Differenze di volume

È un fatto curioso che la tradizione riporti il 23 aprile sia come data di nascita che di morte di William Shakespeare. Di sicuro, si sa solo che il famoso poeta sia stato battezzato il 26 aprile 1564. Miti e incerti scribi hanno fatto il resto perché i giorni coincidessero.

Sta di fatto che il Regno Unito è in festa ad aprile. Celebrazioni particolari si hanno in Stratford-Upon-Avon, città natia del Bardo, ma anche a Londra. Il Globe Theatre, meta sempre affollata di turisti e fan del teatro, organizza ogni anno un programma speciale per far memoria del drammaturgo.

Il primo aprile che ho trascorso nella capitale inglese, il teatro circolare aprì le porte gratuitamente a tutti coloro interessati a visitare il museo al suo interno e magari intrattenersi a sentire estemporanei monologhi dal palco. Caramelle con su scritto “Hamlet” (che allora si avviava per un tour globale della durata di due anni) e attività per bambini nello spazio teatrale al coperto erano alcune delle chicche della giornata. Il tutto, però, voleva fare da aperitivo ad una festa ancora più grande, l’anno seguente, quando sarebbero stati ben 400 anni dalla morte del poeta.

Mi fermo un paragrafo per dare qualche informazione in più di localizzazione. Il Globe Theatre si trova al Southbank, una zona centrale bagnata dal Tamigi – un po’ come a dire il Trastevere inglese. A costeggiare il fiume c’è un lungo camminamento collegato all’altra sponda da alcuni dei più famosi – e belli, soprattutto con le luci notturne – ponti di Londra, tra cui il Tower Bridge, il London Bridge, il Millennium Bridge, e via dicendo. Lungo questo percorso, il Globe è in buona compagnia: sul camminamento del Southbank si aprono anche le porte del National Theatre, del Southbank Centre, per non dimenticare i tornelli del London Eye.

Nel 2016, per celebrare il quattro-centenario del Bardo, sono stati installati 37 schermi lungo il Southbank. Il progetto, chiamato “The Complete Walkprevedeva la proiezione gratuita, per tutto l’ultimo weekend di aprile, di 37 video – della durata di 5-10 minuti – con scene tratte dalle commedie e tragedie di Shakespeare, girati sui luoghi reali di ambientazione delle pièces. Questo include, certo, Romeo e Giulietta a Verona, La Bisbetica Domata a Padova, e Coriolano ad Ostia Antica.

L’anno seguente, la British Library mise in piazza, a Trafalgar Square, dei QR codes che indirizzavano al download delle scannerizzazioni del primo folio di alcuni dei manoscritti di Shakespeare. Avere il pdf ad alta risoluzione del primo folio dell’Othello sul cellulare, lo confesso, fa una certa impressione. Per non parlare dello spettacolo Shakespeare Son et Lumière: una colorata animazione, di circa undici minuti, attraversava quasi tutte le opere teatrali di Shakespeare, proiettata sulla facciata della Guildhall Art Gallery e accompagnata da narrazione drammatica dei più famosi versi.

Insomma, non c’è modo di scappare al fascino del grande poeta qui.

Mentre ero in piedi di fronte alla gigantesca candela digitale proiettata sulla facciata del diciannovesimo secolo della Guildhall, accompagnata dall’altisonante “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, ripensavo al mio volumone di letteratura italiana.

Adoro le opere teatrali di Shakespeare, e ancor più adoro i vari riadattamenti e modernizzazioni delle sue tragedie. Ma proprio non riescono a prendere il posto di quel più antico “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”.

Attraversando la penisola, in qualsiasi secolo della storia italiana, si scopre una ricchezza inestimabile di versi e di personaggi da poterci coprire non uno, ma mille di palazzi con proiezioni digitali. Agli occhi spalancati di familiari ed amiche italiane che ascoltavano i miei racconti inglesi dei vari progetti culturali ai quali avevo assistito, presentavo anche la mia frustrazione e il desiderio di costruire scenari simili per un patrimonio ben più ampio e profondo di quello del Bardo.

La letteratura inglese ha sicuramente molto da raccontare al di là di Shakespeare, ma è curioso vedere come da quest’unico poeta – che sia realmente esistito o meno, a seconda della tradizione che si vuol seguire – ne è stato sviluppato quasi un mito, incantando le nuove generazioni e turisti da tutto il mondo.

Scherzando con alcuni colleghi qui, ricordo loro, di tanto in tanto, delle ambientazioni tutte italiane di alcune tra le più famose opere presentate dalla Royal Shakespeare Company. Ma sembra poco importi loro della Roma repubblicana o delle follie di Caligola, perché il Cesaricidio è uno degli avvenimenti più importanti e drammatici, in fondo, giusto? Altrimenti se ne sarebbero scritte tragedie anche al loro riguardo, come è stato fatto per la storia d’amore di Antonio e Cleopatra.

Come fare a dire che, si, in realtà ci sono volumi, versi, libretti, per tutte le fasi della nostra storia, per l’amore corrisposto o no, per la divisione dell’essere umano in centomila, per le storie d’onore e di sangue della mafia, che rivelano ben altro che il fascino di Al Pacino e Marlon Brando.

C’è il problema del dialetto, è vero, per molte opere. Ma l’inglese di Shakespeare, preso puro, non è molto più comprensibile dei primi sonetti Danteschi. Il medium – il termine stesso ci riporta alla tradizione latina – attraverso cui aprire i libri e raggiungere il lettore, è la chiave. La letteratura è attraente, la cultura affascina. Eppure, anche una rosa senza acqua e senza esser esposta alla luce del sole muore ed il seme rimane chiuso in sé.

L’invito e la speranza è che scaffali e vetrine siano sempre più aperti, in un dialogo con le nuove tecnologie e con la creatività delle nuove generazioni, per far sentire le opere più vicine ad un pubblico, vecchio e nuovo, che cerca, indaga, è curioso. C’è fame di cultura e di poesia, troviamo il modo di impiattarle.

Welcome on board! Cristiana Ferrauti – blogger #theitalians

Multimediale è la parola chiave per le nuove frontiere del giornalismo. Insieme a Multitasking e multiskilled, sono le tre parole per la sopravvivenza e la buona riuscita nella frenetica metropoli Londinese. La bussola di tutto, però, rimane un’insaziabile curiosità per le storie e la poesia della conoscenza.

Cristiana Farrauti ama specificare di essere romana, oltre che Italiana, perché nella Capitale ha imparato ad apprezzare ed amare la cultura in tutte le sue sfumature, dalle lingue antiche ai manoscritti, dagli affreschi alle maestose statue di marmo.

Classe ‘92, si laurea in Scienze Umanistiche alla Lumsa. Dopo un paio di mesi è all’aeroporto di Fiumicino con un biglietto di sola andata per Londra, pronta (o quasi) per un anno all’estero in vista del conseguimento di un Master in Giornalismo Multimediale alla University of Westminster. Il risultato è stato non solo una rubrica arricchita di amici dall’Asia, Europa dell’Est, o Irlanda, ma anche un portfolio colorato di collaborazioni varie con magazines e charities, che si tratti di recensioni, interviste, o lavori con i social media. Nonostante i prezzi esagerati di pasta e parmigiano, i caffè espresso un po’ sciacquati e la pioggia ininterrotta, la città diventa sempre più familiare e, al di là della stereotipica freddezza inglese, accogliente.

Proprio per rompere con gli stereotipi, Cristiana ci parlerà di qualcosa al di là del cliché finanziario della capitale. In punta di penna – perché la penna ferisce più della tastiera – vuole aprire lo sguardo sulla Londra che trabocca di spettacoli, di letteratura, e di multinazionalità.

CatalExit… o meglio Catalessi dei popoli

«Rachele, cosa ne pensi tu della Questione dell’Indipendenza Catalana?».

Me lo chiedono ormai da mesi, i miei compagni di Università, i genitori dei miei amici durante le cene a casa loro, i miei conoscenti internazionali e persino il portiere dell’edificio in cui abito. Per cui dopo mesi di parole ed opinioni dispensate, sento il bisogno di raccontarvi cosa significa essere un’italiana nella schismogenesi catalana.

Sabato mattina ore 10.00, un cartello segnaletico reca inciso nella parte superiore “Benvinguts a Vall de Torroella” e continua con “ Municipi per la Independència”, 365 abitanti censiti, ora 367, ma  solo per un weekend.

Attraverso i 14 ettari da parte a parte della cittadina industriale della Catalogna profonda, senza poter fare a meno di chiedermi cosa abbia spinto questi 365 abitanti, tanti quanti i giorni dell’anno che abbiamo appena visto concludersi con epocali colpi di scena politici, a gridare il loro schieramento politico attraverso l’urbanizzazione.

Da dove nasce l’esigenza di un catalano di schierarsi e di volerlo manifestare subito dopo un Benvenuto nella mia casa? A me che sono una ragazza del centro Italia, abituata a Roma in cui la massima espressione di divisione sociale è data dalla Squadra del cuore – Roma o Lazio, Curva Nord o Curva Sud, di padre in figlio – risulta abbastanza enigmatico da comprendere.

Ma qui in Catalogna si respira un sentimento identitario definito e partidario in ogni calle dopo lo scorso primo ottobre. Si sente nelle chiacchiere a bassa voce fra compagni di studi nella biblioteca dell’università, nello spogliatoio della mia squadra di calcio del quartiere San Gervasi, nel saluto del  barista che mi serve un café con leche la mattina. Ma soprattutto si avverte nella protesta silenziosa sui muri de las ramblas, sui balconi delle case di Barcellona, dai quali sventolano rigogliose bandiere spagnole o catalane indipendentiste. La città si schiera ad ogni angolo.

Si può così calpestare un mattonella dipinta con un bianco “SI”, volutamente pro indipendentista e al seguente passo trovarsi ad entrare in un portone con lo slogan ” Viva el Rey, Viva España”.

Sì, proprio Barcellona, la mia Barcellona, la stessa che mi ha mostrato nel cuore delle sue stradine che ad ogni persona appartengono innumerevoli quanto diverse identità con rispetto al territorio che si calpesta, in questi giorni dà la sensazione di aver perso la sua polifonia urbana a favore invece di un duetto illusorio e fratricida.

Sensazione che, come me, altri 25.000 italiani si trovano a vivere ogni giorno nella metropoli catalana, trovandosi nella condizione di incertezza non tanto economica o politica, quanto sociale. Non sai mai in che momento qualcuno possa chiederti la tua opinione a riguardo ed è lì che un italiano a Barcellona decide di schierarsi, divenendo anche lui parte di quell’arte metropolitana di politica viva da bar.

Ma ciò che sta succedendo in Catalogna lo si può definire come un vero e proprio processo di schismogenesi. Per chi non la conosce, questa parola è stata coniata negli anni trenta dall’antropologo e genio della teoria della  comunicazione Gregory Bateson ed è un concetto che descrive e analizza i conflitti cronici che hanno un aumento considerevole di aggressività reciproca tra  due parti contrapposte.

Processi graduali e sostenuti nel tempo, fino a che giunge un momento nel quale non è chiaro quando è iniziato tutto e abitualmente le parti si accusano a vicenda di essere gli iniziatori e gli unici responsabili del conflitto. Lo fanno adducendo e ingigantendo dettagli e parti che gli danno ragione, e minimizzano l’importanza dei fatti e delle argomentazioni di cui si serve la controparte.

Dovuto alla gradualità, succede che, fin quando il processo non è avanzato, le persone che vi sono coinvolte non sono coscienti né della gravità che ha raggiunto il conflitto né del cambio profondo che stanno provocando come soggetti.

Ed è qui che arriviamo al vero problema: ci sono due legittimità, quella spagnola centralista e quella catalana indipendentista.

Ognuna per natura e ricorrenza differente, però in questi momenti entrambe vissute come pienamente legittime dalle persone dei due gruppi umani.

Il tutto chiaramente sta succedendo in un unico spazio politico caratterizzato da una unica legalità vigente, il che lo rende particolarmente complicato.

In questa dinamica si sono configurati due paradigmi opposti che si negano la legittimità a vicenda e che impossibilitano stabilire del tutto il dialogo.

Il peggio di tutto ciò è che sia dall’una che dall’altra parte si ha ogni volta meno rispetto della fazione contraria, perché ne considerano illegittime la loro posizione e le loro credenze, cosa che comporta una disumanizzazione sempre più cruenta dell’ “altro”.  Lo si dimostra con slogan del tipo “A por Ellos oé, a por Ellos oé” che incita alla distruzione della controparte o da “Amb la sang dels espanyols farem tinta vermella i escriurem amb la mà al cor Catalunya terra nostra” che in modo più letterario allude allo stesso obiettivo.

Questa polarizzazione finisce col coinvolgere tutti, dai gruppi di amici agli appartenenti dello stesso nucleo familiare e ovviamente sconosciuti incrociatisi per caso, che si sentono ogni volta di più obbligati a posizionarsi a favore di una delle parti.

Fino a quando durerà questa divisione sociale? Quali saranno le conseguenze? Ma soprattutto: come cambieranno gli approcci di integrazione per noi italiani?

Non siamo immuni dalla polarizzazione e no, non possiamo non avere un’opinione solo perchè al momento non ci sentiamo rappresentati da nessuna delle due ideologie.

Non siamo pienamente in grado di comprendere il conflitto, ma non possiamo nemmeno viverne al di fuori allo stato delle cose. Ci troviamo in una sorta di limbo; incastrati in una storia che involontariamente non sappiamo di portare nel sangue.

E non possiamo nemmeno negare quanto Barcellona abbia significato per noi che viviamo qui da tempo e quanto significhi, perchè sostanzialmente ha lasciato una traccia indelebile nella creazione di ciò che siamo oggi.

Io In questa città ho trovato me stessa; ai piedi del faro dell’antico porto di Barcellona, giusto nel punto in cui il 41° Parallelo Nord taglia il Meridiano Dunquerque. Lo stesso che si utilizzò nel 1791 per definire la misura del metro come 1/10 000 000 del quarto del meridiano terrestre e grazie al quale diamo la misura di ogni nostro singolo passo.

Passi che continuerò a fare, fra una scritta “Llibertat als presos politics” e un “ Eres mi único Amor, no tienes remedio” perchè sì, Barcelona tiene el Poder, un  grande potere: il multiculturalismo che plasma la ragione dei popoli, solo che sembra essere momentaneamente assopito.

Probabilmente la soluzione migliore (ma non la più apprezzata) sarebbe optare per una strada che invochi alla mediazione, con la speranza di trovare un accordo tra il governo spagnolo, il quale dovrebbe cessare ogni azione di repressione, e quello catalano, che dal canto suo dovrebbe abbandonare ogni pretesa di indipendenza.

In pratica bisognerebbe fare appello alla Politica nella sua forma più pura.

L’unica soluzione pacifica e realmente democratica in grado di risolvere la difficile situazione che si è creata sembrerebbe quella di dialogare, di aprire immediatamente un negoziato tra  le forze politiche in campo. ma al momento è estremamente arduo, se non dichiaratamente impossibile. Il tutto, si spera, prima che il sonno della ragione a cui si sta inesorabilmente andando incontro generi i suoi abominevoli mostri.

 

Welcome on board! Rachele Arciulo – blogger #theitalians

Barcellona è come una moderna Babele, si possono ascoltare fino a 50 lingue diverse su las Ramblas, dove ognuna trova il proprio posto in una armonica melodia urbana. Ogni angolo sembra stimolare il mutamento dell’osservatore attento, Il multiculturalismo è infatti  il suo vero potere e fonte creativa di identità.

Rachele Arciulo classe 1993, inizia il suo percorso di studi all’estero a 12 anni, iniziando a plasmare la sua coscienza internazionalistica prima in Francia e poi proseguendo la sua formazione in Inghilterra e in Irlanda.

Si laurea nel novembre del 2017 in Scienze politiche e Relazioni Internazioni nell’Università di Roma Tre, partecipando attivamente alla vita politica universitaria al servizio degli studenti. Nel 2016 lascia Italia per trasferirsi a Barcellona, dove grazie al progetto Erasmus+ studia nell’Universitad de Barcelona, uno degli ambienti culturali più dinamici e stimolanti della città.

Attualmente è calciatrice professionista nella Lega Catalana di División de Honor, per mezzo della quale gira la Catalogna. Nella vita è sempre attenta nel difendere e diffondere la coscenza dei diritti umani, contribuendo attivamente all’azione di ONU Spagna, ACNUR e UNICEF Spagna.

Inizia il 2018 collaborando con il Think Thank “The Italians” attraverso il blog 41* Gradi Nord, che si pone la main mission di dare una visione caledoiscopica della realtà italiana a Barcellona, suggerendo spunti critici di riflessione per un’immagine diversa dal Mito.

L’importanza di essere ed avere mentor al femminile

Nel mondo del lavoro, all’estero come in Italia, c’è sempre più bisogno di donne.

Maggiore empatia, ascolto, compassione e capacità di dialogare e comunicare con un’intelligenza emotiva elevata. Guardando alle attività e ai risultati, certo, ma ascoltando anche i bisogni familiari e il desiderio di mettere in circolo l’amore verso il partner, gli altri, e i propri figli.

Sono stata educata alla stessa maniera di mio fratello e, in due, siamo cresciuti insieme nell’uguaglianza e nel rispetto reciproco, senza fare troppe distinzioni di vestiti, giocattoli e cibo. Tutto era uguale, per entrambi (ed entrambi avevamo i capelli corti). Sono stata educata al lavoro e a raggiungere risultati tangibili, alla meritocrazia e allo studio arduo per poter guardare in alto e sognare di raggiungere le stelle e cambiare il mondo attraverso la solidarietà e l’unione delle persone. Il consenso attraverso il dialogo e la negoziazione, la pazienza e l’umiltà, il sorriso e parole di speranza, coraggio e conforto per le nostre squadre di lavoro. L’Unione fa la forza, se vogliamo possiamo, il lavoro di squadra fa sì che il Sogno diventi Realtà. Ci ho creduto crescendo e ci credo ancora oggi.

Per questo, avvicinandoci alla giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, il messaggio che le Nazioni Unite da è: più ragazze scienziate, ingegnere, appassionate di macchinari, matematica, tecnologia, app, innovazione.

Le statistiche parlano chiaro: secondo uno studio condotto in 14 paesi, la probabilità che studentesse  conseguano una laurea breve, un master o un dottorato in campo scientifico è solo del 18 %, 8 % e 2% rispettivamente, con una percentuale di studenti di sesso maschile di 37 %, 18 % e 6 %.

Secondo il rapporto di UNESCO nella Scienza verso il 2030, il programma STEM – Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica per le giovani, mira a ispirare e coinvolgere le ragazze e le giovani donne ad intraprendere carriere in campo scientifico. A livello mondiale, la parità di genere e la scienza sono due elementi vitali per poter raggiungere gli obiettivi dell’ambiziosa Agenda dello Sviluppo Sostenibile 2030, che include- tra i suo 17 obiettivi- quello delle parità di genere e di uguali opportunità tra donne e uomini.

A livello regionale in Africa, la rappresentazione femminile nelle scienze si trova, per la maggior parte,  in Mozambico e Sud Africa, con il 34 % e 28 % rispettivamente di diplomate in ingegneria. Le difficoltà di una formazione scientifica sono però legate ad una combinazione di fattori che riduce la proporzione delle donne ad ogni gradino della carriera scientifica: l’ambiente scolastico; il cosiddetto “glass ceiling” – il soffitto di cristallo della maternità; i criteri di valutazione della perfomance scolastica; gli scarsi riconoscimenti; la mancanza di supporto, di mentorship e di leadership; e fattori culturali di diseguaglianza di genere.

Tutto questo scoraggia fortemente le donne ad “ambire in alto”, soprattutto a livello africano, dove le donne, in molte comunità rurali, fuori dalle città, sono ancora considerate come creatrici di figli e dedite alla casa, con l’uomo “breadwinner”- colui che porta il pane a casa attraverso il lavoro fuori di casa.

L’istruzione è una via per sfuggire alla povertà, per imparare e per avere maggiori opportunità future di lavoro, non dovendo cosi dipendere economicamente dall’uomo. Le professioni scientifiche danno poi maggior respiro e possibilità di scelta di una professione, spaziando da ricercatrici, professoresse di chimica, fisica, astrofisica, astronaute, chimiche, fisiche, e maggiori libertà per poter esplorare il mondo.

Il lavoro di UNESCO in ambito di ragazze e donne nella Scienza è quello di organizzare e guidare giovani a rompere gli stereotipi della “matematica non cool per le ragazze”, ma anzi, un appassionante viaggio alla scoperte di scienze e di misteri non ancora svelati.

Rompere gli stereotipi di genere e culturali, ed avventurarsi nelle carriere scientifiche: non lasciarsi scoraggiare e non credere che questo sia un ambito solo per uomini.

Per questo, per ispirare e incoraggiare a non mollare, altre donne – oggi scienziate – possono essere il loro esempio, il loro modello per proseguire e non arrendersi. In una società in cui l’uomo viene premiato e la donna non sufficientemente apprezzata per i suoi risultati, il mentoring è necessario per avere figure di riferimento, che possono apprezzare, incoraggiare e guidare altre giovani al raggiamento dei loro sogni.

Chi dice che non possiamo diventare scienziate e aprire le porte verso nuovi orizzonti scintifici?

REF: JSC 247-37-003 ONBOARD PHOTO STS-47 ONBOARD PHOTO VIEW. ASTRONAUT MAE JEMISON, MISSION SPECIALIST WORKING IN SL-J MODULE.

Personalmente ho sempre ammirato la prima donna afro-americana a viaggiare nello spazio, con il programma spaziale americano della NASA, Mae Carol Jeminson, nel settembre del 1992.

Lavorare nello spazio e arrivare fino alle stelle, non è meraviglioso?

Celebriamo insieme la giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, e, innamoriamoci delle materie scientifiche! Questo è il sito con maggiori informazioni: United Nations International Day of Women and Girls in Science

 

 

 

Fratellastri d’Italia

Da qualche anno non si fa che parlare di questi italiani all’estero: c’è chi parla di fuga di cervelli, chi dice che l’Italia sta meglio di loro; c’è chi racconta che vivere all’estero è bellissimo e chi dice che non ne vale la pena. Intelligenti, volenterosi, bamboccioni, coraggiosi, traditori della patria: quante etichette ci hanno forzato addosso il giornalista o il politico di turno. A me però le etichette non piacciono, quindi scrivo questo post nella speranza di darvi un’opinione sull’argomento che sia la più onesta possibile.

Allora chi sono questi italiani all’estero? Sono davvero il meglio o il peggio dell’Italia?

Per esperienza personale, posso dirvi che sono entrambi. Ci sono neolaureati in ricerca di un lavoro dove possono applicare le loro conoscenze e appagare le loro ambizioni e ci sono poi coloro che vengono pensando di trovare quel sogno americano in Europa che molti giornali sono così intenti a propagandare. Anche io, come molti, prima di trasferirmi in questa grande isola, la vedevo esattamente così. Me la immaginavo pulita e ordinata, con persone rispettose delle regole e con i servizi pubblici funzionanti alla perfezione.

La realtà che ho trovato, al mio arrivo, è stata un po’ diversa. La Londra di cui ho sentito così tanto parlare è come un sogno che sta svanendo, un ricordo che ha lasciato il posto a una città sovrappopolata e carissima, dove gli autoctoni vengono spinti in periferia all’aumentare dei prezzi delle proprietà, mentre noi immigrati lavoriamo spesso più di 45 ore a settimana per poterci permettere appartamenti condivisi con sconosciuti e infestati da topi. Un incubo più che un sogno, direte voi. Allora perché sempre più giovani abbandonano l’Italia per trasferirsi nel Regno Unito?

Vivendo in questo paese ho imparato, tra le tante cose, che la realtà è sempre più complicata di quello che ci vogliono far credere. La verità è che se vai all’estero solo per una questione lavorativa, spesso non ne vale la pena, come raccontano tanti expat rientrati in patria. Si, perchè la qualità della vita che l’Italia può offrirti (la dieta mediterranea e il clima mite), la trovi raramente altrove. Perchè pochi lavori valgono il freddo, il cibo scadente, le distanze e la solitudine che viviamo.

Personalmente, ci sono tantissimi motivi dietro la mia scelta di lasciare l’Italia. La paura del diverso, le discriminazioni, l’apatia sociale e l’eccessiva importanza che si da all’apparenza. Insomma, tutti quegli argomenti di cui ho gia parlato (o di cui parlerò presto) e che mi impediscono di immaginare di vivere nella mia terra natia.

Spesso non si capisce che l’esodo dei giovani italiani ha più a che fare con i demeriti dell’Italia piuttosto che i meriti dei paesi stranieri. Il nostro sistema scolastico, per quanto valido sotto molti aspetti, non ci prepara affatto al mondo del lavoro. La realtà che un giovane laureato si trova davanti è fatta di tirocini non pagati, contratti “part-time” che ti richiedono più di 40 ore alla settimana, stipendi da fame che devi accettare, visto che “stai imparando”. E se rifiuti, allora ti chiamano bamboccione, sfaticato e perfino presuntuoso.

Si dice che ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la risoluzione del problema stesso. Eppure della “fuga dei cervelli” se ne parla da diversi anni, ma senza fare nulla. Quando ancora non era presidente, Emmanuel Macron fece un appello a tutti gli emigrati francesi chiedendogli di tornare in patria, suggerendo loro quanto la Francia avesse bisogno di superare quella mentalità della “paura del fallimento” che blocca la crescita del paese.

E noi expat italiani? Beh, noi abbiamo avuto un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che ha detto che “alcuni italiani è meglio non averli tra i piedi”. Quindi non solo siamo stati spinti a lasciare il nostro paese perché non ci viene data la possibiltá di vivere in modo dignitoso in Italia, ma ci dobbiamo anche sentire insultati per questo. “Andate a Londra con le vostre belle lauree e poi finite a lavare i piatti o a lavorare nei bar e nei ristoranti”. Ho letto piú volte sui social media commenti simili. Questo è uno dei problemi di noi italiani: ci atteggiamo spesso a esperti di cose di cui non abbiamo nessuna conoscenza.

Lavorando come barista per cinque anni sono stata in grado di pagarmi l’università, almeno due viaggi in Italia e altre due vacanze all’estero ogni anno. In poco più di cinque anni di residenza qui, ho cambiato diversi lavori e non sono mai stata disoccupata per più di un mese. Quanti ventenni italiani possono dire lo stesso?

Il lavoro nella ristorazione è uno dei più facili per trovare a Londra, grazie ai migliaia di bar e ristoranti sparsi nella capitale. È per molti un punto di partenza, un modo per pagare le spese e nel frattempo ricostruirsi una vita. Molti expat riescono a fare altro nel corso degli anni e quelli che decidono di rimanere in questo settore hanno possibilitá di far carriera e guadagnare un bel salario, se vogliono.

L’esodo degli italiani, che non si limita soltanto ai giovani, è stato ignorato per molto tempo e poi, improvvisamente, è diventato uno degli argomenti piú discussi. Il problema è che, anche in questo caso, non si tratta di un dialogo. Ci sono tantissimi expats che hanno raccontato la loro storia, in centinaia di blog come questo, oppure intervistati da quotidiani regionali e nazionali. Quando l’ultima battuta è stata scritta, cosa ne rimane?

Soltanto un’altra storia di successo o fallimento, un’altra voce a questo infinita discussione se vale la pena o no vivere all’estero. E allora mi chiedo: perché invece di focalizzarci sul perché gli altri paesi attirano cosí tanti giovani, non iniziamo a interrogarci sui motivi per cui l’Italia non riesce a tenersi i suoi figli? Quante idee, quanti consigli, potremmo dare noi che conosciamo altri paesi, altri sistemi politici ed altre realtà. Eppure, quanti politici ci hanno mai chiesto cosa potremmo fare per cambiare il paese? Quanti politici ci hanno chiesto perché non torniamo? Cosa è stato fatto per spingerci a rientrare oppure per far si che altri giovani non seguano il nostro esempio?

Nella mia comicità spesso penso che ai nostri politici stia bene cosí. In fondo siamo dei numeri in meno sulla disoccupazione giovanile, delle pensioni in meno che lo Stato dovrà erogare e poco importa se altri paesi sfrutteranno al meglio l’istruzione che lo stato italiano ci ha pagato. Le nuove generazioni partono, lasciando indietro quelle vecchie (più facilmente manipolabili attraverso i social media e notizie false) e coloro che si “accontentano” di vivere in questa situazione.

Se qualcuno dice “io non ci sto” allora deve per forza essere migliore o peggiore dell’altro. Quante volte mi sono sentita dire “ma tu sei più coraggiosa di me”, oppure “io sono così legata alla mia famiglia, non potrei mai fare quello che hai fatto tu”, come se chi decide di partire debba essere per forza più indipendente o meno legato alla famiglia.

Italiani contro italiani. Sono passati più di 150 anni dall’unità italiana eppure degli italiani, a mio avviso, ancora non c’è traccia. Forse il motivo è che ci vediamo diversi, e lo siamo: ogni regione nel nostro paese ha le sue tradizioni, la sua lingua, una sua realtà che è totalmente diversa da quella delle regioni confinanti.

Ed esattamente come accade con le culture e tradizioni straniere, anche questa diversità ci disturba e ci divide.

La magia del Natale a Londra

«Gesù è nato ad aprile, non a dicembre!», urla un ragazzo a Trafalgar square tra l’indifferenza dei passanti. Le strade di Londra sono cosí, piene di persone con religioni e convinzioni diverse. Ognuno che sponsorizza la sua causa, il suo dio, la sua ragione per essere su quel marciapiede.

Il Natale, come tutto a Londra, è multiculturale. Le canzoni festive parlano di Santa Claus, di pupazzi di neve e di notti invernali passate davanti a un camino. In una città come questa, si potrebbe pensare che il Natale perda la sua importanza. Tutto il contrario: nessuno è immune alla frenesia natalizia. 

Perché anche se non tutti credono al Natale nel senso cristiano del termine, lo spirito dello stare insieme e del donare in modo disinteressato è vivo più che mai. Quest’anno ho decorato l’ufficio insieme a colleghi di religioni diverse e non credo ci possa essere un modo migliore per tenere vivo lo spirito di pace e speranza che questa festa dovrebbe rappresentare.

Tra le tantissime iniziative che caratterizzano questo periodo, tre in particolare mi sono sempre piaciute:

  1. Christmas Jumper Day

I maglioni di natale sono molto popolari nel Regno Unito. Ci sono i classici, con Santa Claus, Rudolf o pupazzi di neve, oppure quelli più particolari, che si illuminano o cantano canzoni festive. A volte invece hanno scritte sarcastiche o giochi di parole. Quest’anno ne ho visto uno ispirato alla celebre canzone di Mariah Carey che recitava “all I want for Christmas is EU”.

Ogni anno però, il 15 Dicembre, Londra indossa i suoi Christmas Jumpers per raccogliere fondi da destinare ai bambini bisognosi.

Questa tradizione, sponsorizzata da Save The Children, compie quest’anno 5 anni. L’organizzazione invita tutti a indossare i propri maglioni natalizi il 15 Dicembre e a donare almeno £1 per la loro causa. Ci si può registrare anche per gestire una raccolta fondi, coinvolgendo amici o colleghi di lavoro.

  1. Secret Santa

Una tradizione diffusa molto in ambito lavorativo. Consiste nel pescare a caso il nome di un proprio collega e comprare un regalo che si pensa gli possa piacere. L’identità del “benefattore” rimane sconosciuta.

Ci sono intere sezioni di negozi dedicate ai Secret Santa: dai giochi da tavola portatili a tazze strane. Ovviamente aiuta conoscere la persona alla quale devi comprare il regalo, ma questa è anche una possibilità per stringere legami con persone con le quali si parla poco in ufficio. Solitamente si stabiliscono dei budget limitati, dalle 5 alle 10 sterline.

  1. Christmas Party

Una vera propria arma a doppio taglio, nonché l’incubo di qualsiasi medico e paramedico. In teoria, il Christmas Party è un’occasione per festeggiare non solo il Natale, ma anche la fine di un duro anno di lavoro.

L’organizzazione di queste feste varia a seconda della compagnia in cui si lavora: alcune organizzano cene o pranzi pagati per i propri dipendenti, che si svolgono almeno in parte all’interno degli orari di lavoro, altre invece organizzano dei drinks pagati o serate nei locali.

Tante sono le cose che possono andare storte durante questo tipo di feste, a tal punto che ogni anno, dalla prima settimana del mese in poi, molti giornali, riviste e blog scrivono le regole di comportamento da seguire per non fare figuracce o di come si può rimediare se non ci si è comportati come dovuto. D’altronde stiamo parlando di persone che devi vedere ogni giorno, tutto l’anno, e di feste alla quali partecipano spesso e volentieri direttori o proprietari della compagnia.

Il problema principale di queste feste (e anche uno dei problemi maggiori di questo Paese) è l’alcol. Ci sarà sempre  (ebbene si, SEMPRE) qualche impiegato che beve eccessivamente e finisce a imbarazzarsi davanti ai colleghi. La paura di essere fotografati o ripresi in uno di questi momenti spinge molti a vivere queste feste con ansia e preoccupazione.

“Per favore, fai attenzione quando bevi”, invitano dei cartelli in metro. Si perché finita la festa, spesso queste persone tornano a casa da sole e finiscono per cadere dalle scale mobili della metro (o peggio nel binario del treno), scivolare dalle scale e procurarsi ferite più e meno serie.

Immagini di ragazze o giovani sdraiati privi di senso su marciapiedi o panchine vengono pubblicate per sensibilizzare le persone a bere di meno. In una cittá come Londra, queste sciocchezze aggiungono una pressione significativa a un sistema di emergenza che combatte da anni tagli ai propri fondi a fronte di una popolazione che sfiora i 9 milioni.

Quando si tratta di persone sole e prive di sensi, i medici infatti si trovano costretti a intervenire, non sapendo nulla delle condizioni del paziente. Spesso, per assistere persone che hanno semplicemente bisogno di dormirci su, sono costretti a farne aspettare altri in condizioni piú gravi.

Una tradizione nata con delle buoni intenzioni, che purtroppo non viene vissuta da tutti nel modo corretto. Del resto anche il Natale, come tutto a Londra, non è privo di contraddizioni.

Le settimane precedenti al 25 sono tra le piú frenetiche dell’anno e in quei giorni sembra che tutti i difetti della cittá si accentuano: le persone sono piú stressate, dovendo aggiungere ai loro impegni quotidiani lo shopping natalizio e diventano cosí ancora piú scortesi del solito. Ai milioni di persone che vivono nella capitale si aggiungono migliaia di turisti, che vogliono vedere in prima persona la magia del Natale a Londra.

I negozi sono sempre pieni, con gli acquisti che vengono favoriti dai saldi invernali che hanno inizio il giorno dopo la festa del ringraziamento americano.

Le strade del centro, illuminate a festa dalla prima settimana del mese, si trasformano in un incubo per i residenti. Oxford Street, seppure bellissima in questo periodo, diventa un posto da evitare a quasi tutte le ore del giorno, a meno che non si abbia tempo di andarci alle 10 del mattino.

Ma poi, il 25 Dicembre, tutto rallenta. Non ci sono bus, né treni e quasi tutti i negozi sono chiusi (ad eccezione dei ristoranti, dei bar in zone turistiche e dei piccoli alimentari di zona gestiti prevalentemente da asiatici), per poi tornare alla normalitá dal pomeriggio del 26.

Londra il 25 Dicembre sembra il ricordo di un tempo passato. Un tempo prima che la cittá si riempisse di piú persone delle quali puó ospitare, prima che tutto diventasse cosí caro, frenetico e distante. Prima che la paura di una nostra foto sui social media ci impedisse di goderci le feste.

Tutto si ferma, in quel giorno. E quella per me, é la vera magia del Natale.

 

La differenza tra le università italiane e quelle inglesi: il tempo

In quanto studente al secondo anno alla University of Warwick, ho ormai iniziato a capire come funzioni il mondo universitario anglosassone. Non che ne fossi completamente all’oscuro prima di partire, ma ora le sfumature saltano più facilmente all’occhio. Mi vorrei soffermare principalmente su una di queste: il tempo che ogni studente ha a disposizione per se stesso. Ci tengo a precisare che il mio scopo è quello di presentare due realtà in maniera parallela: sta poi al lettore il compito di tirare le somme e arrivare a delle conclusioni; lungi da me il voler affermare che le università inglesi siano le migliori al mondo.

Seppur non abbia mai frequentato un’università italiana, sono al corrente di come sia strutturato questo sistema nella mia madrepatria. Perdonatemi la generalizzazione, ma a volte è necessario cogliere i tratti in comune che più istituzioni hanno, per definire un trend generale. E quindi, parlando con i miei amici, so delle giornate intere passate in facoltà, delle ore interminabili di lezione e della stanchezza e frustrazione che ne deriva. Obbligo di frequenza, poche sessioni d’esame durante l’anno, esami scritti e orali: l’immagine che danno delle nostre università è quella di “nemiche” dello studente. Ripeto, ci sono delle eccezioni e ne sono consapevole, ma i racconti e le testimonianze che ho raccolto non sono comparabili all’esperienza che sto avendo io in Inghilterra.

Ogni giorno nella savana, quando sorge il sole, una gazzella sa che per non venir mangiata dovrà correre. Ogni giorno in Italia, quando sorge il sole, uno studente sa che per non andare fuori corso, dovrà correre. Guai ad essere fuoricorso! Guai a cambiare facoltà! Guai a prendere un anno di pausa! Chi perde tempo, non ha alcuna giustificazione!…

Ed è qui la differenza principale con la mia esperienza universitaria: l’avere tempo. E la maggiore presenza di questa componente si declina in diversi modi. In primo luogo, è davvero comune aver preso un gap year, ovvero un “anno sabbatico”, che in italiano ha già una concezione di pigrizia insita nel nome; semplicemente per il fatto che non tutti hanno le idee chiare rispetto a quello che vogliono fare all’università. Non preferiresti investire un anno facendo delle esperienze lavorative o di volontariato per poi riuscire a scegliere una materia che veramente ti appassiona? O magari, com’è successo a dei miei amici, capisci che l’università non fa proprio per te e te ne allontani in maniera rispettosa.
E’ però la maggior quantità di tempo da investire durante il trimestre di studio e durante i periodi di vacanza a fare la differenza. Non voglio che leggendo questo articolo pensiate che da noi non si studi nulla e che si faccia sempre baldoria, ma semplicemente il nostro è un sistema differente dove lo studente è già libero: libero di organizzarsi da solo, di scegliere e anche di sbagliare. Le mie ore di lezione saranno minori rispetto a quelle dei miei amici in Italia, tuttavia a me tocca mettermi a studiare articoli o capitoli di libri scritti da professori esperti nel settore e poi sviluppare il mio “pensiero critico” a riguardo. In Italia – con le dovute eccezioni, s’intende – ti studi il tuo libro di Economia Politica, lo impari per bene e la storia finisce lì. Nessuno ti chiede se, secondo te, Marx aveva ragione o se Smith può essere ancora attuale. Mentre a noi, richiedono esplicitamente di maturare una nostra opinione; cosa che potrebbe spaventare uno studente proveniente dal nostro sistema scolastico. Ed io ne sono la prova, perché all’inizio dello scorso anno non sapevo neanche da dove cominciare.

E così, per quanto riguarda la mia materia, ti scrivi i tuoi saggi brevi sviluppando una tua tesi originale e ti prepari per i tuoi esami, essendo sicuro di avere un’idea originale da proporre all’esaminatore. In tutto questo però, si riesce ad avere il tempo per fare nuove esperienze e aprire i propri orizzonti. Ad esempio, a Warwick è quasi scontato partecipare agli eventi di una “society”  o essere nel direttorio di una di queste. Si tratta di gruppi di studenti che si riuniscono perché hanno un interesse in comune, e così organizzano eventi a riguardo, promuovendo la socializzazione tra i membri, invitando professori a tenere conferenze o semplicemente andando in discoteca insieme. Agli occhi di chi non ne ha fatto esperienza, non sembrano nulla di eccezionale, ma essere in carico di una di esse ti permette di sviluppare delle abilità che saranno utilissime in futuro (e di conoscere anche molta gente e divertirsi ovviamente, a chi lo voglio nascondere). E’ sia un momento di crescita personale, sia un’opportunità di dimostrare ad un futuro datore di lavoro che il tuo unico interesse non è la materia che stai studiando e che le tue abilità vanno oltre i 30 e lode che hai preso. Lo stesso vale per i club sportivi: avere tempo di fare dell’attività fisica è sicuramente una necessità fisica in quanto esseri umani, ma anche un modo attivo per allargare i propri orizzonti.

Arriviamo così alle vacanze di Natale, Pasqua e quelle estive, in cui tendenzialmente hai dei saggi brevi da scrivere o dei progetti a cui lavorare, ma siccome sono molto lunghe (quattro settimane per le prime due e tre mesi durante l’estate), trovi del tempo anche per dedicarti ad altre cose. Una volta fatto il tuo dovere, nessuno ti vieta di fare esperienze lavorative, del volontariato o di scrivere degli articoli come faccio io. Quindi la differenza maggiore sta nel tempo che possiamo investire in attività che mettono a frutto gli insegnamenti acquisiti all’università o che semplicemente ci fanno sentire bene. Io ho addirittura iniziato a fare musica…

Che senso ha obbligare gli studenti a stare a testa bassa sui libri per tutto il giorno, se poi non sanno applicare nel mondo reale quello che stanno imparando? Concordo che le scuole superiori siano un periodo di scoperta che necessariamente mantiene ampio il grado di specializzazione delle materie trattate, ma all’università, ormai, non bisogna solo “imparare”, ma anche “imparare a fare”. In una “society”, con un’organizzazione di volontariato, attraverso un lavoro part-time, ci si conosce, si impara a conoscere i propri limiti e le proprie abilità. Se non si ha il tempo di conoscersi, come si possono fare delle scelte sensate in ambito accademico, lavorativo, ma anche, e soprattutto, di vita? Ripeto che esistono sicuramente delle istituzioni che fanno eccezione o studenti che in Italia trovano il tempo di fare tutto quello di cui ho parlato, ma è palese che il sistema non sempre li facilita. Vedo quest’articolo, perciò, più come un appello ai miei coetanei e alle università: trovate, e date la possibilità di far trovare, le proprie passioni. Le passioni assumono tante forme ed è grazie a loro che troviamo la spinta per impegnarci in quello che facciamo e per fare quel fatidico “miglio in più”. Alcuni fortunati sono appassionati di quello che studiano e quindi riescono ad unire l’utile al dilettevole; altri trovano la propria forza nella musica, nella scrittura, nella lettura, nello sport e in mille altre cose. Se non ci venisse data la possibilità di comprendere cosa ci fa battere il cuore? Se non ci venisse dato abbastanza tempo per capirlo? Sia in Italia, sia in Inghilterra, sarebbe davvero un grandissimo peccato.

Connettiamo il mondo partendo da…

Nella vita penso che un pizzico di riflessione personale sulle attività che si intraprendono, sulle persone che si conoscono e sui progressi professionali che si raggiungono sia sempre necessaria.

L’autovalutazione, come quando al liceo organizzavamo le giornate “autogestite”, gestite da noi – e quindi senza la supervisione dei professori, attingendo alla nostra creatività e alle nostre passioni, diventando noi stessi i professori di pittura, di viaggi, di scambi culturali, di sport, di lingua e psicologia, di politica e riflessioni economiche sul cambiamento del mondo attraverso i cellulari e internet – è estremamente importante e utile per capire dove siamo (nel presente) e dove vogliamo andare (nel futuro). Da dove veniamo, la maggior parte delle volte già lo conosciamo.

Nel mio lavoro, ora – tempo presente – amo quello che faccio. Mi occupo di gestione dei social media, coordinamento di stampa durante eventi culturali, riunioni regionali, training dei beneficiari e attività di sensibilizzazioni di giovani. Scrivo in continuazione, ma quello che mi appassiona di più è seguire LIVE, attraverso gli strumenti social media, gli eventi che organizziamo. Interagire con i partecipanti, ascoltarli, capire cosa li spinge ad avvicinarsi a noi, intervistarli e “catturare magici momenti di straordinaria quotidianità”. Una volta che passa un evento, ci si rende conto che l’organizzazione segue uno schema prestabilito, ma quello che cambia sono le persone che partecipano. Ogni volta ti rimane addosso la sorpresa sempre nuova del conoscere l’altro, del discutere su argomenti differenti (dalle convenzioni per la protezione del patrimonio mondiale culturale all’educazione per uno sviluppo sostenibile delle città e delle comunità) e di sviluppare le notizie nel momento presente, che scivolano con hashtags su Twitter, registrando magari i video sulle emozioni dei partecipanti. Molto spesso, impegnati a cambiare il presente del mondo intavolando discussioni sui temi del futuro.

Ascoltando gli altri, capendo l’altro veramente, si sviluppa empatia, si diventa più “morbidi”. E i social media possono servire anche a questo: ad amplificare e a espandere nel mondo quei messaggi di pace, di compassione e quelle voci di menti brillanti con idee straordinarie che possono essere d’ispirazione. Ma possono anche traghettare le voci di quei giovani alle prese con le sfide della vita, che devono essere ascoltati: noi serviamo anche per portare le loro voci in alto, ossia verso livelli politici e ministeriali dove i negoziatori e i governi devono essere pronti – con orecchie e cuore aperto – a studiare e valutare le richieste dei possibili giovani leader del domani.

Le piattaforme dei social media sono la rivoluzione del nostro presente. Bisogna usarle senza però abusarne, quasi “capendole”: per far questo si deve saper pubblicare contenuti utili, rilevanti e interessanti, e si deve anche interagire con il pubblico, rispondendo a domande e chiarimenti. E – perché no – anche sfidando gli ascoltatori o i lettori attraverso immagini, video e quiz per approfondire determinate conoscenze e risvegliare il proprio senso della curiosità. Così si possono davvero (s)muovere persone, sviluppare storie vere e rompere stereotipi, stravolgendo trends (#) negativi in attitudini e comportamenti positivi delle persone. Questo in tutto il mondo.

Se dovessi definire quello che faccio e perché lo faccio, è perché ogni giorno credo fermamente nel cambiamento di cui, ad oggi, ho fatto esperienza e ho testato sulla mia pelle. Questa è l’unica costante, l’unica certezza. Credo negli esseri umani, credo nei comportamenti giusti, nel rispetto, nel dialogo, nella solidarietà, nel buon cuore, senza abusi, nell’amore multiculturale, nell’ascolto senza giudizio, e cerco di portare il mio messaggio nel mondo attraverso un’organizzazione che ha combattuto le guerre e che vuole portare la pace nelle menti degli uomini e delle donne. Per un mondo dove le Nazioni possano essere uniti. Tutto comincia da noi, dagli esseri umani di questa terre che costituiscono queste Nazioni. I social media sono solo uno strumento di quello che sappiamo già ma che, purtroppo, abbiamo dimenticato.

Vediamo se la tecnologia può riportarci vicini, insieme, in un’immensa pangea di abbracci condivisi. Uniamo il mondo. Attraverso le nostre azioni quotidiane. E impariamo ad usare questi strumenti a nostra disposizione in maniera positiva, utile per connettere il mondo in ogni modo possibile.

Ps. Nell’immagine, vado in bicicletta durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite programma per l’ambiente il 4 dicembre. Un’iniziativa per valorizzare l’aria pulita, con meno automobili e maggiore contatto con la natura. Questa immagine rispecchia anche il mio spirito, con una citazione di Albert Einstein, che recita più o meno cosi: la vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio, bisogna continuare ad andare, senza fermarsi.

Il paradosso dell’expat

Cosa si prova a tornare in Italia? È una domanda che mi hanno fatto tante volte negli ultimi 5 anni; trovo sempre molto difficile rispondere. Rientrando in Italia non più di due o tre volte all’anno, ovviamente il pensiero di riabbracciare i miei cari mi rende molto felice. Eppure, ogni volta, ho bisogno di un po’ di temo per riabituarmi. Alla lingua, alle persone, al modo in cui la vita funziona in una piccola cittadina di provincia qual è Terni.

Appena trasferita in questa grande isola, una delle prime cose ad aver attirato la mia attenzione fu la differenza culturale con gli autoctoni:  persone che chiedono “come stai” anche al commesso al bar, che domandano sempre “permesso” quando devono scendere dal treno, senza farti uscire a forza di spintoni, come succede spesso sui mezzo pubblici in Italia.

“Non puoi rispondere semplicemente Ok o Yes quando qualcuno ti chiede di fare qualcosa. È da maleducati”, mi spiegò una signora americana. “Certamente” e “non c’è nessun problema” sono espressioni che devi aggiungere quando concordi nello svolgere un compito che ti è stato richiesto. Dietro questa apparente educazione, si nasconde però un’amara verità: i britannici sono pessimi nelle relazioni sociali. Sono educati perché devono esserlo, ti chiedono come stai, permesso e scusa perché sarebbe poco britannico non farlo. Non si tratta di te, ma di loro.

Se poi vogliamo discutere del famoso “umorismo britannico”, ci sarebbe da scrivere un libro a riguardo. Un mio collega di lavoro, Matt, una volta mi spiegò che “l’umorismo inglese è fatto di frasi maleducate e scortesi che vengono percepite in modo scherzoso perché non potrebbero mai essere dette seriamente”. Nonostante questa spiegazione, mi ci sono volute anni per “capire” le loro battute.

Come potevo io, allora, da italiana, ambientarmi a contesto del genere? In un posto dove si dicono cose che non si pensano e non si dice quello che in realtà ti passa per la testa? Come avrei mai potuto mescolarmi con persone che bevono alcolici dalle 11 di mattina e spendono la maggior parte del loro tempo libero chiusi in un pub? In breve: persone così negate alle relazioni sociali?

Il contatto con una cultura a te straniera ti spinge a rivalutare la tua identità culturale. E io, a Londra, mi sentivo più italiana che mai. Poi, circa sei mesi dopo il mio trasferimento nel regno Unito, qualcosa di strano accadde.  Rientrata in Italia, andai a prendere un caffe al bar dell’aeroporto di Ciampino. “Cosa vuoi, un macchiato come al solito?”, mi chiese mio padre. Please, risposi io automaticamente.

Più i mesi passavano, e più spesso mi capitava di avere questi lapsus, o di inserire volontariamente termini inglesi anche nelle mie discussioni in italiano. L’inglese, si sa, è una lingua sintetica, e ci sono singoli termini che racchiudono il significato di più parole o concetti in italiano. Nelle mie brevi vacanze in Italia mi sono sorpresa spesso a desiderare un interlocutore anglosassone con cui praticare quella lingua che, da straniera che era, stava man mano diventando mia.

Velocemente sviluppai anche io i sintomi di quelli che qui vengono chiamati Very British Problems: l’utilizzare il telefono come strumento per evitare le persone, l’evitare in tutti i modi i vicini di casa, la noncuranza verso la pioggia, il fastidio per anche la più piccola attesa. Rimaneva però la mia solarità e socievolezza, la passione con cui solo noi popoli del Mediterraneo viviamo e guardiamo alla vita.

Iniziai a riflettere sulla mia condizione, che ho soprannominato il paradosso dell’expat: inglese in patria e italiana in Inghilterra, destinata a sentirmi straniera nella casa dove sono nata e in quella che ho scelto. Mi ero volontariamente privata delle mie radici e non riuscivo a trovarne di nuove.

Con il tempo mi resi conto di aver sempre avuto la risposta a questo mio dilemma. “Se vuoi imparare l’inglese non andare a Londra. A Londra c’è tutto, tranne gli inglesi”, mi dissero in tanti prima di partire. Un’affermazione in parte vera: di inglesi a Londra ce ne sono, ma si mescolano tra i milioni di cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta. L’inglese che si sente parlare a Londra non è un inglese pulito. Eppure, io trovo che quella diversità di suoni, accenti e colori abbia una bellezza unica.

Londra è per me la città delle possibilità: non c’è limite a quello che vi ci puoi trovare, se sai cercare bene. Essere londinesi vuol dire avere ogni giorno la possibilità di parlare lingue diverse, anche all’interno della stessa conversazione, di conoscere persone con storie simili alla tua, oppure completamente diverse. Ogni persona, ogni accento, ogni storia è un tassello di quella nuova identità che soltanto l’esperienza da expat puó regalarti.

Ci sono giorni che questa vita, fatta di distanze con le persone che amo e molte telefonate Skype mi pesa, perché se a parlare un’altra lingua puoi abituarti, quel “ci vediamo la prossima volta che torno” che noi expats diciamo così tante volte, ti lascia sempre l’amaro in bocca.

Ci sono giorni che mi sento stanca di questa vita così  frenetica che lascia molto poco tempo a se stessi; questa vita fatta di tanti momenti importanti che sei costretto a perdere, di persone che ti chiedono “ma quando torni?” non capendo che se potessi passare ogni fine settimana con i tuoi cari, lo faresti volentieri.

Ci sono giorni che mi sento delusa, perché se è vero che a Londra le soddisfazioni arrivano sempre, è anche vero che devi guadagnartele a un prezzo altissimo. Giorni in cui non si vede mai la luce del sole, così bui da farti capire perché l’alcolismo sia un problema così diffuso in questo paese, giorni in cui la pioggia ti sorprende per strada e tu sei rigorosamente senza ombrello.

In giorni come questi mi sento come se la città mi prendesse a calci e l’italiana che è in me vorrebbe soltanto chiudere gli occhi e teletrasportarsi in Italia. Eppure ho scelto di rimanere, ogni giorno, da ormai 5 anni. Perché?

Perché quella londinese è per me un’identità a cui so di non poter rinunciare, una fatta di tanti passi e tante esperienze di vita che si sono sommate e mi hanno portato ad essere questa nuova persona che, da brava inglese, non si abbatte mai, che come molti spagnoli vive e lascia vive e, da italiana doc alla birra delle 11 preferirà sempre un buon caffè. Non rinuncerei mai a nessuna di queste versioni di me, perché  l’Italia ti regala il sole, la socievolezza, la gioia di vivere, ma Londra… Londra ti insegna a fregartene della pioggia.