o meno indirettamente dalla società. Semplicemente, considero importante da un punto di vista di crescita personale il fare esperienze lavorative: per conoscersi, per capire cosa ci piaccia e soprattutto, per capire cosa non ci piaccia. Perciò, mi sono sempre dato da fare tra lavoretti ed esperienze di volontariato, accettando stage non pagati pur di scoprire qualcosa in più riguardo al mondo del lavoro, alle mie abilità e ai miei limiti. In poche parole, tutto quello che ho fatto in ambito lavorativo l’ho fatto per me. Il fatto che ci sia riuscito, soprattutto negli ultimi anni, ha molto a che fare con la libertà e le possibilità che la mia università mi sta dando.

V’invito perciò a leggere il mio ultimo articolo che tratta proprio di quest’argomento.

L’incipit di questo articolo nomina espressamente i miei amici, ma perché? Il motivo è legato al fatto che i miei amici, o più generalmente i miei coetanei, sembrano non sentirsi in grado di fare il primo passo nel mondo del lavoro. Non sto parlando di pigrizia o dei “giovani choosy”, ma dell’idea che in quanto studenti universitari non si vedano ancora capaci di affacciarsi al mondo esterno. Credo che le motivazioni siano varie, e che principalmente si colleghino ad una vera e propria mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, alla mancata offerta di possibilità da parte delle università e alla mancata conoscenza dei metodi per raggiungere potenziali datori di lavoro. Ci tengo a precisare nuovamente che il motivo per cui sto affrontando questo argomento non è per denigrare le capacità altrui, o per esaltare le mie o tantomeno per rendere tutti quanti i miei lettori delle donne/uomini d’affari. Il mio scopo è di mostrare che con un po’ d’impegno possiamo raggiungere tutto ciò che vogliamo: la distanza tra noi e quello che desideriamo è colmabile con un’email o un messaggio di LinkedIn.

Togliamoci in maniera veloce e indolore la questione università e le possibilità che quest’ultima possa offrire. Ne ho parlato ampiamente nello scorso post e non credo ci sia molto altro da dire. Tuttavia ci tenevo a precisare che, da quello che so, la mia università spinge molto i propri studenti a fare attività extra curriculari e, di conseguenza, anche a lavorare. Non tutte le università inglesi lo fanno con la stessa intensità, e forse (nel bene o nel male), anche io ne ho sentito l’influsso.

Parlavo con una mia amica dei nostri piani per l’estate, qualche mese fa, ed è stato in quell’occasione che mi sono sorpreso di quanta poca fiducia nelle proprie abilità e possibilità abbiano (alcuni) miei coetanei. Rispondendo al suo ‘Cos’hai fatto la scorsa estate?’, le ho iniziato a parlare del fatto che avessi iniziato a scrivere questo blog, delle mie collaborazioni volontarie con altre organizzazioni non governative legate allo sviluppo sostenibile e della mia esperienza in Ghana (vedi articoli precedenti). Mi è rimasta impressa la sua reazione a tutto ciò: ‘Ma hai trovato tutto questo da solo? Anche se sei solo al secondo anno di università, ti fanno lavorare con loro?’. Io che, in effetti, ero riuscito a crearmi queste possibilità, non mi ero forse reso conto dell’idea dominante tra i miei amici: uno studente universitario è semplicemente uno “studente” che deve ancora imparare. Come se essere all’università fosse un limite, una gabbia in cui ti chiudi per studiare ed ingurgitare nozioni, e non un trampolino di lancio verso la vita futura (che di esami ne avrà ben pochi e in forme diverse). Dopo aver premesso che le mie esperienze di lavoro erano state tutte (purtroppo) volontarie, le ho spiegato semplicemente che per fare tutto ciò mi ero messo in gioco. Ovvero, avevo preso l’iniziativa ed ero stato Proattivo. Nessuno verrà da te ad offrirti il lavoro dei tuoi sogni, tantomeno ti darà mai la possibilità di crescere come persona.

Che cosa ho fatto quindi, precisamente? Quali sono i miei segreti super-magici? Qual è la mia ricetta per il successo e per l’eterna giovinezza? Proattività!

Durante le vacanze di Pasqua dello scorso anno, mentre cercavo di procrastinare dallo studio, ho provato ad essere produttivo e a cercare qualcosa da fare durante l’estate. E’ così che ho iniziato a cercare organizzazioni, associazioni e think tanks il cui operato fosse in linea con i miei studi ed interessi. Ho trovato i loro siti web e di conseguenza le email per contattarli, e allo stesso tempo li ho aggiunti al mio network di LinkedIn. Perché sì, cari ragazzi, parlare di LinkedIn può fare paura, ma se usato in maniera saggia può essere piegato al tuo volere (bisogna stare al gioco nel sistema ogni tanto).

E poi? Con un profilo di LinkedIn dove parlo delle mie esperienze di lavoro passate e con un Curriculum aggiornato e in inglese, ho dato inizio ai giochi. Piccola premessa: in quel periodo non avevo nessuna esperienza nel settore dello sviluppo sostenibile o dell’ambiente, tuttavia questo non mi ha fermato! La ragione sta nell’essermi fatto avanti e aver dimostrato che, pur essendo uno studente universitario senza esperienza, avevo decisamente molta voglia di mettermi in gioco in un settore che mi appassiona. In una formula semi-matematica?

Iniziativa + Proattività + Passione + Genuinità = Possibilità.

Così ho mandato il mio curriculum via email ai potenziali datori di lavoro, utilizzando la stessa email come breve lettera di presentazione dove spiegavo chi ero, che esperienze (poche) avessi fatto e cosa stessi cercando (collaborazione volontaria, scrittura di articoli ecc.). Allo stesso tempo, mi sono messo in contatto per messaggio con persone che lavorano in organizzazioni interessanti tramite LinkedIn: esiste per questo, non abbiate paura! C’è stato chi mi ha ignorato, chi ha risposto ma poi è scomparso e chi mi ha detto di non essere interessato. No, non sto parlando della mia vita sentimentale, anche se inizio a notare dei parallelismi. Ma! Ho ricevuto anche email di interesse e messaggi che mi hanno davvero aiutato, fino ad arrivare a dei colloqui via Skype e pure a delle vere e proprie offerte (senza vedere una lira, don’t worry). ‘Great success!’ direbbe Borat. Avevo perciò riempito la mia estate ed ero pronto a tuffarmi, o meglio a bagnare la punta dell’alluce, in quello che poi sarebbe diventato il mio futuro settore professionale (mi sento vecchio ad usare certi termini, aiuto).

Mi sento soddisfatto di quello che sono riuscito a raggiungere e lo devo principalmente all’essermi messo in gioco, uscendo dalla mia comfort zone. Che poi questa sia una lezione da applicare in ogni ambito della nostra vita è un’altra storia… Tuttavia, quest’articolo voleva solamente ridare forza e sicurezza ai miei coetanei. Fare qualche lavoretto è possibile e, a questi livelli, non richiede neanche un alto grado di esperienza. Soprattutto, entrare nel mondo del lavoro (mamma mia quanto odio questa espressione) anche solo per breve tempo, offre un’incredibile opportunità di sviluppo personale e di crescita. Come avrei mai potuto capire che non sarei voluto diventare un entomologo se non avessi lavorato in un laboratorio di ricerca per tre settimane? (Grandissimo rispetto per loro, è solo che non fa per me). Come avrei capito che mi piace scrivere e che mi riesce in maniera decente, se non ci avessi mai provato e non mi fossi messo in gioco nel famelico mondo di internet? Mentre stiamo a guardare, i treni passano e perdiamo l’opportunità di crescere (a poco a poco e senza essere pagati, ovviamente). Il mondo è di chi se lo prende.

Minnesota nice e la scoperta del mondo

Il Minnesota nice: ormai mi circonda da mesi e piano piano sto imparando a capirlo ed apprezzarlo un po’ di più. Non conoscete il fenomeno? Basta fare un rapidissimo e molto-poco-scientifico giro su Wikipedia, che definisce il Minnesota nice come “The stereotypical behavior of people from Minnesota to be courteous, reserved, and mild-mannered, is popularly known as Minnesota nice (also called Midwestern nice when applied to the rest of the Midwestern states). The cultural characteristics of “Minnesota nice” include polite friendliness, an aversion to confrontation, a tendency toward understatement, a disinclination to make a fuss or stand out, emotional restraint, and self-deprecation.

Inizialmente lo percepivo unicamente come una delle tante cose poco autentiche che caratterizzano la cultura americana, una delle tante ipocrisie, un insieme di manierismi e perbenismi che mi hanno sempre indispettito in quanto amante dell’onestà e della veridicità delle cose. Ma con il passare dei mesi ho iniziato ad ampliare le mie vedute ed estendere la mia analisi, se cosi la possiamo chiamare, non solo agli adolescenti minnesotani, ma anche a tutte quelle persone più grandi, gli adulti insomma, che vivono intorno e insieme a me qui, nel Minnesota. In realtà, devo ammetterlo, è proprio grazie a loro che ho scoperto quanto il mio caro Minnesota potesse avere tutta un’altra serie di significati oltre a quella serie di manierismi apparentemente poco sinceri. Significati nuovo e ben più importanti.

Quel che ho capito, infatti, é che qui le persone non intendono il Minnesota come “solo un luogo”: il Minnesota è per loro come un valore da rispettare, uno schema di leggi e consuetudini non scritte ma ben radicate, che puntano a mettere l’ospite a proprio agio, ad integrare il diverso, a far sentire qualsiasi persona benvenuta nelle proprie case, strade e città. Ed é proprio grazie a quel Minnesota nice che all’inizio sembrava un po’ ipocrita, che ho imparato un po’ ad amarlo anche io, questo posto. Come? Beh, partiamo dalle cose semplici… qui c’è un clima bizzarro, un freddo gelido che d’inverno ci costringe tutti a ripararci e passare la maggior parte del tempo al chiuso, a casa, per evitare un vero e proprio congelamento e, in balia di queste condizioni climatiche, le persone si sono ben attrezzate di pazienza e hanno cercato di rendere le loro case confortevoli ed accoglienti, fors’anche più del dovuto – ed eccovi servito un primo piccolo pezzetto di Minnesota nice. Ma non finisce qui! La cosa più bella é che hanno cercato di diffondere una gentilezza che non esiterei a definire cosi accogliente, calda, che potrebbe persino aiutare a sciogliere il ghiaccio circostante, a spezzare l’isolamento forzato del lungo, temibile inverno.

Relazionandomi conperonse più grandi di me ho imparato nuovi modi per organizzare la mia vita, per arrangiarmi e per applicare misure di sopravvivenza che a lungo andare diventano persino piacevoli, chi lo avrebbe mai detto? Ho persino iniziato a godermi quei fine settimana caratterizzati da un fuoco in mezzo alla neve, le lunghe chiacchierate, un buon bicchiere di vino rosso e qualche marshmallows bruciacchiatoc come da copione. Ho imparato che a volte si tende a cercare altrove e negli altri quel che ci è familiare, quel che conosciamo e dal quale – per assurdo – spesso scappiamo, pretendendo poi di trovarlo in persone e luoghi completamente estranei a noi, quando invece basterebbe semplicemente ascoltare, ascoltarsi, ed imparare ad amare il diverso e ciò che è fuori dalla nostra comfort zone, ma senza mai disprezzare quel che pure conosciamo già. Avreste mai pensato che queste parole potessero venir fuori dalla bocca di una piccola marchigiana solita passare i suoi weekend in riva al mare, con qualche oliva ascolana e pasta al fumé? Io di certo non me lo sarei mai aspettata!

Ma torniamo a noi. La cittadina più grande che ho vicino, qui in Minnesota, è proprio Minneapolis, che potrei definire una metropoli vera e propria, fatta su misura e adattata alle rigide condizioni climatiche del posto. Qui invece di spostarsi e camminare e muoversi all’esterno, sono stati costruiti passaggi interni per potere permettere a chiunque di girare per la città e non privarsi di questo piacere (o necessità), restando al caldo. Ci sono tutto un insieme di ponti comunicanti che connettono le varie mete, e tutto sembra proprio esser stato progettato e costruto allo scopo di rendere l’ambiente piacevole e rilassante, che distogla l’attenzione dal problema climatico (ironicamente, un pensiero va sicuramente alla fabbrica di cioccolato di Willie Wonka, con strade e passaggi imprevedibili e lavoratori degni di nota). Insomma, anche la metropoli di Minneapolis, le sue strade, i assaggi, tutto, proprio tutto smebra essere un pezzetto, un tassello di quel puzzle chiamato Minnesota nice.

Il concetto di Minnesota nice, quindi, per quanto possa essere frainteso o mal interpretato da molti, soprattutto se ci si ferma alla prima impressione, è in realtà un proposito vero e proprio e volto al bene dell’altro e che, a mio parere, rende questi gelidi abitanti non solo amabili, ma forse pure un esempio da seguire. Basti pensare che il loro mantra è: quale mezzo migliore di parole gentili e gesti amichevoli per curare la malinconia umana, o semplicemente, per non essere tristi?

Per chi fosse già pronto a pensare che in Minnesota sia tutto perfetto, beh lasciatemelo dire, ovviamente ci sono  effetti collaterali legati a questo modo di essere e comportarsi. Quali? Vi basti pensare questo: se le persone cercano tutte e sempre di rendere ogni cosa confortevole ed indimenticabile, a dream, questo stesso comportamento puo’ tendere – e succede molto spesso – a soffocare e reprimere le emozioni reali, quelle pure negative agari, ma autentiche. Un tratto che io trovo puramente americano: pur di avere una vita senza conflitti e litigi, le persone decidono di soffocare anche l’ultimo briciolo di rancore, con tutte le conseguenze che ne derivano…

Insomma, un universo parallelo per noi italiani, che siamo tutto tranne che gente dedicata a reprime le emozioni, e cosa che ho personalmente sempre amato della nostra cultura. Per le nostre strade si percepiscono distintamente il baccano, addirittra a volte le grida, le espressioni spesso colorate e pittoresche, i gesti tipici della nostra cultura: tutte cose che mi fanno pensare ad un popolo che vive di emozioni forti, che lotta, che ricerca la bellezza e non resta mai in silenzio. Mi piace pensare che noi italiani siamo un’esplosione, un uragano di profumi, luci e rumori che ci permettono di emanare un calore particolare che spesso, mentre guardo la silenziosa e meravigliosa neve che mi circonda, tendo a ricordare malinconicamente, “alla faccia” del Minnesota nice.

 

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.

Orizzonti condivisi, menti in sincronia: Pangea pan-africana

Se potessi scegliere una nuova area di specializzazione di studio, probabilmente opterei per la storia del mondo (da quando, all’inizio della vita degli uomini, eravamo tutti uniti geograficamente e territorialmente nella Pangea). Come in una Pangea di territori, mi piacerebbe molto approfondire gli ideali di Pan Africanismo e e di antropologia africana, ossia, come i ricercatori, i filosofi africani vedevano e vedono il mondo,  quale era (ed é, se é cambiata) la concezione del mondo, delle relazioni umane e del senso della vita, dell’idea di lavoro, di società, di amore, di rispetto, di matrimonio. Un’infarinatura direi, perché il continente africano é molto grande, ed é complicato decifrare il comportamento di tutte le popolazioni, e poi, perché no, specializzarmi in un’area specifica dell’Africa e studiarla, dal punto di vista socio-culturale e filosofico. Id est: perché le persone fanno quello che fanno, cosa pensano delle persone bianche, quale e’ la loro concezione di vita e come vedono la storia.

Mi sono incuriosita all’argomento, interagendo sempre più con amici e colleghi provenienti dal Kenya, dalla Tanzania, dal Rwanda, dall’isola di Mauritius, dal Cameroon, dal Senegal e dalla Nigeria. Si dice, generalizzando, che si va in Africa dell’Est per scoprire i luoghi (ci sono molta natura e aninali) e si va in Africa dell’Ovest per scoprire e conoscere le persone (c’é molta arte e cultura). Sono luoghi e persone da scoprire. La nostra mente occidentale é incapace di grasp it (comprendere fino in fondo) i comportamenti di una comunità, soprattutto perché la storia africana é anche (e purtroppo) fatta di molto colonialismo, che studiamo sui banchi di scuola europei, ed é – sempre sfortunatamente – tutto quello – o pressoché tutto – quello che sappiamo dell’Africa.

Ma c’é davvero molto di più. E siccome la nostra mente é “tarata” su un sistema di vita e di valori occidentali, non riusciamo  fino in fondo e nonostante tutte le conversazioni con tutti gli amici e colleghi provenienti da questo mondo, a capire quale é davvero la realtà che li circonda. Per non dilungarmi troppo a parole, forse potrei meglio spiegarmi con degli esempi. Ve ne riporto tre.

Il primo riguarda il saluto e la maniera di poter intavolare conversazioni con tutti, in qualsiasi momento e su questioni semplici o complesse, senza mai lasciare che un’emozione fuoriesca dalla conversazione. Mi é capitato molte volte di trovarmi, su uber – il mezzo di trasporto piu’ utilizzato e il più sicuro in Kenya – alle sette del mattino, discutendo di politica, elezioni, dei due mondi (Europa e Africa), di matrimoni interculturali, di gelosie, rispetto, insegnamento a scuola, condizioni di traffico e sistemi di drenaggio della città. Tutto nel giro di 30 minuti di viaggio. (I record di conversazione penso avvengano qui).

Il secondo riguarda la grande differenziazione tra amore e matrimonio: ho capito che l’Amore é una concezione prettamente romantica e occidentale, mentre il matrimonio, nelle società africane, significa portare rispetto verso l’altra persona, introducendo lo sposo o la sposa agli altri membri della famiglia e alla comunità di appartenenenza, che significa: la società. L’amore puo’ anche avvenire fuori dal matrimonio, ma il divorzio non é ben visto. Il concetto più vicino di amore – per come lo conosciamo noi – che ho trovato qui é quello di amore verso Dio, verso la generosità e le azioni buone della comunità in favore dei più bisognosi.

Il terzo esempio (che poi é la chiave per poter vivere in Africa) é il noto motto  “If you want, go get it!”. Nessuno ti dirà mai cosa fare, dove andare, come fare. “Se vuoi qualcosa, vallo a prendere” spiega la filosofia africana, compresa da me, fino ad ora. Nessuno ti chiederà spiegazioni, perché il cuore non ascolta ragioni, per cui, se ti senti di fare qualcosa, fallo e basta, ma giustamente, considerando le conseguenze delle proprie azioni. Concetto che fino ad ora non mi é ben chiaro se venga inteso qui oppure no. Noi Europei forse siamo più timidi e non ci buttiamo, perché possiamo immaginare conseguenze, mentre qui questo non sempre avviene. Insomma, se te la senti, fallo, e poi, solo poi, vedrai cosa succede. Un po’ di sana incoscienza e spirito di avventura e scoperta.

Dal canto mio, sono profondamente affascinata dall’altro, come penso tutti gli Africani siano affascinati dagli altri. Questo credo sia lo “spirito umano” ed anche un segno di grande profondità degli esseri umani stessi.

Ovviamente questi miei tre punti sono estratti dalla mia vita, dalla mia personale esperienza africana, che puo’ scontrarsi con altri fatti reali avvenuti ad altri livelli o altri paesi africani, ma ora che mi trovo in Africa dell’Est, questo é quello che vivo, percepisco e comprendo. Credo sarebbe interessante se maggiori ricerche “scientifiche” venissero fate a tal proposito.

Per maggiore ricerche, penso dovrei recarmi presso CODESRIA, il consiglio per lo sviluppo della ricerca delle scienze sociali in Africa. Vi sono diverse pubblicazioni chiamate The African Anthropologist, e forse potrei iniziare una nuova carriera di ricercatrice africana, e iniziare a leggere qualche pubblicazione e libro, che spazi dalle idee cosmologiche, alle tradizioni culturali e al sistema di credo religiosi delle popolazioni africane, attingendo all’Instituto Internazionale Africano (qui alcuni classici consigliati dall’Instituto, e un libro pubblicato da Oxford Bibliographies sugli studi socio-cultural e antropologia dell’Africa)  per poter scoprire qualcosa di nuovo che non conosco e mi affascina, chissà.  Guidata dai sei migliori antropologi che parlano di Africa, qui, forse dovrei tornare ai banchi di scuola e iscrivermi ad una facoltà che offra studi africani come dottorato di ricerca o master (qui alcune idee di corsi, su studi Africani, da Stanford, programma PhD dalla Columbia University- dipartimento di antropologia, con idee più generali sulla antropologia socio-culturale, a Birmingham dipartimento di studi africani).

Leopold Sedar Senghor (1972) © Council of Europe Official visit of president of Senegal and poet Leopold Sedar Senghor, october 1972.

Una fonte di ispirazione sono di certo le poesie del diplomatico, poeta e politico Leopold Sedar Senghor, e primo presidente del Senegal (1960-1980). Vi lascio quindi con una sua poesia sulla bellezza della donna Africana, sperando possiate apprezzarla:

 

Femme nue, femme noire,

Vêtue de ta couleur qui est vie, de ta forme qui est beauté’

J’ai grandi à ton ombre

La douceur de tes mains bandait mes yeux

Et voilà qu’au cœur de l’été et de midi

Je te découvre, terre promise, du haut d’un haut col calcine

Et ta beauté me foudroie en plein cœur, comme l’éclair d’un angle.

 

Alla prossima avventura !

 

Tutta una questione di tempistica

Sono passati due mesi da quando, completamente spaesata e su di giri, ho iniziato a lavorare all’ufficio stampa del Parlamento europeo. Eppure ancora non riesco a credere a dove sono. Cammino spesso per i corridoi riflettendo su quanto fortunata sono stata, su quasi 6.500 persone, ad essere selezionata come una dei 243 tirocinanti che fino a luglio prossimo lavoreranno nei vari dipartimenti del parlamento.

Per me questo é davvero un sogno che si avvera.  É normale, quindi, che vorrei non finisse così presto.

“Non puntare a rimanere qui, è quasi impossibile!”, mi hanno consigliato i miei superiori. Si perché per poter essere assunti dall’Unione Europea bisogna superare un concorso pubblico, chiamato EPSO. Un “concorsone” al quale si presentano più di 20,000 persone ogni volta, e soltanto l’1% viene selezionato per passare alla seconda parte dell’esame. Anche il superamento dell’esame, poi, non ti assicura un lavoro.

“Una volta era più facile entrare qui, non dovevi fare un concorso, ma dipendeva dalle tua capacità lavorative e di networking”, mi ha spiegato un collega.

“Una volta era più facile”, è una frase che mi perseguita ormai da anni. Me la disse, per la prima volta, un professore del liceo, giornalista pubblicista e responsabile del giornale della scuola, parlando di come era riuscito ad ottenere il tesserino. Mi spiegò che aveva avuto la possibilità di iniziare a scrivere per un giornale quando aveva 16 anni, seguendo le partite di calcio, e che il tesserino era riuscito a prenderlo qualche anno dopo senza molta fatica.

Invece io soltanto per avere uno stage non pagato in una redazione locale ho dovuto supplicare il capo-redattore di darmi una possibilità. Circa 48ore a settimana, per 5 mesi, e almeno un articolo pubblicato al giorno. Totalmente gratuito, ovviamente. Dal momento che quella era la mia prima esperienza in una redazione, sinceramente non ricevere uno stipendio non m’importava più di tanto.

Nel corso del tirocinio, però, entrai in contatto con diversi giornalisti, che mi spiegarono come funziona la “gavetta” in Italia. La mia prospettiva per il futuro, sarebbe stata a detta loro un 3 o 4 anni da collaboratrice non pagata o con uno “stipendio” dai 50 ai 100 euro al mese.

“Cambia idea, scegli un’altra professione”, mi hanno detto in tanti. Solo che io ho sempre voluto fare la giornalista e a cambiare idea non ci pensavo proprio. É una maledizione, a volte, sapere quello che si vuol fare nella vita, perché se da una parte è un bene avere obiettivi stabiliti già in giovane età, dall’altra parte si é molto frustrati quando ti sembra di rincorrere perennemente un sogno, senza mai raggiungerlo.

Decisi quindi di seguire il secondo consiglio che quei giornalisti mi avevano dato, e cioè quello di provare all’estero. Avevo sentito tante storie di giovani emigrati in Nord Europa, soprattutto nel Regno Unito, che erano riusciti a fare successo e così, valige alla mano, mi sono trasferita anche in quella che mi avevano descritta essere la patria della meritocrazia. Se è indubbiamente vero che il sistema britannico è molto meritocratico, e altrettanto vero che il Regno Unito dove mi sono ritrovata a vivere è un Paese fatto di circa mezzo milione di italiani, che hanno avuto la mia stessa idea.

Durante il primo anno a Londra conobbi un pensionato italiano che viveva nel Regno Unito da più di trent’anni. Mi raccontò di come, lavorando all’inizio come cameriere, era riuscito a mettere da parte dei soldi per comprarsi un’intera palazzina nei pressi di Angel, zona 1, e che  quindi ora riusciva a vivere (più che bene, tra l’altro) con i soldi che riceveva dall’affitto dei diversi appartamenti di sua proprietà.

“Eh ma adesso non è più cosi facile fare queste cose”, mi disse. Quando, dopo anni di fatica, conseguo un master e un diploma in giornalismo e penso di essere abbastanza qualificata per “farcela” nel mondo del giornalismo inglese, cosa succede? Il Regno Unito decide di uscire dall’Unione europea e l’incertezza della nostra condizione di cittadini europei ci rende ancora meno appetibili ai datori di lavoro. Senza contare che gli anni in cui andavo in vacanza in Italia, sentendomi “ricca” per via del cambio sterlina-euro a mio favore, sono ormai un ricordo.

Capirete quindi la mia frustrazione quando, dopo essere finalmente arrivata dove ho sempre desiderato essere (al Parlamento europeo), mi sono sentita dire, per l’ennesima volta, che le mie prospettive di carriera sono ben lontane dall’essere rosee e non per una mia mancanza di competenze, ma perché “non e più come una volta”.

Sono nata in ritardo quindi. In ritardo per fare la giornalista in Italia (e sperare di viverci dignitosamente), in ritardo per fare l’emigrata nel Regno Unito, in ritardo per sperare in una carriera nell’UE senza affidarmi alla sorte. Sono sicura che tanti miei coetanei si sentono come me e che questo sentimento sia comune anche per i cosiddetti millennials.

Che futuro può attenderci quindi, noi che siamo nati troppo tardi per godere dell’ultimo boom economico che ha avuto il nostro Paese, ma troppo presto per godere del prossimo? Noi che siamo stati cresciuti con l’illusione che una laurea ci avrebbe aiutato a trovare lavoro, per poi venire spesso rifiutati perché “troppo qualificati”? Noi che siamo nati in un Paese che non ci vuole e in una Europa piena di nostri connazionali?

Ho visto il mio curriculum cambiare negli anni, allungarsi e riempirsi di esperienze incredibili che non avrei mai pensato di fare: i tirocini al The Times e all’ Independent, i studi in Inghilterra e Spagna, collaborazioni radio e TV, e ora quest’ ultima alla sala stampa del Pe. Non posso non chiedermi: “Finirà mai questa vita da precaria? Ci sarà un momento quando sarò finalmente al posto giusto, nel momento giusto e con le competenze giuste per svolgere questo lavoro così tanto agognato?”

Come tanti altri expat, non posso fare altro che tenermi stretta la speranza e vicina la valigia, nel caso che debba rincorrere questo sogno ancora un altro po’ in giro per il mondo.

 

Arrangiamento d’autore

La musica di Vivaldi rimanda ad una tradizione antica e altisonante. Solo il nome basta a richiamare alla mente archi e clavicembali dalle complesse armonie. Eppure, il concerto La Primavera, parte de Le Quattro Stagioni, è nella testa di tutti: un raffinato evergreen.

Recentemente ho avuto il piacere di riscoprire questo classico grazie ad un magnifico spettacolo allo Shakespeare’s Globe. Il rifacimento delle composizioni da parte di Max Richter (2012) era alla base dell’opera. Il concerto è stato poi ulteriormente riadattato per un complesso di sei elementi, con accurata selezione dei brani per una durata totale di circa un’ora e mezza.

Finn Caldwell e Toby Olié, le menti creative della compagnia Gyre & Gimble, hanno realizzato dei burattini mossi da un coordinato gruppo di cinque artisti. Lo spettacolo aveva luogo nel Sam Wanamaker Playhouse, uno spazio interno al Globe (non l’iconico grande teatro all’aperto), più intimo e, grazie alla sola illuminazione di candele e tenui faretti, molto suggestivo.

Leggendo le recensioni su Internet non è possibile farsi un’idea precisa della trama. È una narrazione visiva e musicale che segue l’evolversi universale della vita. I due protagonisti si innamorano ed hanno un figlio. Con l’arrivo della guerra, lui viene chiamato alle armi, dove perde la vita, mentre il bambino a casa apprende a muovere i primi passi. Crescendo, il ragazzo, che conduce una vita di successo ma priva di veri affetti, viene turbato dai fantasmi del passato, fino a quando non si riconcilia con la sua storia. E si torna, circolarmente, ad una tenera scena di amore a prima vista.

Il tutto veniva elegantemente “recitato” dai burattini, semplici, si direbbe, in quanto privi di definiti tratti facciali e costumi. Eppure, i movimenti e la grazia delle marionette seguivano l’energico andamento musicale in maniera suggestiva, con pieno coinvolgimento ed emozione del pubblico. Non pochi, immagino, saranno tornati a casa cercando l’album di Richter o, direttamente l’originale di Vivaldi, su Spotify o Youtube.

La figura del burattinaio, spesso relegata per noi alla tradizione popolare o per bambini, ricopre in realtà molti più aspetti di quanti ci si possa immaginare. Dal coordinamento dei personaggi animati sul set di film come Paddington al movimento sul palco di soggetti piuttosto complessi come il cavallo di War Horse, uno degli ultimi grandi successi del West End.

Tornando al rifacimento di Vivaldi, la scelta di unire musica classica, burattini ed una trama così apparentemente semplice, è stata rischiosa. D’altronde, il breve incarico del direttore artistico del Globe Emma Rice è stato costellato da simili decisioni. Come l’audace interpretazione di Sogno di Una Notte di Mezz’Estate o l’ultra-contemporaneo Romeo e Giulietta, o ancora l’ambientazione messicana di Molto Rumore per Nulla. È per questo che la commissione del teatro ha deciso di accorciare la durata del suo ruolo, terminando il contratto due anni prima del dovuto. Come dire: la troppa audacia della donna è stata ben ripagata.

Quando la notizia si sparse ormai quasi un anno fa, critica e esperti furono non poco divisi. È vero che alcune delle scelte artistiche avevano trovato una povera giustificazione nel desiderio di rinnovo delle opere del Bardo, ma l’originale approccio ed il facilitato accesso ad un più vasto pubblico che alcuni di questi adattamenti hanno consentito sono innegabili. Il punto di tutta la questione è che tutto ciò ebbe luogo nel sacro tempio del Globe. ‘Ai posteri l’ardua sentenza’: fu coraggio o un povero giudizio?

Shakespeare, nel bene o nel male, è stato rimaneggiato e riadattato così tante volte da chiedersi non se ma quando capiterà un’altra situazione del genere.

Il Regno Unito non ha paura di giocare con la tradizione. Il tessuto narrativo e i molteplici mezzi artistici vengono rimescolati e fatti interagire con libertà. L’aderenza o meno al testo originale viene dichiarata. Il pubblico e l’appuntita penna dei critici sono l’unico giudice ed eventuale sanzionatore.

I risultati alle volte sono di alta qualità e sorprendente freschezza, come l’acclamato moderno Amleto, con Andrew Scott, adattato e diretto da Robert Icke. Altre volte, il prodotto è meno esaltante, come fu il rifacimento teatrale di Ossessione, con Jude Law nel ruolo di Gino, diretto da Ivo van Hove.

Trasporre la pellicola sul palco, e non in piccoli teatri d’avanguardia, ma per grandi platee: è questo un trend molto recente e che sembra stia dando i suoi frutti, presentando nuovi approcci creativi e avvicinando un pubblico sempre diverso, sempre più vasto.

La rassegna estiva 2017 del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla ricevette più attenzione del solito da parte dei giornali italiani per l’offerta di una Carmen piuttosto fuori dalle convenzioni e dal previsto canone. La giovane argentina Valentina Carrasco fu la regista sulla bocca di tutti per aver portato in scena un allestimento dell’opera in un futuro non troppo lontano e macchiata di modernità fino all’inverosimile, con jeans and night club inclusi.

Ascoltando i commenti di chi vi aveva partecipato allo spettacolo e leggendo alcune testate da quest’altro lato d’Europa, la situazione sorprese anche me. Com’era stato possibile lasciare che costumi moderni e sceneggiature neanche vagamente mitizzate entrassero il sacro tempio delle Terme? Com’era stato possibile far assistere ad un pubblico in attesa del tradizionale balletto una trasposizione così spinta?

‘Ai posteri l’ardua sentenza’.

 

 

Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Breve Riflessione Identitaria

La modernità italiana è un illusione. È un sovrapporsi all’antimodernità del passato, la cui incapacità di convergenza ha causato il frantumarsi del sogno identitario.

Con i nuovi scenari proposti dal declino degli Stati nazionali, processo lento, frutto di un progetto politico, la costruzione dell’Unione Europea, è possibile accertare nella nostra tradizione italiana, un orizzonte diverso da quello dello Stato cosmopolitico ed universalistico, proprio dell’Impero romano, della tradizione cattolica e della grande stagione rinascimentale.

Paradossalmente l’avvio della fase più delicata e complessa della costruzione dell’Unione Europea dà agli italiani una grand’occasione, quella di commutare il loro nazionalismo debole in una virtù civica cosmopolitica ed interculturale, di trasformarsi in costruttori e cittadini della nuova Europa ad un ritmo più rapido rispetto ai cittadini di Stati nazionali di lunga tradizione.

Un’occasione unica ci viene proposta da un nuovo contenitore che si definisce “cittadinanza europea”, la quale dovrà divenire quel grande regolatore di storie e culture nazionali da una parte, e dall’altra fare emergere le culture extraeuropee con le loro esigenze di autonomia.

Quindi un modo per mettere alla prova il confronto e lo scambio tra le culture sarà quello di sperimentare regole di partecipazione alla vita locale per tutti quelli che si riconoscono lealmente membri della stessa comunità e per i quali la parola integrazione, non vorrà significare fusione dello straniero nel corpo sociale, ma dovrà fare nascere una dinamica che fa evolvere tutti i sistemi culturali, quello delle popolazioni locali così come quello dei nuovi arrivati.

Vi è però una tendenza contraria di nazionalismo forte che interessa direttamente gli italiani Expat e che sto avendo modo di sperimentare personalmente.

Mi riferisco all’esatto momento di impatto culturale in cui noi expat ci riconosciamo altro, diverso dal resto. Nel mio caso un’italiana nella meravigliosa Barcellona.

In un momento dato egli o ella si sentirà assalire da un improvviso orgoglio per il suo essere italiano scoprendo di far parte di una lunghissima scia di compatrioti che non solo si sono sentiti veramente apparteneti a queste terre e che senza aver mai la senzazione di essere “in prestito” hanno contribuito attivamente all’atmosfera cittadina che tanto ci fa sentire a casa.

Si può avvertire un senso di appartenza ad un Paese molto forte, pur non vivendo fisicamente lì o pur non essendovi nati direttamente.

Ma il cosmopolitismo astratto non assume alcun senso privato delle radici, per cui bisogna sempre tenere ben presente la memoria di ciò che siamo stati.

Un lume che illumina la nostra geografia umana e che proietta la realtà di oggi verso un futuro consapevole.

A questo proposito voglio parlavi proprio di uno dei personaggi italiani più emblematici che hanno fatto la storia della Spagna, dell’Italia e della mappatura mondiale.

Colui che può certamente essere considerato il miglior Ammiraglio  della Flotta spagnola e del mondo allora conosciuto durante l’Età Media:

l’italiano Ruggero di Lauria.

Ammiraglio di Sicilia e D’Aragona (Scalea o Lauria ca. 1245-1304) la sua prerogativa fu il genio militare e navale.

Ruggero di Lauria è il genio tattico della guerra del Vespro, è l’uomo che trasforma la Sicilia e la Catalunya in fortezze marine inespugnabili in nome della Corona d’Aragona, invano assediate da coalizioni di nemici francesi della casa D’Angiò. Scopriamo che Ruggero di Lauria, l’ammiraglio che per lunghi anni tiene nelle sue mani i destini della Sicilia,della Catalunya e dell’Aragona deve la sua iniziale fortuna alla madre. È infatti figlio di Bella, l’amata nutrice della sveva principessa Costanza. Assieme alla madre è nel seguito della principessa in viaggio per sposare il futuro Re Pietro III verso l’Aragona, dove crebbe con la nobiltà aragonese.

Fu proprio Pietro il Grande ad investirlo cavaliere, data la sua “probidad, prudencia y amor a los intereses de mi corona.” Da quel momento in poi il suo ascenso nella corte fu folgorante, tanto che nel 1282 prese il comando della flotta aragonese.

Nel settembre del 1282, al comando di 40 triremi arrivò in Sicilia col compito di impadronirsi della flotta francese.

Le sue quattro vittorie successive tra il 1283 e il 1287 influenzarono in modo decisivo il corso della guerra dei Vespri siciliani e i rapporti di forza nel Mediterraneo occidentale, perché la flotta siculo-catalana poté ottenere la sovranità illimitata sul mare.

Giunse poi a Barcellona il 23 agosto 1285 con 34 galee, sconfisse presso Rosas una squadra francese di 25 galee. Questa vittoria decise anche le sorti dell’invasione francese in Catalogna, perché quell’esercito, privo di rifornimenti via mare, fu costretto alla ritirata.

Lo storico aragonese Muntaner non potendo dimenticare le origini italiche del futuro “gran capitano”, così conclude: “Pur essendo nato fuori di Spagna ed appartenente al lignaggio straniero, lo ho collocato tra i nostri uomini più celebri, perché fin da piccolo fu educato in Aragona, dove si formò e dove si stabilì. Combatté per l’Aragona, alla testa sempre di forze aragonesi: le sue  battaglie, la sua gloria, le sue virtù e persino i suoi vizi ci appartengono”.

I segni del suo grande amore, per la Catalunya e per il resto di Spagna che lo ha spinto a lottare eroicamente nel difenderla come propria, perchè la sentiva tale, lo troviamo ancora oggi corrisposto sia nell’immaginario collectivo, che presente nella vita urbana e attuale di Barcellona.

A Roger de Lluria (corrispettivo catalano di Ruggero di Lauria) è dedicata una statua commemorativa delle imprese eroiche in Avinguda de Lluís Companys  ed una strada del quartiere Eixample, ma non solo …

In grande segno di riconoscimento all’Ammiraglio la Regia Marina intitolò la corazzata Ruggero di Lauria, varata nel 1884, prima unità dell’omonima classe di pre-dreadnought. Anche la Marina Spagnola gli intitolò uno dei tre cacciatorpediniere della classe Oquendo.

Il suo nome risuona anche negli ambienti di cultura come nell’Università di Barcellona Pompeu Fabra, al quale è dedicato il cortile interno del complesso universitario.

Ma il maggior contributo moderno all’imbattuto ammiraglio e forse quello che mantiene vivo questo senso di orgoglio e di appartenenza è dato da una scelta sportiva.

Pochissimi sanno che i colori  blu e bianco della squadra calcistica dell’RCD Espanyol di Barcellona furono scelti in omaggio a Ruggero di Lauria, in quanto erano quelli del suo armoriale.

Siamo stati quindi un popolo di poeti, di artisti, di eroi, santi, pensatori, di scienziati, navigatori e trasmigratori, ma oggi cosa siamo?

Domanda che apre molteplici spunti di risflessione, di difficile risposta senza prendere in considerazione la voce crescente di chi per scelta vuole essere italiano, di chi ha deciso che vuole vivere precisamente lì.

Per cui la chiave per il futuro che ci darà chissà una maggiore consapevolezza di cosa significa oggi essere italiani, sarà riuscire a virere con coloro che amano il nostro Paese e che vogliono contribuire a creare quell’Italia che tanto sognamo da lontano.

 

E tu, che studente-robot sei?

Lo dico senza troppi giri di parole: le high school americane sono una gran figata. Perché sono mille anni luce avanti a quelle italiane, sia da un punto di vista organizzativo che tecnologico (soprattutto!). Ma anche perché non ci sono libri di testo o lavagne con il gesso: ogni classe ha lavagne interattive, computer e proiettori, è tutto automatizzato. Ed ogni studente possiede un proprio Ipad su cui poter far compiti e studiare.

Il sistema è veloce ed efficiente, i voti vengono registrati in tempo reale, non c’è spazio per ritardi o disorganizzazioni: la scuola superiore americana promuove l’eccellenza e la perfezione. Sì, esatto, perfezione. Cosa che ovviamente nessun essere umano è in grado di raggiungere, ed è proprio così che mi sento ogni volta che sono a scuola, a correr dietro a qualcosa che perennemente mi sfugge.

Anche lo sport e la musica giocano un ruolo di grande importanza: nella mia scuola ci sono impianti e attrezzature di ultima generazione, strutture all’aperto e al chiuso, insegnanti super preparati e tanti eventi sportivi di ogni genere. Ma ci sono anche concerti, bande musicali di tutti i tipi e per tutti i gusti.

C’è un però. Tutte queste cose, che in quanto “arte” dovrebbero essere libere, subiscono l’influenza del “sistema”. Ovviamente la scala sociale scolastica è un tremendo cliché che possiamo trovare in qualsiasi film americano: lo sportivo e la cheerleader sono i fighi della scuola, mentre gli intelligenti e gli artisti sono alla base della piramide sociale, tipo mangime per pesci. La cosa che mi colpisce di più è come effettivamente le personalità degli studenti rifletta la loro etichetta sociale, lo sportivo estroverso e l’artista silenzioso sono ormai la mia realtà da mesi.

I ragazzi per quanto ben educati non hanno alcun tipo di capacità comunicativa, di spazio personale e tanto meno di personalità; la loro vita è principalmente riempita di cose quantitative, di moltitudine. La sensazione che provo è quella che siano tutti roboticamente programmati ad interpretare un ruolo: c’è una parte da recitare, un copione da rispettare. Sono davvero finita in un brutto remake di High School Musical senza Zac Efron?

Questa è la più grande differenza che ho subito sentito rispetto alla mia realtà italiana, dove invece riesco a dar sfogo alla mia personalità e ad esprimere il mio essere, per quanto comunque anch’esso sia in qualche modo omologato ai nostri cari standard sociali. La presenza di milioni di regole e orari strettissimi da rispettare non aiuta di certo i teenager americani, che sono troppo sommersi anche solo per pensare spontaneamente e ad aprire gli occhi verso il mondo che li circonda.

Uno studente in USA funziona solo quando è parte di un gruppo sociale, ossia di una cerchia di persone totalmente uguale tra loro, sia per interessi che per carattere. Ma così, che fine fa quella famosa individualità che noi italiani apprezziamo tanto e disprezziamo contemporaneamente quando ci porta ad essere troppo egoisti?

Qui non c’è, è come se venisse del tutto risucchiata da un’istituzione schiacciante e opprimente che, a secondo la mia piccola esperienza, priva gli alunni di qualsiasi tipo di iniziativa personale e li catapulta a seguire qualcosa di già scritto e prefabbricato da altri. Risultato finale? Una grande sensazione di stress e sovraccarico emotivo che porta a reprimere se stessi e che, a lungo andare, non potrà che avere risultati devastanti.

Qui in America il mantra che sentiamo ripetere un po’ ovunque è l’imperativo “work grind”, che in italiano si traduce con il concetto del “lavorare sodo”, del vivere per lavorare senza pause. In quanto italiana, so che la nostra mentalità potrebbe addirittura essere considerata agli estremi opposti, motivo per cui mi sono trovata piuttosto spaesata in questa nuova dimensione. Niente pausa caffè, niente sigaretta a ricreazione, niente chiacchierate tra una lezione e l’altra; pian piano, ho anche io dovuto lasciar andare la mia amata leggerezza – o meglio, metterla momentaneamente da parte.

Ogni tanto però la mia anima italiana riemerge e, incapace di nasconderla, creo un mio piccolo spazio all’interno di questa routine militare, per gustarmi i sapori e gli odori della grandezza americana.